Capitolo 7

 Altre dottrine

  

Ora confuteremo innanzi tutto altre dottrine insegnate in seno alla UPCI, ed in seguito delle dottrine insegnate in alcune delle altre denominazioni pentecostali unitariane.

 

L'ORIGINE DELL'ANIMA

La dottrina unitariana

In Doctrines of the Bible si legge: ‘La teoria traduciana. Questa teoria, che sembra più in armonia con la Scrittura più che le altre due, ritiene che quando Dio creò Adamo ed Eva, Egli li dotò del potere di riprodurre a loro immagine, e questo potere include sia le parti materiali che immateriali dell’umanità, cioè sia il corpo che l’anima’ (Doctrines of the Bible, pag. 122), quindi i Pentecostali unitariani non insegnano che è Dio a creare l’anima dell’uomo. Una delle ragioni per cui non accettano la creazione dell’anima da parte di Dio è perché ‘Genesi 2:1-2 ci dice che Dio smise di creare dopo il sesto giorno, mentre questa teoria dice che Dio crea un’anima ogni volta che nasce un bambino’ (ibid., pag. 121).

Confutazione

Questo insegnamento unitariano non è affatto in armonia con la Scrittura che insegna che Dio ha creato la nostra anima secondo che è scritto in Isaia: "Poiché io non voglio contendere in perpetuo né serbar l’ira in eterno, affinché gli spiriti, le anime che io ho fatte, non vengan meno dinanzi a me" (Is. 57:16). Ora, gli Unitariani adducono a sostegno della teoria traduciana la ragione secondo cui Dio ha cessato di creare dopo il sesto giorno per cui non può creare un’anima ogni volta che viene concepito un bambino, ma allora come si spiega che Elihu, uno dei tanti discendenti di Adamo, disse di se stesso: "Lo Spirito di Dio mi ha creato…" (Giob. 33:4)? Non è forse perché lui credeva che Dio lo aveva creato nella sua interezza, cioè sia per quanto riguarda la parte spirituale che quella materiale? Certo, che è per questo. Dunque è vero che Dio diede ad Adamo ed Eva la capacità di riprodurre esseri umani, ma questa riproduzione implica sempre l’intervento divino sia per quanto riguarda la formazione del corpo che dell’anima.

Il ragionamento poi che Dio ha smesso di creare dopo il sesto giorno viene annullato anche da quello che dice Amos: "Eccolo colui che forma i monti e crea il vento" (Amos 4:13). Il vento infatti fu fatto da Dio assieme a tutte le altre cose al principio, eppure Dio dice di crearlo ancora oggi.

 

LA PREDESTINAZIONE

La dottrina unitariana

Secondo la UPCI non bisogna pensare che solo alcuni prescelti da Dio possono ottenere la salvezza perché ‘mentre Dio ha predestinato la chiesa, è un errore applicare questo concetto alla predestinazione individuale. Ogni persona ha una libera volontà per scegliere di obbedire al Vangelo ed essere salvato o per rigettare il messaggio della Croce (…) La volontà di Dio è che tutti siano salvati (1 Tim. 2:4); Egli non vuole che alcuni periscano, ma che tutti giungano a ravvedersi (2 Piet. 3:9). Questi versi e altri rivelano l’offerta di Dio ad ognuno e confutano il falso insegnamento della predestinazione individuale’ (Doctrines of the Bible, pag. 187-188). Ma allora cosa significa per i Pentecostali unitariani che Dio ha preconosciuto coloro che sono stati giustificati? Significa semplicemente che Egli sapeva che essi avrebbero creduto in Cristo ma non che Egli li aveva predestinati individualmente a prendere questa decisione. Ecco quanto si legge in Doctrines of the Bible: ‘La Sua preconoscenza comunque non significa che Egli predestina i destini individuali. Mentre Dio preconosce il risultato di una vita individuale, Egli non predetermina o forza quel risultato. Egli prevede le scelte che una persona farà, ma il destino della persona è determinato dalla sua propria risposta alla grazia di Dio’ (ibid., pag. 11).

Confutazione

Come potete vedere, a proposito della predestinazione ci troviamo nella sostanza davanti allo stesso insegnamento degli Avventisti del settimo giorno (e come vedremo a suo tempo, anche allo stesso insegnamento della maggior parte delle Chiese Pentecostali Trinitarie). Per cui per confutarlo mi limiterò a ripetere quello che ho scritto nel libro contro gli Avventisti.

L’apostolo Paolo dice ai Romani: "Perché quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati ad esser conformi all’immagine del suo Figliuolo, ond’egli sia il primogenito fra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati" (Rom. 8:29-30). Ora, secondo l’apostolo solo quelli che Dio ha preconosciuti sono stati predestinati ad ottenere la giustificazione. Ma che significa che Dio ha preconosciuto e predestinato alcuni ad essere giustificati? Significa forse semplicemente che Dio sapeva che costoro si sarebbero ravveduti e avrebbero creduto in Cristo e sarebbero stati così giustificati? Ma se fosse così che senso avrebbe parlare di predestinazione nei loro confronti? Non è forse vero che il verbo predestinare, come dice da se stesso, significa ‘stabilire in precedenza’? Facciamo un esempio. Se io decido di comprare un certo campo con lo scopo di destinare una precisa parte di esso, mettiamo caso un decimo, alla costruzione di una casa; ed una altra parte, i nove decimi, alla coltivazione di agrumi, non ho forse deciso il destino di quel campo in anticipo? E quando dopo averlo comprato metto in atto il mio proposito non si può forse dire che quel campo era stato da me predestinato ad essere usato in quella maniera? Certo che si può dire. Dunque se Dio ci ha predestinati ad essere giustificati significa che tra tutti gli uomini da lui creati sulla terra egli, ancora prima che noi lo conoscessimo cioè ancora prima che credessimo, aveva decretato di indurci a credere nel suo Figliuolo Gesù Cristo. Ci fece forza e ci vinse, ci persuase e noi ci lasciammo persuadere; senza sapere assolutamente nulla del suo decreto divino nei nostri confronti. Ma forse tu dirai: Ma sono io che mi sono ravveduto e creduto in Gesù, la scelta è stata la mia non di Dio? Vorrei allora domandarti: chi ti ha dato il ravvedimento? Non è forse stato Dio secondo che è scritto: "Iddio dunque ha dato il ravvedimento anche ai Gentili affinché abbiano vita" (Atti 11:18)? E chi ti ha dato la fede? Non è forse stato Dio perché Paolo la chiama "il dono di Dio" (Ef. 2:8) e dice che ciò non vien da noi? Che hai tu dunque che non l’hai ricevuto da Dio? Niente, dunque se ti sei ravveduto ed hai creduto è perché Dio ha voluto darti il ravvedimento e la fede. Lui ti aveva preordinato a vita eterna, per questo tu credesti; nella stessa maniera dei credenti di Antiochia di Pisidia secondo che è scritto: "E tutti coloro che erano preordinati alla vita eterna, credettero" (Atti 13:48 Nuova Diod.). Ma forse adesso dirai: ma sono io che ho voluto andare a Gesù. Sei andato a Gesù perché hai voluto andare a Gesù, è vero questo; ma è altresì vero che sei andato a Gesù perché Dio ha voluto attirarti a Cristo senza che tu sapessi nulla. Non hai mai letto queste parole di Gesù: "Niuno può venire a me se non che il Padre, il quale mi ha mandato, lo attiri" (Giov. 6:44), e: "Niuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre" (Giov. 6:65)? Nota bene come per ben due volte Gesù disse "se non". Dunque ti ribadisco che tu non avresti giammai potuto andare a Gesù SE NON ti fosse stato dato dal Padre di andare a Cristo. Mi dirai a questo punto: ma allora anche chi non si ravvede e non crede in Gesù, va in perdizione in seguito ad un decreto di Dio nei suoi confronti? Sì, proprio così. Tu allora mi dirai: ma ciò è un ingiustizia, tu fai passare Dio per un Dio ingiusto, senza pietà, che si prende gioco delle sue creature? Ascolta quello che dice la Scrittura e vedrai che non è così come tu dici. L’apostolo Paolo per spiegare come mai solo un residuo del popolo d’Israele ha accettato la salvezza mentre la maggior parte dei Giudei l’hanno rigettata, parla della nascita di Esaù e Giacobbe. Egli dice che "prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male, affinché rimanesse fermo il proponimento dell’elezione di Dio, che dipende non dalle opere ma dalla volontà di colui che chiama, le fu detto [a Rebecca]: Il maggiore servirà al minore; secondo che è scritto: Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù" (Rom. 9:11-13). L’esempio preso da Paolo mostra che Dio scelse Giacobbe e rigettò Esaù ancora prima che nascessero e facessero alcunché di bene o di male. Il loro destino era stato già segnato da Dio prima che nascessero. Dopo che nacquero naturalmente le cose andarono come Dio aveva predetto; perché il maggiore diventò servitore del minore. Ma perché le cose andarono in quella maniera? Semplicemente perché Esaù vendette la sua primogenitura a Giacobbe, e quest’ultimo con l’inganno si appropriò della benedizione che spettava a Esaù? Ovvero le cose andarono in quella maniera perché Esaù e Giacobbe decisero di agire in quella maniera (comportamento sbagliato da ambedue le parti) e basta? Sì i due fratelli si comportarono in quella maniera, ma dietro tutto ciò c’era la mano di Dio che dirigeva tutte le cose affinché le parole dette a Rebecca si adempissero. Fu ingiusto Dio ad agire in quella maniera nei confronti di Esaù e Giacobbe? Così non sia; non è forse vero che lui fa tutto quello che vuole in cielo, in terra e negli abissi (cfr. Sal. 135:6), e che è irreprensibile quando esprime un giudizio di qualsiasi genere esso sia (cfr. Sal. 51:4)? L’apostolo Paolo prevedendo che qualcuno sarebbe stato trascinato a dire che Dio è ingiusto difende l’operare di Dio dicendo: "Che diremo dunque? V’è forse ingiustizia in Dio? Così non sia. Poiché Egli dice a Mosè: Io avrò mercé di chi avrò mercé, e avrò compassione di chi avrò compassione. Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia. Poiché la Scrittura dice a Faraone: Appunto per questo io t’ho suscitato: per mostrare in te la mia potenza, e perché il mio nome sia pubblicato per tutta la terra. Così dunque Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi vuole" (Rom. 9:14-18). Le parole dell’apostolo sono chiare, molto chiare; e sicuramente questa grande chiarezza disturba non pochi. Si noti che Paolo prende l’esempio di Faraone per attestare che Dio indura chi vuole. Indura chi vuole? Sì proprio così, Dio indura chi vuole. Ma l’esempio di Faraone non è il solo esempio di indurimento prodotto da Dio che troviamo scritto nella Scrittura. Al tempo di Gesù quasi tutti i Giudei furono induriti da Dio affinché non credessero in Gesù. Ecco cosa dice Giovanni: "E sebbene avesse fatto tanti miracoli in loro presenza, pure non credevano in lui; affinché s’adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto a quel che ci è stato predicato? E a chi è stato rivelato il braccio del Signore? Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia: Egli ha accecato gli occhi loro e ha indurato i loro cuori, affinché non veggano con gli occhi, e non intendano col cuore, e non si convertano, e io non li sani" (Giov. 12:37-40). Perché non credettero quei Giudei in Gesù? Perché non potevano credere. Il motivo è chiaro, perché Dio indurò i loro cuori e accecò i loro occhi. In altre parole, perché non fu loro dato di credere in Gesù, di andare a Gesù. Si dovevano adempiere le parole del profeta Isaia e quindi non potevano credere. E di chi erano le parole del profeta? Di Dio. Dunque Dio aveva deciso di non far credere la maggior parte dei Giudei. Gesù sapeva questo, infatti è per questo che egli parlava alle turbe in parabole. Egli un giorno disse ai suoi discepoli che gli domandarono perché parlasse alle turbe in parabole: "Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato" (Matt. 13:11). Nonostante ciò però, Gesù pianse su Gerusalemme perché lo aveva rigettato e disse che essi non avevano voluto convertirsi. Ecco le sue parole: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!" (Matt. 23:37). Non avete voluto, disse Gesù. Eppure egli sapeva che non avevano voluto perché Dio aveva indurato i loro cuori e accecato i loro occhi. Questo a dimostrazione che la volontà che l’uomo impiega nel rigettare l’Evangelo gli viene addebitata anche se il suo rigetto rientra nel volere di Dio. Questo rigetto da parte dei Giudei fu necessario affinché Cristo morisse per i nostri peccati, cioè il fatto che i Giudei perseguitarono Gesù e lo appiccarono per mezzo dei Gentili alla croce fu qualcosa che Dio aveva innanzi determinato che avvenisse per il nostro bene. Pietro infatti disse ai Giudei: "Uomini israeliti, udite queste parole: Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigî e segni che Dio fece per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani, per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi, per man d’iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo risuscitò, avendo sciolto gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile ch’egli fosse da essa ritenuto" (Atti 2:22-24). Si notino molto bene le parole "per il determinato consiglio di Dio e per la prescienza di Dio". Evidentemente i Giudei non sapevano che così agendo avrebbero adempiuto le parole dei profeti perché Cristo sarebbe morto per gli ingiusti, eppure Dio si usò della loro malvagità, della loro incredulità per far sì che Gesù morisse per i nostri peccati. Non bisogna dunque riconoscere che Dio è savio, e si usa di persone indurite da lui stesso per adempiere i suoi disegni? Sì, proprio così. E non bisogna pure riconoscere che Dio indurendo i cuori degli uomini trae gloria per il suo nome? Sì, infatti sia nel caso di Faraone, citato prima, e sia nel caso dei Giudei che crocifissero Gesù, Dio ha tratto somma gloria. Faraone infatti fu prima da lui umiliato grandemente con segni e prodigi di ogni genere e poi fatto sommergere dalle acque del Mar rosso assieme al suo esercito; al che gli Israeliti si misero a esaltare Dio per la sua grandezza (cfr. Es. 15:1-19). Gesù fu da Dio risorto il terzo giorno per la gioia dei suoi discepoli e di tutti coloro che nel corso dei secoli avrebbero creduto in lui, risurrezione da cui Dio trasse somma lode allora (cfr. Luca 24:53) e ne continua a trarre adesso.

Dopo aver detto che Dio fa misericordia a chi vuole e indura chi vuole, Paolo dice: "Tu allora mi dirai: Perché si lagna Egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà? Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa formata dirà essa a colui che la formò: Perché mi facesti così? Il vasaio non ha egli potestà sull’argilla, da trarre dalla stessa massa un vaso per uso nobile, e un altro per uso ignobile? E che v’è mai da replicare se Dio, volendo mostrare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta longanimità de’ vasi d’ira preparati per la perdizione, e se, per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso de’ vasi di misericordia che avea già innanzi preparati per la gloria, li ha anche chiamati (parlo di noi) non soltanto di fra i Giudei ma anche di fra i Gentili?" (Rom. 9:19-24). Ancora una volta le parole di Paolo sono chiare. Dio è sovrano e ha decretato di trarre dalla massa degli uomini alcuni per la gloria ed altri per la perdizione.

Che dire allora della volontà dell’uomo se tutte le sue vie dipendono da Dio e il suo destino è già stato segnato da Dio? Diremo che essa, ad insaputa dell’uomo che vive ancora sotto la potestà delle tenebre, viene plasmata da Dio e rivolta nella direzione da lui decretata, per cui chi lui ha predestinato ad essere giustificato sarà messo in grado da Dio (nel tempo da lui fissato) di credere in Gesù Cristo tramite una infinita serie di circostanze, mentre chi è stato preparato per la perdizione non sarà da lui messo in grado di credere.

E che dire allora del dopo avere creduto? Diremo questo. Chi ha creduto deve studiarsi di rendere ferma la sua vocazione ed elezione perseverando nella fede ed essendo zelante nelle opere buone, perché questa è la volontà di Dio. Ma c’è la possibilità che egli perda la giustificazione ottenuta? La risposta è sì e la Scrittura questo ce lo insegna. Questo avverrà nel caso egli si tirasse indietro commettendo il peccato che mena a morte.

Come si può dunque conciliare la dottrina della predestinazione con la dottrina che dice che uno che ha creduto può pure perdere la salvezza? Certamente si può conciliare, anche se apparentemente sembra il contrario. In effetti pare che queste dottrine si annullino a vicenda, che siano contraddittorie, ma nella realtà sappiamo che non è così.

 

IL DIVIETO DI INSEGNARE PER LA DONNA

La dottrina unitariana

Nel libro Spiritual Gifts, David Bernard, a proposito dell’ordine di Paolo: "Tacciansi le donne nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare" (1 Cor. 14:34), afferma quanto segue: ‘Alcuni interpretano l’ammonizione per le donne di stare in silenzio come una proibizione assoluta, che vieta alle donne di predicare o di profetizzare, ma sia l’immediato contesto e l’intera Scrittura dissipano questa nozione’ (David Bernard, Spiritual Gifts [Doni Spirituali], Hazelwood MO, 1997, pag. 231-232). Dunque alla donna è permesso di predicare e insegnare? Proprio così, infatti sempre Bernard più avanti dice: ‘‘Priscilla, assieme a suo marito, Aquila, era uno dei collaboratori di Paolo e insegnò uno studio biblico al predicatore ‘Battista’ Apollo’ (ibid., pag. 232-233). La ragione per cui Bernard ritiene che la donna possa mettersi a predicare è perché ‘in un senso generale, ogni predicatore unto profetizza quando predica’ (ibid., pag. 205). Dice in un senso generale perché ci sono casi di un uso ristretto del dono di profezia come per esempio il caso di Agabo quando predisse per lo Spirito che ci sarebbe stata una grande carestia per tutta la terra (cfr. Atti 11:27-28), o come sempre il caso di Agabo quando predisse per lo Spirito quello che sarebbe accaduto a Paolo a Gerusalemme (cfr. Atti 21:10-11).

Confutazione

Siamo d’accordo che il divieto di parlare per la donna non è assoluto nell’assemblea perché la donna può sia pregare che profetizzare. Paolo per esempio quando parla del velo dice che "ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo" (1 Cor. 11:5), permettendo implicitamente alla donna di pregare e di profetizzare anche quando la chiesa si raduna. Luca dice che Filippo "avea quattro figliuole non maritate, le quali profetizzavano" (Atti 21:9), e il profeta Gioele disse: "I vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno" (Atti 2:17). Si badi però che profetizzare non significa insegnare, perché il dono di profezia è un dono diverso dal dono di insegnamento. Questa differenza emerge da queste parole di Paolo ai Romani: "E siccome abbiamo dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata data, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo secondo la proporzione della nostra fede; se di ministerio, attendiamo al ministerio; se d’insegnamento, all’insegnare…" (Rom. 12:6-7). Stando dunque così le cose il divieto di Paolo: "Non permetto alla donna d’insegnare… ma stia in silenzio" (1 Tim. 2:12), non contraddice in nessuna maniera il permesso di profetizzare per la donna, appunto perché Paolo non dice che la donna non deve profetizzare, ma che ella non deve insegnare. Lo contraddirebbe se profetizzare significasse anche insegnare, ma dato che chi profetizza non insegna, il divieto di Paolo per la donna di insegnare è in piena armonia con la Parola di Dio.

 

IL DIVORZIO

La dottrina unitariana

La UPC afferma che quando una persona sposata commette fornicazione l’altro coniuge può risposarsi purché sia nel Signore. ‘Quando viene commesso questo peccato la parte innocente può essere libera di risposarsi solo nel Signore’ (Melton Gordon, op. cit., pag. 400).

Confutazione

Ciò non è vero alla luce delle Scritture perché Gesù non ha insegnato che a cagione di fornicazione il credente può mandare via la moglie e risposarsi ma solo che l’uomo può mandare via la moglie solo in caso questa si rende colpevole di adulterio senza tuttavia potersi risposare mentre questa è ancora in vita. Le parole di Gesù sono queste: "Io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per cagion di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio" (Matt. 19:9); ed ancora: "Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei" (Mar. 10:11). Notate che in queste ultime parole non c’è scritto "salvo che a cagion di fornicazione", il che significa che sia che la manda via giustamente per fornicazione e sia che la manda via per altre ragioni, se egli si sposa un’altra donna commette adulterio.

 

LA DECIMA

La dottrina unitariana

Nel libro Doctrines of the Bible si legge: ‘Il Nuovo Testamento non interruppe mai la pratica del pagamento delle decime per sostenere l’opera del ministerio; al contrario, sia Gesù che lo scrittore agli Ebrei parlarono della pratica approvandola (Matteo 23:23; Ebrei 7:4-10)’ (Doctrines of the Bible, pag. 246).

Confutazione

Che sia Gesù che lo scrittore agli Ebrei parlarono della decima è innegabile. Ma che Gesù ne abbia parlato facendo capire che anche i suoi discepoli dovevano pagarla su tutte le loro entrate per sostenere i ministri del Vangelo, o che lo scrittore agli Ebrei ne abbia parlato in maniera tale da far capire che al suo tempo i cristiani pagavano la decima è qualcosa da negare categoricamente. Perché dalle loro parole non si evince affatto che noi figliuoli di Dio sotto la grazia dobbiamo pagar la decima come facevano gli Ebrei. E adesso lo dimostreremo spiegando sia le parole di Gesù che quelle dello scrittore agli Ebrei sulla decima.

Ÿ Gesù un giorno disse ai Farisei e agli scribi: "Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: il giudicio, e la misericordia, e la fede. Queste son le cose che bisognava fare, senza tralasciar le altre" (Matt. 23:23). Perché Gesù li riprese in quella maniera? Perché i Farisei e gli scribi basandosi sulla legge di Mosè davano la decima delle loro entrate, erano molto scrupolosi, tanto che la davano persino sulla menta, sull’aneto e sul comino; ma nello stesso tempo trascuravano le cose più importanti della legge, ossia la giustizia, la misericordia e la fede. E difatti essi amavano il denaro, e non erano affatto propensi ad aiutare le vedove; tanto è vero che Gesù li riprese anche perché divoravano le case delle vedove. E’ assolutamente vero che Gesù non condannò il pagamento della decima con quelle parole infatti disse che non bisognava tralasciarla. Ma si presti attenzione a queste cose; primo, Gesù si rivolse a gente che era sotto la legge ma noi ora siamo sotto la grazia; secondo, che dalle sue parole si evince che non solo la decima non doveva essere trascurata ma anche altre pratiche della legge (come il sabato, le feste, ecc.) per cui se si prendono queste parole per sostenere che Gesù ci ha insegnato a pagar la decima come facevano i Giudei allora dobbiamo prendere queste parole per sostenere che Gesù ci ha insegnato ad osservare anche il sabato, le feste, cioè a non tralasciare sia la decima che le altre cose. Gesù dunque non rigettò la pratica del pagamento della decima; come avrebbe potuto farlo quando era un comandamento della legge dei Giudei? Ma d’altronde Gesù non disse neppure ai Giudei di non osservare il sabato, di non far circoncidere i loro figli, di non osservare le feste, perché anche queste erano pratiche da osservare secondo la legge. Gesù dunque con quelle parole non comandò ai suoi discepoli di sostenere i ministri del Vangelo con le decime, ma esortò i Farisei e gli scribi a praticare innanzi tutto la misericordia e la giustizia, senza per questo abbandonare la decima. Ma mettiamo il caso che Gesù con quelle parole rivolte ai Farisei volle dire che i suoi discepoli dovevano sostenere i ministri del Vangelo con le loro decime; cosa sarebbe successo? Sarebbe successo che i suoi discepoli che erano quasi tutti Ebrei avrebbero trasgredito la legge di Mosè. Perché? Perché secondo la legge le decime gli Ebrei dovevano darle per sostenere i Leviti in contraccambio del loro servizio svolto nel tempio, i quali a loro volta dovevano dare una decima di queste decime ai sacerdoti (cfr. Num. 18:25-31), ma dandole a Gesù e ai suoi apostoli non le avrebbero date a Leviti. Ricordatevi infatti che secondo la legge erano i Leviti incaricati di riscuotere le decime; solo a loro bisognava dare le decime. Gesù era un Levita forse? No, perché lui era della tribù di Giuda. Quindi Gesù con quelle parole sulla decima non poté mai significare che i suoi discepoli dovevano sostenere lui o i suoi apostoli con le loro decime. Gesù insegnò ai suoi discepoli a far parte agli altri dei loro beni; lui stesso e i suoi apostoli furono fatti partecipi dei beni di molte donne che "assistevano Gesù ed i suoi coi loro beni" (Luca 8:3).

Ÿ Lo scrittore agli Ebrei dice: "Or quelli d’infra i figliuoli di Levi che ricevono il sacerdozio, hanno bensì ordine, secondo la legge, di prender le decime dal popolo, cioè dai loro fratelli, benché questi siano usciti dai lombi d’Abramo; quello, invece, che non è della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che avea le promesse! Ora, senza contraddizione, l’inferiore è benedetto dal superiore; e poi, qui, quelli che prendon le decime son degli uomini mortali; ma là le prende uno di cui si attesta che vive. E, per così dire, nella persona d’Abramo, Levi stesso, che prende le decime, fu sottoposto alla decima; perch’egli era ancora ne’ lombi di suo padre, quando Melchisedec incontrò Abramo" (Ebr. 7:5-10). Vedere in queste parole l’insegnamento a pagar le decime anche sotto la grazia è errato per questi motivi. Perché lo scrittore agli Ebrei questo discorso sulle decime lo fa per dimostrare che Melchisedec è superiore ad Aaronne, per cui anche il sacerdozio di Melchisedec è superiore a quello di Aaronne. Infatti egli giunge alla logica conclusione che considerando che Abramo dette la decima della preda a Melchisedec, costui doveva essere veramente grande nel cospetto di Dio. E poi, non solo Melchisedec prese la decima da Abramo ma lo benedisse anche, e senza contraddizione è l’inferiore ad essere benedetto dal superiore. Inoltre considerando che Levi, che secondo la legge ha l’ordine di riscuotere le decime dal popolo, era a quel tempo ancora nei lombi di Abramo; di conseguenza nella persona di Abramo la decima la diede anche Levi che secondo la legge era incaricato a riscuotere le decime. Il fatto che lo scrittore dica che "qui quelli che prendono le decime sono uomini mortali ma là le prende uno di cui si attesta che vive", è vero; ma chi erano a quel tempo coloro che qui in terra prendevano le decime? I ministri del Vangelo forse? No, bensì i ministri del tempio, cioè i Leviti che come abbiamo detto erano incaricati di riscuotere le decime dal popolo. I ministri del Vangelo in questo discorso della riscossione delle decime non c’entravano affatto. Come non c’entravano affatto in queste parole sempre della lettera agli Ebrei: "Ci son quelli che offrono i doni secondo la legge, i quali ministrano in quel che è figura e ombra delle cose celesti" (Ebr. 8:4-5), è evidente infatti che quelli che ministravano in quel che è ombra di cose celesti non potevano essere i ministri del Vangelo. Dunque se in Cristo non c’è bisogno di offrire i sacrifici espiatori prescritti dalla legge perché mai ci dovrebbe essere bisogno di riscuotere le decime, prescritte dalla legge, da parte dei ministri del Vangelo? E’ chiaro però che non perché i ministri del Vangelo non hanno l’ordine di riscuotere le decime del popolo come lo avevano i Leviti, essi non hanno il diritto di essere fatti partecipi dei beni di coloro che beneficiano del loro servizio, tanto è vero che la Scrittura dice: "Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra" (Gal. 6:6), ed ancora che "il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo" (1 Cor. 9:14). Dunque il principio che c’era sotto la legge per sostenere i Leviti e i sacerdoti, è presente anche sotto la grazia, difatti il popolo di Dio deve sostenere coloro che annunciano l’Evangelo in modo che non gli manchi nulla; solo che sotto la grazia non c’è l’ordine per i ministri del Vangelo di riscuotere le decime dei credenti come c’era per i Leviti.

 

IL RITORNO DI CRISTO

La dottrina unitariana

Come abbiamo visto i Pentecostali Unitariani insegnano la seconda venuta di Cristo. Essi insegnano però che questa sua venuta sarà suddivisa in due fasi separate l’una dall’altra da un periodo di sette anni chiamato tribolazione. Vediamo innanzi tutto di parlare della prima fase. La prima fase consisterà nella discesa del Signore dal terzo cielo che sarà immediatamente seguita dalla risurrezione dei morti in Cristo prima e dalla traslazione dei credenti viventi dopo: ‘Al triplice evento del grido del Signore, della voce dell’arcangelo, e della tromba di Dio, i morti in Cristo risusciteranno i primi. Immediatamente dopo la resurrezione dei morti in Cristo, i santi viventi saranno rapiti assieme per incontrare il Signore con i risuscitati’ (Doctrines of the Bible, pag. 267). Questo evento avrà luogo prima della tribolazione: ‘La chiesa – i credenti viventi al tempo immediatamente precedente alla Tribolazione assieme con i morti in Cristo che sono stati risuscitati – saranno rapiti prima che inizi la Tribolazione (…) Dio trarrà la chiesa fuori dal mondo prima della Tribolazione’ (ibid., pag. 268,272). I motivi addotti dai Pentecostali unitariani si possono racchiudere in uno solo che è questo; la Tribolazione è un periodo in cui Dio riverserà la sua ardente ira sul mondo e la sua chiesa non è soggetta alla sua ira. A sostegno di questa tesi pretribolazionista vengono presi gli esempi di Lot e di Noè, che furono messi al sicuro prima che Dio riversasse la sua ira sugli empi.

Subito dopo il rapimento della chiesa sarà manifestato l’uomo del peccato: ‘Egli [l’anticristo] non sarà rivelato fintanto che la chiesa non sia prima traslata (rapita)’ (ibid., pag. 273). Questo uomo spregevole e potente ‘diventerà l’autocrate politico, economico, ecclesiastico del mondo’ (ibid., pag. 273). Il suo regno ha da durare sette anni che sono la settima settimana di Daniele 9:27: ‘Il regno dell’Anticristo comincerà la settimana di Daniele e continuerà fino alla fine di questo periodo; una durata di sette anni’ (ibid., pag. 273). All’inizio di questo periodo ‘egli confermerà il patto Mosaico con gli Ebrei per sette anni, permettendogli di partecipare alla loro adorazione nel Tempio e ai loro sacrifici levitici e alle oblazioni levitiche’ (ibid., pag. 273). Ma nel mezzo di questa settimana egli infrangerà questo patto con gli Ebrei e farà smettere l’adorazione nel tempio. Sotto l’influenza diabolica di Satana egli farà passare Israele per un periodo di grande tribolazione. Egli farà sì che nessuno potrà comprare o vendere se non chi avrà il marchio, cioè il numero del suo nome impresso sulla fronte o sulla mano destra, e questo numero è il 666. Satana in questa seconda parte della ‘settima settimana’ muoverà le nazioni contro Israele, avverrà così che i re della terra e i loro eserciti si raduneranno ad Harmaghedon, una località situata sul territorio d’Israele. Questo complotto contro Israele avrà però termine con l’apparizione di Cristo dal cielo che giudicherà le nazioni che si sono radunate contro Israele. Con Cristo dal cielo verranno anche i suoi santi. Questa dunque è la seconda fase del suo ritorno.

Confutazione

L’insegnamento pretribolazionista, ossia l’insegnamento sopra citato che suddivide il ritorno di Cristo in due fasi separate l’una dall’altra da un periodo di sette anni (la tribolazione), va contro la Scrittura perché la Parola di Dio insegna che il rapimento della chiesa avverrà simultaneamente al ritorno di Cristo dal cielo, e sarà subito seguito dall’instaurazione del regno millenario sulla terra.

Ora, vediamo cosa viene detto nel libro dell’Apocalisse sul ritorno in gloria dal cielo di Cristo: "Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; e colui che lo cavalcava si chiama il Fedele e il Verace; ed egli giudica e guerreggia con giustizia. E i suoi occhi erano una fiamma di fuoco, e sul suo capo v’eran molti diademi; e portava scritto un nome che nessuno conosce fuorché lui. Era vestito d’una veste tinta di sangue, e il suo nome è: la Parola di Dio. Gli eserciti che sono nel cielo lo seguivano sopra cavalli bianchi, ed eran vestiti di lino fino bianco e puro. E dalla bocca gli usciva una spada affilata per percuoter con essa le nazioni; ed egli le reggerà con una verga di ferro, e calcherà il tino del vino dell’ardente ira dell’Onnipotente Iddio. E sulla veste e sulla coscia porta scritto questo nome: RE DEI RE, SIGNOR DEI SIGNORI. Poi vidi un angelo che stava in piè nel sole, ed egli gridò con gran voce, dicendo a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: Venite, adunatevi per il gran convito di Dio, per mangiar carni di re e carni di capitani e carni di prodi e carni di cavalli e di cavalieri, e carni d’ogni sorta d’uomini liberi, e schiavi, piccoli e grandi. E vidi la bestia e i re della terra e i loro eserciti radunati per muover guerra a colui che cavalcava il cavallo e all’esercito suo. E la bestia fu presa, e con lei fu preso il falso profeta che avea fatto i miracoli davanti a lei, coi quali aveva sedotto quelli che aveano preso il marchio della bestia e quelli che adoravano la sua immagine. Ambedue furon gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. E il rimanente fu ucciso con la spada che usciva dalla bocca di colui che cavalcava il cavallo; e tutti gli uccelli si satollarono delle loro carni" (Ap. 19:11-21). Ora, quello su cui bisogna porre molta attenzione è il fatto che Giovanni vide che la bestia e il falso profeta furono presi vivi e gettati nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. Perché dico questo? Perché questo conferma ciò che Paolo ha scritto ai Tessalonicesi sulla sorte che attende l’empio, l’uomo del peccato che sarà manifestato prima del giorno del Signore. Ecco cosa dice Paolo ai Tessalonicesi a proposito di ciò: "E allora sarà manifestato l’empio, che il Signor Gesù distruggerà col soffio della sua bocca, e annienterà con l’apparizione della sua venuta" (2 Tess. 2:8). Come potete dunque vedere Giovanni e Paolo concordano nel dire che l’uomo del peccato (la bestia) sarà punito al ritorno di Cristo, quando Lui apparirà dal cielo.

Stabilito questo, bisogna vedere quando sarà manifestato l’empio di cui parla Paolo ai Tessalonicesi, cioè se esso sarà manifestato prima che la Chiesa sarà rapita o dopo che essa sarà rapita. Vediamo dunque cosa dice sempre Paolo ai santi di Tessalonica sul quando sarà manifestato l’empio: "Or, fratelli, circa la venuta del Signor nostro Gesù Cristo e il nostro adunamento con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto travolgere la mente, né turbare sia da ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche epistola data come nostra, quasi che il giorno del Signore fosse imminente. Nessuno vi tragga in errore in alcuna maniera; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figliuolo della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch’egli è Dio. Non vi ricordate che quand’ero ancora presso di voi io vi dicevo queste cose? E ora voi sapete quel che lo ritiene ond’egli sia manifestato a suo tempo. Poiché il mistero dell’empietà è già all’opra: soltanto v’è chi ora lo ritiene e lo riterrà finché sia tolto di mezzo" (2 Tess. 2:1-7). Non c’è dubbio; Paolo dice che l’empio sarà manifestato mentre i santi saranno ancora sulla terra. Questo lo si deduce dal fatto che lui dice che "quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figliuolo della perdizione, l’avversario…". Dunque, prima deve venire sia l’apostasia che l’uomo del peccato, e poi verrà il giorno del Signore che includerà la risurrezione dei morti in Cristo e la traslazione dei santi viventi. Qualcuno domanderà a questo punto: ‘Ma non può essere che Paolo quando parla del giorno del Signore si riferisca solo al ritorno di Cristo dal cielo con i suoi santi già con lui da alcuni anni?’ No, perché se si leggono attentamente le prima citate parole di Paolo si vedrà che lui quando parla del giorno del Signore, che non avverrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, si riferisce alla "venuta del Signor nostro Gesù Cristo e al nostro adunamento con lui" (2 Tess. 2:1). Prima infatti l’apostolo dice ai santi di non lasciarsi travolgere la mente circa la venuta del Signore e il nostro adunamento con lui, né da ispirazioni né da discorsi e né da qualche epistola data come loro quasi che "il giorno del Signore fosse imminente", e poi dice il motivo per cui i santi non dovevano cadere in questo errore: "…poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato…". Quel giorno di cui parla Paolo dunque è il giorno in cui verrà Cristo e noi saremo adunati con lui. Paolo quindi implicitamente dice che i santi saranno ancora sulla terra quando sarà manifestato l’empio che sarà poi distrutto dall’apparizione della venuta di Gesù Cristo.

Ora, siccome che l’uomo del peccato sarà un ministro di Satana, arrogante oltre modo perché dirà di essere Dio e avrà enormi poteri concessigli da Satana per sedurre gli abitanti della terra, è implicito che questo uomo, cioè la bestia, perseguiterà i santi che saranno sulla terra in quel tempo. E difatti Giovanni dice che "le fu dato di far guerra ai santi e di vincerli…" (Ap. 13:7), e il profeta Daniele che "egli proferirà parole contro l’Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo… i santi saran dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi, e la metà d’un tempo" (Dan. 7:25). Chi sono questi santi? Sono i credenti in Cristo Gesù, i cui nomi sono scritti nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo. Ciò è confermato dal fatto che Giovanni dice che il falso profeta faceva sì che tutti "quelli che non adorassero l’immagine della bestia fossero uccisi" (Ap. 13:15). Che costoro siano i santi i cui nomi sono scritti nel libro della vita si evince dal fatto che poco prima viene detto chi sono coloro che invece adoreranno la bestia: "E tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello che è stato immolato, l’adoreranno" (Ap. 13:8). Se infatti coloro i cui nomi non sono scritti nel libro della vita adoreranno la bestia e non verranno messi a morte dalla bestia, per forza di cose coloro che non l’adoreranno e saranno uccisi sono i santi i cui nomi sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

Quando la bestia sarà manifestata perciò ci saranno sulla terra oltre a coloro i cui nomi non sono scritti nel libro della vita, coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita. In realtà non avrebbe senso se l’anticristo fosse manifestato dopo il rapimento della Chiesa perché ciò vorrebbe dire che sulla terra non ci sarebbero più dei credenti, ci sarebbero solo dei non credenti che gli renderebbero il culto. Contro chi si sfogherebbero dunque l’ira e l’arroganza di questo uomo spregevole se non ci fossero i santi sulla terra? La presenza dei santi sulla terra è dunque necessaria perché essi costituiranno il bersaglio contro cui lui sfogherà il suo furore. Furore però che sarà soppresso con il ritorno di Cristo perché quando Gesù tornerà dal cielo la bestia sarà distrutta e punita come merita. E tutti potranno contemplare la retribuzione che Cristo gli darà per le sue inique opere compiute per potere di Satana contro i santi del Signore. Ci tengo a precisare però che nonostante la persecuzione dei santi da parte della bestia sarà furiosa come nessun altra persecuzione che l’ha preceduta, la bestia non riuscirà a mettere a morte tutti i santi che saranno sulla terra, perché quando Cristo tornerà ci saranno ancora dei santi viventi: Paolo infatti disse ai Tessalonicesi: "Poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insiem con loro rapiti sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria" (1 Tess. 4:17). Certamente l’apparizione di Cristo dal cielo porrà termine alla più dura persecuzione contro i santi ordita dal diavolo nel corso dei millenni; sarà dunque per i santi viventi una grande liberazione, una grande consolazione. Tanto è vero che Paolo nella sua seconda epistola ai Tessalonicesi dice pure questo: "Poiché è cosa giusta presso Dio il rendere a quelli che vi affliggono, afflizione; e a voi che siete afflitti, requie con noi, quando il Signor Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Iddio, e di coloro che non ubbidiscono al Vangelo del nostro Signor Gesù. I quali saranno puniti di eterna distruzione, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando verrà per essere in quel giorno glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto, e in voi pure, poiché avete creduto alla nostra testimonianza dinanzi a voi" (2 Tess. 1:6-10). Notate come Paolo dice che quando Cristo apparirà dal cielo renderà afflizione a coloro che affliggono i santi, e riposo a coloro che sono afflitti a motivo delle persecuzioni subite a cagione del regno di Dio. Dunque all’apparizione della sua venuta, perché è di questa che egli parla cioè della stessa apparizione - di cui egli parla più avanti - con cui egli annienterà l’empio, i santi viventi otterranno riposo perché saranno mutati e rapiti in cielo. Ancora una volta dunque emerge dalle parole di Paolo che il rapimento della Chiesa avverrà in concomitanza con l’apparizione di Cristo dal cielo, apparizione che avverrà dopo che sarà manifestato l’empio.

Ho parlato fin qui della manifestazione dell’empio che deve precedere il ritorno di Cristo dal cielo, ma come abbiamo visto Paolo dice che prima della venuta del Signore deve venire anche l’apostasia. Che cosa è l’apostasia? L’apostasia consiste nell’abbandono e nel rinnegamento della fede in Cristo Gesù per andare dietro a dottrine di demoni, a eresie di perdizione. Paolo spiega cosa significa apostatare in questi termini: "Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî per via della ipocrisia di uomini che proferiranno menzogna, segnati di un marchio nella loro propria coscienza; i quali vieteranno il matrimonio e ordineranno l’astensione da cibi che Dio ha creati affinché quelli che credono e hanno ben conosciuta la verità, ne usino con rendimento di grazie" (1 Tim. 4:1-3). Ora, se l’apostasia è l’abbandono della fede ciò vuol dire che essa riguarderà dei credenti. Difatti chi può abbandonare la fede se non chi già ce l’ha? Può qualcuno abbandonare una casa se prima non ci è entrato? Dunque prima del ritorno di Cristo avverrà che alcuni credenti abbandoneranno la fede perché presteranno ascolto a degli spiriti seduttori per volgersi a dottrine di demoni. Certamente fino a questo giorno ci sono stati un po’ per tutto il mondo dei credenti che hanno apostatato dalla fede, ma l’apostasia di cui parla Paolo ai Tessalonicesi riguarderà un grande numero di credenti che apostateranno poco prima del ritorno di Cristo. Ancora una volta dunque si deve concludere che i credenti saranno ancora sulla terra prima dell’apparizione di Cristo dal cielo perché molti di essi apostateranno dalla fede.

Come abbiamo visto però nonostante le parole di Paolo indichino che il giorno del Signore, ossia la venuta del Signore e il nostro adunamento con lui, debba essere preceduto dall’apostasia e dall’empio, i pretribolazionisti sostengono che la Chiesa quando sarà manifestato l’empio sarà già stata rapita. Non possiamo dunque non fare queste domande a coloro che sostengono questa tesi: ‘Che senso avrebbero dunque le parole di Paolo? Cioè, che senso avrebbe avuto dire ai santi di Tessalonica di non essere tratti in errore in alcuna maniera, di non lasciarsi travolgere la mente a proposito del giorno del Signore, se quando l’empio sarebbe stato manifestato essi sarebbero stati in cielo con il Signore? Facciamo un esempio per spiegare questo: poniamo il caso che una ragazza che vive in Italia stia attendendo il suo fidanzato che si trova in America da molti anni perché questo le ha detto che presto andrà a trovarla per sposarla, e qualcuno ad un certo punto le faccia arrivare la falsa notizia che la visita del suo fidanzato è imminente quando non lo è affatto. Certamente la fidanzata se lo aspetterà da un giorno all’altro, se non da un’ora all’altra, perché la sua mente e il suo cuore saranno presi da questa attesa; certamente subentrerà una certa agitazione ed emozione perché si sa come reagisce l’animo umano in queste occasioni al sentire certe cose. Ma ecco che il fidanzato avendo avuto notizia che la sua fidanzata lo sta aspettando da un momento all’altro perché qualcuno le ha detto una bugia, e capendo che il fatto di non vederlo arrivare in tempi brevissimi creerà nell’animo suo non piccolo turbamento, le manda un fax dicendo: ‘Cara, ho sentito che qualcuno ti ha detto che la mia visita è imminente; non ti turbare se non mi vedi arrivare nei prossimi giorni perché la mia visita non è imminente infatti essa non si potrà adempiere fino a che non avrò terminato di costruire la casa in cui dovremo andare ad abitare’. Che cosa capirà dunque la ragazza? Che prima il suo fidanzato deve terminare di costruire la casa e poi verrà a trovarla e la sposerà. Questo naturalmente porterà calma nel cuore della ragazza. Potrebbe mai capire la ragazza che il suo fidanzato verrà a trovarla e sposarla prima che la casa sia terminata? Come si può dunque capire che le parole di Paolo ai Tessalonicesi vogliono dire che i credenti prima saranno rapiti in cielo e poi sarà manifestato l’empio? Perché mai l’apostolo Paolo ci ha scritto quelle parole tranquillizzanti se i santi saranno radunati con Cristo prima che sia manifestato l’anticristo? Ma non vi rendete conto che le parole di Paolo hanno senso solo se il radunamento dei santi con Cristo coinciderà con la sua apparizione dal cielo, per cui esso è da attendere dopo che sarà manifestato l’anticristo?

Alcuni obbiettano affermando che dicendo che il nostro adunamento con Cristo deve essere preceduto dalla venuta dell’empio il credente finisce con l’aspettare l’empio invece che la venuta del Signore. Ma non è così, perché la venuta dell’empio è uno dei segni che ci indica che la venuta del Signore è alle porte. Tutto qui; tanto è vero che noi parliamo più della venuta di Cristo che di quella dell’empio. L’empio sarà manifestato per perseguitarci, Cristo invece sarà manifestato per liberarci dalla sua feroce persecuzione e distruggerlo. Ed oltre a distruggere lui, Cristo distruggerà anche coloro che non conoscono Dio e non ubbidiscono al Vangelo.

Altri obbiettano dicendo che Paolo con quelle parole ha voluto dire ai Tessalonicesi di non essere turbati da coloro che dicevano che il giorno del Signore era già arrivato per cui loro erano stati lasciati indietro. Ora, è vero che ai giorni di Paolo alcuni si erano sviati dalla verità dicendo che la risurrezione era già avvenuta (cfr. 2 Tim. 2:18), ma da come parla Paolo ai Tessalonicesi egli in questo caso non si riferiva a coloro che turbavano i credenti dicendo che la risurrezione era già avvenuta ma che la risurrezione era imminente, cioè sul punto di verificarsi.

Altri ancora obbiettano dicendo che Paolo quando dice: "Poiché il mistero dell’empietà è già all’opra: soltanto v’è chi ora lo ritiene e lo riterrà finché sia tolto di mezzo" (2 Tess. 2:7), ‘chi ora lo ritiene’ è la Chiesa che è il tempio dello Spirito Santo, per cui quando essa sarà tolta allora sarà manifestato l’empio. Se le cose stanno così viene da domandarsi come mai allora la presenza della Chiesa sulla terra non ha evitato che tanti anticristi si siano manifestati nel passato e come mai oggigiorno la presenza della Chiesa non impedisca a tanti anticristi di manifestarsi. E’ vero che l’anticristo che deve venire sarà diverso da tutti gli altri anticristi, ma rimarrà sempre un anticristo. No, noi non riteniamo che quel che ritiene il mistero dell’empietà è la Chiesa, ma Dio che a suo tempo lo toglierà di mezzo e allora sarà manifestato l’empio.

 

IL PARLARE IN ALTRE LINGUE E L'INTERPRETAZIONE

La dottrina unitariana

Nel suo libro dal titolo Spiritual Gifts, David K. Bernard parlando delle lingue e dell’interpretazione afferma quanto segue: ‘Noi possiamo definire il dono delle lingue come il dono di una espressione soprannaturale in una o più lingue sconosciute a chi parla. Noi possiamo identificare tre usi delle lingue nella chiesa del Nuovo Testamento: come il segno iniziale del battesimo dello Spirito Santo, in devozioni personali, e come una espressione pubblica che deve essere interpretata. Il processo fisico e spirituale è lo stesso in ognuno dei casi, ma lo scopo e l’effetto sono differenti…’ (David K. Bernard, Spiritual Gifts, pag. 185). Nel prosieguo della sua spiegazione, nel parlare delle lingue come segno del battesimo con lo Spirito, l’autore dice però che ‘strettamente parlando, noi non dovremmo usare il termine ‘dono delle lingue’ per questo primo uso; esso è piuttosto un segno che accompagna il dono dello Spirito Santo’ (David Bernard, op. cit., pag. 186). E questo perché ‘il dono dello Spirito Santo è per tutti i credenti. Per contrasto, non ognuno eserciterà il dono delle lingue per l’edificazione del corpo’ (ibid., pag. 186). Sempre su questo soggetto egli risponde a coloro che negano che il battesimo con lo Spirito Santo debba essere accompagnato dal segno delle lingue prendendo le parole di Paolo: "Parlan tutti in altre lingue?" (1 Cor. 12:30), e dice che Paolo scrisse a dei credenti ripieni di Spirito i quali erano stati tutti battezzati con lo Spirito e avevano parlato in lingue almeno una volta. Paolo ‘non insegnò che alcuni di loro non avrebbero mai parlato in lingue, ma egli spiegò che non tutti avrebbero esercitato il dono pubblico delle lingue nella vita della congregazione, e che quando alcuni lo facevano dovevano seguire certe direttive’ (ibid., pag. 187). Passando poi a parlare del secondo uso delle lingue Bernard dice che ‘esso è nella personale devozione per l’edificazione privata’ (ibid., pag. 188), e cita a sostegno 1 Corinzi 14:4-5 e 14:14-15, e dice: ‘E’ utile pregare e cantare in lingue…’ (ibid., pag. 188). Arriviamo ora al terzo uso delle lingue; ecco cosa dice David Bernard: ‘Dio alcune volte parla alla chiesa per mezzo dei doni delle lingue e dell’interpretazione combinati. Il primo dono, le lingue, arresta l’attenzione e rivela che Dio sta cercando di comunicare con l’uditorio. Poiché esso è così miracoloso e spettacolare, esso è spesso proprio efficace nel raggiungere i non credenti che sono presenti. Il secondo dono, l’interpretazione, rivela il vero messaggio che Dio desidera comunicare’ (ibid., pag. 192,193). Stando così le cose l’autore giunge alla conclusione che il dono di profezia ‘è l’equivalente delle lingue seguite dall’interpretazione’ (ibid., pag. 204). A proposito di questo terzo uso delle lingue chiamato dono delle lingue vi faccio notare che per Bernard esso si differenzia dal parlare in lingue di quando si viene battezzati con lo Spirito non perché è la capacità di parlare più di una lingua straniera ma perché è la capacità di parlare in altra lingua pubblicamente quando occorre farlo in due o al massimo in tre per attirare l’attenzione della congregazione e aspettare che qualcuno interpreti. Egli fa notare infatti che sia il giorno della Pentecoste, che a casa di Cornelio, che ad Efeso coloro che si misero a parlar in lingue lo fecero tutti assieme e nessuno interpretò le lingue o cercò di farlo; mentre in 1 Corinzi Paolo dice che in una congregazione solo due o tre devono parlar in lingue e ciascuno nel suo turno per aspettare poi l’interpretazione.

Confutazione

Siamo d’accordo che il battesimo con lo Spirito Santo è accompagnato dal segno del parlare in altra lingua, perché questo è quello che insegna il libro degli Atti degli apostoli. Siamo d’accordo che le parole di Paolo ai Corinzi che non tutti parlano in altre lingue (cfr. 1 Cor. 12:30) non significano affatto che il battesimo con lo Spirito non debba essere accompagnato dal parlare in lingue perché lui parlava a dei credenti che parlavano in lingue perché erano stati battezzati con lo Spirito Santo e in quelle parole lui fece riferimento al dono della diversità delle lingue. Ma a questo punto è bene dire che il dono della diversità delle lingue è la capacità data al credente dallo Spirito Santo di parlare in più lingue straniere mai imparate, non importa se in privato o in pubblico. In altre parole il credente che riceve dallo Spirito Santo questo dono viene messo in grado di pregare e cantare in più lingue sia quando è da solo che quando è riunito assieme ad altri credenti. Per cui il credente in linea di massima potrebbe ricevere questo dono spirituale sia quando viene battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o in compagnia) o dopo che è stato battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o assieme ad altri). Dire quindi che l’esercizio pubblico del parlar in altra lingua (cioè durante le riunioni della chiesa) che ha bisogno di essere interpretato costituisce il dono delle lingue di cui parla Paolo ai Corinzi, mentre il parlare in altra lingua di coloro che vengono battezzati con lo Spirito Santo e si mettono tutti assieme a parlare in altra lingua (come a Pentecoste, a casa di Cornelio e ad Efeso) non è il dono delle lingue perché in questi casi non si devono seguire le direttive di Paolo ai Corinzi: "Siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro; e uno interpreti" (1 Cor. 14:27), è qualche cosa che non corrisponde al vero. Lo ripeto in altri termini questo concetto perché desidero che vi sia reso il più chiaro possibile. Chi ha il dono delle lingue non si differenzia da chi non ce l’ha per il fatto che egli parla in altra lingua pubblicamente quando si raduna la chiesa e lo deve fare seguendo le direttive di Paolo ai Corinzi citate prima, mentre l’altro non fa questo uso delle lingue essendo che fa uso delle lingue solo nel privato. Ma egli si differenzia da chi non ha il dono della diversità delle lingue perché è in grado per lo Spirito di parlare più lingue straniere; o dal preciso momento quando è stato battezzato con lo Spirito o da qualche tempo dopo; e sia in privato che in pubblico. Certo, è innegabile che quando più credenti ricevono lo Spirito Santo contemporaneamente come nel caso dei discepoli a Pentecoste, o di Cornelio e dei suoi, o dei discepoli ad Efeso, essi cominciano a parlare in altre lingue tutti assieme. Questo però non significa che non ci sia il bisogno di interpretare quello che essi dicono in altre lingue al fine che i credenti presenti che li ascoltano ne ricevano edificazione, perché quel parlare in altra lingua è pur sempre un parlare per lo Spirito Santo.

Veniamo adesso alla direzione del parlare in altra lingua. Da quello che dice David Bernard quando un credente parla in altra lingua da solo prega e canta a Dio, mentre quando lo fa in pubblico (cioè secondo lui quando usa il dono delle lingue) il parlare è rivolto agli uomini per cui l’interpretazione sarà un messaggio di Dio nella lingua della chiesa diretto alla chiesa radunata; cosicché il dono delle lingue + l’interpretazione consiste ad una profezia. Anche questo non è vero perché dalle parole di Paolo sul parlar in lingue non emerge affatto questa distinzione di direzione e neppure che il parlar in lingue + l’interpretazione costituisca una profezia. Vediamo cosa dice Paolo a riguardo. Paolo dice ai Corinzi: "Procacciate la carità, non lasciando però di ricercare i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione" (1 Cor. 14:1-5). Si noti innanzi tutto come Paolo esorti a procacciare la carità, senza per questo tralasciare di ricercare i doni spirituali. E poi che tra i doni spirituali da ricercare lui metta al primo posto il dono di profezia e non il dono delle lingue. Perché questo? Lo spiega subito dopo dicendo "poiché chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio… chi profetizza invece parla agli uomini". Ecco il motivo dunque, perché mentre chi parla in altra lingua parla a Dio e non agli uomini, chi profetizza parla agli uomini. E poi perché chi parla in altra lingua edifica se stesso, mentre chi profetizza edifica la chiesa. Ecco perché lui dice che vorrebbe che tutti parlassero in altre lingue, ma molto più che profetassero, perché chi profetizza è superiore a chi parla in altra lingua proprio per la direzione che ha il parlare. Ma questa superiorità permane fino a che chi parla in altra lingua non interpreta pure, infatti Paolo dice: "A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione". Cosa significa questo? Che se chi parla in altra lingua interpreta quello che dice, la chiesa sarà edificata come è edificata quando qualcuno profetizza, perché intenderà quello che è stato detto in altra lingua, e potrà dire ‘Amen’. Evidentemente anche quando il parlar in altra lingua sarà interpretato esso sarà sempre rivolto a Dio e non agli uomini, per cui non potrà essere una profezia. La chiesa sarà sì edificata dall’interpretazione, ma questa edificazione deriverà dal fatto che essa intenderà la preghiera o il rendimento di grazie o il cantico rivolto a Dio. Facciamo un esempio: un credente viene sentito parlare in altra lingua durante la riunione, segue l’interpretazione secondo la quale il credente ha pregato Dio di supplire ad uno specifico bisogno di un credente africano di cui viene fatto anche il nome che abita in una città del Sudan. Non dirà forse la chiesa ‘Amen’, perché avrà inteso in che cosa consisteva quel parlar in altra lingua e sarà quindi edificata nel constatare come lo Spirito conosce ogni cosa di tutti? Invece nel caso il parlar in altra lingua non sarà interpretato la chiesa non sarà edificata; sarà edificato il credente ma non l’assemblea. Nel caso specifico sopra menzionato, la chiesa non saprà che cosa il credente ha chiesto a Dio per cui quel parlare sarà senza significato per essa (ma non per Dio naturalmente). Ecco perché Paolo nel prosieguo del suo discorso mette molta enfasi sull’interpretazione delle lingue. Ascoltiamo quello che egli dice: "Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento? Perfino le cose inanimate che dànno suono, quali il flauto o la cetra, se non dànno distinzione di suoni, come si conoscerà quel ch’è suonato col flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? Così anche voi, se per il vostro dono di lingue non proferite un parlare intelligibile, come si capirà quel che dite? Parlerete in aria. Ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato. Se quindi io non intendo il significato del parlare, sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me. Così anche voi, poiché siete bramosi de’ doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; poiché, se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza. Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua" (1 Cor. 14:6-19). Si noti come Paolo in queste parole scoraggi il parlare in altre lingue privo dell’interpretazione quando la chiesa è radunata per il semplice motivo che esso non sarebbe di alcuna utilità alla raunanza. Ma si noti come anche nel caso il parlar in altra lingua fosse privo della relativa interpretazione, esso sarebbe sempre rivolto a Dio. Queste espressioni: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio", "io pregherò con lo spirito", "salmeggerò con lo spirito", "tu benedici Dio soltanto con lo spirito", "al tuo rendimento di grazie", "tu fai un bel rendimento di grazie", lo confermano pienamente. Dunque anche quando la chiesa è radunata chi parla in altra lingua si rivolge a Dio e non solo quando è da solo. Non importa se chi parla in altra lingua ha il dono della diversità delle lingue o meno, il suo parlare per lo Spirito sarà sempre rivolto a Dio. Detto questo è evidente che dire che il parlare in altre lingue o il dono delle lingue + l’interpretazione costituisce il dono di profezia non può essere vero.

 

IL DONO DI PROFEZIA E IL DONO DI PAROLA DI SAPIENZA

La dottrina unitariana

Come abbiamo visto quando abbiamo parlato del divieto per la donna di insegnare, per gli Unitariani il dono di profezia consiste nella predizione di un particolare evento futuro. Citiamo le parole di David Bernard a tale riguardo: ‘Atti 11:27-28 provvede un esempio di profezia pubblica: ‘Or in que’ giorni, scesero de’ profeti da Gerusalemme ad Antiochia. E un di loro, chiamato per nome Agabo, levatosi, predisse per lo Spirito che ci sarebbe stata una gran carestia per tutta la terra; ed essa ci fu sotto Claudio". La chiesa in Antiochia rispose alla profezia mandando un assistenza finanziaria ai credenti in Giudea, che erano relativamente poveri’ (David Bernard, op. cit., pag. 205-206), ed ancora: ‘Atti 21:10-11 offre un esempio di profezia personale: ‘Eravamo quivi da molti giorni, quando scese dalla Giudea un certo profeta, di nome Agabo, il quale, venuto da noi, prese la cintura di Paolo, se ne legò i piedi e le mani, e disse: Questo dice lo Spirito Santo: Così legheranno i Giudei a Gerusalemme l’uomo di cui è questa cintura, e lo metteranno nelle mani dei Gentili" (ibid., pag. 206).

Per quanto riguarda invece il dono di parola di sapienza esso viene definito così: ‘La parola di sapienza è il dono soprannaturale di una porzione di intuito divino (divine insight), giudizio, o guida per un particolare bisogno’ (ibid., pag. 104). E come esempi biblici di questo dono vengono presi; 1) l’avvertimento di Paolo a proposito del pericolo del viaggio che stavano intraprendendo da Creta: "Paolo li ammonì dicendo loro: Uomini, io veggo che la navigazione si farà con pericolo e grave danno, non solo del carico e della nave, ma anche delle nostre persone" (Atti 27:9-10). Per Bernard ‘il Signore gli rivelò che era imprudente navigare oltre, ed egli comunicò questo messaggio al centurione romano che lo aveva in custodia, al timoniere e al proprietario della nave’ (ibid., pag. 104-105). 2) la guida che lo Spirito Santo impartì a Paolo e i suoi collaboratori nel loro secondo viaggio missionario. ‘Lo Spirito gli vietò di andare in Asia o in Bitinia a quel tempo; poi Dio diede a Paolo una visione di qualcuno della Macedonia che chiedeva aiuto. Il gruppo missionario concluse che Dio voleva che loro andassero in Macedonia’ (ibid., pag. 105-106). Nella spiegazione che il Bernard fa di questo dono, citando alcuni esempi contemporanei, emerge che per lui si tratta di una guida particolare concessa da Dio ad un credente in alcune particolari circostanze tramite cui Dio gli permette o non gli permette di fare qualche cosa. Per esempio lui racconta la storia di suo padre che mentre era in Corea del Sud nel 1976, aveva in programma di partire per Gerusalemme per partecipare ad una conferenza della denominazione, ma in preghiera egli si sentì pressato dallo Spirito Santo a non partire e così cancellò questo viaggio. Quest’annullamento del viaggio si rivelò una giusta decisione perché in seguito seppe dalle autorità governative che il governo aveva saputo del suo piano di andare a Gerusalemme e aveva deciso di non farlo rientrare in Corea, invece che espellerlo dalla Corea, a motivo di alcune accuse che erano state portate contro di lui da alcuni oppositori della chiesa secondo le quali lui complottava di uccider il presidente della Corea. Ma siccome lui non aveva intrapreso quel viaggio, le autorità furono costrette a fare delle ricerche e le ricerche rivelarono che i suoi accusatori avevano mentito.

Confutazione

L’apostolo Paolo dice ai Corinzi: "Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione" (1 Cor. 14:3). Come si può ben vedere chi profetizza non predice un evento particolare come può esser la carestia, la nascita di qualcuno, la morte di qualcuno, l’imprigionamento di qualcuno, ecc., ma rivolge agli uditori un linguaggio di edificazione, esortazione, e consolazione. Ora, per far capire in che cosa consista questo linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione citerò alcune profezie proferite dal profeta Isaia.

Linguaggio di edificazione: "Porgete orecchio, e date ascolto alla mia voce! State attenti, e ascoltate la mia parola! L’agricoltore ara egli sempre per seminare? Rompe ed erpica egli sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina egli l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato, e il farro entro i limiti ad esso assegnati? Il suo Dio gl’insegna la regola da seguire e l’ammaestra. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passar sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte col bastone, e il comino con la verga. Si trebbia il grano; nondimeno, non lo si trebbia sempre; vi si fan passar sopra la ruota del carro ed i cavalli, ma non si schiaccia. Anche questo procede dall’Eterno degli eserciti; maravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua sapienza" (Is. 28:23-29).

Linguaggio di esortazione: "O trasgressori, rientrate in voi stessi!... L’Eterno degli eserciti, quello, santificate! Sia lui quello che temete e paventate!... Lavatevi, purificatevi, togliete d’innanzi agli occhi miei la malvagità delle vostre azioni; cessate dal fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova!" (Is. 46:8; 8:13; 1:16,17).

Linguaggio di consolazione: "Io, io son colui che vi consola; chi sei tu che tu tema l’uomo che deve morire, e il figliuol dell’uomo che passerà com’erba?... Ascoltatemi, o voi che conoscete la giustizia, o popolo che hai nel cuore la mia legge! Non temete l’obbrobrio degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi. Poiché la tignola li divorerà come un vestito, e la tarma li roderà come la lana... Non temere, perché io t’ho riscattato, t’ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando passerai per delle acque, io sarò teco; quando traverserai de’ fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non ne sarai arso, e la fiamma non ti consumerà" (Is. 51:12; 51:7,8; 43:1,2).

Qualcuno allora domanderà: ma allora la rivelazione di un particolare evento futuro che dono è? E’ il dono di parola di sapienza. Infatti la parola di sapienza è una rivelazione di un evento che deve ancora avvenire. Le predizioni di Agabo dunque, citate da Bernard come profezie, sono la manifestazione del dono di parola di sapienza che quel profeta aveva essendo profeta. Citiamo altri esempi biblici che mostrano in che cosa consiste il dono di parola di sapienza.

Il profeta Eliseo mentre imperversava la carestia in Samaria ebbe una parola di sapienza che preannunciava la cessazione della carestia. Ecco il fatto: "Or dopo queste cose avvenne che Ben-Hadad, re di Siria, radunato tutto il suo esercito, salì contro Samaria, e la cinse d’assedio. E vi fu una gran carestia in Samaria; e i Sirî la strinsero tanto dappresso che una testa d’asino vi si vendeva ottanta sicli d’argento, e il quarto d’un kab di sterco di colombi, cinque sicli d’argento. Or come il re d’Israele passava sulle mura, una donna gli gridò: ‘Aiutami, o re, mio signore!’ Il re le disse: ‘Se non t’aiuta l’Eterno, come posso aiutarti io? Con quel che dà l’aia o con quel che dà lo strettoio?’ Poi il re aggiunse: ‘Che hai?’ Ella rispose: ‘Questa donna mi disse: - Da’ qua il tuo figliuolo, che lo mangiamo oggi; domani mangeremo il mio. - Così cocemmo il mio figliuolo, e lo mangiammo. Il giorno seguente io le dissi: - Da’ qua il tuo figliuolo, che lo mangiamo. - Ma essa ha nascosto il suo figliuolo’. Quando il re ebbe udite le parole della donna, si stracciò le vesti; e come passava sulle mura, il popolo vide ch’egli portava, sotto, un cilicio sulla carne. E il re disse: ‘Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore, se oggi la testa di Eliseo, figliuolo di Shafat, rimane ancora sulle sue spalle!’ Or Eliseo se ne stava sedendo in casa sua, e con lui stavano a sedere gli anziani. Il re mandò innanzi un uomo; ma prima che questo messo giungesse, Eliseo disse agli anziani: ‘Lo vedete voi che questo figliuol d’un assassino manda qualcuno a tagliarmi la testa? Badate bene; quand’arriva il messo, chiudete la porta, e tenetegliela ben chiusa in faccia. Non si sente già dietro a lui il rumore de’ passi del suo signore?’ Egli parlava ancora con essi, quand’ecco scendere verso di lui il messo. E il re disse: ‘Ecco questo male vien dall’Eterno; che ho io più da sperar dall’Eterno?’ Allora Eliseo disse: ‘Ascoltate la parola dell’Eterno! Così dice l’Eterno: - Domani, a quest’ora, alla porta di Samaria, la misura di fior di farina si avrà per un siclo, e le due misure d’orzo si avranno per un siclo’. Ma il capitano sul cui braccio il re s’appoggiava, rispose all’uomo di Dio: ‘Ecco, anche se l’Eterno facesse delle finestre in cielo, potrebbe mai avvenire una cosa siffatta?’ Eliseo rispose: ‘Ebbene, lo vedrai con gli occhi tuoi, ma non ne mangerai" (2 Re 6:24-33;7:1-2). E le cose avvennero come predisse Eliseo infatti è scritto che il giorno dopo: "Allora il popolo uscì fuori, e saccheggiò il campo dei Sirî; e una misura di fior di farina si ebbe per un siclo, e due misure d’orzo per un siclo secondo la parola dell’Eterno. Il re aveva affidato la guardia della porta al capitano sul cui braccio s’appoggiava; ma questo capitano fu calpestato dalla folla presso la porta e morì, come avea detto l’uomo di Dio, quando avea parlato al re ch’era sceso a trovarlo. Difatti, quando l’uomo di Dio avea parlato al re dicendo: ‘Domani, a quest’ora, alla porta di Samaria, due misure d’orzo s’avranno per un siclo e una misura di fior di farina per un siclo’, quel capitano avea risposto all’uomo di Dio e gli avea detto: ‘Ecco, anche se l’Eterno facesse delle finestre in cielo, potrebbe mai avvenire una cosa siffatta?’ Ed Eliseo gli avea detto: ‘Ebbene, lo vedrai con gli occhi tuoi, ma non ne mangerai’. E così gli avvenne: fu calpestato dalla folla presso la porta, e morì" (2 Re 7:16-20).

Il profeta Samuele predisse a Saul ciò che gli sarebbe accaduto dopo che questi sarebbe andato via da lui: "Oggi, quando tu sarai partito da me, troverai due uomini presso al sepolcro di Rachele, ai confini di Beniamino, a Tseltsah, i quali ti diranno: Le asine delle quali andavi in cerca, sono trovate; ed ecco tuo padre non è più in pensiero per le asine, ma è in pena per voi, e va dicendo: Che farò io riguardo al mio figliuolo? E quando sarai passato più innanzi e sarai giunto alla quercia di Tabor, t’incontrerai con tre uomini che salgono ad adorare Iddio a Bethel, portando l’uno tre capretti, l’altro tre pani, e il terzo un otre di vino. Essi ti saluteranno, e ti daranno due pani, che riceverai dalla loro mano. Poi arriverai a Ghibea-Elohim, dov’è la guarnigione dei Filistei; e avverrà che, entrando in città, incontrerai una schiera di profeti che scenderanno dall’alto luogo, preceduti da saltèri, da timpani, da flauti, da cetre, e che profeteranno. E lo spirito dell’Eterno t’investirà e tu profeterai con loro, e sarai mutato in un altr’uomo" (1 Sam. 10:2-6).

Il profeta Daniele ricevette da un angelo di Dio una parola di sapienza che comprende parecchi eventi che sarebbero successi, li trascrivo nella loro integrità. "Ecco, sorgeranno ancora in Persia tre re; poi il quarto diventerà molto più ricco di tutti gli altri; e quando sarà diventato forte per le sue ricchezze, solleverà tutti contro il regno di Javan. Allora sorgerà un re potente, che eserciterà un gran dominio e farà quel che vorrà. Ma quando sarà sorto, il suo regno sarà infranto, e sarà diviso verso i quattro venti del cielo; esso non apparterrà alla progenie di lui, né avrà una potenza pari a quella che aveva lui; giacché il suo regno sarà sradicato e passerà ad altri; non ai suoi eredi. E il re del mezzogiorno diventerà forte; ma uno de’ suoi capi diventerà più forte di lui, e dominerà; e il suo dominio sarà potente. E alla fine di varî anni, essi faran lega assieme; e la figliuola del re del mezzogiorno verrà al re del settentrione per fare un accordo; ma essa non potrà conservare la forza del proprio braccio, né quegli e il suo braccio potranno resistere; e lei e quelli che l’hanno condotta, e colui che l’ha generata, e colui che l’ha sostenuta per un tempo, saran dati alla morte. E uno de’ rampolli delle sue radici sorgerà a prendere il posto di quello; esso verrà all’esercito, entrerà nelle fortezze del re di settentrione, verrà alle prese con quelli, e rimarrà vittorioso; e menerà anche in cattività in Egitto i loro dèi, con le loro immagini fuse e coi loro preziosi arredi d’argento e d’oro; e per varî anni si terrà lungi dal re del settentrione. E questi marcerà contro il re del mezzogiorno, ma tornerà nel proprio paese. E i suoi figliuoli entreranno in guerra, e raduneranno una moltitudine di grandi forze; l’un d’essi si farà avanti, si spanderà come un torrente, e passerà oltre; poi tornerà e spingerà le ostilità sino alla fortezza del re del mezzogiorno. Il re del mezzogiorno s’inasprirà, si farà innanzi e moverà guerra a lui, al re del settentrione, il quale arrolerà una gran moltitudine; ma quella moltitudine sarà data in mano del re del mezzogiorno. La moltitudine sarà portata via, e il cuore di lui s’inorgoglirà; ma, per quanto ne abbia abbattuto delle diecine di migliaia, non sarà per questo più forte. E il re del settentrione arrolerà di nuovo una moltitudine più numerosa della prima; e in capo a un certo numero d’anni egli si farà avanti con un grosso esercito e con molto materiale. E in quel tempo molti insorgeranno contro il re del mezzogiorno; e degli uomini violenti di fra il tuo popolo insorgeranno per dar compimento alla visione, ma cadranno. E il re del settentrione verrà; innalzerà de’ bastioni, e s’impadronirà di una città fortificata; e né le forze del mezzogiorno, né le truppe scelte avran la forza di resistere. E quegli che sarà venuto contro di lui farà ciò che gli piacerà, non essendovi chi possa stargli a fronte; e si fermerà nel paese splendido, il quale sarà interamente in suo potere. Egli si proporrà di venire con le forze di tutto il suo regno, ma farà un accomodamento col re del mezzogiorno; e gli darà la figliuola per distruggergli il regno; ma il piano non riuscirà, e il paese non gli apparterrà. Poi si dirigerà verso le isole, e ne prenderà molte; ma un generale farà cessare l’obbrobrio ch’ei voleva infliggergli, e lo farà ricadere addosso a lui. Poi il re si dirigerà verso le fortezze del proprio paese; ma inciamperà, cadrà, e non lo si troverà più. Poi, in luogo di lui, sorgerà uno che farà passare un esattore di tributi attraverso il paese che è la gloria del regno; ma in pochi giorni sarà distrutto, non nell’ira, né in battaglia. Poi, in luogo suo, sorgerà un uomo spregevole, a cui non sarà stata conferita la maestà reale; ma verrà senza rumore, e s’impadronirà del regno a forza di lusinghe. E le forze che inonderanno il paese saranno sommerse davanti a lui, saranno infrante, come pure un capo dell’alleanza. E, nonostante la lega fatta con quest’ultimo, agirà con frode, salirà, e diverrà vittorioso con poca gente. E, senza rumore, invaderà le parti più grasse della provincia, e farà quello che non fecero mai né i suoi padri, né i padri de’ suoi padri: distribuirà bottino, spoglie e beni e mediterà progetti contro le fortezze; questo, per un certo tempo. Poi raccoglierà le sue forze e il suo coraggio contro il re del mezzogiorno, mediante un grande esercito. E il re del mezzogiorno s’impegnerà in guerra con un grande e potentissimo esercito; ma non potrà tener fronte, perché si faranno delle macchinazioni contro di lui. Quelli che mangeranno alla sua mensa saranno la sua rovina, il suo esercito si dileguerà come un torrente, e molti cadranno uccisi. E quei due re cercheranno in cuor loro di farsi del male; e, alla stessa mensa, si diranno delle menzogne; ma ciò non riuscirà, perché la fine non verrà che al tempo fissato. E quegli tornerà al suo paese con grandi ricchezze; il suo cuore formerà dei disegni contro al patto santo, ed egli li eseguirà, poi tornerà al suo paese. Al tempo stabilito, egli marcerà di nuovo contro il mezzogiorno; ma quest’ultima volta la cosa non riuscirà come la prima; poiché delle navi di Kittim moveranno contro di lui; ed egli si perderà d’animo; poi di nuovo s’indignerà contro il patto santo, ed eseguirà i suoi disegni, e tornerà ad intendersi con quelli che avranno abbandonato il patto santo. Delle forze mandate da lui si presenteranno e profaneranno il santuario, la fortezza, sopprimeranno il sacrifizio continuo, e vi collocheranno l’abominazione che cagiona la desolazione. E per via di lusinghe corromperà quelli che agiscono empiamente contro il patto; ma il popolo di quelli che conoscono il loro Dio mostrerà fermezza, e agirà. E i savî fra il popolo ne istruiranno molti; ma saranno abbattuti dalla spada e dal fuoco, dalla cattività e dal saccheggio, per un certo tempo. E quando saranno così abbattuti, saran soccorsi con qualche piccolo aiuto; ma molti s’uniranno a loro con finti sembianti. E di que’ savi ne saranno abbattuti alcuni, per affinarli, per purificarli e per imbiancarli sino al tempo della fine, perché questa non avverrà che al tempo stabilito. E il re agirà a suo talento, si estollerà, si magnificherà al disopra d’ogni dio, e proferirà cose inaudite contro l’Iddio degli dèi; prospererà finché l’indignazione sia esaurita; poiché quello ch’è decretato si compirà. Egli non avrà riguardo agli dèi de’ suoi padri; non avrà riguardo né alla divinità favorita delle donne, né ad alcun dio, perché si magnificherà al disopra di tutti. Ma onorerà l’iddio delle fortezze nel suo luogo di culto; onorerà con oro, con argento, con pietre preziose e con oggetti di valore un dio che i suoi padri non conobbero. E agirà contro le fortezze ben munite, aiutato da un dio straniero; quelli che lo riconosceranno egli ricolmerà di gloria, li farà dominare su molti, e spartirà fra loro delle terre come ricompense. E al tempo della fine, il re del mezzogiorno verrà a cozzo con lui; e il re del settentrione gli piomberà addosso come la tempesta, con carri e cavalieri, e con molte navi; penetrerà ne’ paesi e, tutto inondando, passerà oltre. Entrerà pure nel paese splendido, e molte popolazioni saranno abbattute; ma queste scamperanno dalle sue mani: Edom, Moab e la parte principale de’ figliuoli di Ammon. Egli stenderà la mano anche su diversi paesi, e il paese d’Egitto non scamperà. E s’impadronirà de’ tesori d’oro e d’argento, e di tutte le cose preziose dell’Egitto; e i Libi e gli Etiopi saranno al suo séguito. Ma notizie dall’oriente e dal settentrione lo spaventeranno; ed egli partirà con gran furore, per distruggere e votare allo sterminio molti. E pianterà le tende del suo palazzo fra i mari e il bel monte santo; poi giungerà alla sua fine, e nessuno gli darà aiuto" (Dan. 11:2-45).

Avendo spiegato con degli esempi biblici in che cosa consiste la parola di sapienza, è evidente che la guida che Dio ci impartisce facendoci sentire al nostro interno di intraprendere o di non intraprendere un viaggio, non può essere considerata una parola di sapienza. Sarebbe una parola di sapienza se Dio ci dicesse in visione o in sogno o con una voce udibile: ‘Non andare in quel luogo per questo motivo’. Allora sì che avremmo una parola di sapienza perché nella parola di sapienza ci può essere anche l’ordine di fare o di non fare qualcosa. Nell’esempio citato da Bernard sul viaggio navale da Creta, occorre dire che non possiamo dire che le parole di Paolo sul pericolo che si andava incontro intraprendendo quel viaggio gli furono rivelate dal Signore, certamente l’apostolo Paolo sentì per lo Spirito il pericolo avvicinarsi, ma dire che ebbe una rivelazione a riguardo non si può dire. Per quanto riguarda invece la guida di Dio verso l’apostolo e i suoi collaboratori, guida che li portò in Macedonia, si deve dire che la visione che ebbe Paolo a Troas fu una parola di sapienza perché in essa gli fu ordinato di andare in Macedonia a predicare il Vangelo. Dunque se per parola di sapienza si intende una rivelazione di Dio in cui Egli ci dice di andar in un luogo o di non andarci allora ciò corrisponde al vero, ma se per parola di sapienza si intende anche una forte spinta a fare qualcosa o un forte freno a non farla allora ciò non corrisponde al vero, come non corrisponde al vero escludere che la parola di sapienza sia una rivelazione di un evento futuro.

 

DOTTRINE FALSE INSEGNATE DA ALTRE DENOMINAZIONI PENTECOSTALI UNITARIANE

Le Pentecostal Assemblies of the World Incorporated insegnano che quando una parte è un credente e l’altra un non credente il credente si può risposare se il non credente si assicura un divorzio. Anche questa dottrina è falsa perché Paolo ha solo detto che nel caso il non credente "si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati" (1 Cor. 7:15). Il che significa che in questi casi il fratello o la sorella non sono più obbligati a non lasciare la parte non credente. Il non credente si separi pure, ma il credente deve rimanere senza sposarsi.

La Apostolic Overcoming Holy Church of God Incorporated insegna che le donne possono insegnare e predicare alla parità degli uomini; questo va contro la parola dell’apostolo che dice esplicitamente: "La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna d’insegnare.." (1 Tim. 2:11-12).

La Church of the Lord Jesus Christ of the Apostolic Faith nega che una persona va in cielo appena muore e rigetta l’idea della crocifissione di Gesù in giorno di venerdì. La Scrittura insegna che un credente appena muore va subito in cielo perché Paolo dice: "Io sono stretto dai due lati: ho il desiderio di partire e d’esser con Cristo, perché è cosa di gran lunga migliore" (Fil. 1:23), ed anche: "Noi siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore (poiché camminiamo per fede e non per visione); ma siamo pieni di fiducia e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e d’abitare col Signore" (2 Cor. 5:6-8). Giovanni poi dice: "E quando ebbe aperto il quinto suggello, io vidi sotto l’altare le anime di quelli ch’erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che aveano resa; e gridarono con gran voce, dicendo: Fino a quando, o nostro Signore che sei santo e verace, non fai tu giudicio e non vendichi il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra? E a ciascun d’essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro conservi e dei loro fratelli, che hanno ad essere uccisi come loro" (Ap. 6:9-11). Per quanto riguarda la crocifissione di Gesù ella avvenne di venerdì infatti in Luca si legge che quando Gesù fu sepolto "era il giorno della Preparazione, e stava per cominciare il sabato" (Luca 23:54).

La Pentecostal Church of Zion Incorporated insegna l’osservanza del sabato dal tramonto di venerdì al tramonto di sabato, e l’osservanza delle leggi levitiche sui cibi puri e impuri. La Scrittura invece dice che il sabato è l’ombra del riposo che sperimentano i santi quando muoiono e vanno con il Signore. Lo scrittore agli Ebrei dice infatti: "Resta dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio; poiché chi entra nel riposo di Lui si riposa anch’egli dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue. Studiamoci dunque d’entrare in quel riposo, onde nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza" (Ebr. 4:9-11), e Giovanni afferma: "E udii una voce dal cielo che diceva: Scrivi: Beati i morti che da ora innanzi muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, essendo che si riposano dalle loro fatiche, poiché le loro opere li seguono" (Ap. 14:13). Per quanto riguarda i cibi la Scrittura insegna che Cristo li ha dichiarati tutti quanti puri quando disse ai suoi discepoli: "Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché gli entra non nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?" (Mar. 7:18-19), perciò la legge mosaica sui cibi è stata abolita con la morte di Cristo. Si può mangiare qualsiasi tipo di carne senza incorrere nel peccato. La dottrina che vieta di mangiare cibi che Dio ha creati è una dottrina di demoni (cfr. 1 Tim. 4:1-5). Stando dunque così le cose vi dico come disse Paolo ai Colossesi: "Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, o a novilunî o a sabati, che sono l’ombra di cose che doveano avvenire; ma il corpo è di Cristo" (Col. 2:16-17).

 

CONCLUSIONE

Quello che apprendiamo in maniera evidente dagli Unitariani è che se si disconosce la Trinità si cade in tanti e tanti altri errori, e questo perché la Trinità è alla base di tutte le altre dottrine; annullarla significa annullare altre importanti dottrine della Parola di Dio. Quindi fratelli voglio esortarvi a ritenere questa dottrina e a non discostarvene, perché questo discostamento vi costerebbe caro dato che vi porterebbe ad accettare altri gravi errori a danno della vostra anima. Purtroppo va detto che alcuni fratelli sono rimasti ingannati dai ragionamenti degli Unitariani e si sono sviati dalla verità; il nostro dovere quindi quando li incontriamo è quello di correggerli e di persuaderli mediante le Scritture se mai avvenga che Dio conceda loro di ravvedersi e riconoscere la verità.

A coloro che collaborano con gli Unitariani

Nella mia presentazione all’inizio del libro ho detto che ci sono alcuni credenti che collaborano con i Pentecostali antitrinitari. A conferma di ciò c’è il seguente comunicato diramato da alcuni credenti che si trovano in alcuni settori delle forze dell’ordine e dell’esercito in Italia, a proposito del primo culto evangelico tenuto in una caserma. Ecco le parole del comunicato: ‘Il 17 dicembre 1999 alle ore 10,00 si è svolto il 1° Culto Evangelico all’interno della Caserma della Guardia di Finanza di Torino. Alla radunanza hanno partecipato credenti evangelici appartenenti alla Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Polizia Penitenziaria, Polizia Municipale ed Esercito Italiano. La riunione è stata rallegrata anche dalla presenza di numerosi civili tra i quali: STRANGIO Settimio (pastore della Chiesa Evangelica di Via Clementi a Torino, CIVILETTO Salvatore (pastore della Chiesa Apostolica di Via Caluso – Torino) BRETSCHER Ernesto (pastore della Chiesa Evangelica della riconciliazione di Via Coiro – Torino) ed alcuni anziani della Chiesa Evangelica di Via Spontini. L’incontro, essendo aperto a tutti coloro che lavorano all’interno della struttura militare, ha visto pure la partecipazione di militari che per la prima volta assistevano ad una celebrazione evangelica. La Parola di Dio è stata profusa inizialmente dal maresciallo dell’Esercito Italiano BUA Maurizio (pastore della Chiesa Evangelica di Cinisello Balsamo – MI -); il tono prorompente usato dal fratello ha scosso tutta l’assemblea provocando numerose esclamazioni di lode al Signore; la predicazione, basata fondamentalmente sul passo biblico di I Timoteo 3:16, ha esaltato il mistero dell’incarnazione di Gesù Cristo, avvenimento culminante della storia affinché la liberazione dall’immoralità e dal peccato giungesse a tutti gli uomini. Il pastore BUA non è stato limitato nello spessore della sua predicazione infatti, con grande schiettezza e sincerità, ha esortato tutta l’assemblea e tutti i presenti a cercare la faccia del Signore praticando così un Vangelo vivo e ripieno della potenza dello Spirito Santo. La Scrittura è stata ancora commentata ulteriormente dall’altro oratore il maresciallo della Guardia di Finanza GIANNINI Alfredo (pastore della Chiesa Apostolica di Acilia- Roma-) il quale continuando sul tema dell’incarnazione di Cristo, ha rafforzato, attraverso la lettura di Isaia 35:4, il tema della salvezza, punto centrale e dominante del ministerio di Gesù. Il fratello GIANNINI ha impresso nella mente dei presenti l’importanza della salvezza eterna: siamo fatti di anima, corpo e spirito, il mondo passa, tutto è destinato a scomparire e alla fine della corsa un futuro glorioso, accanto al Signore, aspetta coloro che hanno creduto in Lui. Tra gli ospiti era presente anche il cappellano militare il quale, nel suo intervento, non ha fatto altro che valorizzare quanto già detto sottolineando e rimarcando il fatto che Cristo è la nostra Luce e di questa Luce dobbiamo irradiare tutti gli uomini. (….)’ (Per il CEFO - credenti evangelici forze dell’ordine- e per l’ACEGF - associazione cristiana evangelica della guardia di finanza- : SANTORO Francesco, PAGLIACCI Armando, PRESTERA’ Francesco e ZOLFAROLI Daniele).

Ora, come potete ben vedere il primo oratore che ha predicato in questo culto è stato Maurizio Bua che è un pastore antitrinitario, che come tutti gli antitrinitari compie una forte opera propagandistica contro la dottrina della Trinità affermando tra le altre cose che Gesù non è l’incarnazione della seconda persona della Divinità, bensì l’incarnazione di tutta la Divinità e precisamente del Padre. Quando quindi si legge nel comunicato che la sua predicazione era basata essenzialmente su 1 Timoteo 3:16 occorre tenere presente che per lui l’incarnazione di Cristo NON HA PER NULLA IL SIGNIFICATO BIBLICO perché come abbiamo visto gli antitrinitari dicono che Gesù è il Padre incarnato; questa è una dottrina di demoni. Quando dunque si legge che il tono prorompente del fratello ha scosso tutta l’assemblea provocando esclamazioni di lode al Signore, non si può non rimanere disgustati e rattristati. Evidentemente però coloro che erano presenti o sono d’accordo con la dottrina diabolica sull’incarnazione predicata dal Bua, o altrimenti non hanno proprio capito nulla di quello che egli ha detto o professa di credere. Noi riteniamo che il Bua se voleva prendere parte a quel culto, avrebbe dovuto sedersi e stare semplicemente ad ascoltare; la parola non gli doveva essere per nulla data perché insegna eresie sulla Divinità. Il fatto quindi che gli sia stata data la parola è un segno molto grave che indica quanto ad alcuni pastori non importa proprio nulla della Parola di Dio; per loro gli antitrinitari non vanno confutati ma accolti e fatti predicare. Costoro periscono per mancanza di conoscenza. Io li esorto a rientrar in loro stessi e a dissociarsi da questo Maurizio Bua che in seno alla fratellanza è in grado di portare, e sicuramente lo sta portando, non piccolo turbamento con le sue eresie proclamate con tono prorompente. Che questo Bua sia da voi ammonito ed allontanato con ogni autorità. Esorto chiunque legge questo libro a turare la bocca agli antitrinitari, e a mettere in guardia i credenti dalle loro eresie.

A coloro che hanno aderito alla dottrina dei ‘Gesù solo’

Mi rivolgo a voi adesso, a voi che avete creduto sì che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, sì che egli è morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, ma pure che egli è sia il Padre che il Figliuolo che lo Spirito Santo, ed oltre a ciò che per nascere di nuovo occorre essere battezzati con lo Spirito Santo. Voi siete stati ingannati; sappiatelo. Perché come avete potuto vedere queste dottrine che professate sono in aperto e sfacciato contrasto con l’insegnamento biblico. La Trinità, quantunque non ci sia nella Bibbia come parola pure c’è come concetto; negandola voi dite un mucchio di cose perverse sia sul Padre che sul Figliuolo che sullo Spirito Santo. E la nuova nascita si sperimenta quando ci si ravvede e si crede col proprio cuore in Cristo Gesù e non quando si riceve il battesimo con lo Spirito. Il battesimo con lo Spirito Santo è sì necessario, è sì accompagnato dal parlare in altre lingue, ma esso non è necessario alla salvezza; esso è necessario per ricevere potenza dall’alto e potere pregare in altre lingue. E che questo insegnamento sulla nuova nascita è sbagliato è provato anche dal fatto che coloro che tra voi non sono ancora battezzati con lo Spirito Santo, vivono con l’angoscia nel cuore perché pensano di essere ancora perduti, non atti ad entrare nel Regno di Dio. Una dottrina vera non produce questo stato d’animo in coloro che hanno creduto nel Signore. Rientrate in voi stessi, esaminate attentamente le Scritture che vi ho citato in questo mio libro pregando Dio di farvele capire e vedrete che Egli vi farà capire che Dio Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono tre Esseri distinti che formano un tutt’UNO, e che si nasce di nuovo quando si crede. Quando ciò avverrà, separatevi dai vostri amici antitrinitari ed unitevi ad una Chiesa Pentecostale che crede e insegna la Trinità, e la nuova nascita come esperienza precedente e distinta dal battesimo con lo Spirito Santo. Sperimenterete così una grande liberazione, perché la verità vi farà liberi dagli errori in cui siete caduti. E non vi sgomenti la paura che incuteranno i vostri conduttori dopo che li avrete lasciati; se il Figliuolo vi farà liberi, sarete veramente liberi ed egli vi renderà fermi nella fede e vi guarderà dal maligno.

   

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