Morte di un guru

 

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Introduzione

 

Non si può certo affermare che il mio arresto, avvenuto in quel burrascoso mattino del Novembre 1975, mentre tentavo di attraversare la frontiera che separa il Pakistan dall’India, costituisse una vera sorpresa. Il rischio mi era ben noto, ma la missione che dovevo compiere era di una tale importanza che qualunque esitazione risultava impensabile. Ed ora era del tutto inutile preoccuparsi pensando a quello che sarebbe successo: un piccolo ritardo... oppure l’inevitabile che avevo sempre temuto.

Mi era stato dato l’ordine di aspettare mentre i miei documenti venivano esaminati. Durante i dieci minuti, mentre passeggiavo avanti e indietro davanti alla stazione di frontiera, sorvegliato dallo sguardo freddo di numerose guardie, cominciai a sospettare ciò che stava per accadere. E più il tempo passava più ne ero convinto.

Sprofondato com’ero nei miei pensieri, quasi non mi resi conto che uno degli ufficiali si stava avvicinando. «Si chiama Rabindranath Maharaj?» chiese mentre confrontava la fotografia del mio passaporto con la mia faccia. Sembrava che si chiedesse: perché quella barba? Oppure: logicamente la barba!

«Sì, sono io» risposi con un sorriso. Era una reazione naturale una reazione che spesso i miei amici si aspettavano da me e sulla quale facevano i loro commenti. Sì, Rabi era certamente una persona amabile. Anche in momenti come questi, pensai. Ma dentro di me il sorriso era lontano.

«Mi segua!» Si voltò bruscamente e mi fece cenno di accompagnarlo.

Entrati nella bassa costruzione mi condussero in una stanza situata sul retro, nella quale numerosi ufficiali in uniforme, dall’espressione arcigna, mi aspettavano. E fu lì, lontano dagli occhi dei pochi turisti che attraversavano senza difficoltà la frontiera in tutti i due sensi, che risuonarono ai miei orecchi quelle fredde, ma quasi attese parole «Lei è dichiarato in arresto!» E per la prima volta mi resi conto com’erano fredde e minacciose le pistole di cui ciascuno degli uomini che mi circondavano era dotato.

«Perché fa la spia per conto del Governo indiano?» Questa domanda mi veniva rivolta dall’ufficiale di grado più alto che sedeva dietro la scrivania.

«Ma io non faccio la spia!» protestai.

«E pensa forse che noi crediamo alle sue parole?» disse con una risata sarcastica. «Crede che la lasceremo libero di andarsene da questo Paese?»

Certamente io ero un indiano e gli indiani non entrano nel Pakistan, almeno non in via generale. Milioni di indiani erano fuggiti da quelle terre inospitali dopo che erano passate sotto il controllo dei musulmani, quando furono dichiarate nazione indipendente, e altre migliaia erano state massacrate durante la fuga. Dall’altra parte del confine gl’indù avevano ucciso migliaia di musulmani mentre milioni di essi fuggivano dall’India per rifugiarsi in queste terre che erano loro state assegnate dagli Inglesi prima di ritirarsi da questa zona che costituiva una parte del loro vacillante impero. Dopo la costituzione dei due Stati indipendenti, India e Pakistan, si verificarono numerosi scontri fra le rispettive truppe, ed il recente intervento dell’India nella guerra scoppiata fra il Pakistan orientale e quello occidentale, che ebbe come risultato l’indipendenza del Bangladesh, non sarebbe mai stato né perdonato né dimenticato. Nessun indiano ragionevole entrerebbe perciò in un territorio talmente ostile a meno che non lo spingesse qualche compito particolare. Era proprio questo il pensiero di coloro che mi stavano interrogando — ed in effetti avevano ragione.

Senza ammetterlo a voce alta essi arrivavano alla conclusione che esistevano delle prove incriminanti nei miei confronti. Questo faceva parte del loro piano — ed io ben sapevo che non ci sarebbe stata alcuna difesa contro qualsiasi accusa che mi fosse stata mossa. Il mio nome stesso suggeriva a quegli ufficiali che io ero un membro della più alta casta indù; e considerando l’ostilità esistente fra l’India ed il Pakistan, questo particolare, da solo, era sufficiente per sostenere l’accusa. Dopo tutto cos’ altro sarebbe venuto a fare nel Pakistan un indiano —specialmente un bramino — all’infuori di atti di spionaggio?

Avevo sentito parlare fin troppo di casi in cui non si era  seguito alcun processo legale, per non pensare che lo stesso toccasse anche a me. In effetti io non ero una spia ma la missione che avevo appena finito di compiere con successo nel Pakistan, avrebbe, se conosciuta, potuto essere considerata alla stessa stregua di uno spionaggio. Osservando tutte quelle facce arcigne, e considerando come respingessero tutte le mie argomentazioni, mi sentii sopraffatto da un sentimento di disperazione. Quello poteva certamente essere l’ultimo giorno della mia vita e c’era ancora tanto lavoro da fare.

La sentenza contro di me non sarebbe stata resa pubblica, nessuna notizia della mia esecuzione sarebbe mai trapelata. Sarei semplicemente sparito senza lasciare traccia, e mia madre che non avevo visto da anni e che mi aspettava a casa, vicino a Bombay, non avrebbe mai saputo cosa mi fosse successo e perché. Dopo alcune indagini ufficiali del mio Governo sarei stato presto dimenticato, sarei stato un’altra vittima di quella guerra segreta che non viene mai resa pubblica dai mezzi di informazione.

Mentre aspettavo isolato, sotto stretta sorveglianza, l’arrivo da Lahore dell’uomo che essi chiamavano il Capo — che voleva interrogarmi personalmente — mi venne in mente una debole possibilità di essere rilasciato. Si trattava di convincere quei poliziotti induriti di qualcosa che essi stessi avrebbero ritenuto quasi impossibile credere. Potevo per lo meno tentare. Forse la stessa particolarità della storia che intendevo raccontare avrebbe giocato a mio favore. Forse il Capo avrebbe visto che si trattava di una cosa troppo incredibile per essere una menzogna.

Per poterla comprendere, questa incredibile storia avrebbe dovuto esser raccontata sin dal principio, cominciando dai tempi della mia tenera fanciullezza trascorsa a Trinidad.

 

Nota: Nel testo che segue l’autore ha inserito diversi termini presi sopratutto dal linguaggio indù. Il loro significato si trova nel glossario in fondo al libro.


 

Capitolo 1

Le radici di un bramino

A prescindere dal successo che si può avere nella vita, esistono sempre dei rimpianti quando si esamina il passato. Il mio dispiacere più grande riguarda mio padre Chandrabhan Ragbir Sharma Mahabir Maharaj. Quanto vorrei ch’egli fosse ancora in vita! Neppure il fatto che quest’uomo straordinario fosse morto così giovane ed in circostanze misteriose riesce a spiegare completamente il mio dolore. Tanto più se si tengono in considerazione i fatti straordinari che si sono susseguiti. Sovente mi domando cosa sarebbe successo se glieli avessi raccontati e quale sarebbe stata la sua reazione.

Se glieli avessi raccontati! Ma nel corso della vita noi due non abbiamo mai avuto qualcosa da condividere perché, a causa dei voti che aveva preso prima che io nascessi, mai una sola volta mi diresse la parola o fece conto di me. Se mi avesse rivolto solo qualche parola io sa rei stato incredibilmente contento, e più di qualsiasi altra cosa avrei voluto sentirmi dire «Rabi! Figliolo!» Magari una sola volta, ma non lo fece mai.

Durante otto lunghi anni egli non pronunciò mai una parola, neppure una confidenza bisbigliata a mia madre. Quello stato, simile ad una trance, che egli aveva raggiunto con l’esercizio dello yoga, veniva considerato, da coloro che non conoscevano il misticismo orientale, qualcosa di estremamente peculiare, e persino una forma di pazzia. Tuttavia gli «stati di consapevolezza alterata» vengono ora accettati sempre più anche in Occidente, in seguito a determinati esperimenti compiuti nei laboratori scientifici con i narcotici. Milioni di individui hanno personalmente fatto esperienza della «realtà alternativa».

Altri milioni si sono inoltrati in quella che viene ora chiamata «consapevolezza superiore» per mezzo di ipnoterapia, autosuggestione, «immagini guidate», e con altre forme di yoga diffuse in Occidente come la MT (meditazione trascendentale) o il «centramento» o la visualizzazione. Esiste una maggior accettazione della validità dei fenomeni psichici da parte dei circoli scientifici e lo scetticismo di un tempo, quando tutto era basato sul materialismo, ha lasciato il posto ad una maggiore apertura nei confronti dell’occulto.

Noi indiani sapevamo da migliaia di anni che nello yoga esiste una potenza reale e vera. Mio padre lo esperimentò personalmente. Egli fu un esempio concreto di ciò che gli yoghi ed i guru, oggi ben conosciuti in Europa ed in America, insegnano. Egli visse ed applicò il loro insegnamento come pochi hanno mai fatto.

«Perché papà si comporta in quel modo?» chiedevo a mia madre quando ero ancora troppo piccolo per comprendere.

«E’ una persona molto particolare —la più grande che tu potresti avere per padre» rispondeva pazientemente di fronte alle mie continue espressioni meravigliate. «Egli cerca il vero Io che esiste in ciascuno di noi, l’Unico Essere, perché non ce ne sono altri. E questo è quello che sei anche tu, Rabi.»

Comprendendo molto poco, almeno da principio, cominciai tuttavia a credere che mio padre avesse fatto la scelta più nobile che esistesse. Anche mia madre me lo ripeteva frequentemente, e molti altri. Essi dicevano che la Grande Rinuncia di Budda, non poteva essere minimamente paragonata a quella di mio padre. Quando fui abbastanza grande per studiare i sacri scritti ne convenni anch’io. La rinuncia di mio padre era stata completa, l’aveva decisa precipitosamente, pochi giorni dopo il suo matrimonio. Se l’avesse decisa prima, io non sarei mai nato. Benché accettassi l’idea che una scelta di carattere superiore impediva a mio padre di rivolgermi la parola, e ciò benché io fossi l’unico figlio, non potevo fare a meno di sentire una tristezza, un vuoto interiore, un intenso desiderio di confidarmi, un’inquietudine ansiosa con la quale dovevo abituarmi a convivere. Ed un senso di risentimento sarebbe stato impensabile. Per un indù, il Bhagavad-Gita è il Libro dei libri e mio padre aveva deciso di vivere seguendo i dettami contenuti in esso. Quindi, come sarebbe stato possibile che io, con tutto l’insegnamento religioso datomi da mia madre, potessi avere un sentimento risentito verso mio padre? Malgrado tutto però io desideravo ardentemente di godere la sua compagnia.

Nessuno, nemmeno mia madre, seppe mai con esattezza quali fossero stati i voti ch’egli aveva preso; si potevano fare solo delle supposizioni esaminando lo stile di vita a cui si era improvvisamente sottoposto. Stando seduto su di un asse che gli serviva anche per dormire, in posizione loto — con le gambe incrociate ed i piedi appoggiati alle ginocchia — egli trascorreva la giornata in meditazione, leggendo le sacre scritture; non faceva altro. I mantra risultano indispensabili per la meditazione; le vibrazioni che vengono prodotte costituiscono il modo più efficace per attirare gli dei, e senza l’aiuto di questi esseri spirituali colui che medita non avrebbe alcun beneficio. Ma mio padre non aveva bisogno dei mantra perché era arrivato ad un tale livello spirituale che noi eravamo tutti persuasi ch’egli poteva ormai mettersi in contatto diretto con Brahman. Egli si era talmente auto immedesimato per poter realizzare il vero Io, che non percepiva più la presenza di qualcuno che gli stesse vicino e ciò benché molti suoi ammiratori arrivassero da luoghi lontani per venerarlo e per presentargli le loro offerte di frutti e di fiori, di tela di cotone, e di denaro. Nessuno riuscì mai ad ascoltare una parola che uscisse dalla sua bocca. Sembrava ch’egli vivesse in un altro mondo.

Molti anni più tardi anch’io riuscivo a raggiungere una meditazione abbastanza profonda che mi permetteva di esplorare il misterioso universo di strani pianeti e di Maestri Superiori dove mio padre apparentemente trascorreva il suo tempo. Ma, con mio grande disappunto, non lo trovai mai in quelle sfere.

Mi accorgo che sto correndo troppo con la storia. Questi risultati non si raggiungono facilmente, né si possono facilmente spiegare a coloro che hanno conosciuto la vita solo per mezzo del filtro riduttivo dei cinque sensi. Dobbiamo perciò iniziare il nostro viaggio con calma. La prima cosa da fare è di metter da parte i pregiudizi che si sono formati col tempo e specialmente quella persuasione irrazionale secondo la quale tutto ciò che non possiamo comprendere o scoprire per mezzo dei grossolani strumenti forniti dalla tecnologia moderna, non possa esser qualcosa di reale. Anche ciò che pensiamo di sapere giace al di là di quei limiti; perché chi può comprendere cosa sia la vita o l’energia, o persino la luce? E qual è quello strumento che può misurare l’amore?

Anche quando ero un ragazzo un sentimento di grande fierezza mi riempiva quando sentivo le lodi indirizzate nei confronti di mio padre, ciò che avveniva molto spesso. Gli indù parlavano di lui con soggezione e rispetto, come di una persona che avesse il coraggio e la convinzione di calcare dei sentieri misteriosi superiori. Nell’opinione di tanti, compreso il più grande pundit che io abbia mai conosciuto, mio padre era un avatar. Sentii pronunciare questa parola molti anni prima di comprendere ciò che effettivamente significasse. Ma come era dolce sentirla — e anche così speciale! Sapevo anche che io stesso ero una persona speciale, particolare, perché egli era mio padre. Anch’io sarei diventato, un giorno, uno yoghi. Da principio questa era un’intuizione poco compresa che divenne, però, una ferma convinzione man mano passarono gli anni.

Ma nemmeno nei miei sogni più fantasiosi avrei mai immaginato le sorprese che mi aspettavano. Quante sono le cose che, oggi, desidererei condividere con mio padre — ma egli non c’è più.

Quante volte restavo davanti a questo uomo così straordinario, fissandolo negli occhi finché mi perdevo nella loro insondabile profondità. Era come cadere nello spazio, mentre si tenta disperatamente di afferrare qualcosa, o di chiamare qualcuno, trovando però solo silenzio ed il vuoto. Sapevo allora che egli aveva trovato la beatitudine che Krishna, il Signore, aveva offerto ad Arjuna. Era pieno di pace mentre sedeva immoto, con il respiro che muoveva lentamente il suo torace, ritmicamente inspirando ed espirando. Barba e capelli, mai tagliati durante tutti quegli anni, gli arrivavano alla vita. In quei momenti mi sembrava di essere alla presenza di un dio.

Spostavamo allora con tenerezza le figure degli dei che si trovavano sull’ altare di famiglia, togliendoli dal soffice panno che li avvolgeva per poi riavvolgerli lavandoli, vestendoli con somma cura e riverenza. Con mio padre era la stessa cosa; simile agli dei che si trovavano nella stanza delle preghiere, egli, fisicamente, non faceva nulla per sé stesso. Era un dio del quale bisognava aver cura, che bisognava lavare, nutrire, al quale occorreva cambiare i panni — per otto anni. Mio padre aveva seguito le istruzioni di Krishna, il Signore, spezzando tutti i legami che potevano unirlo ad una posizione sociale, ai desideri umani, alla realtà fisica. Nessuna meraviglia quindi che la gente ne restasse sorpresa e arrivasse da luoghi lontani e vicini per venerarlo. Sovente si sussurrava, con toni solenni e reverenti, che egli aveva certamente raggiunto il moksha, sfuggendo al cerchio della reincarnazione. Per lui, in questo mondo di morte, non ci sarebbero state più nascite ripetute, ma solo la beatitudine del nirvana. Egli aveva imboccato quel Sentiero Superiore, ed io ero ben conscio che non ci saremmo mai più incontrati, già prima che la sua morte misteriosa ci prendesse tutti di sorpresa.

***

«Visnù dice di aver bisogno di un’ambulanza per portarlo all’ospedale!»

Mi trovavo nel giardino e stavo mangiando un mango fresco che avevo appena colto, quando queste parole giunsero al mio orecchio, provenendo dalla finestra aperta, in quella tranquilla mattina. La voce era di Phoowa Mohanee, la sorella più anziana di mio padre ed una delle sue più ardenti seguaci. Essa si trovava in casa per aiutare mia madre a lavare mio padre ch’essa amava e venerava appassionatamente. Visnù era uno dei suoi parenti più stretti, un uomo d’affari che non aveva tempo da dedicare alla religione ma lo trovava solo per indirizzare aspre parole a mio padre. Mi scordai del mango che scivolò dalla mia mano, e mi avvicinai alla finestra per udire meglio.

Tuttavia il tono della voce si attutì e divenne indistinto, coperto com’era da rumori e da tonfi. Capii solo che Visnù borbottava che, finalmente, mio padre avrebbe «finito molto presto quello stupido comportamento se la gente non lo avesse più trattato come un dio». Seguivano parole incomprensibili per la mia mente infantile, come «trattamento da shock» e «psichiatrico» che venivano dalla finestra aperta, ed altre frasi relative a medici e medicine. Tutto questo mi lasciò disorientato e spaventato, in modo particolare perché la voce di mia madre aveva preso un tono isterico, uguale quasi a quello di Mohanee. Essa aveva un carattere molto tranquillo per cui solo un fatto di estrema gravità poteva ridurla in quello stato.

Sotto l’ombra di alcune sparse palme di cocco, mi misi a correre per il famigliare sentiero che raggiungeva la capanna con due stanze, fabbricata con muri di fango e pavimenti di terra battuta coperta di letame bovino pressato, col tetto di lamiera ondulata. Il padre di mia madre, Lutchman Singh, aveva permesso a Gosine, vecchio amico di famiglia, di costruirla su di un pezzo della sua disordinata proprietà, non lontano dalla casa che aveva dato ai miei genitori come regalo di nozze. Questo uomo magro, rigido, dalla pelle rugosa e invecchiata, simile ad una vecchia pergamena, era nella sua solita posizione, accoccolato sui suoi calcagni. Egli era seduto sulla nuda terra, all’ombra incerta di un albero di anacardio che cresceva davanti alla bassa capanna, la camicia dhoti rimboccata fra le gambe, le braccia appoggiate sulle ginocchia ed il mento racchiuso fra le due mani.

«Perché il tuo viso è così triste, figlio del Grande yoghi?» mi chiese Gosine, alzando lo sguardo verso di me, con quella saggia espressione che mi rendeva facile credere ch’egli fosse un antico saggio reincarnato, e nuova mente invecchiato. Sapevo che era questa la ragione per la quale egli parlava la lingua hindi così bene, mentre il suo inglese e anche la lingua di Trinidad che generalmente usava erano molto scadenti.

«Perché pensi che io sia triste?» risposi in tono difensivo, ed esprimendomi facilmente in quell’inglese/Trinidad campagnolo parlato da Gosine. Era questa la lingua in cui spontaneamente mi esprimevo anch’io, malgrado gli sforzi di mia madre perché parlassi un inglese grammaticalmente corretto. Era stato impossibile insistere affinché io non usassi quel vernacolo parlato da tutti gli amici del mio paese. «Anche tu non mi sembri molto felice» aggiunsi per precauzione.

«Non ho dormito molto bene questa notte, ragazzo mio. Mi sembra di essere un vecchio straccio rinsecchito» disse Gosine solennemente, mentre i suoi folti baffi grigi si muovevano in su e in giù. Non posso dire se ero più affascinato dai suoi baffi traballanti oppure dai lunghi ciuffi di capelli che gli spuntavano dalle orecchie.

Mi accoccolai vicino a lui senza parlare. Eravamo sempre stati buoni amici per cui non era necessario parlare; il solo fatto di stargli vicino mi era di conforto. Passarono diversi minuti prima che avessi il coraggio di scaricarmi. «Tu sai cosa sia un psichiatra — o un trattamento shock?» Prima di rispondere passarono diversi minuti durante i quali il vecchio si grattò contemplativamente il mento, il ciglio aggrottato in pensieri profondi. «E’ un parlare delle grandi città — da noi non significa nulla. Dove hai sentito quella roba? Certamente alla radio».

«Era Visnù che lo diceva. Ma non l’ho sentito molto bene.»

 «Visnù non è cattivo — è solo imprudente. Mohanee dovrà dargli una lavata di capo. Tuo padre lo ha trattato come si doveva.»

Io continuavo a stare seduto, calmo, ma deluso. Gosine mi era sempre sembrato così infallibilmente saggio. Forse era vero che si fosse trattato di un parlare da grande città ma doveva pur significare qualcosa.

«Non dimenticherò mai quel matrimonio» esclamò improvvisamente, quasi volesse raccontarmi qualcosa di nuovo per la prima volta. In effetti avevo sentito da lui quella storia almeno venti volte, parola per parola.

«Ragazzo mio, tuo padre è un uomo immensamente capace. E tu sei il vero figlio di tuo padre. Avresti dovuto vedere la corona che si era messo in testa durante il matrimonio. Luci elettriche che danzavano sulla corona collegate con una batteria che aveva in una tasca. Ed era lui che aveva inventato tutto. Avresti dovuto sentire la gente quando scese dalla vettura che si era fermata proprio davanti alla bottega di Nana.»

«Tu c’eri»? chiesi innocentemente, quasi non sapessi nulla.

«Senti, io ti racconto quello che io stesso ho visto — non si tratta di un racconto di seconda mano. Quello è stato il più grande sposalizio che abbia mai visto, e anche il più sfarzoso. Se c’ero?! Pensi che vi avrei mai rinunciato C’erano tamburi e danze, e da mangiare e bere ad ufo. C’era tanto di quel mangiare, ragazzo mio, che potevi riempirti lo stomaco per un mese. E la dote? Avresti dovuto vederla! Non riuscirai tanto facilmente ad imitare tuo padre... ha, ha, ha!»

Fece una pausa, com’era sua abitudine, poi continuò ma con una nota nuova di riverente timore nella voce «Ed ha rinunciato a tutto! Tutto! Ne sai qualche cosa. Egli è diventato un avatar, lo sai bene! »

Gosine sprofondò in un lungo silenzio per drammatizzare meglio quello che aveva appena raccontato ed io m alzai per andarmene. Di solito sarei rimasto più a lungo per continuare ad ascoltarlo. Egli avrebbe allora finito d narrare la storia del matrimonio e cominciato, forse, quella di Mahabharata o quella di Ramayana con le avventure degli dei. Egli conosceva bene, meglio di molti altri la religione indù con i suoi riti, ed io avevo appreso molto da lui. Ma in quel momento non volevo più sentir parlare di mio padre, in modo speciale sentirmi dire quanto egli fosse grande. Avevo l’impressione che qualcosa d terribile stesse per accadere, e le lodi che Gosine intesseva a suo riguardo mi rendevano più apprensivo ancora.

Passarono diversi giorni senza che succedesse qualcosa di nuovo per cui cominciai a dimenticare le minacce di Visnù. Io non le avevo capite molto bene e non avevo il coraggio di chiedere spiegazioni a mia madre. La vita d’altronde, è piena di misteri e molti sono troppo spaventosi per poterne parlare.

Mia madre era una donna molto bella, dai lineamenti fini, intelligente e possedeva una forza interiore insolita Erano stati, logicamente, i suoi genitori a decidere il suo matrimonio con mio padre seguendo la tradizione indiana. Aveva solo 15 anni, era la prima della classe ed ambiva a continuare gli studi, per cui rimase sorpresa quando suo padre la diede in sposa. Finivano così i suoi sogni di andare in Inghilterra per frequentare l’università. La decisione presa nei suoi confronti le procurò la febbre, ma si adattò, sottomessa, alla volontà di suo padre. Due dei più importanti pundit della regione lessero le linee della mano dei due futuri sposi, consultarono gli astri nonché un libro della sapienza che trattava questi argomenti, dichiarando infine che questa unione sarebbe stata benedetta dagli dei. Mia madre, forse, era di opinione diversa, ma chi avrebbe potuto opporsi a quello che le stelle avevano decretato ed i pundit dichiarato? E certamente non avrebbe deluso i suoi genitori esprimendo il suo disappunto. Fra gli indù i doveri verso la famiglia e la casta sono sacri.

Quell’atto di obbedienza fu, quasi subito, ricompensato da una sorpresa ancora più grande quando suo marito, senza dirle nulla, si ritirò improvvisamente in un mondo di meditazione silenziosa. Neppure il suo sguardo comunicava con quelli che gli stavano vicino. Posso difficilmente immaginare l’avvilimento che tutto questo deve aver procurato a mia madre, giovane sposa quindicenne, incinta, che doveva da sola affrontare tante responsabilità, incluse quelle relative a mio padre, che possono essere paragonate a curare un bimbo, nato sordo, muto e cieco. Ma dalla sua bocca non uscì mai una parola di lamentela e, man mano crescevo, potevo rendermi conto quanto grande fosse la tenera cura e la lealtà ch’essa dimostrava verso mio padre. Sembrava le fosse stata data una profonda comprensione e accettazione per la decisione di mio padre.

Calma, meditativa e profondamente religiosa, essa non fu solo padre e madre per me, ma anche la mia prima maestra di induismo. Ricordo vividamente quelle prime lezioni, quando ero ancora molto piccolo, seduto vicino a lei, nella stanza delle preghiere della famiglia, davanti all’altare sul quale stavano numerosi dei. Il profumo di crema di sandalo che veniva spalmato sugli idoli, la tremolante fiammella deya che attirava il mio sguardo come un magnete, ed il suono solenne dei mantra che venivano dolcemente ripetuti, creavano in me un’aura di sacro mistero che mi toglieva la parola. Fra tutti i milioni di idoli indù la nostra famiglia ne aveva scelto alcuni e, piccolo bimbo com’ero, pur non avendo ancora compreso quello ch’essi rappresentavano, sentivo e temevo il potere di quelle statuine che stavano sopra l’altare e delle figure appese al muro, attorno alle quali pendevano delle sacre collane. Sembrava che quegli occhi senza vita, di argilla, di legno, di ottone, di pietra e di carta dipinta mi guardassero, anche se avevo rivolti altrove i miei. In qual. che modo inspiegabile, queste figure impassibili sembravano più vive di me stesso, e che possedessero delle forze miracolose che mi terrorizzavano.

Le offerte e l’adorazione che offrivamo erano una testimonianza della loro paurosa superiorità.

Quando la puja mattutina o serale era finita, la mamma e io trascorrevamo un po’ di tempo assieme: gli zii, le zie ed i cugini erano usciti per le loro faccende quotidiane Era in quei momenti ch’essa mi insegnava diligentemente come doveva comportarsi un indù: prima di tutto doveva essere costante nel culto degli dei e zelante nei doveri religiosi. Tutto il resto veniva dopo. Fu dalla sua bocca che appresi che io, a causa del karman del passato, ero nato nella più alta delle caste: ero un bramino, un rappresentante terrestre di Brahman, l’Unica Vera Realtà. Ero veramente Brahman — dovevo solo realizzarlo, realizzare il mio vero Io.

I 25 anni abbondanti che mi separano da quegli eventi mi sembrano solo 25 giorni e mi pare ancora di sentire la sua tenera e limpida voce che citava Krishna, il Signore da alcuni passi del Bhagavad-Gita.

Lo yoghi si impegni costantemente nello yoga, restando da solo in un luogo segreto, con il pensiero e l’Io sottomessi, liberato dalla speranza e dalla cupidigia. Con il pensiero ed i sensi soggiogati, fermo nella sua posizione, dovrebbe praticare lo yoga per la purificazione dell’Io. Tenendo eretto il corpo, la testa ed il collo, immoto, fermo, fissando lo sguardo sulla punta del naso... fermo nel voto dei Brahmacharya, avendo il pieno controllo della sua mente, ed il pensiero fisso su Me... lo yoghi sempre unito in tal maniera con l’lo.., si dirige verso la Pace, verso la suprema Beatitudine che dimora in Me. Krishna fu il Maestro ed il fondatore del vero yoga, come recita il Gita, e mio padre era il suo discepolo più fedele. Con il veloce passar degli anni compresi sempre meglio questa filosofia finché divenni io stesso uno yoghi.

Seguendo questi insegnamenti datimi da mia madre, imitando l’esempio perfetto di mio padre, cominciai sin dall’età di cinque anni a praticare giornalmente la meditazione. Sedendo in posizione loto, la schiena perfettamente eretta, lo sguardo vuoto che non vedeva nulla, cercavo di seguire l’esempio di colui che, in quei tempi, mi sembrava un dio anziché mio padre.

«Quando stai meditando rassomigli molto a tuo padre» soleva dirmi dolcemente la mamma, con tono evidente di orgoglio nella voce. «Un giorno sarai anche tu un grande yoghi. » Le sue tenere parole rafforzavano in me la decisione di non deluderla.

Benché fosse così giovane, mia madre svolgeva da sola i suoi pesanti compiti e responsabilità. Non volle mai che suo padre, ricco e facoltoso, venisse a sapere che qualche volta aveva dovuto chiedere ai vicini del mar, l’acqua nella quale si cuoceva il riso, quando ero ancora molto piccolo e avevo bisogno di mangiare. Il nonno Singh, che chiamavamo Nana, scoperse il fatto ed insisté perché la Mamma ritornasse a vivere nella vecchia dimora della famiglia. Sua sorella Revati gli chiedeva sempre di poter andare a vivere in quella casa. Arrivava ogni tanto con un grappolo sempre più numeroso di bambini, chiedendo, lacrimosa, un rifugio e mostrando tutti i lividi conseguenti all’ultima scarica di botte che aveva ricevuto da suo marito, gran bevitore di rum. Picchiare la moglie era una cosa molto comune per cui dopo aver ospitato Revati per alcune settimane e averle dato il tempo di rimettersi, il Nonno la rimandava sempre a casa. In fondo era stato lui a sposarla a quell’uomo e voleva continuar ad essere considerato un uomo di parola. Mia zia Revati regolarmente riappariva sulla scena, piena di lividi, accompagnata da un sempre crescente numero di bambini e logicamente nuovamente incinta. Dopo aver partorito il Nonno la rimandava a casa da suo marito. Avuto il quinto figlio e morto il Nonno, zia Revati rimase definitivamente con noi nella grande casa patriarcale. Io ero contento di stare con i miei cugini. Seguendo le usanze tipiche delle famiglie indù c’erano normalmente 15 o 20 discendenti di Nana che vivevano assieme — zie, zii, cugini e Nanee, la vedova di Nana, che tutti noi, con affetto, chiamavamo «Ma’».

Nana morì quand’io ero ancora piccolo e da quel momento la mamma ed io occupammo la sua stanza da letto. Il negozio, al pian terreno, nel quale vendeva il rum ed i commestibili, e la grande abitazione del primo piano echeggiavano, anche dopo il suo decesso, dei suoi passi lenti e pesanti. Sembrava che il suo spirito aleggiasse i quella casa, simile ad una fortezza, ch’egli aveva fatto costruire in robusto cemento armato. Tutti quelli che non credono nelle forze occulte sparse nell’universo potrebbero pensare che tutto questo sia il frutto di pura superstizione o di isterismo. Noi però sentivamo realmente suoi passi in soffitta e, talvolta, proprio davanti la porta delle nostre stanze da letto, quando ci eravamo ritirati per la notte. Anche alcuni dei nostri amici potrebbero confermarlo. Quasi tutti quelli che venivano a farci visita e pernottavano sentivano fisicamente delle mani che li aggredivano o vedevano improvvisamente dei fantasmi.

Alcune di queste persone, dopo tali esperienze, si rifiutavano di ritornare a farci visita, mentre tutti noi della famiglia non avevamo altra scelta all’infuori di quella di rimanerci.

Nana si era interessato a fondo di occultismo indù e criticava aspramente coloro che sapevano solo filosofeggiare sulla loro religione senza aver mai imparato a conoscere le forze sovrannaturali. Quando divenni più grande Ma’ mi confidò un segreto che per anni aveva tenuto nascosto dentro di sé e che aveva raccontato solo a zia Revati. Nana aveva sacrificato il suo primo figliolo offrendolo ad uno dei suoi dei preferiti. Non si trattava certamente di un fatto insolito, ma non se ne parlava mai apertamente. Il dio preferito da Nana era Lakshmi, sposa di Visnù il preservatore. Dea della ricchezza e della prosperità, essa dimostrò la sua potenza quando Nana, quasi d’un balzo, diventò una delle persone più ricche e più potenti della mia nativa Trinidad. Quando la baracca che Nana aveva costruito per la sua famiglia ed il suo commercio prese misteriosamente fuoco e andò distrutta, egli la sostituì con una casa molto grande che divenne un punto di riferimento lungo la strada che andava da Port of Spain a San Fernando. Nessuno immaginava da dove fosse piombato tutto il denaro necessario — né come avesse comperato tutto l’oro che aveva riposto in una cassaforte murata nel cemento armato della casa nuova. Ben pochi erano gli immigranti o i loro discendenti che, fra le altre centinaia di migliaia che arrivavano dall’India fossero stati capaci di accumulare così facilmente e così presto una simile ricchezza. Per cui noi tutti eravamo convinti che degli dei potenti lo avevano aiutato. In cambio egli aveva dato loro la sua anima.

Lo svincolo di Lutchman Singh Junction, dove vivevo, aveva preso questo nome da quello di Nana. Si trovava sulla strada principale, a sud di Port of Spain. Nana veniva riconosciuto ufficialmente, dalla numerosa popolazione dell’India orientale che era immigrata, come uno dei capi indù, uno che possedeva misteriose forze soprannaturali che nessuno si sognava di negare o nelle quali intendesse intromettersi. Tutti dicevano che erano degli spiriti che salvaguardavano il milione di dollari in oro che Nana aveva sepolto in una delle sue numerose proprietà — nessuno sapeva dove — al principio della Seconda Guerra Mondiale. Erano pochi quelli che avrebbero osato sfidare gli spiriti cercando di trovare il tesoro nascosto e sotterrato, né c’era un solo obeah che, facendo uso delle più sofisticate stregonerie, fosse capace di scoprire questo luogo segreto. Fino a questo momento quel le preziose monete, che oggi hanno un valore ben più alto, sono rimaste nascoste.

Nana considerava più importanti del denaro i poteri occulti. Nella sua robusta cassaforte d’acciaio era racchiuso un oggetto che egli non avrebbe venduto per tutto l’oro di questo mondo. Era un piccolo ciotolo bianco dell’India che possedeva uno spirito potente per guarire e per maledire. Era capace di far uscire il veleno dalla ferita di una persona morsa da un serpente — dicevano dei testimoni fidati — sebbene io personalmente non abbia mai accertato questo particolare. Una volta uno dei miei zii mi raccontò che, per curiosità, aveva voluto cautamente aprire la porta della stanza in cui Nana aveva murato la cassaforte e che fu aggredito da un serpente gigantesco che faceva la guardia non solo al denaro e ai documenti, ma anche di altri segreti di cui si bisbigliava solo confidenzialmente

Non si può dire se questo serpente fosse vero o se, come alcuni supponevano, si trattasse di qualche spirito che aveva preso quella forma, ma io stesso posso asserire di aver visto quel gigantesco rettile colorato che si nascondeva vicino alla casa, molto tempo dopo la morte improvvisa di Nana — dovuta ad un infarto — avvenuta quando egli aveva 63 anni.

Per gli indù i serpenti sono degli dei. Nella mia camera io ne avevo uno vivo, fantastico, e che adoravo nella stessa maniera in cui adoravo il dio scimmia o il dio elefante e, più di tutti, il dio mucca. Per me Dio era tutto e tutto era Dio, — salvo, logicamente tutti gli sfortunati che non avevano una casta. Il mio mondo era pieno di spiriti, di dei e di forze occulte, e sin dalla mia infanzia avevo imparato a rendere a ciascuno l’onore che gli era dovuto.

Questa era la cultura che aveva prodotto mio padre. Egli aveva seguito totalmente le orme di Krishna e degli altri grandi yoghi. Mia madre mi diceva che anch’io avrei dovuto fare lo stesso e io non avevo dubbi che ciò fosse giusto. Mio padre aveva lasciato un esempio, era diventato molto famoso e aveva ottenuto l’ammirazione di molti. Era naturale che dopo la sua morte il suo mantello sarebbe caduto sulle mie spalle. Non avrei però mai pensato che quel giorno, fissato dagli dei, arrivasse così presto.

 
 

Capitolo 2

Morte di un avatar

«Per piacere Rabi, vieni con noi». Erano le mie cugine. Lo zio Kumar le doveva portare nella vicina Monkey Point per fare una nuotata. Era sempre un onore di avere un bramino con la compagnia perché si poteva esser certi di avere buona fortuna. Ed io venivo trattato come un principe, e mi sentivo tale.

«Non oggi» risposi, scuotendo fermamente la testa. Avevo infatti deciso di terminare un complicato quadro di carattere religioso che stavo disegnando.

«Ma per favore» insistettero Sandra e Santi.

«Non posso!» Non occorrevano altre spiegazioni. In casa tutti sapevano che io mettevo al primo posto i doveri religiosi e le preghiere. Ero capace di stare seduto per delle ore intere per disegnare i miei dei preferiti — Hanuman, Shiva, Krishna, Ganesha, ed altri ancora. Ero già diventato un mistico — mi sentivo in perfetta unione con i miei dei — pronto a rinunciare ad una passeggiata sulla spiaggia con relativa nuotata, o a qualche gioco con i miei amici nei campi — pronto a dedicare il mio tempo ai miei idoli.

Dopo averli dipinti a vivaci colori li appendevo al muro della mia stanza per averli sempre vicini. Li veneravo, ero deciso di dedicare la mia vita all’induismo che, come mi aveva raccontato mia madre, era la più antica, la più grande e l’unica vera religione.

Papà in quel periodo viveva in casa della sua sorellastra Mohanee. Mamma mi portava con sé ogni volta che andava ad assisterlo, ma quel giorno mi lasciò a casa. Io ne ero rimasto deluso e stavo rimuginando il fatto dentro di me mentre aspettavo. Tuttavia la contemplazione dei

miei idoli cominciò a rasserenarmi. Tenendo strette le matite con le mie piccole dita scure colorai accuratamente il mio disegno di Visnù. Come sarebbe stata contenta la mamma, al suo ritorno, ammirando il dio quadrumane Narayana disteso sulle spire di Ananta il serpente, che veniva assistito da Lakshmi e da Brahma, quest’ultimo seduto su di un loto che spuntava dall’ombelico di Visnù. E tutti cavalcavano una tartaruga che nuotava nel mare primordiale!

Aggiungendo un tocco qui, cancellando una sbavatura lì, ero in fondo soddisfatto del mio lavoro e canticchiavo sottovoce «OM, Shiva; OM, Shiva; OM Shiva» quando udii i passi familiari di mia madre che saliva in fretta la scala esterna della casa. La porta della cucina si aprì di scatto, seguita da voci concitate e confuse. Mi precipitai fuori della mia camera ma mi fermai sulla porta bloccato dalle parole che arrivavano, chiare, al mio orecchio.

«E’ morto! Chandrabhan è morto!» Rimasi irrigidito. Tutti parlavano allo stesso tempo per cui non riuscivo a capire le parole successive.

«Avevo una brutta impressione questa mattina quando mi alzai». La voce della mamma era piena di dolore, ma chiara e ferma. «Mi ero affrettata ad andare. Appena arrivata l’infermiera aveva cominciato a tagliargli i capelli. L’aveva ordinato il medico».

«Ma perché era stato portato all’ospedale?» chiese mia zia Revati. «Non era mica ammalato, vero?»

«E’ stato Visnù a farlo. Chandrabhan stava bene come sempre — era forte e sereno»

Seguì una lunga pausa, poi la mamma riprendendo la sua solita voce continuò. «Gli tagliarono i capelli—il medico aveva detto che erano troppo lunghi e che ragioni igienico-sanitarie lo imponevano. E mentre glieli tagliavano lui ..., lui cadde all’indietro. Corsi subito verso di lui. Tentammo di fargli bere dell’acqua — ma il medico disse che era morto. Potete immaginarlo? Morto in quella maniera!»

Mi gettai sul letto nascondendo il viso in un cuscino, cercando di soffocare i singhiozzi ed i gemiti che uscivano dal mio petto. Mi pareva di aver perso ogni cosa. Malgrado non lo avessi quasi conosciuto come padre egli era stato comunque colui che mi aveva ispirato, il mio dio — un avatar— ed ora era morto. Sapevo che tutto questo sarebbe avvenuto, l’avevo sentito dentro di me sin dal giorno che Gosine aveva ricordato una volta di più quel famoso sposalizio. Ed ora era avvenuto ed io non avrei mai più sentito la sua voce. C’erano tante domande che avrei voluto porgli, tante cose che egli certamente conosceva e che io bramavo sentire dire dalle sue stesse labbra. Più di tutto volevo sentirgli pronunciare il mio nome, sentirgli dire che io ero suo figlio. Ma ormai quel sogno era finito per sempre.

I miei singhiozzi cessarono quando mi sentii esausto. Senza muovermi rimasi disteso a lungo cercando, senza grande successo, di comprendere le parole che aveva pronunciato Krishna a Arjuna quando lo aveva mandato a combattere. Le avevo sentite tante volte che le conoscevo a memoria—: «I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti... né cesseremo mai di esistere... Colui che dimora nel corpo... si trasferisce in un altro corpo; colui che non vacilla non si lamenta per questo. »

Strascicando lentamente i passi, come uno che portasse un pesante fardello sulle spalle, mio zio Kumar entrò nella mia stanza per dirmi che mio padre era morto, ignaro del fatto che io già lo sapessi. La mamma era troppo accasciata per farlo. Egli ebbe l’impressione che io avessi accettato la notizia con coraggio, non sapendo che ero ormai talmente depresso dal dolore da non poterlo più manifestare esteriormente.

Logicamente la morte improvvisa e misteriosa di mio padre fu uno choc non solo per i famigliari ma per tutti quelli che lo conoscevano. I medici non riuscivano a darsi una spiegazione adeguata, perché egli era stato ricoverato essendo in buona salute. Aveva forse raggiunto l’autorealizzazione, così che il suo spirito aveva preso il volo sfuggendo al cerchio della reincarnazione? Io mi sforzavo di crederlo. Ma altri pensavano che erano stati gli spiriti a togliergli la vita perché egli aveva infranto i voti che aveva preso. Ma questo mi pareva ingiusto, perché non era stato lui a volerlo ma gli altri — Visnù sopratutto, che l’aveva fatto ricoverare, ed i medici che non erano indù e non avevano alcuna conoscenza della potenza delle forze occulte o del voto fatto dal Brahmacharya. Mio padre aveva seguito scrupolosamente le istruzioni di Krishna contenute nel Bhagavad-Gita. Era Visnù che avrebbe dovuto agire diversamente perché sapeva tutto essendo stato allevato in una famiglia indù e nella conoscenza delle sue credenze. Ma egli pensava che la vita di uno yoghi fosse una semplice farsa e che gli dei e la potenza degli spiriti fossero solo il prodotto della fantasia e di qualche trucco dei pundit. Io però non avrei mai fatto lo stesso errore e la mia fede nell’induismo non sarebbe mai venuta meno. Avevo sempre imparato che non dovevo di sprezzare ciò che non capivo, ma questa era una lezione ben cara.

Quando arrivammo a casa di Phoowa Mohanee evitai diligentemente di guardare la semplice bara di legno che era stata posata su di un tavolo del soggiorno. In presenza della morte bisogna osservare strettamente tutto il rituale. Non si può accendere il fuoco e cuocere del cibo finché la persona deceduta vi rimane in attesa di continuare poi il suo viaggio verso altri mondi. Quando il pundit terminò una lunga puja, gli amici ed i parenti si misero a piangere e Phoowa, che era stata la più affezionata discepola di mio padre, superò tutti gli altri nel fervore della sua disperazione. Io mi ero rannicchiato vicino alla mamma, rinchiuso in me stesso, quasi per difendermi puerilmente dal ruolo principale che si era automaticamente trasferito su di me in quanto ero una delle figure centrali di un dramma che superava la mia comprensione. Al termine della cerimonia uno dei parenti mi staccò gentilmente dal fianco di mia madre e mi portò vicino alla bara.

«Li c’è tuo padre» mi disse, quasi non lo avessi saputo, mentre rabbrividivo solo a pensarci.

Stranamente questo dio, questo avatar, davanti al quale ero rimasto tante volte in anelante ammirazione, ora che era morto, non mi pareva più tanto lontano. La sua espressione era più o meno quella di sempre, ma il viso era tremendamente pallido. I bramini, che discendono dagli ariani, hanno generalmente la pelle più chiara delle altre caste indiane, e fra tutti i bramini mio padre l’aveva particolarmente chiara. In quel momento egli rassomigliava ad un europeo e le sue palpebre chiuse sembravano di cera. Mi allontanai svincolandomi dalla mano che mi teneva.

La processione che seguiva il funerale era molta numerosa perché mio padre era amato e venerato da tutti gli indù che vivevano anche a grande distanza dalla nostra casa. La fila di vetture, biciclette e carri tirati da buoi che li portavano si snodava lungo la strada stretta che raggiungeva la costa. Io ero troppo scosso ed impaurito per chiedere alla mamma perché non andassimo in direzione del cimitero nel quale Nana era stato sepolto poco tempo prima. Perché ci dirigevamo invece verso Monkey Point, verso il luogo dove andavamo di solito a nuotare? Tutto questo aumentava il mistero che avvolgeva la morte di mio padre, ma io tenevo ogni cosa dentro di me e stringevo ancora più fortemente la mano della mamma.

Cercando di evitare in tutti i modi la vista della bara posta di traverso sul carro che ci precedeva, guardavo gli alti fusti di canne da zucchero che fiancheggiavano la strada stretta, immobili, solenni, con le loro foglie verdi cadenti, quasi fossero anch’ esse partecipi del dolore comune. Tutto questo era normale perché ogni cosa che esiste nell’universo — uomini, animali ed oggetti inanimati — hanno un essere comune. Mi sembrava che tutta la natura piangesse mentre passava l’avatar. Quando sarebbe nuovamente apparsa una tale manifestazione divina in forma umana? Neanche i pundit — i bramini sapienti — potevano dirlo.

L’aria pesante e calda era insolitamente immobile — di solito c’erano invece delle brezze rinfrescanti. Lontano, verso l’orizzonte, oltre il golfo di Paria, scorgevo delle — nuvole nere che sovrastavano la familiare Dragon’s Mouth, dove si protendeva la punta estrema della mia nativa Trinidad, quasi volesse toccare la vicina costa venezuelana. Quante volte mi ero messo a correre e a saltare lungo questa stretta stradina, ridendo coi miei cugini ed amici mentre ci avviavamo verso il mare per fare una nuotata, le tempie che pulsavano con il sangue che scorreva pieno di vita, pieni di gioia esultante, sentendoci parte viva di ogni pietra miliare che si incontrava lungo la via. Ora, invece, mi sentivo paurosamente intontito e stranamente lontano dai contadini che lavoravano nei campi di canne da zucchero e che guardavano con curiosità la lunga processione che passava davanti a loro. Facevano parte di un altro mondo al quale, una volta, appartenevo anch’io.

Superando i campi delle vaste coltivazioni la processione seguiva la strada che attraversava la palude piena di mangrovie lungo la costa occidentale dell’isola. Ci fermammo in una piazzola inghiaiata che si trovava vicino all’acqua sciabordante della piccola baia che era protetta dalle tempeste e dai marosi da un muro basso di cemento. Nei giorni di festa, o terminata la scuola, i ragazzi più grandi si gettavano nell’ acqua bassa saltando da quel muro e nuotavano verso il largo. Io ero ancora troppo piccolo per farlo e mi divertivo a guazzare nell’acqua con i miei amichetti, dietro il piazzale, vicino alle mangrovie, dove l’acqua era molto bassa. Quanto mi sembravano irreali, ora, quei felici ricordi associati a questo luogo familiare e tanto amato! Mentre scendevo dalla vettura e malgrado il sole scottasse, io tremavo. La bara di legno fu sollevata dal carro funebre e posata vicino al luogo dove avevo l’abitudine di fare il bagno. Il pundit di Phoowa apriva il corteo cantando il mantra vedico in sanscrito per cacciare tutti gli spiriti maligni. Subito dopo la bara seguivo io tenendo stretta la mano della mamma: notai per la prima volta una grande catasta di legna ammonticchiata sul terreno inghiaiato, vicino al mare. I familiari lamenti funebri riempirono nuovamente l’aria, alzandosi o scendendo di tono, in una gelida cadenza. Con orrore osservai che il corpo rigido di mio padre veniva sollevato dalla bara e posato sulla catasta di legna. Dell’altra legna fu rapidamente accatastata su di lui lasciando scoperto solo il suo viso che fissava, senza sguardo, il cielo. Il pundit gli spalmò accuratamente la fronte con crema di legno di sandalo, disegnandovi l’ultimo segno della casta. Ma era possibile? La cremazione rituale era una cosa comune in India lungo il Gange, a Benares ed in altri determinati luoghi, ma io non avevo mai sentito parlare di questa cerimonia fatta fra gli indù che abitavano nell’isola di Trinidad. Il pensiero che il corpo di mio padre venisse offerto in sacrificio ad Agni, il dio del fuoco, aumentava il mistero, lo smarrimento ed il profondo sentimento della perdita che già mi sopraffaceva.

Preoccupato, addolorato, impaurito, non avevo quasi sentito il mantra e non avevo visto il pundit che si avvicinava a me portando la sacra fiamma che bruciava in un grande piatto di ottone che teneva, bilanciato, con una mano. Con l’altra prese una delle mie. Guardai con apprensione la mamma. Essa annuì, mi diede un colpetto sulle spalle e, chinandosi, mi disse sottovoce: «E’ il tuo compito. Fallo con coraggio».

I miei occhi evitarono di guardare il viso di mio padre mentre il pundit mi portava vicino alla pira della cremazione. Mi fece girare tre volte attorno alla salma, recitando in mia vece, perché ero ancora troppo piccolo, la preghiera in sanscrito: «Applico il fuoco a tutte le membra di questa persona, che volente o involontariamente, può aver commesso degli errori e che ora si trova nelle spire della morte... possa egli raggiungere le splendenti regioni». Ora potevo vedere i cubetti di canfora che erano stati messi, qua e là, fra le legne. Il loro profumo pungente riempì le mie narici. Un uomo alto, con un turbante in testa, cominciò a versare del ghee e del kerosene sopra la legna e sopra il corpo. Seguendo automaticamente le istruzioni che mi venivano date dal pundit, accesi un pezzo di legno col fuoco che egli teneva nel piatto e lo portai al più vicino cubetto di canfora. Lunghe lingue di fuoco cominciarono subito a danzare, come fantasmi, attorno al cadavere. Io stavo a guardarle mentre si alzavano sempre più alte, finché il pundit mi trascinò via.

Freneticamente guardai quella moltitudine di visi riuniti attorno alle fiamme, cercando invano di soffocare i miei singhiozzi, ma non riuscivo a trovare quello della mamma. Non mi era più possibile trattenere l’angoscia che mi opprimeva per cui il mio pianto infantile si aggiunse a quello di tutti gli altri. Quando, dopo un certo tempo, la scorsi vicino al cadavere che stava bruciando, ero sfinito e disperato. Essa stava così vicino al corpo che sembrava un tutt’uno con il fuoco ed i contorni del suo sari si stagliavano contro le fiamme rosse che si innalzavano sulla pira. Avevo già sentito parlare di certe vedove che si erano gettate sulla pira: dovevo forse perdere in questa maniera anche mia madre?

«Mamma!» gridai. «Mamma!»

Essa non diede alcun segno di avermi udito in mezzo al rumore dello schioppettìo del fuoco e delle grida di quelli che piangevano. Rimaneva, immota, vicinissima a quell’inferno di fiamme, le braccia protese, adorando il corpo che lentamente si consumava ed Agni, il dio del fuoco che tutto distrugge. Chinandosi, essa gettava ogni tanto nelle fiamme l’offerta di riso appena cotto, ma si ritirò poco dopo a causa del calore intenso e mi venne vicino. La testa eretta non si univa ai pianti lamentosi degli altri. Come una vera indù essa trovava la forza di seguire gli insegnamenti di Krishna: non avrebbe pianto né per i vivi né per i morti. Neppure una volta cedette alle lacrime durante le lunghe ore in cui stavamo guardando le fiamme che ormai stavano morendo.

Ricordo solo che mentre ero attaccato a lei udivo che cantava tranquillamente i suoi mantra.

La nostra veglia durò fino al tramonto del sole, dopo di che si gettarono nella brace sette pezzi di legno fresco e tutto il gruppo delle persone piangenti cominciò a camminare attorno alla pira gettandovi delle offerte di acqua. Finalmente le ceneri si raffreddarono e fu possibile al pundit di raccogliere una parte di ciò che rimaneva del corpo di mio padre: sarebbe stata poi la mamma a portarla in India e a spargerla nelle sacre acque del Gange. Non sapevo quando ciò sarebbe accaduto e quella sera io ero troppo sconvolto e addolorato per poterci pensare.

Avevo conosciuto molto bene un avatar— uno degli dei in forma umana — ed ora se n’era andato. Egli era venuto per mostrare agli uomini il sentiero che bisognava seguire, il sentiero del vero yoga che unisce l’uomo a Brahman. Io non avrei mai dimenticato il suo esempio. Non mi sarebbe stato possibile. Il suo mantello era caduto su di me ed io avrei seguito le sue orme.

 

 

 Capitolo 3

Ceneri sul Gange

Simile ad una fiammeggiante freccia scattata dall’arco di Agni, il sole, che io avevo adorato per un’ora intera, si innalzò, gettando ombre e luci sulla terra e sull’erba che cresceva sotto le palme di cocco. Uscendo dalla veranda scesi dalla scala esterna e mi diressi verso il capannone nel quale tenevamo la mucca che dava il latte per tutta la famiglia. Spalancata la porta afferrai la corda con la quale era legata e l’animale, ben contento, si mise a trotterellare in direzione del pascolo. Aspettava questo momento con la stessa ansia con la quale anch’io lo attendevo. Mentre la mucca mi tirava e mi trascinava con la corda, cercai di farla andare verso un angolo dove l’erba era alta e fresca. Sopra le nostre teste le foglie delle palme di cocco cantavano una canzone familiare, intrecciandosi fra di loro nella fresca brezza mattutina che veniva dal mare. Appena giunta la mucca si mise a brucare mentre io la guardavo con reverenza.

Nessuna creatura è più venerata dagli indù della mucca. La mucca è sacra. Con il muso nascosto dall’erba, dimentica di tutto, questo dio dal mantello chiazzato di bianco e di nero, dalle orecchie sventolanti e dalla coda che sferzava l’aria, strappava dei larghi ciuffi di quel verde e fresco tappeto e lo masticava con soddisfazione. Uno dei miei passatempi favoriti era proprio quello di far pascolare la mucca ed io ero lieto di interrompere i miei lavoretti domestici adorando e servendo questo grande e sacro dio. Strappandolo da una vicina e fiorita pianta di ibisco, colsi un bocciolo color arancio e lo posi sulla testa della mucca, fra le due corna ricurve. Essa mi guardò per un momento con uno dei suoi occhi bruni e riprese subito a brucare dell’erba. Disturbata da una mosca che tentava di entrare in una delle sue narici, scosse la testa e starnutì, per cui il fiore che io avevo deposto accuratamente sulla testa scivolò e cadde a terra. Prima che potessi riprenderlo era sparito nella sua gola assieme ad un fresco ciuffo di erba. Sdraiandomi con un sospiro sul verde tappeto, cercai di immaginarmi cosa sarebbe stato diventare simile ad una mucca. Forse io stesso ero stato nel passato un ruminante, ma non me ne ricordavo Sovente mi domandavo perché mai rammentassi nulla delle mie vite passate.

Gosine mi aveva raccontato diverse volte che un antico saggio della lontana India era stato il primo a contemplare quella meravigliosa vista, nel cupo cielo notturno, di una mucca delineata da un contorno di stelle. Secondo Gosine era stato per questa ragione che noi indù avevamo appreso per primi che la mucca è un dio. Pur avendo sentito altri racconti ed altre spiegazioni su questo dio, che riguardavano gli egiziani e gli ariani, quello di Gosine era, per me, il più convincente. Tutto ciò che esiste nel cielo è santo per cui tutte le mucche che esistono in questo mondo, provenendo da quella che si trovava in cielo, sono degne di venir adorate. L’adorazione della mucca ha fatto grandi progressi da quei lontani tempi. Gosine mi parlava sovente della «Madre mucca» ed io avevo sentito dire molte volte dai pundit che essa è la madre di tutti noi, esattamente come lo è Kalì la consorte di Shiva. In qualche maniera sapevo che ambedue rappresentavano lo stesso concetto, ma in forma diversa. Kafl, una delle più potenti deità indù, che tutti noi adoriamo con fervore, mi incuteva terrore. Essa, cinta di una ghirlanda fatta di teste umane appena mozzate e di mani che pendono attorno alla sua persona, sta ritta sulla figura prostrata di Shiva, suo consorte, e beve una coppa di sangue appena versato. Preferivo decisamente adorare la stessa realtà personificata dalla forma più gentile della mucca. Ero quindi convinto di sviluppare un buon karman per la mia vita futura trascorrendo tanto tempo in compagnia della nostra mucca. Ma essa sapeva di essere un dio? La osservavo attentamente ma non trovavo una risposta affermativa a questo interrogativo. Alla fine, questa domanda veniva superata dalla meraviglia e dalla venerazione che sentivo per questa creatura, la più santa fra tutte.

La mia adorazione della mucca fu interrotta da un debole ronzio che gradualmente diventava sempre più forte. Eccitato, saltai in piedi e uscii di corsa dall’ombra delle palme, per poter veder meglio. In quei tempi la vista di aeroplani era cosa rara, e quando ne vedevo uno mi ritornava sempre in mente un pensiero che avevo avuto non tanto tempo prima. Un giorno infatti avevo rimuginato su quali fossero state le mie origini e avevo chiesto alla mamma da dove ero venuto. Con molta serietà essa mi rispose: «Rabi, un giorno tu sei caduto dal cielo per mezzo di un aeroplano, ed io ti ho raccolto». «Dovevo esser tuo ed appartenerti?» chiesi, sentendomi improvvisamente insicuro al pensiero che avrei potuto atterrare nel cortile di qualsiasi altra persona.

La mamma mi assicurò che non c’erano dubbi sul fatto che io ero destinato ad essere suo e di mio padre. Durante tutti i mesi che seguirono questo episodio aspettavo e speravo che un aereo di passaggio lasciasse cadere un bambino che doveva diventare mio fratello. Ma per molto tempo il problema dell’arrivo in questo mondo di bambini rimase per me un mistero. Ero però sicuro che non venivano lasciati cadere dagli aeroplani e, senza poterne comprendere la ragione, ero convinto che, ora che mio padre era morto, non avrei mai più potuto godere della compagnia di un fratellino o di una sorellina.

Dal giorno in cui mio padre morì, cominciai ad adorare il suo spirito con solennità e con fedeltà. Ogni mattina offrivo dell’acqua versandola su dell’erba speciale che avevamo piantato il giorno in cui era morto, e contavo con cura i giorni che passavano osservando la crescita di quell’erba. Arrivò il quarantesimo giorno ed io avrei perso i miei lunghi, ricciuti, neri capelli che non mi erano stati tagliati da anni e che, secondo quanto si diceva, mi stavano così bene. Era da molti giorni che ci stavo pensando ed ero preoccupato: sarebbe forse stato possibile che gli spiriti mi togliessero la vita come l’avevano fatto a mio padre quando anche a lui furono tagliati i capelli?

Mia madre stava chiamandomi dalla veranda con dei cenni della mano. Era giunto il momento per dare inizio alla cerimonia. Tirai quindi la corda che legava la mucca cercando di riportarla, benché restia, nella stalla. La povera creatura, impuntandosi, cercava di resistere ai miei strattoni, facendo sentire alti muggiti. Dovevo usare tutta la mia forza e non volevo pungolarla con una canna o darle qualche bastonata come avevo visto fare dai miei giovani amici. «E’ questa la maniera di trattare un dio così grande?» li avevo redarguiti diverse volte. Ed in tal modo essi avevano imparato ad essere più riverenti, almeno quando io ero presente.

La processione che camminava lungo la stretta strada asfaltata, costeggiata dalle alte canne da zucchero, che passava oltre la palude con le mangrovie verso Monkey Point, il quarantesimo giorno dopo la morte di mio padre, era molto modesta. Ogni segno della cremazione era stato cancellato dalle maree che si erano succedute due volte al giorno, passando oltre il basso muro di cemento. Ma la memoria non poteva venir cancellata. Vedevo ancora le fiamme che s’innalzavano nella loro danza rituale attorno al cadavere facendo sentire odore di carne bruciata, e rabbrividivo rendendomi conto che mi trovavo sul luogo preciso in cui mio padre era stato incenerito dal fuoco. Oggi era la mia persona ad essere il centro dell’attenzione.

Gli amici ed i parenti si strinsero attorno a me in un piccolo semicerchio mentre il pundit si avvicinava portando con una mano le forbici da barbiere. La breve puja fu completata senza che io me ne rendessi quasi conto. La realtà che stavo vivendo in quel momento veniva rimpiazzata dal ricordo di un’esperienza passata e spaventosa. Circa tre anni prima, mentre ero profondamente addormentato, ero stato svegliato da qualcuno che dava dei forti e dolorosi strattoni ai miei capelli. Svegliatomi di soprassalto mi ero dimenato e contorto urlando per il dolore. Brancolando disperatamente nel buio non avevo sentito fisicamente qualche mano o qualche braccio che mi toccasse, tuttavia, i miei capelli erano stati tirati con tanta forza che, trascinato, ero quasi caduto dal letto. Le mie grida terrorizzate avevano fatto subito accorrere la mamma vicino al letto, la quale con poche, dolci parole e un colpetto sulla schiena mi disse che si era trattato solo di un incubo, di null’altro. Ma io non ero convinto. Il fatto era avvenuto quando ero già completamente sveglio, non dormivo più, e l’acuto dolore sulla testa, nel luogo esatto in cui mi erano stati tirati i capelli, si era prolungato sino alla mattina successiva.

Quel ricordo, unito a quello più recente della morte misteriosa di mio padre, mi spaventava, mentre stavo aspettando che si iniziasse la cerimonia. Ma tutto terminò senza che accadesse nulla di particolare. Prima ancora che me ne rendessi conto, tutti i miei capelli erano caduti per terra, nel posto esatto in cui erano rimaste le ceneri di mio padre. La prossima marea li avrebbe portati al largo unendoli ai suoi resti.

Tuttavia una parte delle sue ceneri erano state raccolte per adempiere ad un’altra cerimonia particolare. Dopo la morte di mio padre, Gosine ed io ne avevamo parlato molte volte con eccitazione. «Egli era un avatar—non c’è dubbio» mi aveva assicurato il vecchio «e nel suo caso è esclusa la moksha!»

«Cosa vuoi dire?» avevo chiesto. «Non pensi che avesse già raggiunto la moksha?»

«Egli l’aveva raggiunta da molto tempo, in qualche altra vita. Questa volta è ritornato solo per indicarci la via... come Buddha, o Gesù.»

«Vuoi forse dire che anche lui è stato un Maestro?» dissi, sopraffatto da questo pensiero.

Gosine aveva assentito con enfasi. «Lo vedrai al quarantesimo giorno. Non scorgerai alcuna impronta sulle sue ceneri. No, certamente. Il suo spirito è volato via, ritornando a Brahman. Egli era un dio, bhai — ecco cos’era tuo padre!» Guardandomi con timore, aveva ripetuto quelle parole con un tono profondamente riverente. «Questo era tuo padre!»

Io stesso mi ero reso conto di tutto ciò quando, lui ancora vivo, gli stavo ritto davanti fissando la profondità del suo sguardo. Ma non avevo compreso la cosa allo stesso modo di Gosine. Egli conosceva i Veda anche se non era una persona istruita. Io pensavo che Gosine fosse realmente intelligente, un indù molto ben informato.

Tornai a casa, tristemente conscio che i miei capelli erano stati tagliati quasi a zero, impaziente di controllare la veridicità di quello che aveva affermato Gosine. Il pundit ci condusse in una stanza vuota che era stata chiusa a chiave per tutta la notte. Al centro del pavimento, c’era un vassoio pieno di una parte delle ceneri di mio padre ch’erano state livellate con cura, e poste lì, con riverenza, la sera precedente. Tutta la famiglia, con impazienza, avanzò verso il centro per esaminare le ceneri del vassoio, ed esaminare se ci fossero delle impronte, delle orme che rivelassero l’ultima reincarnazione di mio padre. Era una cerimonia alla quale avevo assistito molte volte, ma non ne vedevo ora lo scopo. Mio padre non era più schiavo della ruota della reincarnazione; era ritornato a Brahman... allora perché indugiarsi a compiere questi riti per lui? Ricordavo le parole di Gosine: «Non scorgerai alcuna impronta sulle sue ceneri. No, certamente!»

Ad un certo momento mia madre restò senza fiato: il pundit aveva esclamato: «Guardate, guardate! C’è l’impronta di un uccello! Là in mezzo!»

Sarebbe difficile descrivere a parole la costernazione di tutti quelli ch’erano presenti. Io mi spinsi in avanti, intrufolandomi fra la mamma e la zia, per potermene render conto. Era vero. Là, al centro del piatto contenente le ceneri, sulla loro superficie levigata, c’era l’indiscutibile impronta della zampetta di un uccellino. Tutti insieme la esaminammo con attenzione. La conclusione alla quale arrivammo era inevitabile: mio padre si era reincarnato in un uccello!

Il mio piccolo mondo era andato in frantumi. Cosa avrebbe detto Gosine adesso? E non era stato lo stesso capo dei pundit dell’isola di Trinidad a dire che mio padre era un avatar?! Se nemmeno lui aveva raggiunto l’unione con Brahman, quale speranza vi era per me o per qualsiasi altro? Mi sentivo venir meno, incapace di unirmi al confuso parlottare degli altri, mentre uscivamo dalla stanza per completare la seconda parte di quella importante cerimonia.

Troppo intontito per poter pensare, non intesi quasi nulla della lunga puja. Non avevo alcun appetito quando iniziò il grande banchetto che seguì. Per diversi giorni ero stato stuzzicato dai più deliziosi odori che provenivano dalla cucina dove mia madre e le zie avevano lavorato per lunghe ore, intente a preparare molti dolci prelibati, torte, creme. Ad ogni modo prima che si iniziasse il pranzo bisognava offrire una piccola porzione di ciascuna portata al deceduto. Dopo averne riempito un grande piatto fatto di foglie sacre di acacia, l’offerta che veniva fatta allo spirito di mio padre fu deposta, dal pundit, alla base di un alto albero di banane. Poi ritornammo tutti in casa.

«Bhai ya, nessuno deve guardare dietro di sé! » racco mandò solennemente il pundit. «Se qualcuno lo facesse potrebbe essere aggredito dallo spirito. L’offerta è destinata a lui solo.»

Non avrei mai immaginato di poter violare questo ordine, ma in quel momento non ero in grado di resistere alla tentazione. Rallentando il passo lasciai che gli altri mi superassero. Si trattava di mio padre. Dovevo vederlo, magari ancora una sola volta. Dargli una semplice occhiata. A metà strada verso casa, tremando dallo spavento eppure incapace di resistere alla tentazione, gettai un’occhiata oltre le spalle. Il piatto di foglie era sempre lì e potevo vedere chiaramente il cibo che vi era stato messo. Ma non c’era alcun segno della presenza dello spirito di mio padre. Volsi rapidamente lo sguardo da un’altra parte. Avevo compiuto l’atto proibito! Ora ero sicuro che ogni passo che avrei fatto poteva essere l’ultimo. Ma non successe nulla. Forse gli dei mi usavano misericordia? Questo pensiero si aggiunse agli altri che mi turbavano.

Affrettandomi per raggiungere la veranda sul retro della casa, stando in punta di piedi, mi misi a guardare audacemente il piatto che era appena visibile. A suo tempo avevo visto yoghi, il cane della casa accanto alla nostra, che aveva trangugiato l’offerta fatta allo spirito di Nana, e volevo assicurarmi che lo stesso non accadesse ancora una volta. Quando, dopo una mezz’ora, non successe nulla, non potei più trattenermi. Sempre timoroso di ciò che potevano farmi gli spiriti, ma reso ora più audace, mi inoltrai nel giardino e mi avvicinai al banano. Rimasi pietrificato vedendo che tutto il cibo era sparito! Non ne era rimasta una briciola, eppure non avevo visto alcunché di percettibile che si avvicinasse al piatto! Allora era vero, lo spirito di mio padre aveva divorato ogni cosa! Era forse questa la prova ch’egli, dopo tutto, non aveva raggiunto il nirvana? Si era incarnato in un uccello e mi stava forse guardando?

Scoraggiato e confuso, cominciai a camminare su e giù per il giardino, instancabilmente, cercando fra i cespugli e gli alberi, un uccello piccolo o grande, che potesse rassomigliare, anche debolmente, a mio padre. Anche se non potevo riconoscerlo, sarebbe stato almeno lui a riconoscermi. Ma attesi invano che una di quelle creature svolazzanti, cinguettanti, che si lisciavano le penne, si fermasse per guardarmi. Nessuno prestava la più piccola attenzione alla mia persona fino al momento in cui, quando mi avvicinavo troppo, volava via spaventata. Certamente mio padre, finché era stato in vita, non aveva prestato alcuna attenzione per me, e allora perché avrebbe dovuto farlo adesso?

Più tardi, ripercorrendo il familiare sentiero, mi diressi verso la baracca di Gosine. Non mi era stato possibile parlare da solo a solo con lui in mezzo a tanta altra gente. Suo figlio, che aveva circa 40 anni, davanti alla capanna stava riparando la camera d’aria della sua bicicletta, con la quale girava per la città vendendo del channa al curry e del bara fatti con peperoni rossi piccanti. Poco tempo prima si era sposato con una donna che aveva due figli e tutti si erano trasferiti nella baracca a due stanze di Gosine. Vedendo che arrivavo smise la riparazione del pneumatico, si rizzò stancamente, unì le mani portandole davanti al mento e mi fece un inchino.

«Sita-Ram» disse con cortesia. «Vuoi vedere il vecchio? E’ dentro. Sente la vecchiaia.» «Non è vero, ragazzo» udii la voce di Gosine che protestava. «Non sento nulla di quello che sta dicendo. Sono soltanto raffreddato.» Per dar prova di questo l’altero vecchio, di statura più alta di quella di un normale indiano, uscì zoppicando e andò a rannicchiarsi nel suo solito posto, all’ombra della baracca. Io rimasi silenzioso: la sua vicinanza mi dava conforto ed un senso di sicurezza che non potevo spiegare.

«I tuoi bei capelli ricresceranno molto presto» disse, facendo lentamente oscillare la testa a destra e a sinistra come un pendolo capovolto.

«Non sono quelli che mi turbano» risposi, incapace di vuotare il mio sacco di agitazione e di dubbi.

«Vuoi che ti dica una cosa, bhai? Non dimenticherò mai com’è vissuto tuo padre. L’uomo più santo che abbia mai conosciuto in tutta la mia vita.., e il modo con il quale ha rinunciato a tutto!» La testa di Gosine continuava ad oscillare su e giù con stupore.

Questo tipo di lodi mi aveva sempre fatto un enorme piacere — egli era mio padre—ma in quel momento le parole erano di ben poco conforto, anche se sentivo che Gosine aveva trasferito sulla mia persona l’ammirazione che a suo tempo aveva provato per mio padre. Non si poteva negare che sulle ceneri fossero rimaste ben stampate le orme molto evidenti lasciatevi dalle zampette di un uccellino. Tutti quelli che le avevano viste, persino il pundit l’avevano ammesso, anche se apparentemente non erano stati impressionati e delusi come lo ero stato io. Tutto ciò rendeva ancora più penosa la mia confusione.

«Come può essere così piccolo, ora?» chiesi. Per me sarebbe stato più facile capire se mio padre si fosse incarnato in un uccello più grande, ma essendosi reincarnato in uno così piccolo aumentava la mia perplessità.

«Ascolta, bhai, lui non è certamente piccolo!» Gosine rizzò la schiena enfaticamente. Rimase silenzioso grattandosi il mento riflettendo, poi si lasciò scappare un sospiro lungo e rumoroso. «Ascolta quello che ti dico. Nessun uccellino con delle zampette così piccole poteva mangiare tanto cibo così velocemente.»

Era logico! Saltando in piedi ritornai di corsa nella stanza nella quale erano state rinchiuse le ceneri. Ci eravamo ricordati di chiudere per bene la finestra? Non lo ricordavo. Uscii e guardai attentamente le grondaie e scorsi il nido di un uccellino. C’erano molti spazi semicircolari in fila nel punto i cui il tetto, fatto di lamiera ondulata, si congiungeva con i muri portanti, sufficientemente grandi per permettere all’uccellino di entrare nella stanza. Ma il nido esisteva ancor prima che mio padre morisse? Non ne potevo essere sicuro, ma a me sembrava che lo fosse.

Allora, dopotutto, mio padre non aveva lasciato alcuna impronta sulle ceneri. Che sollievo! Ma il cibo chi o che cosa l’aveva mangiato? Forse uno degli Asuras o degli Rakshasas, quei demoni di cui parlavano i Veda, erano intervenuti tentando di confonderci. Doveva esser proprio così! Ma mio padre mi avrebbe protetto da queste forze malvagie — egli e gli altri Maestri ascesi. Potevo continuare a credere, a fidarmi di mio padre e di tutto quello che aveva fatto. E avrei quindi seguito le sue orme.

***

«Rabi! Dove sei? E’ arrivato Baba!» Era Nanee che mi chiamava.

«Vengo, Ma’!» Mi affrettai a salire le scale e ad entrare in casa dove tutti stavano salutando con calore il nostro caro amico.

«Rabi!» esclamò quell’uomo importante, stringendomi con un abbraccio affettuoso. Jankhi Prasad Sharma Maharay, ch’era nato in India, era il pundit principale dell’isola. L’onore più grande era quello di ricevere una sua visita. Amico intimo ed ammiratore di mio padre, Baba si fermava a casa nostra tutte le volte che nei suoi viaggi attraverso l’isola, passava dalle nostre parti. Egli parlava soprattutto in hindi — conosceva ben poco l’inglese — ed era ben versato in sanscrito. Alto, di bella carnagione, gagliardo, con una barba fluente che stava diventando grigia, poteva sembrare Babbo Natale se fosse stato un pochino più grasso. Pur avendo una figura che per taluni poteva sembrare solenne, egli era allegro ed amichevole con me come l’avrebbe potuto essere Babbo Natale, e ci volevamo un gran bene.

«Rabi!» esclamò di nuovo, tenendomi un poco distante da sé. «Ogni giorno che passa vedo in te sempre di più tuo padre. Bhagwan tiene il suo sguardo su di te. Un giorno diventerai un grande yoghi! Hai gli stessi occhi di tuo padre — e presto avrai gli stessi suoi capelli lunghi» aggiunse con una risata, facendo scorrere le dita fra i miei capelli ancora corti che pareva crescessero con incredibile lentezza.

Poi, voltandosi verso mia madre che mi era vicina e che raggiava di gioia, ripeté: «Lui è un ragazzo speciale. Molto speciale» e scuoteva con forza la testa da destra a sinistra. «Un giorno diventerà un grande yoghi come suo padre.» Il mio petto era gonfio di fierezza e gli occhi mi si inumidirono. Sì, io lo sarei diventato. Mi eressi col busto quanto più mi era possibile.

Questa volta la visita fu breve. Egli stava recandosi in visita da un ricco indù di Port of Spain per fare una puja particolarmente importante. Questo personaggio era ammalato di cancro, e si stava preparando la strada — pagandola con una grossa somma di denaro — per entrare nella vita futura. C’erano alcuni pundit che, per un importo adeguato, assicuravano addirittura il nirvana. Ma pundit Jankhi non faceva simili promesse. Tuttavia c’erano migliaia di indù che nutrivano una gran fiducia nell’ efficacia della sua intercessione presso i devatas ed erano pronti a pagare delle belle somme pur di riceverla.

Dopo averci impartito la sua benedizione il gran pundit avvolse il dhoti attorno alla sua persona e, strisciandolo per terra, si fermò un attimo vicino alla porta per inchinarsi. A nostra volta noi tutti ci inchinammo verso di lui, con le palme delle mani unite davanti al viso, riconoscendo la deità che dimora in ciascuno di noi. Subito dopo il pundit si affrettò a scendere le scale. Io entrai di corsa nella veranda per salutarlo di nuovo con la mano mentre lui saliva sull’auto che lo stava attendendo. Le parole che aveva pronunciato risuonavano ancora dentro di me quando la vettura sparì dalla vista alla prima curva della strada. Mi era impossibile dimenticare che io ero un ragazzo speciale. Tutti me lo ricordavano. Io sarei certamente diventato un grande pundit e anzi, uno yoghi, un uomo santo come mio padre.

Anche mia madre era venuta a salutarlo, stando vicino a me. Mi abbracciò e mi diede dei colpetti affettuosi sulla spalla. Credevo di conoscere quali fossero i suoi pensieri. Io sarei stato quello che avrebbe proseguito il compito di mio padre; il suo mantello era caduto sopra di me. Essa ed io insieme avremmo seguito le sue orme.

Invece mi ero sbagliato. Essa stava pensando a qualcosa di completamente diverso e cercava solo le parole adatte per rendere meno dolorosa la notizia.

«Rabi, bisogna portare al Gange le ceneri di tuo padre» mormorò finalmente «e spargerle sulle acque di quel fiume, che è il più santo di tutti, perché vengano trasportate al mare. Vorrei che tu facessi lo stesso anche per me, quando morirò.»

Il Gange! Quale aura di mistero circondava questo nome. La Santa Madre dei fiumi — come la mucca, madre di tutti noi — scorreva pura e limpida sorgendo dalle più alte vette dell’ Himalaya e si inoltrava attraverso steppe e vallate per raggiungere il golfo del Bengala. Le ceneri devono venir sparse sull’acqua a Benares, la più santa fra le città. Sarebbe stata l’ultima consegna dell’anima di mio padre nelle braccia di Krishna.

«Mi porterai con te, vero, mamma?» implorai. «Per piacere! Fammi questo piacere mamma! Devo assolutamente venire con te! Devi portarmi con te!»

«Lo farei volentieri, Rabi, ma Benares è troppo lontana per te. Ti stancheresti troppo. E certamente non puoi perdere la scuola...»

«Non mi stancherò, te lo prometto! E potrò frequentare la scuola in India.»

Essa scosse lentamente la testa con tristezza. «Mi dispiace... ma non preoccuparti. Sarò presto di ritorno. Te lo prometto.»

«Ti supplico, non lasciarmi solo!» implorai. «Non voglio restare qui da solo senza di te!»

«Non sarai solo. Con te ci sarà Ma’ e zia Revati, e tutti i tuoi cugini e lo zio Kumar e Lari ...» Mi abbracciò e mi diede alcuni colpetti affettuosi sulla spalla. «Sarò presto di ritorno, Rabi. E’ una promessa che ti faccio. Cosa vuoi che ti porti in regalo dall’ India?»

«Un elefante!» risposi con calore. «Uno di quelli che vedo nei quadri!»

Mia madre mi aveva insegnato che il mio dovere, da buon indù, era quello di accettare senza rimpianti tutto ciò che il fato mi avrebbe fatto accadere. Ma quel dovere di stoica accettazione del mio karman, impostomi da Krishna, il Signore, divenne un fardello troppo pesante, che un ragazzino della mia età non era in grado di portare quando, dopo poco, arrivò il giorno della partenza di mia madre. Con molta tristezza entrai nell’ auto che ci doveva portare al porto di Port of Spain, dove essa si sarebbe imbarcata per l’Inghilterra, per raggiungere poi l’India con un’altra nave, e mi sedetti vicino a lei. Ma’, che non poteva accompagnarci, ci salutò stringendo la mano della mamma attraverso il finestrino e così partimmo in quella che, per me, sarebbe stata la più triste giornata della mia vita. Salutai anch’io con la mano, ma ero deciso di andare in India con lei. Sotto l’impulso della fresca brezza che soffiava leggermente, l’ultima bandiera di Hanuman svolazzava e sbatteva in cima all’antenna su cui era stata issata, davanti alla bottega di rum e di commestibili. Ritagliata in tela bianca ed amorevolmente cucita da Ma’ su di un sottofondo di tela rossa, c’era la figura del mio eroe favorito, di Hanuman, il dio scimmia, che pareva mi salutasse. Era di buon auspicio.

Una mezza dozzina di auto cariche di parenti arrivò al porto per salutare mia madre. Non era passato nemmeno un anno dall’ultima volta in cui tutti noi ci eravamo incontrati su quello stesso molo per salutare zio Deonarine che partiva per l’Inghilterra Egli era il fratello più anziano di mia madre ed era andato in Gran Bretagna per frequentare l’Università. Deonarine era stato, per me, come un padre. Tutta quella gente si mise a piangere quando il suo piroscafo, lentamente, si era allontanato dal molo. Mi pareva che in quei momenti il cuore dovesse scoppiare. Ed ora era la mamma che partiva. Furtivamente mi asciugai gli occhi con una manica. Mi sforzavo di essere forte e coraggioso, ma le ripetute affermazioni di parenti ed amici che mi sottolineavano il privilegio di mia madre di poter intraprendere quel santo pellegrinaggio, divennero insopportabili. «Rabi, tua madre sta partendo per l’India, per andare sul Gange! Com’è fortunata!» continuavano a dirmi. «Non fare una faccia così triste. Ritornerà presto.» Ma come avrei potuto confessare a lei, o a loro, che il mio cuore era a pezzi?

Salimmo tutti a bordo. Mezzo intontito ascoltavo gli interminabili commenti: come era grande e lussuosa la nave — quanto erano comode le cabine — ed il cibo — com’era stuzzicante la cucina olandese di questo piroscafo. Ma tutte quelle chiacchiere erano ridicole perché cosa importava a mia madre tutto quel lusso? E per quanto riguarda il cibo, essa aveva chiesto ad uno dei miei zii di scendere a terra per comprarle una buona quantità di ortaggi e di frutta da consumare durante il viaggio. In modo del tutto volontario, all’età di soli quattro anni, avevo promesso sinceramente che avrei seguito ahimsa, il principio della non violenza, rispettando ogni genere di vita, diventando così un vero vegetariano come mia madre. Come potevano quindi gli amici ed i parenti osare solo di immaginare che essa potesse sedersi nella medesima sala da pranzo nella quale veniva trangugiata le carne della sacra mucca da parte degli infedeli!

Il mio zelo religioso non voleva solo soddisfare gli dei e seguire le orme di mio padre, ma far piacere anche alla mamma che mi aveva insegnato l’induismo. Fra noi due c’era una grande intimità ed io le volevo molto bene. Non era giusto che io venissi separato da lei, io che seguivo l’ideale indù molto più rigidamente di tutta quella gente che faceva auguri di buona fortuna ed esprimeva frasi così sciocche su questo viaggio che, per me, era fonte di tanto dolore.

Il fischio della nave si fece udire con un urlo forte e prolungato. «Ciao... buon viaggio... scrivici presto... ci mancherai molto!» Ciascuno cercava di dire l’ultima parola.

«Rabi, bacia la mamma!» Zia Revati mi stava spingendo léggermente avanti. La realtà della solitudine che dovevo affrontare mi piombò addosso.

«Vengo anch’io in India!» gridai aggrappandomi disperatamente, con tutte e due le mani, alla maniglia della porta della cabina di mia madre.

Kaka Nakhi, che guidava la Chevrolet grande e nera di Nana, si avvicinò con un sacchetto di pinoli freschi. A me piacevano molto. «Sono per te, Rabi» disse per acquietarmi. «Prendili.» Ma io non volevo farmi prendere in giro. Non sarebbero stati capaci di strapparmi da quella porta.

La mamma cominciò a supplicarmi. «Rabi, te ne prego. Non fare così. Lascia la maniglia e va con zia Revati. Puoi salutarmi con la mano anche dal molo.»

Strinsi la maniglia con maggior forza. «Vengo con te mamma! Per favore! Portami con te!»

«Vieni, vieni. Dobbiamo andare» disse zia Revati, gli occhi pieni di lacrime al pensiero di separarsi dalla sorella. «La nave sta per partire.» Tentò gentilmente di staccare la mia mano dalla maniglia, ma la mia presa era resa ancora più stretta dalla paura. Il viso di mia madre aveva un’espressione smarrita. Era impensabile forzarmi o farmi del male. Io ero un bambino santo, un bramino, figlio di un grande yoghi. Ma un altro fischio della nave fece udire il suo suono ammonitore.

«Dobbiamo scendere tutti — adesso!» Era mio zio Kumar, che torreggiava sopra di me e cercava di essere gentile ma fermo. Consigliere legale della nostra Contea, la sua voce aveva sempre un timbro pieno di autorità. Ma io ero deciso e cominciai ad urlare, aggrappandomi disperatamente. Kaka Nakhi si unì a Kumar, cercando di farmi lasciare la maniglia. Ma appena una mano veniva tolta dalla maniglia, l’altra l’afferrava disperatamente. Alla confusione suscitata si aggiungevano i miei urli: «Vado con mamma! Vado con la mamma!»

Non mi ero mai comportato in questa maniera. Questo santo bambino stava provocando un senso di viva commozione fra tutti i parenti allibiti. Ma non c’era tempo da perdere. Lan e Nakhi mi strapparono dalla porta portandomi via dalla cabina di mia madre. Io calciavo e strillavo, ma fui portato via dalla nave e fatto scendere sul molo.

Quale saluto! Ogni senso di ribellione era, ora, sparito. Stavo singhiozzando, incapace di vedere mia madre in lacrime che salutava facendo gesti con la mano, mentre la nave stava lentamente allontanandosi. Per tutta la via del ritorno singhiozzai inconsolabile. Quella notte piansi fin ché la stanchezza fu sopraffatta dal sonno. Il giorno seguente mi rifiutai di mangiare, piangendo istericamente malgrado tutti i tentativi che venivano fatti per consolarmi. Sapevo molto bene che avrei dovuto sottomettermi a tutto ciò che il karman mi avrebbe portato, ma ero ancora un bambino, con tutta la sua sensibilità, che aveva bisogno di quell’affetto che sola una mamma può dargli.

Non l’avrei mai più vista. Ne ero sicuro e questa mia terribile convinzione cresceva con ciascuno dei miei singhiozzi inconsolabili.


 
 

Capitolo 4

Karman e Destino

«Rabi, tu devi imparare cosa sia la pazienza. Esistono poche cose più importanti... e più difficili.»

«Ma senti Ma’, come mai la mamma ha detto che sarebbe ritornata presto? Sono già passati due anni ed ora, nella sua ultima lettera, dice: il prossimo anno? Ogni volta è il prossimo anno. » Ai miei amici che mi interrogavano dicevo sempre che essa sarebbe ritornata il prossimo anno, ma io stesso non ci credevo più.

Nanee era seduta al suo solito posto vicino alla finestra, ed io andavo a visitarla ogni giorno. Inchinandomi, le palme delle mani unite, mi sedevo per terra con le gambe in crociate, davanti a lei. Osservavo le sue dita che agilmente tessevano il complicato ricamo che l’avrebbe occupata per buona parte della giornata. La maggior parte dei suoi lavori sarebbero stati regalati ad altri. Era paralizzata dai fianchi in giù a causa di un attacco di poliomielite che l’aveva colpita dopo un parto — e anche per le numerose nottate passate all’aperto, sotto un mango e sotto la pioggia scrosciante, senza dormire, a causa della crudeltà di Nana — sopportava i suoi dolori e la sua sfortuna senza dire una parola. Essa era la persona più allegra della casa, quella che tutti noi andavamo a cercare quando avevamo bisogno di una parola di conforto o di consiglio.

«Rabi, abbi pazienza» ripeté. «Pazienza. Tutti quanti sentiamo la mancanza della tua mamma. Ma essa si è iscritta e frequenterà l’Università a Benares. Tu non lo puoi sapere, ma essa aveva un grande desiderio di continuare gli studi ancora prima di sposarsi. Era il suo karman, sai, nessuno può fermarlo.» «Pensi sul serio che la mamma ritorni il prossimo anno?»

«Rabi, non devi perdere la fiducia nella tua mamma, né quella in qualsiasi altro» rispose con tenerezza. In questo momento essa pensa di tornare a casa il prossimo anno. Ma se questo non dovesse succedere è logico che ci sarà qualche buona ragione e devi accettare tutto con pazienza.» Per me era un consiglio che potevo accettare con molta difficoltà.

Ma’, aveva un modo di fare molto gentile. Non pronunciava mai una parola cattiva, né si lasciava prendere dalla collera come tanti altri della casa. Era lei che cerca va di metter pace nelle liti fra i membri della famiglia quando le discussioni si accendevano. Spesso pareva che lo spirito rabbioso di Nana cercasse di suscitare degli alterchi fra i suoi discendenti. Gli interventi di Ma’ somigliavano allora al balsamo che si riversa su una ferita.

Non bisogna tuttavia pensare che Nana avesse sempre avuto un carattere litigioso. In certi momenti sembrava che fosse la personificazione stessa della bontà e della generosità; prestava del denaro ai poveri, talvolta persino a gente di colore che quasi tutti gli indù disprezzano. Nana era stato il loro buon amico e benefattore. Talvolta, stando ritto sulla veranda, gettava delle manciate di monete d’argento sulla strada, davanti alla bottega sottostante, con gran gioia dei ragazzi e degli operai che passavano e che si accapigliavano per raccogliere le monete che sembrava cadessero dal cielo. Nana era stato il primo, fra tutti gli abitanti della regione in cui noi abitavamo, ad avere una radio — un modello grande e costoso che aveva importato dagli Stati Uniti — e molte volte invitava i vicini ad ascoltare questa cassetta miracolosa. Si mettevano allora in fila diverse sedie nel soggiorno, le quali venivano occupate da vicini, clienti, amici e parenti che erano stati invitati. Si alzava il volume della radio e sembrava di essere in un cinema a cui mancasse solo lo schermo. Questo insolito onore veniva rivolto imparzialmente ai ricchi come ai poveri e tutti restavano meravigliati e stupefatti davanti a questa macchina straordinaria.

Il lato negativo di Nana sonnecchiava tuttavia dietro questa facciata di bontà ed esplodeva improvvisamente senza preavviso. Per esempio, mentre stava discutendo con un cliente nella bottega sottostante, poteva improvvisamente interrompere la conversazione, salire le scale che portavano all’appartamento, impossessarsi di una cinghia robusta e pesante e, in un accesso di rabbia, cominciare a menare delle scudisciate a tutti — meno che a me — senza che nessuno potesse scoprire la ragione di simili sfoghi. Tutti lo accettavano considerando che fosse il suo karman, qualcosa che egli doveva risolvere, proveniente da una lontana vita passata. La mitologia indù è piena di storie di demoni che propinano dei karman malvagi. E talvolta sembrava proprio che alcuni dei peggiori fossero entrati in Nana, trasformandolo in un momento da un Dr. Jekill a un Mr. Hyde. Si sussurrava che, forse, gli spiriti che erano i custodi della sua ricchezza avevano preso possesso della sua anima; tutto ciò perché sembrava che esistesse qualcosa di soprannaturale che collegasse i suoi accessi di rabbia con la forza e l’astuzia che dimostrava in quei momenti. Tuttavia egli era anche una persona religiosa e recitava ogni mattina e ogni sera le sue preghiere indù, adempiendo i riti di adorazione e chiamando attorno a sé tutti i bambini per cantare i bhajans indù e i mantra agli dei.

Benché Nana avesse preso un’altra moglie dopo che Nanee era diventata zoppa, capitava spesso che egli trattasse Ma’ con grande gentilezza. Ben disposto a pagare qualsiasi somma pur di trovare una cura che potesse guarirla, Nana aveva versato molto denaro ai pundit che erano specializzati nelle guarigioni. L’aveva anche portata da alcuni obeah e medici stregoni qualificati in diverse discipline, al grande ospedale di Port of Spain e persino ad un famoso santuario cattolico. Ma né i suoi soldi né gli spiriti a cui si appoggiava erano stati capaci di operare il benché minimo miglioramento. Ma’ rimase parzialmente paralizzata dalla vita in giù e poteva muoversi solo con grandissimi sforzi.

I suoi figli l’aiutavano teneramente a spostarsi nella casa, dalla sedia che teneva vicino alla finestra alla camera da pranzo dove si doveva mangiare, al soggiorno quando arrivavano gli amici ed i parenti o il pundit che veniva a fare delle puje particolari. Ma la gran parte del tempo veniva trascorso nel suo posto preferito, dove Ma’ veniva portata ogni mattina, dopo che aveva fatto il bagno, dal quale poteva guardare oltre le palme da cocco e oltre i campi di canne da zucchero, oltre le paludi di mangrovie, fino alla baia lontana. Sollevando ogni tanto lo sguardo dal lavoro di ricamo per riposare gli occhi, le piaceva molto osservare, ammirandole, le farfalle variopinte che svolazzavano e le molteplici varietà di uccelli che volteggiavano tra un albero e l’altro o che volavano in formazione, alti nel cielo azzurro. Fra le tante specie c’era anche un uccellino azzurro che noi chiamavamo «Blue jeans» e che io ero sicuro fosse quello che aveva lasciato le impronte sulle ceneri di mio padre.

Mentre Ma’ era ricoverata all’ospedale di Port of Spain, qualcuno le aveva regalato una Bibbia che aveva portato a casa. Essa aveva cominciato ad amare quel libro proibito, in modo particolare i Salmi. Quando Nana scoperse che essa lo leggeva di nascosto ai suoi figli scoppiò in un furore di rabbia cieca.

«Ti insegnerò io a portare in casa mia quelle menzogne cristiane!» aveva urlato in hindi. E togliendosi la grossa cinghia che aveva alla vita aveva cominciato a sferzarla con tutta la sua forza lasciandole dei grandi lividi sulle spalle e sulla schiena. Poi, sollevatala con le sue braccia robuste, l’aveva portata nella veranda e da lì l’aveva scaraventata giù per la lunga rampa di scalini. Mentre essa era rimasta per terra piangendo per il dolore, Nana aveva fatto a pezzi l’odiato libro gettandolo poi nelle immondizie. In qualche modo però Ma’ era riuscita a procurarsi un’altra Bibbia e un’altra volta era stata frustata selvaggiamente e gettata giù dalle scale. Per motivi completamente diversi anche la seconda moglie di Nana era caduta in disgrazia ed era stata scacciata di casa. Ma’ era però paralizzata e non era in grado di andarsene, per cui sopportò quegli abusi accettandoli come il suo karman.

Io non potevo capire perché essa leggesse questo libro cristiano tanto odiato. Una volta che un pundit che conoscevo citò occasionalmente le Bibbia, la mia collera divampò senza limiti. Egli era un ammiratore di Ramakrishna, il famoso discepolo di Kalì e maestro di Vivekenanda, fondatore della Società Vedanta. Come Ma’, egli era persuaso che tutte le religioni contenessero qualche elemento di verità e che tutte concorressero a portare, alla fine, i loro seguaci a Brahman. Io però ero un indù troppo fanatico per prestar fede a queste dicerie. Quando però lessi nel Gita che anche Krishna, il Signore, aveva detto che tutte le strade portavano a lui, ne fui grandemente dispiaciuto. Dovevo comunque accettare la cosa perché la Gita lo confermava. Mi consolavo, tuttavia, pensando che la mia religione costituisse comunque la strada migliore. Il desiderio di Ma’ di convergere la sua religione con il cristianesimo era l’unico punto sul quale non eravamo d’accordo, ma non lo discutemmo mai.

Mia zia Revati era un’indù molto osservante. Per lei non si poteva nemmeno pensare di leggere la Bibbia! Mi diceva spesso: «Rabi, leggi e rileggi sempre il Bhagavad Gita. » Io la ammiravo per la vita profondamente religiosa che conduceva. Essa cercava di farmi da mamma e mi insegnava molte cose sui Veda, prese soprattutto dal Veda, prese soprattutto dal Vedanta, che era il suo prediletto.

Io accettavo senza discussioni tutto quello che affermavano i sacri scritti, anche se contenevano diverse cose che erano difficili da comprendere e che sembravano contraddirsi. Ero sempre stato ben conscio che Dio era sempre esistito e che era stato lui a creare ogni cosa. Eppure i Veda affermavano che c’era stato un tempo in cui non esisteva nulla e che Brahman era nato dal nulla. Anche Gosine non era in grado di comprendere come questa affermazione potesse andar d’accordo con quanto aveva detto Krishna nel Gita: «Ciò che non esiste non potrà mai esistere.» Restava un mistero.

Il concetto di Dio che mi era stato insegnato dall’induismo — che una foglia, un insetto, una stella era Dio, che Brahman era tutto e che tutto era Brahman — non concordava con la mia consapevolezza che Dio non era una parte dell’universo, bensì il suo Creatore, che era una persona diversa dalla mia, molto più grande e che non era dentro di me come mi era stato insegnato. Zia Revati e Gosine mi avevano ambedue spiegato che io, come tutti gli uomini, ero la vittima di maya, l’idea sbagliata della realtà, che ingannava tutti quelli che non erano ancora illuminati. Decisi quindi di sbarazzarmi di questa persuasione sbagliata. Mio padre aveva combattuto e vinto l’illusione di essere separato da Brahman e lo stesso avrei fatto anch’io.

Dopo la morte misteriosa di mio padre io ascoltavo molto volentieri le predizioni dei chiromanti, degli astrologi, dei maghi che divinavano la buona fortuna e che spesso passavano dalle nostre parti. Raramente la nostra famiglia prendeva una decisione importante senza aver prima consultato un astrologo, per cui era essenziale che il mio futuro venisse confermato con gli stessi mezzi. Non avrei mai potuto aspirare a divenire quello che le stelle non avessero già destinato. Era perciò incoraggiante imparare che le linee delle mie mani, come pure i pianeti e le stelle — stando a quelli che li interpretavano — prevedevano tutte che io sarei diventato un grande capo indù. Yoghi, guru, pundit, sanyasi, capo sacerdote del tempio: le predizioni abbagliavano la mia giovane mente .

Una chiromante, particolarmente esperta, viveva nel piccolo paese di Mayo, distante circa sette miglia dalla nostra casa. La gente veniva da tutta l’isola per consultare quella bella figlia di un sacerdote bramino, e conoscere il proprio futuro. Essa era molto popolare tra i pundit che andavano frequentemente da lei per consultarla. Un giorno che era a casa nostra in visita, volle esaminare la mia . mano, poi disse: «Sarai colpito da una grave malattia quando avrai vent’anni, ma poi vivrai a lungo. Diventerai un famoso yoghi indù, sposerai una bellissima ragazza indù prima dei venticinque anni; avrai quattro bambini e diventerai molto ricco!» Chi avrebbe domandato di più? Di sicuro gli dei erano benevolenti e mi sorridevano!

Un altro importante medium dell’isola, un bramino famoso che, quando andava in meditazione profonda, vedeva dei cobra che gli stavano vicino, veniva sovente a visitarci, egli era innamorato di mia zia Revati e sperava di sposarla. Anche le sue predizioni circa il mio futuro erano brillanti perché prevedeva che sarei diventato un ricco pundit. Era un uomo che possedeva grandi virtù magiche, che era in grado di guarire anche delle malattie gravi — sebbene non avesse potuto guarire Ma’ — le cui profezie erano considerate infallibili. Con tante persone che mi pronosticavano un futuro felice, chi avrebbe potuto ancora nutrire dei dubbi sul mio destino di persona molto speciale, come Baba Jankhi ripeteva così spesso?

Ogni volta che mi si prediceva la buona fortuna ero sempre più convinto di esser segnato da un’alta chiamata indù. Non era certamente stato un caso che io fossi nato figlio di un famoso yoghi, da molti venerato come un avatar. Questo era il mio destino. Man mano comprendevo sempre meglio il karman ero sempre più persuaso che dovevo mettere in atto la decisione che da tempo era nata in me. Certamente gli effetti sovrapposti e accumulati delle mie vite trascorse avevano reso inevitabile che io, nella mia attuale reincarnazione, dovessi, a breve scadenza, cominciare a studiare seriamente per diventare un sacerdote indù.

Quando dissi apertamente che volevo trascorrere le prossime ferie estive studiando in un tempio, nessuno fu più contento della sorellastra di papà, Phoowa Mohanee. Profondamente religiosa, essa parlava spesso in pubblico, in lingua hindi, in occasione di importanti cerimonie. Io rispettavo la sua saggezza ed ascoltavo attentamente i suoi consigli. Da quando era morto mio padre essa aveva rivolto su di me la devozione che una volta aveva avuto per lui. Ogni volta che veniva a farci visita mi portava dei regaletti: dolci, vestiti o denaro. Questo tipo di doni fatti a un bramino erano graditi agli dei e facevano aumentare il buon karman al donatore. Appena avuto notizia della decisione che avevo preso, Phoowa non perse tempo per farmi visita e congratularsi con me.

«Rabi!» esclamò abbracciandomi. «Tuo padre sarà fiero di te! In quale tempio andrai?»

«In quello dove posso trovare uno swami venuto dall’ India» risposi.

«Allora l’ashram di Durga è il posto giusto per te» esclamò Ajee, la madre di mio padre. Ajee era diventata cieca a seguito di un medicamento che le era stato propinato da un pundit ed il padre di mio padre, Ajah, aveva sposato un’altra donna. Come tante altre persone ricche, immigrate dall’India, Ajee era una gioielleria ambulante. Ambedue le braccia, dai polsi fino ai gomiti, erano piene di braccialetti d’oro e di argento. Attorno al collo portava una pesante collana di monete d’oro e da un lato del suo naso perforato pendeva un fiore d’oro. Altri braccialetti d’oro e d’argento circondavano le caviglie al di sopra dei piedi nudi. Chi la guardava non poteva fare a meno di osservare il contrasto esistente fra lei e la mia cara Ma’ che, solo occasionalmente, portava un braccialetto. «Hai ragione! » convenne Phoowa. «Lo swami che cominciò quel tempio è veramente bravo.» I suoi occhi scintillavano con entusiasmo. «Quando eri ancora molto piccolo egli arrivò dall’India e la tua mamma e Revati lo seguirono per tutta l’isola prendendo parte alle puje. Ed egli ha fatto un lavoro molto buono nel tempio. E quello che c’è adesso è anche bravo, ragazzo mio! Non scherza mica!»

Mise la sua mano sulla mia testa e mi guardò in faccia. Nei suoi occhi brillava uno sguardo di grande fierezza, ma nella sua voce risuonava qualcosa di più — un’autorità profetica che mi fece rabbrividire. «Diventerai un grande yoghi, più grande di quanto si possa immaginare! » disse solennemente. Ne ero convinto con tutta l’anima. Senza dubbio era questo il mio karman.

Poter studiare a Durga, avendo il famoso Brahmacharya responsabile del tempio, come insegnante, era per chiunque un onore speciale. Io avevo solo dieci anni, ma la mia reputazione si era già sparsa ben oltre la zona dell’isola in cui abitavamo. La maggior parte dei pundit che vivevano in essa aveva conosciuto e rispettato mio padre e aveva predetto un grande futuro per la mia persona, non solo perché mio padre era stato un indù così famoso, ma anche perché io stesso avevo dato prova di seguirne le orme vivendo una vita disciplinata e religiosa. Tutti ricordavano che 12 giorni dopo la mia nascita i pundit avevano organizzato un grandissimo barahi.

Con cieca obbedienza ai Veda e alla leggi di Manu, osservavo strettamente i cinque compiti prescritti a quelli che erano nati due volte (i bramini): l’offerta agli dei, ai veggenti, agli antenati, agli animali inferiori, all’umanità, che erano personificati nelle pratiche religiose quotidiane che iniziavo all’alba e terminavo dopo il tramontar del Sole. Benché alcuni indù religiosi usassero delle cinture di pelle e portassero scarpe di cuoio, io rabbrividivo al solo pensiero di utilizzare la pelle di qualsiasi animale ed in modo particolare della mucca. Avrebbe potuto essere uno dei miei antenati, oppure un parente stretto! Non ero disposto a fare alcun compromesso con la mia fede, e la mia reputazione di giovane pundit in formazione si spargeva ben oltre la città in cui vivevamo.

Alzandomi di buon mattino, recitavo subito il mantra appropriato, rivolgendomi a Visnù, e rendevo un omaggio interiore al nostro guru di famiglia. Recitavo poi con grande fervore le preghiere mattutine di ricordo, impegnandomi di conseguenza a svolgere il lavoro quotidiano sotto la guida di Visnù, confermando così che io ero uno con Brahman: «Io sono il Signore, per nessun motivo diverso da lui, il Brahman, non sono affetto da qualsiasi infermità come l’afflizione o l’angustia. Sono la beatitudine dell’esistenza, della conoscenza, sempre libero. Oh, Signore del mondo, intelligenza perfetta, massima deità, sposo di Lakshmi, oh Visnù, risvegliandomi all’alba adempirò tutte le responsabilità derivanti dalla mia esistenza terrena... Oh Signore Hrishikesa, signoreggiando l’entità dei miei sensi, con te nel profondo del mio cuore, come mi viene ordinato, così agirò. »

Seguiva poi il bagno che dovevo fare prima dell’alba, atto di purificazione che doveva prepararmi all’adorazione che seguiva. Recitavo poi il mantra Gayatri che cominciava con i nomi dei tre mondi: «OM, Bhuh, Bhuvah, Suvah — meditiamo sull‘adorabile fulgore del vivificatore risplendente, Savitari. Possa egli stimolare i nostri intelletti. » Ripetevo questa ode in sanscrito, il linguaggio degli dei, centinaia di volte al giorno, stando al sole. Era considerato il mantra di tutti i mantra, derivato dal Rigveda, e l’essenza vera della forza spirituale che viene acquisita da un bramino. Il suo valore stava nel ripeterlo; quante più volte lo si faceva, meglio era. Quando ero ancora bambino non comprendevo neppure il suo significato, lo ripetevo velocemente migliaia di volte. Più importante ancora di capire cosa volesse dire, era il fatto che bisognava pronunciare correttamente le parole in sanscrito. Solo questa era la base dell’efficacia del mantra. Come tutti gli indù ortodossi, credevo fermamente che il mantra personificasse la stessa deità creando ciò che esso esprimeva e che con una giusta ripetizione del mantra Gayatri e con l’adorazione giornaliera, il sole stesso rimanesse nella corretta posizione.

Seguiva la mia adorazione mattutina nella stanza delle preghiere. Solennemente, meditativamente, con un sentimento di timore, strofinavo un fiammifero ed accendevo la deja impregnata di ghee, concentrando tutta la mia attenzione sulla fiamma tremolante, anch’essa un dio. Con riverenza, pur avendo la sensazione della santità di cui ero rivestito per poter ricevere un simile onore, prendevo della crema di legno di sandalo segnando la fronte di ciascun dio e la statua e il lingam di Shiva con il fresco marchio chanan. Il profumo del legno di sandalo che riempiva la stanza delle preghiere suscitava in me un sentimento di entusiasmo, una gioia sensuale al pensiero che mi trovavo in intima comunione con i miei numerosi dei.

Sedendomi come al solito in posizione di loto, con il corpo rivolto verso oriente, sorseggiavo dell’acqua e la spruzzavo sopra e attorno a me per la mia purificazione. Praticavo il controllo del respiro yoga, ed invocavo poi la deità che stavo adorando per mezzo del nyasa, toccando il mio corpo sulla fronte, sulle braccia, sul petto e sulle anche. In tal modo mettevo simbolicamente la deità nel mio proprio corpo. Mi sentivo così in mistica unione con ciascun dio che adoravo. Seduto davanti all’altare passavo un’ora in profonda meditazione, concentrando tutta l’attenzione sulla cima del mio naso, finché perdevo il Contatto con il mondo che mi circondava e cominciavo a realizzare la mia vera unità con l’Unica Realtà che sta alla base dell’Universo. Congedandomi dal nume con una modesta offerta d’acqua ed un inchino, uscivo all’aperto e adoravo il sole per un’altra ora, spesso contemplandolo per lungo tempo con ambedue gli occhi spalancati, ripetendo nuovamente il mantra Gayatri per centinaia di volte, persuaso, come mi era stato insegnato, che poteva salvare l’anima che gli era pienamente devota. Amavo la mia religione e, mentre adoravo la memoria di mio padre, ero cosciente ch’egli era soddisfatto.

Benché fossi pieno di entusiasmo al pensiero di dover andare al tempio di Durga, il mio animo era alquanto triste quel mattino in cui lo zio Kumar mi ci doveva portare con la grande vettura decappottabile, di color giallo, che era l’unica di questo tipo esistente in tutta l’isola. Avrei certamente sentito molto la mancanza del mio caro amico Gosine, che sembrava invecchiare ogni giorno di più. Seguendo il sentiero così familiare che cominciava subito dopo il cancello ed attraversava una stradicciola, lo trovai che sedeva sotto il sole mormorando con dolcezza i suoi mantra mattutini. Sentendo che mi avvicinavo interruppe i suoi riti per salutarmi.

«Così te ne vai oggi stesso» disse, dopo che ciascuno di noi, rivolgendosi all’altro, aveva fatto un inchino solenne. «Stavo proprio pensando a te quando mi sono svegliato di buon’ora questa mattina; poi la mia mente si è rivolta al tuo Ajah. Questo è un segno molto, molto buono! Non ti preoccupare se negli ultimi giorni della sua vita egli ha bevuto tanto: ricordati che è stato uno dei principali capi pundit. E’ un buon segno, ragazzo mio! Non avevo pensato a lui da tanto tempo.»

«Vorrei tanto che fosse ancora vivo!» dissi malinconicamente. «Dicono che era un indiano di prima classe.» Lo ricordavo molto bene, alto, carnagione chiara, occhi grigi, quasi come un europeo bianco, ma era in tutto e per tutto un bramino.

«Non si poteva fare a meno di ammirarlo» disse Gosine solennemente, quasi fosse stato un giudice che soppesa i fatti. «Egli non era stato costretto di lasciare l’India per venire qua... quando non c’era quasi nessun pundit. Ricordo bene quei bei tempi, certo. Ma egli arrivò qui e fece un lavoro splendido, aiutando molto gli indiani. Gli indiani della mia generazione hanno trovato in lui un vero amico. E lui ha approfittato della dakshina aggiunse con un malizioso luccichio negli occhi.

«Allora lo conoscevi?» Sapevo naturalmente quale fosse la risposta a quella domanda, ma sarebbe stato poco cortese se non glielo avessi chiesto.

«Se lo conoscevo? E me lo chiedi? La gente gli portava quintali e quintali di ogni ben di Dio. Aveva la bottega piena di ghee, di burro, di riso e di farina e anche di molti dhoti. Sono sicuro che in India gli affari non gli andassero meglio.»

Abbassando la voce e avvicinandosi di più a me, continuò con un tono confidenziale e riservato.

«Noi due eravamo degli ottimi amici. Egli era un uomo ricco. Ma non come lo era alla fine dei suoi giorni, quando il rum lo stroncò. Io sono sempre stato povero: questo è il mio karman. Ma lui era un buon amico di Gosine. Un buon indù, un grande pundit. Faceva delle vere puje, senza accorciarle. E’ un vero mistero perché lui sia diventato così infelice e perché abbia iniziato a bere in quel modo. E proprio oggi mi torna in mente... buon segno! » Mi batté la spalla: «Ti fa bene andare al mandir di Durga. Diventerai un grande pundit, un grande yoghi! Bhai, tu sei il vero figlio di tuo padre! » .

Gli occhi mi si inumidirono di lacrime mentre salutavo con la mano dal finestrino aperto della vettura che imboccava la strada maestra. Ma’ era stata portata vicino ad una finestra dalla quale poteva vedermi e mi salutava dandomi l’addio. I miei cugini saltavano festosi, davanti alla bottega, salutandomi. Per me non era facile lasciarli, ma sapevo che la decisione che avevo preso era quella giusta. Se solo mio padre fosse ancora vivo - pensavo. Sarebbe stato contento. Zia Revati aveva promesso che avrebbe scritto alla mamma informandola. Mi sentivo soddisfatto interiormente, fiero di seguire le orme di mio padre. Le parole di Gosine echeggiavano ancora nelle mie orecchie ed io sentivo dentro di me un entusiasmo crescente. Il mio karman era buono ed il destino mi chiamava.


 
 

Capitolo 5

Pundit Ji

Il mandir di Durga, dedicato a Visnù, consorte di Lakshmi, rassomigliava a prima vista ad uno dei numerosi altri piccoli templi di Trinidad. Con i suoi muri mal intonacati, dipinti di bianco, il pavimento di terra battuta, il tetto di lamiera zincata (con bandiere e reliquari nel piccolo cortile) era molto meno pretenzioso dei templi che si trovano nelle grandi città ed era privo delle alte mura e dell’entrata elevata, piena di figure scolpite, così caratteristiche dei santuari che si trovano in India. Questi ornamenti esteriori sono molto importanti per gli indù. Ma il vero cuore del tempio è la parte interna che è una figura del cuore dell’uomo e nel quale risiede la deità rappresentata da un’immagine. Il cortile interno era dominato da una grande statua di Visnù che stava a guardia della porta principale, attraverso la quale si poteva vedere, in fondo al santuario, il luogo santissimo che era isolato e circondato da una bassa ringhiera.

Quando arrivai nel cortile, un commerciante si era tolto le scarpe lasciandole fuori dal cancello. Dopo aver posato la sua borsa vicino a sé, si era prostrato in adorazione davanti al grande lingam di Shiva. Numerosi altri fedeli camminavano velocemente attorno ad un altare sul quale erano stati collocati gli dei preferiti che si trovava al di là del basso muro che limitava il cortile. Con questi riti si acquistava il favore della deità.

Malgrado la sua apparenza molto modesta, il tempio di Durga era reputato uno dei migliori dell’isola, soprattutto perché il suo capo sacerdote era un giovane bramino, brillante e molto rispettato, che aveva una profonda conoscenza dell’induismo. Sulla trentina, di bell’aspetto, dotato di un fisico atletico e di una personalità magnetica, questo giovane swami rappresentava l’ideale di ogni bramino. Egli era un Brahmacharya perché aveva fatto il voto di celibato. Personalmente consideravo di essere molto privilegiato di poter studiare sotto la guida di un simile rispettabile indù. Anch’egli sembrava contento che fossi andato a Durga...

La stanza, che condividevo con un ragazzo che aveva quasi vent’anni, era molto semplice, con muri e pavimento nudi, nella quale si entrava attraverso un vano senza porta che non permetteva di vivere una vita intima e privata. Ambedue avevamo un vecchio, basso, strettissimo letto costruito con semplici tavole di legno. Sebbene il mio compagno di stanza fosse eccezionalmente religioso per la sua età, non era un bramino e per questa ragione non poteva ricevere un insegnamento religioso uguale al mio.

La giornata cominciava al mattino molto presto. Nell’ultima ottava parte della notte si svolgeva la cerimonia della lampada, che auspicava la buona fortuna, e che avrebbe risvegliato Visnù, la deità venerata nel tempio. Dopo che il dio era stato lavato ed adorato, tutti ci riunivamo, verso le 5,30, per ascoltare i Veda che venivano letti in hindi ad alta voce e passavamo poi dalle due alle tre ore in meditazione. Il primo mantra che mi fu prescritto era Hari OM Tat Sat. Il Brahmacharya iniziava sempre la sua meditazione ripetendo la parola OM. Come tutti gli altri mantra OM, anche questo, che è molto difficile da pronunciare e che dev’essere espresso con alte vibrazioni della voce, dev’essere insegnato da un guru. Nei Veda viene detto che:

Sul loto... Brahma cominciò a pensare: «Con quale singola sillaba potrei godere tutti i desideri, tutti i mondi... gli dei... i Veda... le ricompense... ?» Vide che questo ‘OM’ poteva pervadere tutto, essere onnipresente... la sillaba simbolica del Brahman... Con essa egli poteva godere tutti i desideri di tutti i mondi, tutti gli dei... tutti i Veda... tutte le ricompense, tutti gli esseri... Perciò il bramino che, desiderando qualsiasi cosa, digiuni per tre notti, seduto sull’erba sacra, volto verso oriente, e ripeta questo imperituro ‘OM’, potrà vedere realizzati i suoi desideri e tutte le sue azioni verranno coronate da successo.

Nulla era più importante della nostra meditazione trascendentale giornaliera. Essa costituiva il cuore stesso dello yoga come aveva affermato Krishna, era la strada più sicura per arrivare alla beatitudine eterna. Ma avrebbe potuto essere anche pericolosa. Esperienze psichiche spaventevoli, simili a quelle psichedeliche con le droghe, attendevano l’incauto meditatore. Si sapeva che dei demoni, descritti dai Veda, potevano prender possesso di alcuni yoghi. La potenza del Kundalini, avvolto a spirale alla base della colonna vertebrale, poteva suscitare delle esperienze estatiche quando veniva liberato da una meditazione profonda, oppure, se non opportunamente tenuto sotto controllo, poteva provocare dei gravi danni mentali e persino fisici. La linea di demarcazione fra l’estasi e l’orrore era molto sottile. Per questa ragione noi iniziati venivamo attentamente sorvegliati dal Brahmacharya e dal suo assistente.

Nel corso della mia meditazione quotidiana cominciai ad avere delle visioni dai colori psichedelici, a sentire della musica ultraterrena, a visitare dei pianeti esotici nei quali gli dei conversavano con me, incoraggiandomi a raggiungere dei livelli di coscienza ancora più alti. Talvolta, mentre ero in trance, mi imbattevo nelle stesse orribili creature demoniache raffigurate nei templi indù, buddisti, scintoisti e di altre religioni.. Erano esperienze spaventevoli, ma il Brahmacharya mi spiegava che si trattava di cose del tutto normali e mi sollecitava a proseguire nella ricerca dell’auto-realizzazione. Qualche volta sperimentavo un sentimento di mistica unità con l’universo intero. Io ero l’universo, signore di tutto, onnipotente, onnipresente. Per questo i miei istruttori erano entusiasti di me. Ero un vaso eletto, destinato ad un rapido successo nella ricerca dell’unione con Brahman. Le potenze che avevano guidato mio padre stavano ora guidando anche me.

Anche se avevo sempre mangiato poco, imparai, nei tre mesi di apprendistato nel tempio, a conoscere molte cose sul problema della rinuncia e dell’abnegazione. Consumavo l’unico pasto quotidiano assieme ad una facoltosa famiglia indù che abitava in un caseificio adiacente. Tutti erano contenti di stare in compagnia di un bramino durante il pranzo, perché l’offrirgli del cibo garantisce un buon karman. A mia volta ero entusiasta di avere un’intera mandria di mucche da poter adorare.

Con mia grande sorpresa scoprii che coloro che praticano la rinuncia in alcuni settori della loro vita, possono, al tempo stesso, indulgere in altri. Mi sembrava, per esempio, che un giovane di circa trent’anni, che stava studiando per diventare un santo, perdesse molto, troppo tempo per curare la sua persona, per pettinare i suoi lunghi capelli neri e per sistemare i suoi vestiti. Quello cui non dava invece alcuna importanza era la sua pancia che continuava a crescere a causa dell’eccessiva quantità di cibo che mangiava. Fui anche turbato quando seppi che egli se l’intendeva con diverse ragazze che frequentavano il tempio.

«Oilà, ragazzo, cosa ne pensi di Shama? Bellina, vero?» mi chiese un giorno. Shama aveva circa 12 anni, un visetto grazioso contornato da lui capelli ondulati, neri come l’ebano. Era una delle fanciulle che si trattenevano per molto tempo nel tempio, ma che ne trascorreva molto poco in seria adorazione. «Essa è innamorata di te! Prendi questo dolcetto che ha fatto appositamente per te.»

Sentivo che il mio viso diventava di fuoco. «Io non sono innamorato di lei, né di nessun’altra ragazza!» risposi indignato.

Imperturbato, strizzò l’occhio e con un leggero ghigno aggiunse: «Ci sarebbe un bel posticino nel quale nasconderti con lei e nessuno verrebbe a saperlo!» La mia faccia bruciava. «Taci! Non voglio parlare di queste cose!»

«Non penserai mica di prendermi in giro! Non penserai che non ti abbia visto quando guardavi quelle ragazze! »

«Non è vero! Non mi sposerò mai. Resterò sempre così, come il Brahmacharya!»

Gettò la testa all’indietro e si mise a ridere. «Pensi proprio che sia un Brahmacharya? Allora sta ad ascoltare quello che ti voglio raccontare...» Si udirono dei passi nel corridoio ed egli si tappò la bocca. Cercando di trattenere la mia ira uscii dalla stanza e quasi mi scontrai con il Brahmacharya che era proprio fuori dalla porta. Temevo che potesse pensare che io ero stato ad ascoltare delle chiacchiere sul suo conto, ma egli non ne aveva sentito una sola parola.

«Mi sembra che tu abbia molta fretta» disse con un sorriso, e continuò a camminare dirigendosi verso la sua stanza.

Alcuni giorni dopo, mentre camminavo lentamente attraversando il dormitorio, dopo che la cerimonia della lampada era terminata (quando la deità era stata messa a riposare per la notte) udii uno dei giovani iniziati che singhiozzava nella sua camera. Incuriosito, mi fermai davanti alla porta, ma rabbrividii quando udii la voce del Brahmacharya che, tentando di soffocare la sua ira, diceva: «Tu stai spargendo delle chiacchiere sul mio conto! Non cercare di negarlo!» Poi, con tono aspro: «Logicamente ci sono delle ragazze in tutti i templi. Esse hanno diritto di venire qui come tutti gli altri. Ed io ho il diritto di passare con loro tutto il tempo che voglio. Se parlerai ancora dovrai andartene da qui! »

Non potevo immaginare di quali chiacchiere si trattasse. Certamente delle bugie. La mia simpatia e la mia fiducia erano per lo swami. Non nutrivo alcun dubbio sulla sua santità. Certamente era una cosa normale che delle ragazze e delle donne indugiassero nel tempio di Durga, come in qualsiasi altro santuario Tuttavia, man mano che i giorni passavano, cominciai ad osservare che un’esile ragazza non ancora trentenne — chiamiamola Parbathi — era chiaramente innamorata del brahmacharya. Con riluttanza dovetti ammettere che anch’egli la trattava con la tenerezza di un amante, anche se in modo circospetto quando qualcuno era presente. Era strano che non l’avessi notato prima. Eccezionalmente bella, Parbathi passava molto tempo con lui solo, nella sua stanza — apparentemente preparando e servendogli il cibo che portava ogni giorno per lui. Sembrava però impossibile che questi servizi richiedessero tanto tempo. Sebbene la mia giovane mente non potesse comprendere tutto chiaramente, la sua condotta difficilmente si accordava con una persona che aveva fatto voto di celibato. Avendo ammirato, in un primo tempo, questo bramino giovane e brillante, ero adesso fortemente deluso e turbato.

Un giorno per caso udii delle persone, che venivano ad adorare con regolarità, che discutevano l’argomento in hindi: era un piccolo gruppo che sostava sulla terra battuta del cortile. «Questo è un problema di carattere privato, sarebbe meglio non parlarne» disse un bell’uomo sulla quarantina.

Un altro, dai capelli bianchi, con una lunga barba, che avevo già visto altre volte nel tempio, fece un cenno affermativo col capo e aggiunse: «Logicamente è il karman. Qualcosa della loro ultima vita è rimasto in loro ed essi devono risolverla insieme.» Molte voci si levarono acconsentendo e le teste di altri fecero cenno affermativo. Mi sentii meglio.

Le giornate erano troppo piene per lasciarmi il tempo di  pensare alle debolezze del brahmacharya. Il karman avrebbe alla fine risolto ogni cosa. Non ne avevo alcun dubbio. Anche un cane appartenente ad un vicino di casa nostra, che avevo osservato durante alcuni anni, sembrava essere una prova vivente del karman e della reincarnazione. Affettuosamente gli era stato dato il nome Yoghi e questo cane magro, dal pelo nero, aveva una lunga barba bianca. Era un vegetariano radicale perché Yoghi non rifiutava solo di mangiare ossa e carne, ma persino le uova. Benché il suo padrone fosse musulmano, il cane aveva chiaramente delle idee indù e si faceva vivo in occasione di tutte le grandi feste religiose. Sicuramente stava ora accumulando un buon karman, avendo imparato qualche dura lezione in una vita precedente. Il fatto che frequentemente abbaiasse e divenisse litigioso con altri cani, mi convinceva che egli fosse la reincarnazione di uno yoghi che era caduto in un karman cattivo. Effettivamente avevo a suo tempo conosciuto un pundit che si comportava esattamente come Yoghi. Ed io mi arrabbiavo quando vedevo degli indù che maltrattavano i cani. Come era possibile credere nella reincarnazione e trattare qualsiasi animale in maniera diversa da quella che si usa nei confronti degli uomini? Quando ci accorgemmo che Yoghi veniva alle cerimonie solo perché gli piaceva mangiare il cibo che veniva servito al termine delle stesse, mi convinsi ancora di più che la reincarnazione fosse una realtà. Conoscevo molti pundit che erano ghiotti degli stessi piatti e molti indù, logicamente, partecipavano a queste feste più per il piacere di mangiare che per un dovere religioso.

Quando, alla fine dell’estate, ritornai a casa, mi resi conto che gl’insegnamenti ricevuti durante il tempo trascorso a Durga avevano considerevolmente giovato alla mia personalità e che ero sempre più tenuto in considerazione dagli indù religiosi. Quando attraversavo a piedi la cittadina, per recarmi a scuola, ero al centro dell’ attenzione dei devoti.

«Sita-Ram, pundit Ji» esclamava la gente, mentre s’inchinava riverentemente al mio passaggio. Ed io ero molto soddisfatto e particolarmente gratificato quando erano i pundit a farlo.

Molte volte quando, andando a scuola, passavo davanti alla casa di pundit Bhajan un uomo grosso dai lunghi capelli neri annodati dietro la testa — lo vedevo nel giardino mentre raccoglieva dei fiori per le puje quotidiane, che celebrava durante le visite che doveva fare nell’isola. Vedendomi, congiungeva le mani portandole davanti al viso, faceva un profondo inchino, ed esclamava: «Pundit Maharaj, namahste Ji»

«Namahste Ji, pundit Bhajan» rispondevo solenne mente, e mi sentivo soddisfatto.

Benché non ritenessi di aver raggiunto completamente l’autorealizzazione) pensavo di esser giunto molto prossimo alla jivanmukti che costituisce il più alto ideale descritto nel Bhagavad-Gita. Il raggiungimento di questa liberazione dall’ignoranza originale, mentre si vive ancora nel corpo, mi avrebbe dato la sicurezza di non dover mai più essere reincarnato, essendo unito con Brahman, il mio vero Io, per sempre. Ero convinto anche di aver raggiunto il livello spirituale di mio padre e cercavo la medesima liberazione dall’illusione dell’esistenza individuale. Io ero l’unico Brahman, la pura beatitudine conscia della propria esistenza; ed in tal modo era logico che mi attendessi che la gente, riconoscendo il livello di questo superbo ideale che avevo raggiunto, si inchinasse quando passavo e mi adorasse.

Non solo, ma io stesso adoravo la mia persona sedendomi davanti ad uno specchio. E perché non avrei dovuto farlo? Io ero Dio. Krishna, nel prezioso e splendido Bhagavad-Gita, aveva promesso questa divina conoscenza a tutti quelli che praticavano lo yoga. Era questo il nettare che dovevano bere coloro che meditavano. Non si trattava di diventare Dio, ma semplicemente di realizzare chi io fossi ed ero sempre stato.

Camminando per la strada avevo la sensazione di essere realmente il Signore dell’universo mentre le mie creature si inchinavano davanti a me.

Benché non mi fosse facile accettare l’adorazione con un senso di benevolenza, appresi, poco alla volta, ad apparire umile senza compromettere la mia divinità. Era solo necessario ricordarsi che tutta l’umanità era fatta della stessa essenza — fatta eccezione, naturalmente, di coloro che non appartenevano alle quattro caste indù. La mia grande ambizione divenne quella di insegnare agli indù qualificati la verità relativa alla loro deità essenziale, di liberarli dalle catene dell’ignoranza. Sarei diventato un guru, perché il guru è un maestro, e senza il suo aiuto l’indù non ha alcuna speranza di venir liberato dalla ruota della reincarnazione.

Uno dei più popolari guru che in quei tempi erano venerati nell’isola di Trinidad, era Sua Santità swami Sivananda. Ricevevamo con regolarità, dall’India, i suoi notiziari, nei quali venivano descritte le grandi puje e gli avvenimenti del suo tempio; venivano pubblicizzati i suoi libri — uno dei quali era intitolato «Il mio Dio Sivananda»; venivano spiegati i suoi insegnamenti e si riportavano molte lettere di riconoscenza scritte dai suoi numerosi seguaci. In questi notiziari veniva sovente stampata la sua fotografia per permetterci di adorarlo con maggior efficacia. In un posto prominente del nostro altare avevamo messo una grande fotografia di Sivananda, sulla fronte del quale c’era sempre un tocco fresco di chanan. Fu, per tutta la famiglia, un gran giorno quello in cui ricevemmo una lettera dalla mamma, con la quale ci raccontava di aver visitato l’ashram di Sivananda. Essa era stata profondamente commossa dalla sua divina presenza e ci diceva ch’egli era un grande santo, un Maestro autorealizzato. Decisi quindi di seguire il suo esempio e di diventare un guru come lui. Dopo la sua morte, dovuta ad un tumore, lo adorammo come uno dei Maestri Antenati della lunga successione di guru che risalivano ai lontani giorni di Rishis.

Malgrado la sempre crescente reputazione di uomo religioso che avevo raggiunto, essendo oggetto di venerata attenzione, esistevano in me molti lati infantili. Per esempio ero sempre molto eccitato quando si avvicinavano le feste natalizie e, con esse, aspettavo numerosi regali e i calzini ripieni di tante buone cose. Essendo l’isola di Trinidad una colonia britannica, si sentivano in quei giorni, per le strade piene di allegria, molti motivi musicali natalizi come «Jingle Bells» o «Deck the Halls with Boughs of Holly». I commercianti indù e buddisti non avevano scrupoli e partecipavano anch’essi a queste feste. Significava infatti ricavarne dei buoni guadagni, e le convinzioni religiose non dovevano interferire con argomenti talmente importanti come il denaro. Persino i musulmani partecipavano a questa festività annuale. In quel le settimane, Babbo Natale diventava così il santo patrono di tutti, il più amato dio di quel momento.

La sera della vigilia i bambini dovevano coricarsi presto, mentre gli adulti erano affaccendati con gli ultimi preparativi per la festa, oppure, più semplicemente, si ubriacavano. I ragazzi più grandi soffiavano dei fischietti, battevano con forza pentole e tamburi, facevano scoppiare petardi, accendevano stelle filanti. Con tutto questo frastuono era difficile che i bambini si addormentassero, ma noi ben sapevamo che Babbo Natale non sarebbe arrivato con la sua slitta tirata dalle renne fintantoché «una sola creatura si muoveva». Ma quella sera di vigilia io ero ben deciso di rimanere sveglio a tutti i costi, per poter vedere, sia pure per un momento, questo famoso Babbo Natale. Feci tutto il possibile per restare ben nascosto affinché egli non si accorgesse che lo stessi spiando.

«Hei, ragazzo, cosa stai facendo?» Era Ananda che mi apostrofava, uno dei miei cugini più piccoli, che condivideva con me il letto matrimoniale, dopo che la mamma era partita per l’India. Io stavo tagliando due buchi nel lenzuolo attraverso i quali poter guardare. In quei climi tropicali usavamo raramente delle coperte, ma le lenzuola erano sempre indispensabili, se non altro per difenderci dalle zanzare.

«Sst!» fu l’unica mia risposta. «Sst!»

«Perché non ti metti a dormire?» insistette, sentendo che il materasso si scuoteva mentre io cercavo una posizione comoda, sotto il lenzuolo che mi copriva, e con gli occhi che scrutavano attraverso quei due fori che avevo ritagliato.

«Sst! A quest’ora dovresti già dormire!»

«Anche tu.»

«Non è possibile dormire con tutto il rumore che stai facendo.»

«Sei tu che stai facendo rumore. Smettila di muoverti.»

«Sst!»

Dopo un po’ Ananda finalmente cominciò a russare ritmicamente. Io mi sforzavo di restar sveglio concentrando tutta la mia attenzione sulla finestra, attraverso la quale Babbo Natale entrava ogni anno nella nostra stanza. Al mattino del giorno di Natale l’unica mela che ricevevo durante l’anno, assieme a noci, nocciole e altri frutti gustosi, si trovava in fondo al calzino appeso ai piedi del letto. Questa volta avrei finalmente visto Babbo Natale che lo riempiva. Il tempo passava con estrema lentezza. Ad un certo momento, quando mi pareva impossibile di restare ancora sveglio, sentii un rumore nella stanza. Il fruscio non proveniva però dalla finestra, ma dalla parete, che si trovava dietro al letto. Meravigliato, sobbalzai e piegando lentamente la testa misi il lenzuolo con i due buchi davanti agli occhi. Vidi con stupore che lo zio Kumar avanzava in punta di piedi fino all’estremità del mio letto, le mani piene di regali. Dopo averli deposti per terra, riempì i nostri calzini con due mele e molte noci, prendendole da una gran borsa che aveva portato con sé. Poi uscì silenziosamente, non senza aver dato un ultimo sguardo alle due figure immobili sotto le lenzuola, certo di aver compiuto il suo lavoro senza essere stato visto.

Ero sul punto di scoppiare per la scoperta che avevo fatto, ma dovetti attendere fin dopo la colazione del mattino per comunicare questa notizia sorprendente a Krishna e a Shanti, i miei due cugini più grandi, quando finalmente restammo soli.

«Non esiste nessun Babbo Natale!» annunciai drammaticamente.

«Cosa dici?» esclamò Shanti, incredula, con gli occhi spalancati.

«Babbo Natale non esiste» ripetei, «a meno che non vogliate chiamare Babbo Natale lo zio Kumar.»

«Ma stai scherzando?» chiese Krishna con il tono di superiorità di uno che sa di essere più grande. «Da dove pensi che siano arrivati tutti quei regali? Se vuoi saperlo, Babbo Natale li ha portati dal Polo Nord!»

«Non è affatto vero perché non esiste per niente un Babbo Natale che li porti!» dichiarai con il tono di uno che la sa lunga. «E’ lo zio Kumar — è lui Babbo Natale!»

«Ma perché ci vuoi prendere in giro?» esclamò Shanti, con l’amara delusione che le si leggeva sulla faccia e che era sul punto di mettersi a piangere.

«Questa notte gli ho giocato un bel tiro: io l’ho visto con i miei occhi!»

«Visto chi?»

«Lo zio Kumar che riempiva i calzini. Proprio come vi sto dicendo.»

Questa notizia sconvolgente si diffuse rapidamente, prima fra i ragazzi della nostra grande famiglia, poi nel vicinato. Io però, cercando di ragionare filosoficamente, decisi che, dopo tutto, questo fatto non era per nulla sorprendente. Dimostrava che gli dèi dei cristiani erano dei semplici miti—non erano delle realtà come gli dei che venivano adorati dagli indù. Questi ultimi apparivano nelle visioni durante le meditazioni o sotto forma di spiriti. Noi indù non ci interessavamo di far verificare la natura di queste visioni da parapsicologi o da altri studiosi scientifici. Credevamo in ciò che sperimentavamo e ciò era per noi qualcosa di reale e di effettivo.

«Ehi! Rev! Ehi! Guarda là! »

Mi misi a sedere sul letto stropicciandomi gli occhi, spaventato, cercando di distinguere qualcosa nel buio. Dal corridoio proveniva il rumore di passi affrettati e anche voci agitate ma soffocate, mentre Nanee continuava a gridare in hindi, chiamando zia Revati.

Quando le lampadine che si accendevano cominciarono a fare un po’ di luce, sgusciai coraggiosamente da sotto le lenzuola e corsi nella stanza da letto di Nanee, dalla quale si alzavano, alte e confuse, tutte quelle voci.

«Ho appena visto.., appena visto Nana.» Era Ma’ che stava parlando in lingua hindi, con voce spaventata, quando arrivai nella sua stanza. Metà della famiglia era riunita attorno al suo letto e stava ascoltando con grande attenzione. «Era Nana... ne sono sicura... ma lui era senza la testa!» Pallida e tremante Ma’ puntava il dito verso la finestra. «Mi sono svegliata perché avevo sentito dei rumori strani.., e lui era là! Potevo vederlo col chiaro di luna che risplendeva oltre la finestra.»

«Sei sicura che non stavi sognando?» chiese zia Revati «Nehi Ji! Ero completamente sveglia. Lui si stava dirigendo verso di me e allora mi sono messa a gridare.»

«Non puoi essere sicuro che fosse lo spirito di Nana» stava dicendo, pensieroso, Gosine quella mattina, quando parlammo del fatto davanti alla sua baracca. «Ci sono tanti spiriti qui intorno. Dappertutto.»

«Ma Nanee ha detto che ha visto proprio Nana!»

«Non è tanto facile» insistette Gosine. Si grattò il mento diverse volte, poi, guardandomi di sottecchi, aggiunse:

«Ci sono anche dei pundit che comandano gli spiriti. Ne abbiamo proprio uno in fondo alla strada — sai chi intendo dire. Gli spiriti obbediscono e fanno quello che viene loro ordinato. Qualche volta cose cattive, qualche volta cose buone.»

«Vuoi forse dire che anch’io, che sono un pundit, devo comandare agli spiriti?»

Gosine si strinse nelle spalle e volse lo sguardo da un’altra parte. «Non ho detto che tutti li comandano. Qualcuno lo può fare anche senza usare un teschio.»

«Ma come entra in possesso dello spirito e lo comanda?»

«Bhai, tutti sanno che il pundit va in un cimitero e scava per impossessarsi di un teschio. Una volta che l’hai in mano puoi comandare lo spirito di quella persona perché faccia tutto quello che gli ordini.»

«Allora vuoi dire che qualcuno si è impossessato del teschio di Nana? E che per questa ragione non c’era la testa su quella.., quella cosa che Ma’ ha visto? Ma la sua tomba è sorvegliata da un custode.»

Gosine si sentiva a disagio. Si strinse di nuovo nelle spalle, si alzò e gettò uno sguardo apprensivo verso il cielo. Si udiva un lontano brontolio di tuono, mentre nuvole nere si addensavano sopra il golfo.

«Penso che tra poco comincerà a piovere.» Scuotendo la testa da una parte all’altra, con un’espressione sconcertata sul viso, si voltò per entrare nella baracca. «Non voglio scherzare con questo problema degli spiriti» disse, curvandosi per entrare attraverso la porta bassa. «E’ un vero inferno.»

Mi misi a correre verso casa mentre lampi accecanti solcavano il cielo e la pioggia veniva giù a rovescio. Il frastuono dei tuoni faceva spavento. Forse gli dei erano adirati.


 
 

Capitolo 6

Il giovane guru

Arrivava dalle finestre spalancate e si diffondeva nella classe il rullo dei tamburi, che provocava una certa agitazione fra gli studenti. Il rullo degli enormi tamburi si poteva udire a distanza di miglia; venivano accordati con precisione per la festa serale Ramleela che si doveva tenere al Mahabir Village, dove si trovava la scuola (ad un miglio circa dalla nostra casa). Lo spettacolo drammatico, che durava una settimana, rappresentava tutta l’epica del Ramayana. Io sognavo l’India e cercavo di immaginare come fosse realmente il villaggio nel quale, secondo quanto mi aveva detto un pundit, ero vissuto nella mia vita precedente. Ora il ritmico rullo dei tamburi portava un nuovo stimolo alla mia immaginazione. Mi vedevo nella veste di Rama, poi in quella di Hanuman, il dio scimmia, che lottava contro il malvagio Ravana. Per contrasto, la scuola mi sembrava terribilmente monotona. Perché io, che ero il dio dell’universo, uno con Brahman ed uguale a lui nella sua essenza, avrei dovuto soffrire ascoltando un’altra lezione di grammatica inglese? Non afferrai quasi nulla di quanto il professore stava dicendo.

Avevo solo 11 anni, ma erano già numerose le persone che s’inchinavano quando io passavo, che mi portavano offerte di denaro, di tela di cotone ed altri doni che deponevano ai miei piedi, e che mi mettevano al collo delle ghirlande di fiori durante le cerimonie religiose. Mi domandavo: devo lasciare la scuola e andare nuovamente ad approfondire le mie conoscenze religiose nel tempio? Sia Nanee che zia Revati erano contrarie, ma la tentazione era forte per me, particolarmente nei caldi pomeriggi come questo, mentre mi trovavo in una classe nella quale la temperatura era soffocante. Le lunghe ore che passavo in meditazione e gli altri esercizi religiosi lasciavano ben poco tempo e ben poche energie da dedicare alla scuola.

Quando squillò l’ultimo campanello uscii di corsa dalla classe e, accompagnato da diversi ammiratori, mi diressi velocemente verso la piazza del mercato, per essere il primo a raggiungere il luogo della festa. Man mano che ci avvicinavamo, il rullo dei tamburi si faceva sempre più forte.

«Desidero che tu sia il mio guru, Rabi!» Questa calorosa dichiarazione mi veniva rivolta da Ramjit, i cui genitori appartenevano alla casta Kshatriya, la stessa di Nana. Suo padre era un caposquadra dei braccianti che lavoravano nei campi di canna da zucchero e portava in testa, con fierezza, il casco cachi di sughero, caratteristico dei sorveglianti.

«E anche il mio» aggiunse Mohan, un ragazzo molto religioso che partecipava con regolarità al gruppo sandhya col quale io ero devotamente coinvolto, aiutando i giovani indù ad imparare a seguire i loro compiti religiosi. Il padre di Mohan era un Vaisya, un ricco commerciante dello zucchero che veniva prodotto nella vicina fabbrica dove mio padre, anni addietro e prima del suo matrimonio, aveva lavorato in qualità di tecnico.

Sorrisi, soddisfatto per la loro sincerità. «Non posso parlare di queste cose mentre corriamo così in fretta» esclamai ansimando. Ultimamente avevo accusato dei dolori al torace e mi rendevo ben conto che questo era dovuto al fatto che fumavo troppo.

«Ne parleremo appena saremo arrivati» aggiunsi senza fiato. In città c’erano già molte persone che si rivolgevano a me quando avevano dei problemi di carattere spirituale. Un giorno io sarei diventato il guru di migliaia di esse.

Le strade strette e profondamente solcate di Mahabir Village — lungo le quali si allineavano le casupole di fango e le baracche di legno con pavimenti in terra battuta — erano già affollate. Ci affrettammo a superare le numero se botteghe, vivacemente decorate, ed arrivammo nel grande piazzale che si trovava al centro del villaggio. Era qui che, ogni sera, si svolgeva la drammatizzazione di una parte del Ramayana. I piccoli commercianti gridavano decantando la loro merce ad una folla chiassosa che avanzava a spintoni. Vendevano bevande, dolci, cibi piccanti esposti su bancarelle coperte, carretti a mano, vassoi portati da biciclette — oppure contenuti in grandi recipienti e vassoi disposti per terra, pieni di salsa di bara e di mango misti a spezie, di channa al curry, di channa fritta e di svariati dolci indiani come il jilabhi.

Qua e là si vedeva qualche indovino o degli zingari che leggevano la mano. Accovacciati dove c’era meno folla, spiegavano le carte o diagrammi della mano e attiravano clienti e curiosi.

Io avevo un mucchio di soldi da spendere. In una credenza chiusa a chiave che avevo nella mia stanza, continuavo a far crescere il mio deposito segreto di denaro che mi arrivava con i doni che venivano deposti ai miei piedi da coloro che mi adoravano. C’erano alcuni pundit che erano diventati fra i più ricchi indù del paese; io stesso mi rendevo conto della facilità con cui il denaro si accumulava, rapidamente, senza alcuna fatica. Le persone più povere, che appartenevano alle caste inferiori, erano frequentemente la fonte principale del patrimonio dei pundit. Uno di questi, che io ben conoscevo, si era specializzato nel fare delle puje di buona fortuna per vincere lotterie semplici e lotterie abbinate a corse di cavalli e si era fatto un bel gruzzolo. I poveri che gli pagavano le puje restavano sempre poveri, mentre lui diventava sempre più ricco. Egli era così la dimostrazione lampante che la sua fortuna era dovuta alle sue virtù magiche.

Quella sera mi trovavo in prima fila fra gli spettatori, quando il pundit suonò con forza la sua conchiglia e pronunciò la sua benedizione che dava inizio allo spettacolo drammatico. I due gruppi avversari, formati da persone di alta casta, vestite in splendidi costumi colorati, si stavano preparando alle due estremità del piazzale e subito cominciarono ad avvicinarsi l’uno all’altro danzando e seguendo il ritmo del rullo dei tamburi. Il malvagio Ravana aveva rapito Sita, moglie di Rama. Questo ruolo veniva interpretato da un giovane vestito di un san a vivaci colori, perché non era permesso alle donne di far parte degli attori. Hanuman, il re scimmia che era il vero eroe di tutta la storia, aveva scoperto il luogo nel quale era prigioniera Sita. Rama, assieme ai suoi fratelli e ai suoi seguaci, uniti a Hanuman e alla sua armata di scimmie, erano schierati per combattere contro Ravana e le sue malvagie coorti. Era uno spettacolo davvero imponente e brillante, quando si vedevano queste due schiere che combattevano avanzando e retrocedendo, accompagnate dal rullo marziale degli enormi tassa e dalle grida entusiaste degli spettatori! Io mi godevo ogni particolare dello spettacolo e facilmente potei scordare che a scuola fantasticavo pensando di diventare un giovane Mahatma Gandhi, mettendo d’accordo gli indù con i maomettani, che erano sempre pronti a lottare fra di loro, menando pugni e scagliandosi a vicenda invettive e male parole. «La non violenza è un dovere per tutte le caste! » Spesso esortavo con queste parole i ragazzi indù, e di solito mi obbedivano riconoscendo in me la loro guida spirituale. Ma trovandomi alla festa di Ramleela, io — e con me centinaia di altri seguaci della non violenza — esultavamo ammirando le gesta di Hanuman e di Rama e quanto più violenta era la lotta sul campo di battaglia, tanto più la godevamo.

Mia madre mi aveva diligentemente insegnato il significato spirituale di questa epica: Rama rappresentava il bene e Ravana il male. La battaglia che combattevano l’uno contro l’altro era un’allegoria della lotta costante fra il bene e il male, che esiste nel cuore di ogni persona. Nell’ atmosfera festosa del dramma, ascoltando il rullo di quei tamburi, potevo dimenticare facilmente la parabola, ma, ritornando tardi a casa quella sera, accompagnato da Shanti, Sandra, Ananda e Amar, dovetti affrontare nuovamente la lotta fra il bene e il male che albergavano nel mio cuore. Perché, mi domandavo, dovevo sempre rimanere turbato da questa lotta fra il bene ed il male quando tutto era uno? Non riuscivo a capirlo. L’unica realtà era Brahman. Tutto il resto era un’illusione. E allora anche il malvagio Ravana era Brahman, nella stessa maniera in cui Rama, l’avatar, era Brahman. Anch’io lo ero. Nelle mie trance yoghi io ero il signore dell’universo, senza avvertire problemi, inquietudini o incertezze. La vera questione consisteva nel conservare questa consapevolezza trascendente anche quando non stavo meditando. Forse l’unica maniera per raggiungere questa posizione sarebbe stata quella di fare ciò che aveva fatto mio padre — ritirarsi completamente da questo mondo fatto di illusioni. Ma in questo caso, come sarei diventato un guru per poter insegnare al mio prossimo?

Amar, il figlio più piccolo di zia Revati, era uno dei miei migliori scolari. Aveva solo cinque anni e, forse, io lo amavo così profondamente perché mi ricordava i tempi della mia infanzia, quando avevo la sua stessa età. Egli, da solo, faceva già la sua puja, offrendo ogni mattina dell’acqua al sole e dimostrando uno zelo religioso poco comune. Da parte mia lo istruivo nelle meditazioni e gli insegnavo dei mantra speciali, che lui contraccambiava tenendomi in alta considerazione.

«Non ti vedo molto bene in questi ultimi giorni, Rabi! La tua salute mi preoccupa.» Era Ma’ che me lo disse con tono solenne, la mattina successiva, quando mi recai a salutarla prima di andare a scuola. «Sei molto pallido e tossisci continuamente!»

«Non ti preoccupare, Ma’, va tutto bene» risposi, mentre un altro accesso di tosse mi faceva piegare in due.

«Senti, Rabi! Devi andare a farti visitare da un medico; lo zio Kumar ti accompagnerà prima di partire per l’Inghilterra.»

«Sto benone, Ma’ » cercai di dire mentre prendevo fiato a fatica. Il torace mi doleva terribilmente, soprattutto dalla parte del cuore. «Tutto andrà bene.»

«E’ già da parecchie settimane che stai tossendo! Ti sento tutte le notti.»

«Non è niente Ma’. Non preoccuparti. Tutti tossiscono. Ma come stai tu oggi?» Vergognandomi un poco, cercavo di cambiare argomento, timoroso ch’ essa potesse sospettare la verità. Infatti era da parecchi mesi che fumavo accanitamente, di nascosto, sicuro com’ero che Ma’ e le zie e gli zii sarebbero stati tutti contrari a questa brutta abitudine che ora non ero più in grado di controllare. Molte volte riflettevo sul fatto che mentre ero così osservante nel praticare il vegetarianismo — non avrei nemmeno comprato del formaggio se avessi saputo che era stato tagliato con un coltello prima adoperato per tagliare una salsiccia o della carne — non ero capace di smettere di fumare, benché sapessi il male che faceva ai miei polmoni. Quando ero solo, in aperta campagna, fumavo una sigaretta dopo l’altra, inalando profondamente il fumo, ad ogni boccata. E, ancor peggio, non volendo che gli altri venissero a conoscenza della mia pessima abitudine, dovevo rubare le sigarette, e ciò benché avessi tutto il denaro necessario per acquistarne. Tutto ciò turbava profondamente la mia coscienza. In verità la lotta fra Ravana e Rama infuriava, selvaggia, nel mio animo, e sembrava che io fossi impotente di influire in qualche modo sul risultato. Ravana era sempre vincente, malgrado le frequenti preghiere che indirizzavo a Hanuman.

Per la prima volta, mentre quella mattina mi incamminavo verso la scuola, sentii un gran vuoto dentro di me, allorché mi fu rivolto dai miei ammiratori il solito saluto: «Sita-Ram, pundit Ji». Non era tanto la conversazione che avevo avuto con Ma’ quella mattina, quando le avevo mentito, che mi preoccupasse. Ciò che mi inquietava invece era la penosa esperienza che mi era capitata un po’ prima, quella stessa mattina.

Tenendo in mano una piccola coppa di ottone, una lota, piena di acqua santa per l’offerta di purificazione, avevo messo sul muso della nostra mucca un fiore di ibisco fresco, come facevo ogni mattina, e mi ero inchinato in adorazione, quando, improvvisamente con una sbuffata ammonitrice, il grande bestione nero aveva abbassato il muso, pronto a caricare. Feci un salto all’indietro, evitando per miracolo una cornata, e mi misi a correre verso casa, facendo cadere la lota e le collane delle preghiere.

Il mio dio mi stava castigando! Per mia fortuna non avevo slegato la mucca. La corda con la quale era legata la trattenne proprio nel momento in cui le sue corna stavano per colpirmi. Rimasi scosso e senza fiato, mentre il mio sguardo scrutava la lota rovesciata, i grani sparsi e gli zoccoli scalpitanti della mucca, e fissavo quei grandi occhi bruni che mi guardavano con odio intenso. Attaccato dal mio dio! E io che l’avevo fedelmente adorato per un’ ora al giorno durante un anno intero!

Ero ancora molto scosso interiormente quando, due ore dopo, stavo incamminandomi verso la scuola. Non ero più impaurito, ma sconcertato e addolorato. Perché? Benché Shiva e Kalì ed altri numerosi dei mi avessero, sovente, impaurito, la mucca era il dio che avevo sempre adorato. Un lavoro che mi era sempre piaciuto era quello di farle brucare l’erba e di avere cura di lei. Avevo sempre trattato la mucca, e tutti gli altri animali, con la massima gentilezza. E allora perché quel dio mi aggrediva? Sarebbe stato questo un problema che avrebbe continuato ad ossessionarmi per molto tempo ancora. Nemmeno Gosine poteva risolverlo.

 
 

 

Capitolo 7

Shiva ed io

Quando aveva circa trent’anni, Nana era andato dal migliore e più costoso fotografo dell’isola per farsi fare un ritratto. Nana si era mostrato molto esigente per cui il fotografo gli aveva fatto pagare un prezzo salato. La fotografia riproduceva Nana in posa patriarcale, con uno sguardo acuto e penetrante. Essa era poi stata collocata in una cornice larga e costosa, ed appesa, in posizione dominante, nel soggiorno. Entrando in questa stanza da qualsiasi delle sue porte — e bisognava, per forza, attraversarla per entrare nella casa—ognuno doveva confrontarsi con il cipiglio di Nana. Sembrava che i suoi occhi ci seguissero in qualunque direzione andassimo, quasi che il suo spirito volesse osservare quello che avveniva, anche dopo la sua morte, nella casa che aveva costruito con il denaro proveniente da ignote fonti. Io avevo paura di guardare quegli occhi che mi ossessionavano.

Ero tormentato da questo medesimo sentimento nei riguardi di Shiva, il dio che temevo di più e che, perciò, adoravo più degli altri allo scopo di placarlo. Ma lo spirito di Nana non poteva venire pacificato. Esso continuava a terrorizzarci facendo udire il rumore di passi lenti e pesanti, o veloci, accompagnati da un odore nauseabondo e penetrante e da oggetti che venivano scaraventati fuori dalla credenza o gettati giù dalla tavola, ciò che talvolta succedeva anche davanti ai nostri occhi stupiti.

Malgrado gli sforzi che facevo per placare Shiva, mi rendevo conto che non ottenevo alcun risultato. Non trovavo pace nei miei rapporti con questo spaventevole dio — conosciuto anche col nome di Distruttore — malgrado i miei mantra, i miei riti, la mia adorazione. Molte volte, nel corso delle mie profonde meditazioni, mi ritrovavo in un altro mondo, solo, davanti a Shiva, ed il suo comportamento era sempre minaccioso. Un giorno, mentre attraversavo di corsa il cortile della casa di mia zia Sumintra, mi si conficcò un chiodo nel piede nudo. Mentre stavo disteso, febbricitante, sul letto a causa dell’infezione che era subentrata, non ero stato capace di distogliermi dalla convinzione che fosse stato Shiva a mettere il lungo chiodo in quel preciso posto e ad indirizzare su di esso il mio piede. Cercai di scrollarmi di dosso questa impressione la quale, mi dicevo, era frutto di superstizione. Ma quando ne feci cenno a mio cugino Krishna, vidi passare nei suoi occhi uno sguardo di chi la sa lunga. Mi confidò infatti che anche lui aveva l’impressione che Shiva lo stesse bersagliando. Mi raccontò che una sera sul tardi, mentre stava studiando, una mano invisibile gli aveva dato uno schiaffo così forte, che egli era caduto dalla sedia ed il giorno dopo i lividi che aveva sul viso erano ben visibili a tutti. Un’altra volta, mentre di notte stava dormendo, delle mani invisibili avevano tentato di soffocarlo e anche questa volta aveva avuto la sensazione che fosse stato Shiva a farlo. Numerose altre volte dovetti anch’io subire queste paurose esperienze che, lo sentivo, provenivano da Shiva. Ma né Krishna né io ci rendevamo conto del perché avvenissero proprio a noi. Gosine non mi era di alcun aiuto Non gli piaceva affrontare questi argomenti ed io ne sapevo il perché.

Queste misteriose aggressioni fisiche e le ossessioni provocate dallo spirito di Nana ebbero un effetto depressivo su tutti noi. Sotto le apparenze di una normale convivenza, c’erano delle tensioni che non potevano non intaccare i nostri rapporti personali. E questo successe in modo particolare nelle mie relazioni con zia Revati Benché una volta fossimo stati così vicini uno all’altra, avevamo ora difficoltà a sopportarci e, talvolta, ci capitava persino di litigare mentre stavamo facendo una puja in famiglia. Era da circa sei anni che mia madre era in India, ed io ero stanco di essere trattato come uno dei figli di mia zia. Dotata di una faccia rubiconda e di una risata cordiale, essa aveva tuttavia un carattere incostante e mutevole, che toccava i due estremi: capace di distribuire ai suoi ragazzi dolci in abbondanza e, un momento dopo, di picchiarli. Qualche volta sospettavo che sotto la sua esuberante personalità che attirava tanti amici nella nostra casa, esistesse in lei un animo infelice. Ciò poteva essere logico e ragionevole, dopo tutto quello che aveva sofferto per colpa di suo marito. Pensavo che nella sua esistenza passata lei fosse stata un uomo che picchiava sua moglie e che ora, in questa vita, il karman l’aveva ripagata con il medesimo destino.

Quando ero più piccolo zia Revati era la guida religiosa di tutta la casa, ma ora c’erano due persone che reclamavano l’autorità spirituale. Questo creava una tensione sempre più forte fra di noi, ed io sospettavo che ci fosse qualcosa di più che una semplice gelosia a dividerci man mano io crescevo e diventavo grande. Le lunghe ore che la zia trascorreva ogni giorno nella stanza delle preghiere, facendo la sua puja, meditando e adorando il sole e la mucca, erano una ragione sufficiente perché essa trascurasse, almeno in parte, i suoi doveri domestici. Per questo essa si sentiva turbata e sovente scaricava su di noi la sua irascibilità — specialmente su di me. A mia volta restavo risentito quando cercava di farmi fare alcuni lavori domestici, perché mi consideravo superiore a queste cose. Non era giusto che io rubassi del tempo ai miei doveri religiosi per dedicano ad umili lavori che potevano venir eseguiti da qualsiasi altra persona. L’unica cosa che facevo volentieri era quella di pascolare la mucca. L’aver cura di questa, una delle più sante creature, recava beneficio al karman dell’individuo. Ma siccome essa mi aveva aggredito, avevo perso ormai l’entusiasmo per questo lavoro. Anche la mia adorazione per essa era cessata.

Ero molto dispiaciuto nel constatare come lo stato di profonda pace che, nel passato, raggiungevo con le mie meditazioni, potesse venir turbato tanto facilmente per una sgridata che mi veniva fatta dalla zia quando mi accusava di pigrizia perché non avevo fatto qualche lavoretto in casa. Avevo, per natura, un carattere tranquillo, ma in quei momenti il mio temperamento s’infiammava e parole aspre, in mia difesa, uscivano dalle mie labbra. Qualche volta mi pareva quasi che lo spirito irato di Nana prendesse possesso temporaneo di me, come quando mi capitava di agire, era stato suo costume, frustando con un lungo ramo flessibile una delle colonne di cemento che sostenevano la veranda. E continuavo a farlo finché, esausto, mi fermavo a guardare i segni che erano rimasti sul bianco della colonna e a domandarmi cosa stesse succedendo dentro di me. Una volta afferrai la vecchia cinghia di Nana, con la quale aveva tante volte frustato i famigliari, e diedi delle scudisciate sulla schiena di alcune delle mie cugine più piccole che scapparono confuse e svergognate. Questo spettacolo ricordava in tutto le ire selvagge di Nana. Dopo episodi del genere, gli occhi del ritratto di Nana sembravano sorridere beffardi — sempre che avessi avuto il coraggio di guardarli — quasi fossero a conoscenza di qualche segreto. Io rabbrividivo e mi allontanavo rapidamente, ma il ricordo rimaneva. Di sicuro egli ci ossessionava non solo con il rumore dei suoi passi, ma anche col modo in cui agiva, servendosi della mia persona Perché proprio io, che ero l’individuo più religioso di tutta la casa dovevo essere il tramite per mezzo del quale il suo spirito abusava dei membri della sua famiglia, tanto tempo dopo ch’era morto? Era questo un problema che non avevo il coraggio di affrontare, perché coinvolgeva tutto ciò in cui credevo.

Cercando quindi di dimenticare ogni cosa, mi immergevo nelle cerimonie religiose, quelle di carattere pubblico nel tempio, o quelle private in casa mia o di altri conoscenti che accorrevano numerosi. In queste circostanze mi trovavo al centro dell’attenzione generale, riverito da tutti. Mi piaceva, allora, muovere i passi in mezzo agli intervenuti, spruzzando dell’acqua santa segnando le loro fronti con la sacra crema bianca di legno di sandalo, oppure ancora raccogliendo le offerte che mi venivano fatte, finché il piatto di ottone che avevo nelle mani non era colmo di banconote variopinte, azzurre, rosse, verdi che rassomigliavano ad un mazzo di fiori. Più ancora amavo sedermi accanto all’altare, vicino al pundit che officiava, ed esser così l’oggetto dell’ammirazione di tutti. E com’era grande il piacere che mi procurava il profumo che emanava dai fiori delle ghirlande che, in queste occasioni, pendevano dal mio collo! Così come tutti quegli adoratori che, finita la cerimonia, mi facevano un profondo inchino mentre, prima di uscire, deponevano ai miei piedi la loro offerta!

Sebbene la pace che mi pervadeva durante la meditazione fuggisse così facilmente, pure le forze occulte che si manifestavano in modo sempre più evidente con l’esercizio dello yoga, continuavano a dimorare in me e a palesarsi in pubblico. Conoscendo che senza queste manifestazioni soprannaturali non avrei mai avuto un gran seguito, fui molto lieto di constatare la crescita delle mie forze spirituali. Succedeva spesso che coloro che s’inchinavano davanti a me provassero un senso di felicità e che sperimentassero un’illuminazione interiore nel momento in cui li toccavo sulla fronte quando concedevo loro la mia benedizione. In quel tempo avevo solo 13 anni, ma già davo i colpetti affettuosi shakti, famosi fra i guru, che costituivano la prova della mia chiamata. Shakti è uno dei nomi dati a Kalì, la consorte omicida di Shiva, che beve il sangue umano, la madre dea della potenza che dispensa la forza primitiva che scorre nel cuore dell’universo. Come ero eccitato al pensiero che io stesso stavo diventando un canale attraverso il quale scorreva la sua potenza!

Succedeva sovente che mentre ero in profonda meditazione gli dei diventassero visibili e parlassero con me. Talvolta mi sembrava di venir trasportato, per proiezioni astrali, su pianeti lontani o su mondi nei quali regnavano dimensioni diverse. Dovevano passare molti anni prima che imparassi che esperienze di questo genere potevano essere ripetute in gabinetti chimici sotto l’attenta supervisione di esperti parapsicologi, per mezzo dell’ipnosi e dell’LSD. Nelle mie trance yogiche io mi ritrovavo, quasi sempre, solo con Shiva, il Distruttore seduto ai suoi piedi, e osservavo l’enorme cobra attorcigliato attorno al suo collo che mi fissava fischiando e saettando minaccioso la sua lingua biforcuta. Talvolta mi domandavo perché nessuno degli dei che incontravo fosse gentile, cortese, amabile. Ma, per lo meno, essi sembravano veri e reali, non ne avevo alcun dubbio e non erano dei semplici miti come Babbo Natale, il dio cristiano.

Fu per me un giorno molto lieto quello in cui mio zio Deonarine, figlio maggiore di Nana, ritornò, dopo molto tempo, dall’Inghilterra, essendosi laureato con lode nell’Università di Londra! Quando, alcuni mesi prima, lo zio Kumar si era trasferito a Londra, il dominio autoritario e matriarcale di zia Revati sulla casa si era inasprito. Ora, con il ritorno di Deonarine, avremmo avuto nuova mente un uomo che comandava. Deonarine era stato per me, durante tutta la mia vita, la persona che più poteva rassomigliare a un vero papà. Forse il suo ritorno avrebbe potuto stimolare mia madre a ritornarsene dall’India:

essa scriveva ogni due o tre mesi, ma nelle sue lettere non faceva più alcun cenno di rientrare «il prossimo anno».

Un giorno, poco dopo il suo ritorno, zio Deonarine, mi prese gentilmente da parte. «Ho appena comprato una nuova automobile, Rabi, e desidero che tu la benedica» disse con calore. «Per nessuna ragione al mondo la metterò in moto senza la tua benedizione!»

Ero raggiante. E pensare che io avevo temuto che non sarebbe mai ritornato da Londra, visto che aveva abbandonato l’induismo! Da molti anni Deonarine si interessava molto poco alla religione, ma ora, finalmente, sembrava essere nuovamente un bravo indù. «Aspetta un momento» dissi, cercando di parlare un inglese corretto.

«Devo prendere qualche cosa, ma sarò subito di ritorno.» Diedi alla vettura una benedizione completa, scacciando ogni spirito malvagio ed implorando la protezione, sopra di essa, dei più potenti dei. Zio Deonarine mi consegnò una bella somma di denaro, malgrado io protestassi che non dovesse farlo. Alla fine acconsentii, non desiderando che gli venisse a mancare il gran beneficio derivante dai doni che vengono offerti ai bramini.

«Rabi, devi continuare gli studi e iscriverti alla scuola superiore!» insistette una mattina Deonarine, quando, insieme, eravamo andati a visitare Ma’. Io avevo quasi terminato la scuola secondaria, avendo frequentato quella di Mahabir Village, e stavo pensando di ritornare presso il tempio di Durga, oppure forse, anche a quello più grande di Port of Spain.

«Rabi, devi avere un’istruzione superiore» continuò con calore, mentre Ma’ faceva grandi cenni di pieno assenso. «Intendo dire che devi frequentare anche l’università. E’ molto importante per poter comunicare il proprio pensiero. A prescindere da quanto tu stesso possa essere illuminato, come potresti essere un bravo maestro se non sei capace di spiegare agli altri un qualsiasi argomento con chiarezza? Insieme ad una completa conoscenza dei Veda, hai anche bisogno di un’istruzione generale!»

«Certo, penso che hai ragione» concessi con riluttanza, scuotendo la testa con disappunto. Da tempo bramavo di terminare i miei studi, tuttavia non potevo negare la logica di quanto dicesse lo zio. Decisi di affrontare l’esame di ammissione alla stessa scuola superiore frequentata da mio cugino Krishna, che si trovava nel sud. Avrei potuto abitare con lo zio Ramchand, di cui avevo un grande rispetto. La sua casa si trovava vicinissima alla scuola.

«Arriva Rabi! Arriva Rabi!» Era la voce di Daadi che, come sempre, annunciava il mio arrivo quando ero ancora lontano.

Con una piccola valigetta in mano, tutto sudato a causa del gran caldo e dell’umidità, mi dirigevo a fatica dalla stazione dell’autobus verso la casa di Ramchand Maharaj, fratello maggiore di mio padre, che abitava nella parte meridionale dell’isola. Sua moglie, Daadi, era una donna estroversa ed impulsiva e mi dava sempre il benvenuto con gridi di gioia appena mi vedeva da lontano. Ma questa volta notai, nella sua voce, una nota di inquietudine e ne scoprii ben presto la ragione. Entrando in casa le mie narici furono subito colpite dal penoso odore di arrosto di capra al curry. Non avrei mai immaginato che essi mangiassero della carne. Quale fu, di conseguenza, la mia delusione!

«Oh, non sapevamo che tu saresti venuto oggi!» Lo zio Ramchand cercava a fatica le parole, tentando di nascondere il suo imbarazzo.

«Volevo fare a tutti una sorpresa» risposi con calma, senza sapere in quale direzione rivolgere lo sguardo avvertendo vivamente la sua angoscia. Oh, quale vergogna! Un bramino che mangiava della carne! E per giunta uno che era bravo e religioso!

Lo zio tentò di intrattenermi in una conversazione generale che riguardava in particolare la salute di Ma’ ed altre notizie sui familiari, ma io rispondevo con freddezza, senza tentare di nascondere il mio disappunto. Dopo un po’ la conversazione ebbe fine. Conoscendo il mio pensiero lo zio Ramchand tentò di giustificarsi: «Lo sai perché i cristiani mangiano la carne, Rabi?» chiese.

Mi sembrava una domanda piuttosto strana. Cosa potevano importarmi le scuse che i cristiani accampavano per coprire i loro crimini contro il mio dio, la mucca? Scossi comunque la testa, troppo nauseato per rispondere. Quanto avrei preferito di non aver deciso la mia visita senza preavvisarli!

«Iddio ha fatto scendere dal cielo un grandissimo lenzuolo pieno di ogni genere di animali.»

«Dove hai sentito queste storie?» chiesi.

«Hei, ragazzo mio, si trova nella Bibbia, il libro cristiano.»

«Vuoi forse dire che lo stai leggendo?»

«Non sono io che lo leggo, ma sono gli altri che me lo raccontano.»

«E che cosa successe al grandissimo lenzuolo?» Ero sempre più stizzito e deluso. Era a causa di questo stesso libro che Nana aveva scaraventato Ma’ giù dalle scale, perché lo leggeva. Il libro dei cristiani, di quelli che mangiano le mucche! E questi era il fratello di mio padre!

«Nel lenzuolo c’erano animali di ogni specie — e sai che cosa disse Dio a Pietro? Gli disse di ucciderli e di mangiarne quanto volesse! » Sul suo viso si scorgeva un lampo di trionfo, quasi avesse potuto dimostrare una completa giustificazione per quell’orribile odore di violenza e di morte che si sentiva nella casa.

«Può darsi» dissi bruscamente, «ma egli non lo disse a te!»

«Ma noi lo facciamo nel nome di Kalì» aggiunse Ramchand. «I sacerdoti uccidono 16 capre ogni mattina nel famoso tempio Kalì di Calcutta.» Dalla cucina, dove si era rifugiata per evitare le mie ire, la zia assentiva con vigorosi cenni della testa.

«Ma i bramini non le mangiano! » gli osservai rigidamente.

Per tutto quel giorno non toccai nulla che fosse stato preparato nella loro cucina. Il solo odore della carne ammorbava l’aria di tutta la casa. La gente aveva rispetto di me a causa dei principi che praticavo e soprattutto perché io non deflettevo da essi. In casa avevo un piatto e delle posate delle quali mi servivo io solo, e persino un cuscino e delle lenzuola esclusivamente per me. Nessuno osava usarli. Non mangiavo né pane né dolci per i quali fossero state impiegate delle uova. Ramchand lo sapeva. Nel passato avevamo parlato serenamente di tutte queste cose. Ora sedevamo insieme, in un silenzio imbarazzante, rotto di tanto in tanto da qualche frase impacciata. Mia zia si teneva al largo e lo stesso facevano i miei cuginetti.

Dopo alcuni giorni mio zio propose di fare una passeggiata fino al porto, ch’era vicino, per ammirare una grande nave cisterna olandese che era arrivata il giorno prima. Acconsentii, lieto di avere una scusa per uscire da quella casa impregnata di odore nauseabondo.

La motonave olandese era una bellezza: lucida, lunga e larga più di qualunque altro bastimento che avessi mai visto. Si poteva quasi scorgere la chiglia sott’ acqua e grosse tubazioni versavano continuamente un flusso di oro nero dalle chiatte che facevano la spola fra la cisterna, ancorata nella rada, e la terraferma. Proprio vicino a noi, su di un’altra nave mercantile, venivano caricate delle merci; dai due alberi spuntavano diverse braccia di gru, numerosi argani cigolavano, mentre pesanti carichi venivano issati a bordo. Diversi operai addetti alle stive, nudi fino alla cintola, lavoravano tutti sudati sotto il sole cocente. Mi era sempre piaciuto fare una passeggiata nel porto. Quell’attività piena di trambusto provocava in me un’ ondata di eccitazione e gli strani nomi delle navi sembravano un seducente invito a visitare luoghi lontani, esotici. Anche Ramchand amava le visite al porto. Senza che ce ne accorgessimo, la tensione fra di noi era gradatamente diminuita ed avevamo cominciato a discorrere pacatamente dei miei progetti relativi agli studi che avrei dovuto cominciare l’autunno prossimo nella scuola che si trovava nelle vicinanze. Questo mi avrebbe permesso di visitare più frequentemente lo zio. Egli sembrava contento e mi assicurò che stavo prendendo una decisione giusta, una che anche mio padre avrebbe approvato.

«Ma come mai non c’è nessuno che lavora su questa nave?» chiesi mentre stavamo passando sotto la fiancata torreggiante di una motonave che sembrava deserta.

«E’ proprio strano» rispose sopra pensiero mio zio, cercando con gli occhi se vedesse qualcuno.

«Guardami!» gridai mentre mi aggrappavo ad una grossa fune che pendeva dal braccio di una gru della nave, a qualche metro dal molo. Volli controllare se poteva sostenere il mio peso. Sembrava abbastanza robusta per sostenere diversi quintali. «Guarda come posso dondolare! Proprio come Tarzan!» esclamai, prendendo la rincorsa e saltando in aria aggrappato alla fune. Ondeggiando su e giù cominciai a disegnare nell’aria delle grandi arcate, tenendomi aggrappato alla corda con tutte le mie forze, finché le oscillazioni mi portavano in alto, al disopra del molo, scendendo poi velocemente al disopra dello zio, che rideva e si divertiva guardando i miei esercizi. Poi, d’un colpo, successe l’imprevisto. Quando mi trovavo nel punto più alto dell’arcata, come se qualcuno avesse usato un coltello, la fune, improvvisamente si staccò dal braccio della gru che mi sovrastava.

«Stai attento, Rabi!»

Udii il grido allarmato dello zio prima ancora di rendermi conto di quello che stava succedendo. Precipitai, atterrito di vedere che stavo cadendo nello stretto spazio che c’era tra la nave ancorata ed il molo. Con le mani riuscii ad aggrapparmi all’orlo della banchina, dove, mezzo stordito, rimasi per qualche istante. Subito accorso, lo zio mi prese per un braccio tirandomi verso la salvezza mentre, un momento dopo, la nave, col moto ondoso del mare, si avvicinava e andava a sbattere contro il molo.

«Ragazzo mio, puoi dirti proprio fortunato!» esclamò.

E in effetti avrei potuto essere schiacciato. Le sue labbra tremavano ed il suo colorito era diventato cereo.

Io mi sentivo troppo debole per poter restare in piedi. Ambedue fissavamo sbalorditi il pezzo di fune attorcigliata a serpentina che era rimasta sul molo, poi, alzando gli occhi, il braccio della gru, alto, sopra le nostre teste. Sembrava che mancasse una spiegazione. Un momento prima la corda sembrava ben sicura, ma un attimo dopo non lo era più, quasi che una mano invisibile l’avesse sciolta. Un brivido involontario mi corse giù per la schiena, mentre un fiume di memorie mi turbinavano per la mente: quella volta in cui avevo sentito delle mani invisibili che mi sospingevano fuori della vettura ed io ero stato gravemente ferito; quell’altra, quando un pomeriggio che mai avrei dimenticato, qualcosa di invisibile aveva tenuto il mio piede incollato al terreno in modo che non ero stato capace di muoverlo mentre un rullo compressore arrivava e me lo schiacciava... ed altri simili «incidenti». Ora, sotto l’ombra della fiancata di quella nave così stranamente priva di uomini, sentivo nettamente la minacciosa presenza di Shiva, quella presenza che conoscevo così bene. Era lui che aveva sciolto la corda? Tentai di respingere quel pensiero blasfemo, timoroso dell’ira di Shiva, ma il sentimento della sua presenza continuava a pesare su di me. Perché? Dopotutto non ero io quello che mangiava la carne!

Ci incamminammo lentamente verso casa senza parlare, ambedue persi nei nostri pensieri. Se questo era il mio karman di una vita passata, lo trovavo profondamente ingiusto. Perché dovevo venir punito per qualche peccato commesso nel passato, peccato che non potevo nemmeno ricordare?

 
 

 

Capitolo 8

La mucca sacra

«Rabi, Rabi, ci sono notizie straordinarie! Sono stato in caricato di insegnare nel College Queen’s Royal di Port of Spain! Perché non ti iscrivi qui anziché studiare laggiù, nel sud?» Lo zio Deonarine stava mostrandomi una lettera, appena arrivata, con la quale aveva ricevuto la nomina.

«Pensi che potrei farlo?» Mi incuteva timore il solo pensiero di frequentare quell’Istituto così importante e prestigioso.

«Certamente! Potresti venire con me ogni giorno e tenermi compagnia durante il viaggio. Cosa ne pensi?»

Io andavo molto d’accordo con zio Deonarine. Sarebbe stato bellissimo andare quotidianamente con lui ed avere così l’opportunità di parlare di tante cose interessanti... per cui accettai. Quale piacere fu per me di attraversare, il primo giorno, le ampie strade di Port of Spain, sulle quali si affacciavano tanti negozi affollati, e osservare le file di case con i tetti rossi, interrotte di tanto in tanto da grandi parchi verdi, con campi da gioco per il pallone e il cricket, per arrivare finalmente agli imponenti edifici del College Queen’s Royal! Anche zio Deonarine sembrava entusiasta come lo ero io e, con orgoglio, mi presentò subito a diverse persone della facoltà, come il suo «giovane nipote bramino».

Come prima cosa ci adunammo nel grande auditorium dove ascoltammo un lungo e (per me almeno) incomprensibile discorso fatto dal Rettore. Nel passato avevo raramente ascoltato dei discorsi pronunciati in lingua inglese e non li avevo mai capiti interamente, ma questo era certamente il più difficile. Non compresi praticamente una parola.

«Senti, cosa sta dicendo?» sussurrai all’orecchio di uno studente che mi stava vicino, quando l’allocuzione fu finita. Per poter frequentare quell’ istituto avrei avuto bisogno di un interprete!

Mi diede uno sguardo beffardo. «Ma sei sordo?» disse a voce alta.

«Non, non sono sordo, ma di che cosa stava parlando?»

«Oh, soltanto di alcuni regolamenti e di cose barbose del genere. Scommetto che tu arrivi dal sud... da qualche posto laggiù! »

Feci un cenno affermativo con il capo, cominciando a pensare che, dopotutto, sarebbe stato meglio per me frequentare la scuola superiore con Krishna. Prima che la giornata terminasse ero più che mai convinto che il College Queen’s Royal non facesse per me. Nella zona dell’isola, nella quale ero vissuto, quasi tutti gli abitanti erano degli indiani orientali. Ma a Port of Spain la stragrande maggioranza era costituita da neri, e questo suscitava in me un conflitto interno immediato. Nel corso di tutta la vita avevo avuto un’avversione profonda nei confronti dei neri perché si cibavano del mio dio, la mucca. Li consideravo una razza inferiore alla casta indiana più bassa. Come mi sarebbe stato quindi possibile, adesso, sedermi in aula vicino ad uno di essi, trovarmi gomito a gomito con loro quando eravamo riuniti nelle sale, o giocare a pallone insieme? In quel primo giorno di scuola il mio orgoglio ed i miei pregiudizi ricevettero un duro colpo. La gran parte dei neri che avevo conosciuto dalle mie parti era relativamente povera. Qui, invece, molti degli studenti, fossero neri, o bruni, o bianchi, appartenevano a famiglie ricche e parlavano l’inglese meglio di me. Divertiti com’erano della mia parlata nasale, della mia pronuncia errata e della mia pessima grammatica, gli studenti ridacchiavano, quando arrivava il mio turno di interrogazione, nascondendosi dietro i libri. E con grande sforzo cominciai a parlare con maggiore accuratezza onde evitare di farmi ridere dietro.

Nelle settimane che seguirono, le mie credenze religiose furono messe a dura prova a seguito dei contatti che avevo continuamente con i neri, con gli orientali, con i giovani inglesi e di altre provenienze. Il principio delle caste sta alla base dell’induismo. Lo stesso Brahman aveva creato le quattro caste facendole uscire dal proprio corpo, e nessuna legge umana avrebbe potuto modificare questa asserzione dei Veda, di modo che non esisteva alcuna spiegazione per l’esistenza stessa di qualsiasi altra persona nel mondo intero. Eppure il mondo era pieno di altri esseri umani che si trovavano completamente al di fuori del sistema delle caste. Come erano quindi venuti all’esistenza? Come mai nelle scritture indù non si faceva alcuna allusione a queste persone affinché potessero anch’esse venire salvate per mezzo dello yoga e della reincarnazione? Certamente, secondo la mia religione, esse si trovavano senza alcuna speranza. Eppure non erano per nulla inferiori a me. Ed in effetti mi era molto difficile competere con molti di loro che frequentavano la mia stessa classe. Quando mi trovavo a casa, nel mio villaggio, tutti mi guardavano con venerazione, come fossi un dio. Ed anch’io ero convinto di essere Dio. Ma tutti questi ragazzi del Queen’s Royal, che erano senza luce, mi trattavano come un loro eguale e, talvolta, ad un livello anche inferiore. E le domande che mi rivolgevano, talvolta per prendermi in giro, altre volte con serietà, cominciavano a minare sin dalle fondamenta la mia fede.

«E’ vero che gli indù credono che ogni cosa sia Dio?» Io facevo un cenno affermativo col capo, squadrando con disagio l’interpellante e gli altri ragazzi che appartenevano ad altre razze, ad altre religioni, che si erano riuniti attorno a me per stuzzicarmi. Queste scene stavano diventando una consuetudine quasi quotidiana. Gli altri giovani indù, invece, evitavano accuratamente di venire in mio aiuto, quasi avessero paura o vergogna.

«Vuoi proprio dire che una mosca è Dio, che lo è anche una formica, o qualsiasi altro insetto?» Uno scroscio di risa erompeva dal piccolo gruppo di ragazzi che si era raccolto attorno a me.

«State ridendo perché non capite il problema» dissi risoluto. «Voi vedete solo l’illusione e non l’Unica Realtà, Brahman.»

«Tu sei Dio?» mi chiese un ragazzo portoghese con in credulità.

Non dovevo né esitare né tentennare nella risposta: altrimenti la canzonatura poteva peggiorare. Risposi quindi con fermezza: «Sì, e tali sono tutti gli indù. Hanno solo bisogno di realizzarlo.»

«Come puoi realizzare ciò che non è vero?» sbuffò deridendomi. «Non sei stato tu a creare il mondo!»

Un ragazzo inglese pareva conoscere molte cose sull’induismo. «So che sei un vegetariano e che non vuoi sopprimere la vita di nessuno...»

«Io credo nella nonviolenza. Come Gandhi. Tutti lo rispettano. Egli è stato un grande indù. E’ un grande errore togliere la vita.»

«Qualsiasi tipo di vita?» Non feci caso al tono della sua voce che avrebbe dovuto avvertirmi che mi stava tendendo un trabocchetto.

Annuii enfaticamente. «Ogni vita è sacra. Lo dicono i Veda.» Guardai supplichevolmente diversi ragazzi cinesi che facevano parte del gruppo e che sapevo erano buddisti. Anch’essi credevano la stessa cosa, perché allora non erano disposti a testimoniarlo? Sapevo di essere in una difficile situazione e desideravo ardentemente che essi mi dessero una mano per sostenere l’argomento, anche se su diversi altri particolari di carattere religioso fossimo nemici dichiarati. Durante le lezioni di biologia avevo già imparato che le caratteristiche della vita sono sette: respirazione, ingestione, eliminazione, sensibilità, crescita, riproduzione e movimento. E sapevo fin troppo bene che ciascuna di queste caratteristiche era comune anche ai vegetali. Io sopprimevo quindi una vita ogni volta che coglievo una banana o un mango per mangiarmelo. Non potevo negare che anche i vegetariani tolgono la vita, ma ero deciso a sostenere e a difendere il fatto che c’è una differenza sostanziale tra la vita vegetale e quella animale.

Il mio avversario ammiccò ai suoi amici. «Non lo sai che anche i vegetali posseggono le sette caratteristiche proprie della vita?» chiese. «Anche i vegetariani sopprimono quindi la vita.»

Aprii la bocca per tentare di dimostrare la differenza esistente fra i due tipi di vita, ma intervenne un altro studente: «E che cosa dire quando egli fa bollire l’acqua per farsi il tè?» che alzava la voce dietro di me. «Pensate ai milioni di batteri che egli uccide! Poveri, indifesi, minuscoli animaletti — ecco cosa sono. Tu lo sai che poi evolvono e si reincarnano in una vita superiore per diventare alla fine mucche e uomini! »

A questa battuta tutti si misero a ridere. «Uah! Lui è un perfetto assassino!» gridò una voce alla mia sinistra. «Nessuna meraviglia che sia così meschino!» aggiunse un altro. «Mangiare solo dei vegetali! Ragazzo mio, devi mangiare della carne!»

«Non capite proprio niente!» protestai con vigore. Le mie guance erano in fiamme ed interiormente mi sentivo ferito e confuso.

«Non tentare di rendere logico e scientifico l’induismo» fu il consiglio che mi diede, quella sera, lo zio Deonarine mentre stavamo rincasando. «Si tratta di una religione, di qualcosa in cui hai deciso di credere, non di qualcosa che puoi provare.»

«Ma la verità è verità» insistetti. «Le scritture indù sono la verità.»

«Una buona parte di queste scritture è pura mitologia» disse Deonarine con un tono superiore. «Krishna non è mai esistito, né Rama. Il Bhagavad-Gita e il Ramayana sono solo dei miti, delle storie meravigliose.»

Mi rendevo conto che non si poteva iniziare una discussione su questo argomento con lo zio. Egli non si era mai approfondito abbastanza nella religione induista e non aveva mai esercitato lo yoga, per cui non era in grado di comprendere tutto quello che io, invece, conosce vo. Egli non aveva incontrato gli dei come era capitato a me. Forse era il suo karman di non poter comprendere tutte queste cose in questa vita. Ma il futuro gli riservava molte altre vite nelle quali avrebbe potuto certamente apprendere la verità, quando sarebbe stato pronto per ricevere queste rivelazioni.

Quella sera, mentre pascolavo la mucca sotto le palme di cocco che si trovavano dietro la baracca di Gosine, cominciai ad osservarla attentamente, come non l’avevo più fatto dal giorno che mi aveva caricato. Naturalmente non era giusto diffidare di un dio così grande, ma bisognava pur essere pratici. Questo era un problema che stavo imparando al College — essere pratici. Certamente, nella vita quotidiana, i canoni della religione non devono essere vissuti troppo alla lettera. Io avevo smesso di adorare la mucca per ragioni di ordine pratico. Non mi era infatti possibile fare attenzione che non mi incornasse e, nello stesso momento, adorarla. Ma non avrei mai cessato di credere che la mucca fosse un dio grande e santo. In effetti ero sicuro che se nella mia prossima vita fossi diventato una mucca, questo sarebbe stato un grande passo sulla strada che mi avrebbe avvicinato all’unione con Brahman, sempre che non avessi già raggiunto la moksha.

«Tu sei un dio, non è vero?» chiesi rivolgendomi con serietà verso la mucca.

Essa continuo a strappare dei larghi ciuffi di erba tenera, masticandoli lentamente, con profonda soddisfazione. In quel momento mi era difficile pensare che la mucca potesse caricarmi in modo così perverso, ma il ricordo era ancora ben vivo.

«Sicuramente sei un dio! So che tu lo sei. Non è vero?» Alzando il muso, mi fissò con gli occhi sonnolenti e continuò a ruminare lentamente, con calma. «Muu!» muggì solennemente. «Muu! Muu!»

 
 

 

Capitolo 9

Uomo ricco, uomo povero

«Come mai Nana divenne così ricco?» chiesi una sera allo  zio Deonarine. Ero sempre affascinato quando si parlava e si indagava su questo soggetto. Non ero il solo ad esserne interessato, ma non avevo mai sentito zio Deonarine parlarne. Eravamo seduti nella veranda, godendo la vista delle case della città vivacemente illuminate. Sembrava che ogni famiglia indù gareggiasse con i vicini per vedere chi potesse esporre il maggior numero di deyas in occasione della festa annuale del Divali.

«I pundit dicono che sono stati gli spiriti a regalargli tutto quell’oro.» Deonarine si strinse nelle spalle, sentendosi a disagio. «Effettivamente non esiste alcuna spiegazione logica» aggiunse pensierosamente. Certamente Nana aveva lavorato sodo. Benché appartenesse alla casta alta dei Kshatriya, aveva cominciato come bracciante, falciando l’erba, per dieci cents al giorno. In qualche modo riuscì a comprare da un cinese una baracca per 50 dollari e cominciò a vendere gioielli. Una notte, misteriosamente, la baracca prese fuoco e poi... divenne milionario, benché poche persone, all’infuori dei familiari, ne fossero a conoscenza.

Mentre l’imbrunire diventava notte profonda, le sacre luci che ci circondavano crescevano d’intensità e diventavano più brillanti. Quale spettacolo meraviglioso! La festa del Divali era, fra tutte le altre di carattere nazionale, una delle mie preferite. Mi sembrava di trarre ispirazione vedendo che ogni casa indù brillava molto più vivacemente di quella dei cristiani, quando accendono anch’essi delle luci per Natale. E non si trattava di lampadine elettriche, bensì di fiamme vive che ardevano sui lucignoli impregnati di ghee. Simili alle candele, le deyas tremolavano sui davanzali, sui tavoli, sui parapetti dei porticati e su ciascun gradino delle scalinate esterne. Ognuna era accesa per onorare Lakshmi, dea della ricchezza e della prosperità.

Lo zio Deonarine sollevò la mano indicando una casa particolarmente illuminata. «Nana faceva sempre la sua puja speciale a Lakshmi, due volte al giorno, durante tutta la festa di Divali. Da solo, dirimpetto alla sua cassaforte di acciaio. In quella stanza si celebravano anche altri riti mistici, ma a nessuno fu mai permesso di assistervi.»

«Cosa credi? A farlo ricco fu Lakshmi oppure gli spiriti?» chiesi. Il nostro pundit periodicamente attraversava ogni stanza della casa con una deya accesa, adorando la casa e lo spirito che la abitava e in particolare quello di Nana che l’aveva costruita. Poi, con solennità, faceva oscillare la deya per tre volte in senso orario, tutt’attorno alla grande fotografia di Nana che si trovava nel soggiorno. Noi veneravamo gli spiriti con la stessa devozione che avevamo per gli dei e, talvolta, c’era quasi una confusione d’identità fra di loro.

«Cosa importa il nome che vuoi dar loro? Non esiste forse un’unica Forza nell’universo?»

Annuii solennemente. «Esiste un’unica Realtà — Brahman. Tutto il resto è un’illusione, maya.»

Contemplavo le luci in silenzio. Si poteva quasi sentire la presenza di Lakshmi, e avvertire che essa era compiaciuta. Ma c’era ancora una domanda che volevo fare e, alla fine, ruppi il silenzio.

«Qualcuno dice che gli stessi spiriti che fanno la guardia al suo tesoro uccisero Nana, prima che lui potesse spenderlo. Tu cosa ne pensi?»

Per diversi minuti zio Deonarine rimase silenzioso. Intanto io stavo aspettando con impazienza. Quando, infine, cominciò a parlare, c’era una nota di turbamento nella sua voce. «Non lo so. Ogni volta che ricorre la festa di Divali penso alle ricchezze di mio padre, misteriosamente arrivate e misteriosamente nascoste là dove nessuno di noi può andare... e alla sua morte prematura.» Tossì nervosamente e si voltò per rientrare in casa. «Non mi piace parlare di queste cose» aggiunse sottovoce.

Rimasi lì per molto tempo ancora, godendomi quella vista meravigliosa, cercando di immaginare quante deya stavano ardendo, e riflettendo sul mistero dei numerosi dei e spiriti, e sull’unica Realtà.

«Le fiammelle ardono in onore di Lakshmi, e delle puje speciali vengono a lei rivolte. Essa è la dea della ricchezza e della prosperità.» Stavo spiegando cosa fosse la festa Divali ad un ragazzo maomettano, mentre, seduti, consumavamo insieme il pranzo. Sembrava ch’egli fosse interessato, ma, come succedeva sempre, si era adunato attorno a noi un piccolo gruppo di studenti importuni.

«Se Lakshmi è la dea della ricchezza e della prosperità, come mai la maggior parte degl’indù è così povera?» chiese un ragazzo nero, alto. «Si perde solo del tempo adorandola!»

«Tu non comprendi il karman e la reincarnazione!» risposi bruscamente. «Una persona può essere povera in una vita e ricca nell’altra.»

«Quante volte devi reincarnarti per poter essere ricco? Guardati attorno! Gli indiani orientali sono in gran parte dei tagliatori di canne da zucchero che vivono in misere baracche.»

«La mia famiglia non è povera!»

«Ma lui parla in generale» insistette un giovane inglese slanciato. «Pensa all’India: è la nazione più povera del mondo!»

«Chi lo dice?»

«Mio padre. Lui c’è stato prima che io nascessi. Ci sono più topi che persone e la povertà e le malattie sono in credibili!»

«Può darsi che quello che tu dici fosse vero quando gli Inglesi la governavano, ma non lo è più dall’Indipendenza in poi!» Un sommesso mormorio di approvazione per corse il gruppo che si affollava attorno a noi. L’isola di Trinidad lottava per liberarsi dalla sovranità britannica, e la parola indipendenza infiammava tutti i cuori dei patrioti.

«In India la gente muore di fame mentre i topi si ingrassano e le mucche sacre muoiono solo perché diventano vecchie» esclamò un altro ragazzo, gettandosi nella mischia. «Ecco quello che hanno combinato per l’India i suoi dei e la reincarnazione. Io sono ateo. Non vorrei mai avere degli dei di questo genere!»

«Quello che stai dicendo non è vero! Mia madre vive in India e non mi scrive mai cose di questo genere!»

Io sapevo molto bene che i miei avversari avevano ragione, ma non ero disposto ad ammetterlo, perché mi sarebbe costato troppo. Mia madre, in effetti, evitava accuratamente di raccontare, nelle sue lettere, qualcosa sulla povertà nell’ India. Essa mi descriveva la bellezza dei parchi, gli uccelli variamente colorati, gli animali esotici, i templi e le solenni festività. Parlava del suo guru, ma mai della condizione della gente. Tuttavia, dopo aver letto alcuni libri che parlavano dell’India, non avevo più dubbi sul fatto che la terra della mia religione fosse eccezionalmente povera. Come poteva allora essere questo il risultato di migliaia di anni di yoga, di karman sempre migliore e di tante reincarnazioni, tutte tendenti all’unione con Brahman? Perché tutti i film che avevo visto evitavano di dipingere onestamente la situazione dell’India? E perché io stesso continuavo a discutere con i miei compagni del College e a sostenere diversi punti che ben sapevo erano sbagliati? Avevo forse paura della verità? Non l’avrei mai ammesso; troppo gravi ne sarebbero sta te le implicazioni!

«Perché pensi che il mondo nel quale viviamo sia l’unico?» mi chiese Gosine quando, garbatamente, sollevai il problema del perché tanti indù fossero poveri e sofferenti. Egli faceva ardere le deyas giorno e notte in onore di Lakshmi, nella sua capanna fatta di fango, durante la festa Divali, e ciò malgrado mi avesse detto che il suo karman era di essere povero. «I Veda dicono che esistono molti mondi. Forse, nel nostro, vivono soltanto gli indù poveri. Quando avranno un karman migliore andranno ad abitare in un altro mondo.»

«Beh, ma non ci sono anche qui degl’indù ricchi, come Nana ed i pundit?»

Gosine annuì solennemente. «Voglio dire, bhai, che questa non è una regola valida per tutti... e che negli altri mondi forse abitano solo i ricchi.»

«Capisco, ma nel Gita Krishna dice che quando hai meritato un karman negli altri mondi, tu ritorni nuovamente su questo...» E’ possibile che gli occhi di Gosine tradissero un lampo fugace di dubbio? Comunque egli si riprese immediatamente. «Per gli yoghi i ricchi ed i poveri sono uguali. Uno yoghi come tuo padre non ritornerà in questo mondo, mai. Nelle Upanisads si legge che l’ignoranza sparisce quando si medita su Brahman. Si trova l’OM. Solo gli yoghi sono illuminati su questo.»

Riferendosi al Vedanta, Gosine aveva centrato in pieno lo scopo supremo al quale io tendevo. Una cosa, fra le più care che possedessi, era costituito da un libro che mia madre mi aveva inviato dall’India. In esso venivano descritte delle tecniche avanzate che io potevo imparare ed aggiungere a quelle che già mi erano state insegnate quando ero al tempio. Krishna, il Signore, aveva insegnato ad Arjuna che non c’è nulla di più importante dell’esercizio diligente dello yoga. Per mezzo di questa «Zattera divina» uno poteva superare l’ignoranza e le azioni più odiose, e raggiungere la beatitudine eterna. Ancor prima di aver raggiunto l’età di dieci anni, in aggiunta alla mia meditazione giornaliera, praticavo lo yoga — le diverse posizioni, gli esercizi di respirazione, le meditazioni — sulla veranda antistante la mia camera, dalla mezzanotte all’una e mezza del mattino, quando tutti dormivano. Facevo dello Brumadhya Drishti o del Madhyama Drishti. Questa concentrazione, unita agli esercizi respiratori, mi proiettavano in uno stato di consapevolezza completamente distaccato dal mondo che mi circondava.

Per mezzo dello yoga sentivo sempre più la presenza di esseri spirituali che mi guidavano e mi trasmettevano delle forze psichiche. Gli dei erano una realtà. Nessun ragionamento dei miei compagni di scuola poteva alterare questo fatto. Talvolta, quando alla fine di questi esercizi, andavo finalmente a letto, mi sentivo talmente agitato che non potevo addormentarmi. Se solo avessi potuto indurre anche Deonarine, e altri indù con lui, a praticare lo yoga e la meditazione — allora anch’essi avrebbero potuto conoscere la verità della loro religione! Io non dovevo entrare nel nirvana da solo. Un guru è un maestro che con duce altri uomini alla beatitudine eterna.

«Rabi! Rabi!»

Mi trovavo da solo nella stanza delle preghiere, seduto davanti alla piccola figura di Krishna, respirando profondamente e ritmicamente, tentando di imitare il sorriso di Krishna. Avevo ancora una volta litigato con zia Revati quella stessa mattina, ma non ricordavo più per quale motivo. Speravo, per mezzo della meditazione, di poter riprendere quel senso di pace interiore che, negli ultimi tempi, provavo così raramente. D’altro canto in casa eravamo solo io e Ma’, per cui nessun altro poteva rispondere alla sua chiamata.

«Cosa c’è, Ma’?» gridai in risposta.

«C’è qualcuno alla porta. Va’ a vedere cosa vuole!»

Tutti i membri della famiglia erano andati alla spiaggia per la festa annua di Kartiknahan. La maggior parte degli indù di Trinidad stava facendo delle abluzioni nei fiumi, nel mare, in luoghi appartati, per purificarsi spiritualmente. Nessun altro giorno era più importante, più indaffarato o più redditizio per i pundit. Essi svolgevano le loro puje per i bagnanti, correndo da uno all’altro, raccogliendo il denaro delle prestazioni e dei doni e rallegrandosi per tutto il buon cibo che veniva loro offerto. Era una giornata importante, volta a migliorare il karman di ognuno per mezzo dei regali che si facevano ai bramini. Io avevo cominciato a nutrire dei seri dubbi sull’efficacia di questi riti. Non c’era nulla che potesse cambiare il karman di una persona, le stesse abluzioni di Kartiknahan non lo modificavano. Dopo essersi asciugati, molti di quegli indù sarebbero tornati a mangiare della carne, ed alcuni avrebbero persino picchiato o abusato altrimenti della propria moglie. Queste feste potevano avere la loro importanza, ma come aveva detto Krishna, per gli yoghi tutto il resto non aveva alcun valore. Per quanto mi riguardava, io avevo scelto un modo molto migliore per spendere il mio tempo prezioso.

«Vado io, Ma’!» risposi. A malincuore e accuratamente avvolsi Krishna nel suo sacro lino e lo riposi nel suo luogo. Mentre mi avviavo verso la veranda potevo udire qualcuno che bussava davanti alla scala esterna. Appoggiandomi alla balaustra guardai fuori e vidi un vecchio mendicante indiano che sbirciava in su cercando se ci fosse qualcuno.

«Cosa vuoi?» gli gridai.

«Roti, baba, roti!» mi rispose e tendeva, supplichevole, la mano verso di me. Voleva forse adularmi oppure pronunciava la parola «baba» per ingraziarsi una persona ricca, come è usanza dei poveri indù? Scartai subito la domanda.

Benché quasi nessuno avrebbe mai invitato un accattone di entrare in casa, io lo feci vedendo in quale stato mi si trovasse. «Vieni di sopra!» gridai, facendogli un cenno con la mano. «Vado a vedere se ho qualcosa da darti.» In fondo anche l’aiuto dato agli accattoni era un modo dignitoso per permettere agli indù di migliorare il proprio karman.

Scuotendo la testa il mendicante fece cenno indicando i suoi piedi. «Non sono capace di arrampicarmi per arrivare fin lassù!»

«Allora fa il giro della casa ed entra per l’altro cancello.» Glielo indicai col dito e mi voltai per entrare in casa.

Egli sembrava un chamar, un intoccabile, dalla pelle molto scura, una persona alla quale non avrei mai permesso di avvicinarsi a me, perché avrebbe contaminato un bramino. Ma mentre lo guardavo e vedevo come camminava penosamente appoggiandosi con tutto il suo peso sul bastone, barcollando e inciampando, sentii una gran compassione per quel poveraccio. E interiormente mi sentivo soddisfatto solo al pensiero di questo sentimento che mi invadeva. Scendendo di corsa le scale del retro della casa, apersi il cancello e salutandolo con un sorriso amichevole, lo condussi lentamente nel piccolo cortile che si trovava sotto la cucina, sul retro della casa.

«Vieni, siediti qui» dissi, mostrandogli una sedia vicino alla tavola. Egli mi fissò freddamente con due occhi grandi, rotondi, senza batter ciglio. Poi, ansimando, si lasciò cadere sulla sedia, ignorando del tutto la bacinella d’acqua che gli avevo preparato perché si lavasse le mani. Pareva che la cosa non lo interessasse. «Vado a prepararti qualcosa da mangiare» gli dissi con gentilezza.

Esplorando la cucina trovai qualcosa ch’ era rimasto della nostra colazione: delle sottili roti, simili alle frittelle, e degli spinaci cotti con spezie, chiamati bhaji. Dopo aver deposto i piatti sulla tavola, davanti a lui, mi misi a sedere intento a vedere, con grande interesse, il suo comportamento. Egli apparteneva a quella categoria di uomini santi itineranti, abbastanza comuni nella parte dell’ isola nella quale abitavamo, che avevano rinunciato a tutte le loro possessioni. Quasi tutti però avevano ben poco a cui rinunciare. I suoi capelli lunghi e grigi non erano stati pettinati ed erano molto sporchi, mentre sulla barba si notavano diverse briciole di qualche pasto precedentemente elemosinato, che erano rimaste fra i peli arruffati. Il dhoti che indossava, che una volta doveva essere stato bianco, era diventato grigio, logoro, segnato sul davanti da numerose macchie di salse e di curry. Dovetti spostare la mia sedia perché quell’uomo emanava una puzza in sopportabile. Eppure avverti una crescente compassione per questa persona così ripulsiva: questo sentimento mi faceva sentire più virtuoso; certamente, avrebbe aiutato il mio karman.

«Hai fatto molta strada, oggi?» chiesi, sperando di farlo finalmente parlare.

L’unica risposta che mi diede, mentre masticava voracemente, fu di lanciarmi uno sguardo torvo. Rompeva dei pezzi di roti e li mescolava a grandi bocconi di bhaji, leccandosi le dita; ne gustava evidentemente ogni pezzetto. Ero sicuro di avergli portato delle porzioni troppo grandi, ma egli finì tutto e pulì completamente il piatto. Dopo aver bevuto a larghe sorsate, si appoggiò sullo schienale della sedia e, guardandomi in faccia, ruttì rumorosamente. Pulendosi infine la bocca con il dhoti, aggiunse nuove macchie a quelle già esistenti.

«Il cesso!» grugnì improvvisamente, ed i suoi occhi spalancati guardavano disperatamente attorno, facendo capire che ne aveva urgente bisogno. D’un balzo mi alzai dalla sedia per aiutarlo, mentre lui stesso si aggrappava alla mia spalla, tentando di alzarsi. Appoggiandosi a metà su di me e a metà sul suo grosso bastone, si trascinò a stento, mentre io lo portavo al gabinetto che avevamo nel cortile e che ci serviva in caso di necessità. Impacciato, si chiuse dentro, e mi ordinò di aspettare. Ad un tratto lo udii gridare nel dialetto locale indù di Trinidad «Aia, aiiaa!!»: Sembrava disperato.

«Hem, cosa vuoi?» risposi incerto.

«Vieni qui!»

Apersi esitando la porta. Il mendicante non riusciva ad alzarsi. Quegli occhi freddi sembravano beffarsi di me. Piegandomi e cercando di trattenere il respiro, lo sollevai con tutte le mie forze, prendendolo sotto le ascelle, mentre lui brontolava a voce alta, aiutandosi ben poco da se stesso. Dopo un po’ riuscii a metterlo in piedi, mentre lui, incerto, brancolava cercando il suo bastone. Sembrava incapace di parlare. Facendo dei cenni e borbottando a fatica mi fece capire che non poteva piegarsi abbastanza. Imbarazzato, mi chinai e sollevai il suo dhoti. Ormai non ero più in grado di trattenere il respiro per cui fui obbligato ad inspirare larghe boccate d’aria, malgrado l’odore insopportabile. Certamente non si lavava da me si. Tuttavia era un essere umano e, malgrado lo sguardo freddo e la scortesia che mi aveva dimostrato, desideravo aiutarlo. Questo mi dava una certa soddisfazione e faceva sorgere in me un sentimento che non provavo da molto tempo.

Poi lo portai verso un rubinetto pensando che avrebbe voluto lavarsi, ma egli non ne dimostrò alcun interesse. Continuava a brontolare con indignazione e quegli occhi freddi nascondevano un odio che io avrei dovuto notare sin dal principio di quella visita. Mi diede uno spintone e, barcollando, si diresse verso il cancello appoggiandosi sul suo bastone, zoppicando e camminando a dondoloni come un animale ferito.

Raggiunsi il cancello prima di lui e glielo spalancai. Lo oltrepassò zoppicando, poi, voltandosi sputò sui miei piedi. Mentre fino a quel momento non aveva quasi pronunciato una parola, vomitò improvvisamente un torrente di espressioni in hindi ed in inglese, fra le più sporche immaginabili, manifestando l’odio che provava perché io possedevo quello a cui egli aveva rinunciato. Era forse vero che egli desiderava avere quello che avevo io? Mi odiava forse perché pensava che io fossi ricco mentre lui era povero? Io rimasi confuso e costernato. Nemmeno un «grazie» per ciò che avevo fatto?

Chiudendo meccanicamente a chiave il cancello, quasi non rendendomi conto di quello che stavo facendo, mi affrettai a lavarmi ben bene, poi salii le scale ed entrai, stordito, nella veranda. Intontito e scosso non ritornai però nella stanza delle preghiere per meditare. Mi ero completamente dimenticato del beato sorriso di Krishna. Giunto nella mia camera mi lasciai cadere sul bordo del letto chinando la testa. Il mendicante aveva ragione: la povertà era una condizione più spirituale, perché le ricchezze fanno parte dell’illusione dell’ignoranza. Ma allora perché Lakshmi era la dea della ricchezza e della prosperità, se quello che si possiede è un male o solo maya? Perché aveva ricompensato Nana dandogli dei milioni? E dove si trovava adesso tutto quell’oro? Erano forse gli stessi dei, come tutti i templi eretti in loro onore, soltanto parte di una grande illusione?

Ero ancora seduto sul mio letto, la testa sorretta dalle mani, rivivendo l’incubo appena passato, incapace di far fronte alle devastanti domande che esso implicava, quando tutta la famiglia fu di ritorno, tutta allegra per l’escursione purificatrice compiuta sulla spiaggia.

 
 

 

Capitolo 10

L’ Iddio sconosciuto

Quando, alla fine del mio secondo anno al Queen’s Royal College, si chiusero i corsi, partii come al solito per trascorrere diverse settimane di vacanza da mia zia Sumintra, che aveva un ranch a Guara Cara, nella regione montuosa centrale. Ero sempre contento quando andavo a visitare la sua famiglia, perché tutti mi trattavano come un principe. Non c’era nulla che la zia Sumintra non fosse disposta a fare per me. Benché suo marito fosse un gran bevitore, egli era un uomo serio e molto industrioso. Era sempre molto occupato sorvegliando le sue vaste piantagioni di cacao ed una cava di sua proprietà. Suo figlio Sharma, che aveva un anno più di me, era stato a casa nostra mentre frequentava la scuola ed era uno dei miei amici più intimi.

Godevo molto la compagnia dei miei otto cugini, ma, più di tutto, amavo la tranquillità e la bellezza delle montagne. Era veramente riposante abbandonare il frastuono dei juke-box, delle moto e dei claxon delle automobili che non mi davano pace a Port of Spain. E poi amavo molto la natura. Il mio profondo sentimento dell’unità con l’universo creava in me un senso mistico di identità con tutto ciò che aveva vita: gl’innumerevoli fiori selvatici variopinti, le tante varietà di uccellini cinguettanti, le foglie lucide della giungla dopo un temporale. Io stesso ero un tutto con essi e con ogni creatura che viveva nella foresta. Ciascuna esisteva come uno dei miei numerosi corpi ed io rappresentavo la loro consapevolezza superiore. Le lunghe camminate che facevo ogni giorno in quel paradiso che circondava la casa del ranch suscitavano in me un senso di completa tonificazione. Io ero Brahman e questo era il mio mondo, creato dai miei pensieri.

Come al solito, appena arrivato dopo il viaggio lungo e soffocante, uscii per fare una passeggiata tranquilla, felice di poter godere quel meraviglioso scenario, assorbito mentre osservavo attentamente le strane varietà della flora e delle fauna. Arrivato sull’orlo sporgente di un dirupo che sprofondava nella giungla, mi fermai per ammirare la foresta sottostante, con i suoi elicrisi color salmone che esponevano i loro colori al disopra degli alberi di cacao. Più distanti, dall’altra parte della piantagione, dei boschetti piumati di bambù ondeggiavano nella brezza; più lontano ancora dei campi ondeggianti di canna da zucchero, che appena si scorgevano nella foschia, si estendevano, simili ad un tappeto verde, per unirsi all’azzurro del mare all’orizzonte. Dietro a me dei pappagalli, dei parrocchetti e numerose altre specie di uccelli variopinti svolazzavano da un albero all’altro, cinguettando.

Mi sembrava allora che tutto l’universo cantasse la medesima canzone, pulsando della stessa vita, manifestando la medesima essenza. Ogni atomo di ogni cosa, dal più piccolo batterio al sole immenso e alla stella più lontana, era l’emanazione della medesima sorgente. Tutti erano una parte della sola grande ed unica Realtà. Io ero uno con tutti e tutti eravamo espressioni di Brahman. La natura era il mio dio e la mia amica. Restavo estatico, immerso nella gioia di questa fratellanza universale di tutte le cose e di tutti gli esseri.

Cantando «OM namah Shivaya» — non bisognava mai dimenticare il proprio dovere nei confronti del Distruttore — stavo staccando i petali di un’orchidea che aveva la forma di uno scorpione e ammiravo la sua struttura pallida e delicata e l’incredibile profondità delle sue tinte che sembravano aprire la porta di un altro mondo. Ma, trasalito a causa di un fruscio minaccioso che avevo sentito nell’erba, dietro di me, mi voltai di scatto. Spaventato e inorridito vidi un lungo serpente dal corpo robusto, che avanzava verso di me, gli occhi piccoli e luccicanti che fissavano i miei. Mi sentii ipnotizzato, paralizzato, con una voglia prepotente di fuggire, ma incapace di muovermi. Né c’era modo di salvarsi, avendo il precipizio alle spalle e la serpe davanti. Benché l’orribile rettile fosse sprovvisto del tipico cappuccio dei cobra, rimasi colpito dalla sua somiglianza con l’enorme serpente che si attorcigliava al collo di Shiva. Ebbi la medesima sensazione che così spesso sentivo quando, in meditazione profonda, mi trovavo in un mondo strano, seduto ai piedi di Shiva, mentre il suo cobra fischiava minaccioso e sfrecciava la lingua contro di me. La situazione in cui mi trovavo adesso sembrava la realizzazione destinatami da queste visioni. Questa volta non avrei potuto sfuggire al Distruttore!

Ormai vicinissimo, tanto che avrei potuto toccarlo, il rettile eresse la testa a cuneo, alta sopra l’erba, e retrocesse la parte superiore del corpo, pronto a colpirmi. In quel momento di terrore sentii, come se arrivasse da un lontano passato, la voce di mia madre — talmente vicina che sembrava starmi accanto — che mi ripeteva le parole da tanto tempo dimenticate: «Rabi, se mai ti dovessi trovare in qualche grande pericolo, senza trovare alcun aiuto da nessuna parte, c’è un altro dio che puoi invocare. Il suo nome è Gesù.»

«Gesù! Salvami!» tentai di gridare, ma l’urlo disperato era soffocato e si sentì appena.

Con mio sommo stupore la serpe si ripiegò ritornando per tutta la lunghezza a terra e, girandosi goffamente, scivolò via velocemente scomparendo nell’erba alta. Con le gambe che quasi non mi sorreggevano, girai al largo dal punto nel quale il rettile era sparito e, incespicando attraverso la fitta giungla, raggiunsi il sentiero che portava a casa. Ansimante e ancora tremante, ripieno di riconoscenza stupita verso questo meraviglioso dio, Gesù, ma  timoroso di pronunciare il suo nome, raccontai a mio cugino Sharma come l’avessi scampata per miracolo.

Più tardi i miei pensieri ritornarono di frequente imbarazzante domanda: chi era realmente Gesù? Ricordavo che in occasione delle feste di Natale avevo sentito alla radio dei canti che parlavano di lui, e sapevo che egli doveva essere uno degli dei cristiani. Ma mi domandavo allora perché, quando avevo frequentato la scuola elementare condotta da una corrente cristiana, non avevo quasi mai sentito parlare di questo Gesù, almeno da quanto potevo ricordare. Forse in quei tempi non vi avevo fatto caso. Ma, qualunque ne fosse stata la ragione, l’unica cosa riguardante il cristianesimo che potessi ricordare era che i primi cristiani si chiamavano Adamo ed Eva e che un altro, di nome Caino, aveva ucciso suo fratello Abele.

Il pensiero di questa avventura mi fece riflettere per molti giorni. Gesù era certamente un dio meraviglioso e potente. Come aveva risposto in un batter d’occhio! Ma egli era il dio di che cosa? Della protezione? Per quale ragione mia madre — oppure gli swami del tempio — non mi avevano parlato di più sul suo conto? Lo domandai anche a Gosine, ma pure lui sapeva ben poco sul conto di Gesù, e mi pareva che si sentisse a disagio quando doveva rispondere alle mie domande.


 
 

Capitolo 11

«E quello sei tu»

Durante il mio terzo anno alla scuola superiore attraversai un periodo di crescente conflitto interiore. La mia consapevolezza, che avevo avuto sin da bambino, dell’esistenza di un dio creatore, distinto e separato dall’universo che aveva fatto, era in contrasto col concetto che mi era stato insegnato dall’induismo, secondo il quale dio era ogni cosa, il creatore e la creazione erano tutt’uno. Mi sentivo perciò diviso da questi due inconciliabili punti di vista. Tutto quello che provavo durante le mie meditazioni si accordava con l’insegnamento vedico relativo a Brahman, ma la mia esperienza della vita vissuta lo contrastava. Quando mi trovavo in trance, durante lo yoga, mi sentivo tutt’uno con l’intero universo, non ero diverso da un insetto, da una mucca o da una stella lontana. Tutti eravamo compartecipi della stessa essenza. Tutto era Brahman e Brahman era tutto. «E quello sei tu!» recitavano i Veda e con ciò dicevano che Brahman era il mio vero Io, il dio che si trovava dentro di me e che adoravo, seduto davanti ad uno specchio.

Era una cosa difficile il dover affrontare i problemi della vita dopo aver trascorso delle ore in trance. Il conflitto ed il contrasto tra questi due mondi era irrisolvibile. Il livello più alto di consapevolezza che sperimentavo mentre ero in meditazione mi avvicinava apparentemente alla Realtà. Eppure dovevo affrontare la vita quotidiana fatta di gioie e dolori, di pene e soddisfazioni, di nascite e di morti, di timori e frustrazioni, di aspri conflitti con mia zia Revati e di domande fatte dai miei compagni del Queen’s Royal College alle quali era impossibile rispondere, di uomini santi ma corrotti che bestemmiavano e di tanti Brahmacharya che si innamoravano di una donna. Era questo il mondo nel quale dovevo vivere e io non avevo il coraggio di liquidarlo d’un tratto, dicendo che tutto era illusione, a meno che non fossi stato pronto ad ammettere che la vera illuminazione fosse pazzia. La mia religione, in teoria, era bellissima, ma avevo grandi difficoltà ad applicarla alla vita pratica quotidiana.

Né si trattava soltanto di ciò che sentivano i miei cinque sensi nei confronti delle mie visioni interiori. Era anche una questione che riguardava la logica. Il vero conflitto si trovava fra due opposti punti di vista nei confronti di Dio: Dio era tutto ciò che esiste, oppure poteva egli creare una roccia o una persona umana senza ch’essi facessero parte di lui? Se c’era soltanto un’unica Realtà, allora Brahman era malvagio e buono allo stesso tempo, era morte come anche vita, odio e pure amore. Tutto ciò rendeva ogni cosa senza senso, la vita un’assurdità. Non era facile conciliare l’equilibrio mentale ed il concetto che il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita e la morte fossero una sola Realtà. Inoltre, se il bene ed il male erano la stessa cosa, allora anche tutto il karman era uguale, di modo che nulla aveva importanza. Allora quale vantaggio si poteva avere vivendo come persone religiose? Tutto questo sembrava assurdo, ma Gosine stesso mi aveva detto che non ci si può fidare della ragione — faceva parte dell’illusione.

Se la ragione è anche maya, come viene affermato dai Veda, come potevo allora credere e aver fiducia in qualsiasi concetto, inclusa l’idea che tutto era maya e che solo Brahman era reale? Come potevo essere sicuro che la beatitudine che ricercavo non fosse anch’essa un’illusione, se non potevo fidarmi di alcuna mia percezione e di alcun mio ragionamento? Se volevo accettare quello che insegnava la mia religione dovevo rifiutare ciò che mi diceva la ragione. Ma che cosa affermavano le altre religioni? Se il tutto era Uno, allora anch’esse erano tutte le stesse. Tutto ciò sembrava deificare la confusione e renderla l’Ultima Realtà. Ero proprio confuso.

L’unica speranza che mi restava era che lo yoga avrebbe distrutto l’ignoranza per mezzo della realizzazione che io stesso ero proprio Dio, come aveva promesso Krishna nella Gita. Qualche volta questa visione interiore mi aveva abbagliato ed entusiasmato. Mi ero sentito talmente vicino all’Autorealizzazione che potevo quasi vedermi come Brahman, il Signore di tutto. Quasi, ma non completamente. Mi ero detto che ciò era vero e pretendevo di essere Dio, ma era sempre sorto in me il solito conflitto interiore, la voce che ammoniva che sarei rimasto deluso.

Contro tutto questo avevo lottato con tutte le mie forze, considerando il problema come le vestigia dell’ignoranza primordiale. Qualche volta mi era parso di essere sul punto di vincere questa illusione insidiosa come già l’aveva vinta mio padre, ma non ero mai stato capace di superare il baratro che separava me e ogni cosa dal Creatore.

Cominciai a pensare che il Creatore fosse il vero Dio, in contrasto con i numerosi dei indù, alcuni dei quali, ne ero convinto, avevo incontrato mentre ero in trance. Sentivo sempre più profondamente la netta differenza esistente fra il terrore che essi mi incutevano ed il convincimento istintivo che il vero Dio fosse amorevole e genti le. Ero arrivato al punto di essere persuaso che non esistesse uno solo degli dei indù nel quale potessi aver fiducia, nessuno che mi amasse. Sentivo un desiderio crescente di conoscere il Creatore, ma non sapevo alcun mantra da potergli recitare. Talvolta mi pervadeva uno scomodo sentimento che tutta la mia ricerca per autorealizzarmi non mi avvicinasse a lui, ma me ne allontanasse. Ciò che mi turbava era il fatto che malgrado mi sforzassi di realizzare che fossi Brahman, il sentimento di pace che raggiungevo durante la mia meditazione non durava mai a lungo; soprattutto quando riprendevo a vivere la vita di ogni giorno, in particolare quando incontravo zia Revati.

«Rabi Maharaj! Dove sei stato?» Era la zia Revati che strillava, con un tono di voce querulo e di rimprovero nella voce che, negli ultimi tempi, usava frequentemente quando si rivolgeva a me. «Ti avevo chiesto di scopare le scale!» Si era fermata sulla porta della cucina e mi guardava mentre stavo passando, appena uscito dalla stanza delle preghiere, dove avevo trascorso due ore in meditazione. Il sentimento sereno di pace interiore, che mi aveva pervaso durante quel breve tempo di solitudine, sparì immediatamente.

Anche se era impensabile che un bramino facesse un lavoro così umile, risposi: «Vado a scoparle adesso — non c’è bisogno di gridare! »

«E  come faccio altrimenti a farmi sentire? Stai sempre sognando e sembri vivere in un altro mondo! »

«Sarà sempre meglio che vivere nel tuo mondo!» borbottai con voce appena udibile.

«Stai attento a come parli!»

«Non sarebbe meglio che tu facessi lo stesso?» ribattei concitato.

Mentre stavo scopando pensai: Signore dell’universo, tu sei Brahman, e questo mi sembra profondamente vero quando sono in meditazione, ma con una scopa nelle mani...

«Hei, Rabi! Dopo pranzato andiamo al mare. Vieni anche tu con noi?» Mio cugino Krishna — neppure con lui andavo molto d’accordo perché era molto attaccato a sua madre — stava fregando la tavola e le sedie che si trovavano nel cortile dove, diverse settimane prima avevo intrattenuto il mendicante. Scuotendo la scopa mi diressi pigramente verso di lui.

«Può darsi» risposi senza entusiasmo, «sempre che Sua Altezza Reale non voglia farmi scopare anche il tetto! »

«Stai attento! Sarebbe meglio che tu misurassi le parole, va bene?! » Era la zia che era scesa per le scale per controllare come avessi fatto il mio lavoro e che, silenziosamente, era arrivata alle mie spalle. «Inoltre faresti meglio a scopare di nuovo le scale — c’è ancora della polvere nera dappertutto!»

«Non sono mica capace di fermare il vento che alza la polvere!» risposi con rabbia. Una leggera brezza, che veniva dalla parte del vicino zuccherificio, trasportava della cenere sugli scalini, man mano che io scopavo. Non era colpa mia. Perché non mi lasciava da solo?

«Pigrone che non sei altro! » mi sgridò. «Sei pigro come tuo padre! »

Come mio padre? Mi lasciai sfuggire un grido angoscioso che mi sorprese. Nessuno aveva il diritto di parlare così di lui! Un odio che covava dentro di me da anni, eruppe dal mio petto come un vulcano. Mi resi conto che a qualche passo di distanza c’erano dei manubri da ginnastica di Nana, coi quali soleva esercitarsi. Accecato dalla rabbia, senza quasi rendermi conto di quello che stavo facendo, mi chinai e, raddrizzandomi, sollevai d’un balzo la sbarra, prendendola ad un’estremità, come se fosse stata una leggera mazza da cricket. La feci roteare sopra le mie spalle puntandola verso la testa della zia. Mentre i due pesi la facevano incurvare, Krishna, che stava dietro di me, fece un balzo disperato ed afferrò l’altra estremità della sbarra. In un attimo la mia forza sovrannaturale sparì come se si fosse rotto un incantesimo e l’attrezzo, con un rumore sordo, cadde a terra, sfondando lo strato di cemento del pavimento.

Quei pochi momenti che passarono mentre fissavo il viso cereo di mia zia, mi sembrarono un’eternità. La bocca semiaperta in una smorfia, aveva trattenuto un urlo soffocato. Io stavo tremando come una foglia sbattuta dal vento. I miei occhi vagavano fissando ora i due pesi sprofondati nel pavimento, ora Krishna che era rimasto sbalordito e ansimante dietro di me, col terrore dipinto sul viso, ora mia zia che aveva un volto atterrito. Poi mi misi a correre su per le scale, singhiozzando disperatamente.

Raggiunta la mia stanza vi entrai e, dopo aver sbattuto la porta, la chiusi a chiave. Mi buttai sul letto rimanendo disteso per alcune ore, almeno così mi sembrava, piangendo sommessamente, incapace di credere a ciò che era successo. Tutto il mio mondo era improvvisamente crollato. Non avrei mai potuto nuovamente guardare in faccia la zia! Né alcun altro essere umano! Mai!

Avevo sino allora creduto alla non violenza e l’avevo anche divulgata fra i miei amici indù. Ero il più rigoroso vegetariano perché non volevo sopprimere la vita di alcuno, talché evitavo diligentemente di calpestare una formica o qualsiasi altro insetto. Allora come, proprio io, avevo potuto sollevare quella sbarra così pesante, quasi fosse stata un semplice bastone, rotearla sopra la mia testa come fosse una piuma, con l’intenzione di scaraventarla sulla zia?

Dopo mezzanotte, quando tutti erano immersi nel sonno ed io avrei dovuto essere sulla veranda cercando la beatitudine per mezzo dello yoga, uscii silenziosamente dalla mia camera, attraversai la cucina e, dopo esser sceso per le scale raggiunsi il cortile. Nel buio andando a tentoni e appoggiandomi alle pareti, ritrovai la sbarra che giaceva ancora nel medesimo posto dove l’avevo lasciata cadere. Volevo infatti verificare una cosa importante. Curvandomi, afferrai il manubrio con tutte e due le mani, questa volta prendendolo nel mezzo, e cercai, con tutta la mia forza, di sollevarlo. Non potei spostare quel peso di un solo centimetro! Con un singhiozzo convulso mi allontanai, dirigendomi verso le scale.

Rientrato nella mia stanza mi buttai nuovamente sul letto e ripresi a piangere sommessamente, la faccia nascosta nel cuscino. Da dove mi era pervenuta quell’incredibile forza che mi aveva permesso di sollevare il manubrio con i suoi due pesi alle estremità, come un fuscello? La rabbia, da sola, anche la più selvaggia, non avrebbe potuto farlo. Ero forse stato posseduto da uno di quegli spiriti che, talvolta, incontravo durante le meditazioni? Qualunque fosse stata la causa che mi aveva dato la forza di alzare i pesi, si trattava comunque di qualcosa di malvagio, non ne avevo dubbio. Ma io avevo pur cercato di essere unito a Brahman! Allora egli era, forse, cattivo e buono, morte e vita, dato che era tutto? Ero forse arrivato finalmente alla giusta conclusione? Era questo il mio vero Io — «E quello sei tu! » — questo essere malvagio e pur così potente che mi aveva ricoperto, momentaneamente, del suo sottile velo di religione? No, non potevo crederlo! Ero inorridito per ciò che era avvenuto. Ma come potevo essere sicuro che questa forza malvagia non avrebbe nuovamente preso possesso di me, questa volta con conseguenze ben più tragiche?

Questo problema mi tormentava. Chi erano questi dei, questi spiriti, queste forze alle quali io rivolgevo l’invito di entrare in me, per mezzo del nyasa, dello yoga e della meditazione? Erano buoni, o cattivi, o ambedue, oppure tutto era maya ed io ero un pazzo che cercava di capirne il significato? Rimasi chiuso nella mia stanza per diversi giorni, rifiutando ogni invito che mi veniva fatto di mangiare qualcosa o anche di bere soltanto. E quando, finalmente, cercai di affrontare nuovamente la vita — quel mondo di illusione che avrebbe dovuto essere irreale, ma che mi procurava tante difficoltà — mi fu terribilmente difficile riprendermi. Parlavo molto poco. Zia Revati cercava di evitarmi ed io facevo lo stesso. Non mi venivano più dati ordini di eseguire dei lavori domestici. Le visite che facevo ogni mattina a Ma’ erano brevi e sforzate.

Ma alla fine, come avevo sperato, parve che il tempo velasse anche questo orribile avvenimento della mia vita, perché tutto sprofondava in un remoto passato. Zia Revati ed io cercavamo sempre di non incontrarci, ma quando ciò era impossibile ero di nuovo capace di guardarla in faccia, di rispondere a qualche domanda con tono abbastanza gentile, e, da parte sua, essa non manifestava alcun risentimento, almeno non esteriormente. L’unica conseguenza che ancora mi pervadeva e turbava, era costituita dalla nuova difficoltà che avevo per convincermi che io ero Brahman. E da una profonda ed irrisolvibile incertezza su chi o che cosa erano o rappresentavano Brahman e gli altri numerosi dei che adoravo. E su chi ero io stesso.

Il mio traguardo per raggiungere l’autorealizzazione aveva subito un duro colpo.

 
 

 

Capitolo 12

Guru Puja

«Ci sono troppi ipocriti! Tutto questo parlare di autorealizzazione... mentre diventano sempre più egoisti!»

Stavo passando davanti alla porta della camera di Ma’ e le parole concitate dello zio Deonarine, a cui non ero abituato, mi sorpresero. Non si era mai espresso in un tal modo in mia presenza. Voleva forse riferirsi a me?

«Ci sono tanti pundit buoni. Cosa pensi di Baba?» rispose Ma’ con calma.

«E come puoi sapere se anch’egli non sia un ipocrita? Tutti sono contagiati, non muovono un dito senza essere pagati. Ripeto: non muovono un dito!»

L’ira che traspariva dalla voce dello zio mi ferì come un coltello. Non avrei mai immaginato che nel suo animo albergassero dei risentimenti così profondi. Perché allora, mi aveva domandato di benedire la sua auto, insistendo di pagarmi?

«Tu ricevi uno stipendio per insegnare a scuola. E perché i pundit dovrebbero lavorare per nulla?»

«Ma ci sono dei pundit molto ricchi. Ricevono un mucchio di denaro — soprattutto dai poveri. Quante centinaia di puje “porta fortuna” vengono eseguite per le lotterie abbinate alle corse dei cavalli, ma quanti sono quelli che vincono? I pundit sanno molto bene che non tutti possono vincerle e allora perché prendono denaro da tutti? Se tutto questo non venisse fatto in nome della religione tutti quegli ipocriti verrebbero gettati in prigione e accusati di fraudolenza! »

«Ma cosa farebbero allora i poveri pundit?» chiese Ma’. «La gente chiede loro di fare una puja ed essi accontentano tutti.»

«Certamente! Quello è il loro lavoro. E quando la maggior parte delle persone non vince — come normalmente succede in ogni lotteria — i pundit rispondono che dipende dal loro karman, da qualcosa di sbagliato che hanno commesso durante il loro ultimo janma. Se tu credi e dai fiducia alle puje di Baba, la possibilità che tu possa andare in cielo è uguale a quella di vincere la prossima lotteria abbinata alle corse.»

«Sst! Parli troppo forte. Qualcuno ti potrebbe sentire.»

«Avrei piacere che tutto il mondo mi sentisse» rispose con un tono di voce più calmo.

Stupito dall’attacco sferrato da mio zio contro il vero nocciolo della mia religione, mi allontanai in punta di piedi. Negli ultimi tempi avevo pensato che lo zio Deonarine stesse avvicinandosi all’induismo. Certamente non mi aveva mai fatto supporre che i suoi pensieri fossero quelli espressi a Ma’. Egli tentava di essere troppo logico e razionale, proprio quello che, mi aveva avvertito, io non dovevo essere. Non si poteva trasformare la religione in scienza. Dovevo allora cercare di persuaderlo di cominciare a praticare la meditazione giornaliera. Era l’unica via di uscita. Krishna aveva certamente ragione.  Se una persona praticava lo yoga non c’era più nulla che avesse importanza.

Tuttavia, quella mattina mentre andavo a scuola lo zio Deonarine era pieno di discorsi utopistici relativi alla miracolosa trasformazione che un sistema educativo progressista avrebbe potuto apportare nel popolo di Trinidad. Era proprio questa l’illuminazione nella quale credeva. E per me era impossibile far convergere la conversazione sullo yoga. Sempre più chiaramente mi rendevo conto che le nostre idee erano diametralmente opposte. Egli affrontava con vigore dei problemi che appartenevano ad un mondo che io consideravo maya — problemi che, secondo i Veda potevano esser risolti soltanto negando ch’esistessero e considerandoli una pura illusione.

Egli sosteneva con entusiasmo la necessità di educare il popolo con la scienza e la tecnologia propria dell’occidente, essendo questa l’unica via per la quale gli abitanti di Trinidad, una volta raggiunta l’indipendenza, potevano diventare ricchi e prosperi. Come potevo quindi dialogare con una tale persona e affrontare il problema dell’illuminazione interiore che un guru deve raggiungere nel suo spirito, e trasmettere ai suoi seguaci? E quella mattina mi sembrava che la tensione esistente fra il mondo che io conoscevo attraverso la meditazione profonda e quello che dovevo affrontare nella realtà pratica, avesse raggiunto un vero punto di rottura. Non c’era alcuna possibilità di condividere con lo zio Deonarine i miei conflitti interiori, almeno non in quel momento, per cui rimasi silenzioso, ascoltando con calma e ponderando quello che stava dicendo.

Durante le ore di lezione, trovandomi in mezzo a tanti ragazzi di razze e di religioni diverse, quasi dimenticai per un po’ il mio profondo conflitto interiore. Esteriormente, mentre mi trovavo a scuola, dove avevo fatto diverse amicizie, ero contento. I ragazzi non mi tormentavano più facendomi delle difficili domande di carattere religioso. Come tutti gli altri abitanti di Trinidad mi piaceva molto giocare a cricket e a pallone, e mi univo con entusiasmo ai giochi degli altri, anche se questo mi face va venire in contatto fisico con persone che non erano indù e che appartenevano quindi ad una classe di esseri non esistenti secondo i Veda, e conseguentemente ad una classe più bassa ancora degli intoccabili. Logicamente mi facevo qualche ammaccatura e, talvolta, qualche taglio, ma tutto si svolgeva nei limiti di un corretto sistema di gioco. Ma, un giorno, successe l’imprevisto. Mentre stavo giocando a calcio, correndo attraverso il campo per raggiungere il pallone, mi trovai improvvisamente a terra, sul tappeto erboso, contorcendomi nell’agonia, in preda ad un dolore lancinante che mi aveva colpito all’addome. I compagni di gioco e l’arbitro arrivarono di corsa intorno a me.

«Nessuno gli ha dato un calcio, come è caduto allora? Cosa gli è successo?» chiese qualcuno. Io potevo rispondere solo con dei lamenti.

«Portatelo all’ombra» ordinò l’arbitro. Immerso in un mare di dolore penoso, sentii delle braccia che mi sollevavano, poi tutto svanì nel nulla.

Il viaggio che feci nell’auto di zio Deonarine fu come un incubo, confuso da movimenti angosciosi. Le ultime parole che ricordo di aver udito furono quelle del medico che borbottava che «ancora qualche altro minuto e sarebbe andato in peritonite.» Mi svegliai dopo qualche ora, ricoperto da un candido lenzuolo, nella camera di un ospedale, dove mi era stato reciso una parte dell’intestino, sempre attanagliato dal dolore al fianco che era però diminuito.

«Sei stato fortunato, Rabi!» esclamò lo zio Deonarine, con evidente sollievo, quando venne a visitarmi il giorno seguente. «Il dottore ha detto che l’hai scampata bella!»

Il terzo giorno, sentendomi alquanto meglio, mi fu concesso di alzarmi e di andare da solo alla toeletta. Aprendo la porta del bagno per poi ritornare a letto, fui colpito da un dolore bruciante al fianco destro. La stanza cominciò a girare vorticosamente e tutto sembrò offuscarsi. Lottando per non perdere i sensi tentai selvaggiamente di aggrapparmi alla maniglia della porta, senza trovarla. Mi ritornò allora confusamente la memoria di uno spiazzo nella giungla, sovrastante un dirupo. e le parole che mia madre mi aveva sussurrato molti anni prima.

«Gesù, aiutami!» gridai.

Benché sapessi che nel bagno non ci fosse nessuno, sentii che una mano stava afferrandomi e che, sostenendomi, impediva che cadessi. L’oscurità cominciò a dileguarsi. Nello stanzino ritornava la quiete. I miei occhi potevano vedere più chiaramente. Ogni ombra di dolore era sparita e, al suo posto, era subentrato un inesprimibile senso di benessere e di forza.

Dopo essere ritornato a letto rimasi immobile per lungo tempo, tentando di capire quello che mi era successo. Era difficile crederlo, tuttavia era vero. Una strana calma era subentrata nella stanza. Mi addormentai profondamente. Quando mi risvegliai notai che qualcuno aveva lasciato sul comodino, che si trovava vicino al letto, un foglietto religioso cristiano che non avevo mai notato prima. Era stato scritto da un certo Oswald J. Smith (di cui, logicamente, non avevo mai sentito parlare) e raccontava la storia di un giovane che era diventato un seguace di Gesù. Ne fui commosso, ma la mia mente era troppo piena di pensieri riguardanti l’induismo per poter comprendere adeguatamente il messaggio implicito del racconto. La figura di Gesù svanì quindi nuovamente in breve tempo. Avevo già troppi dei che dovevo adorare rettamente per cui, se avessi dovuto aggiungerne ancora uno, non avrei fatto altro che aumentare le mie preoccupazioni. In realtà mi ponevo spesso il problema di quale dovesse essere il dio che dovevo adorare con maggior fervore. Li temevo tutti, ma la mia preferenza andava a Shiva e a Krishna.

Ogni sera, dopo essere rientrato a casa dalla scuola, mi ritiravo nella stanza delle preghiere, il mio luogo santo. Puntualmente, alle 6 di sera, con un sentimento profondo, quasi fossi io stesso il creatore della vita, accendevo solennemente la fiammella di una sacra deya che si trovava sul secondo gradino, al centro stesso dell’altare. Prima di sedermi sul pavimento, in posizione di loto, per meditare e contemplare i miei dei, eseguivo il mio arti. Facevo tintinnare un piccolo campanello, tenendolo con la mano sinistra. Con la destra sorreggevo un grande piatto di ottone, al centro del quale stava la deya accesa, attorno alla quale erano stati disposti dei fiori freschi. Facevo girare il piatto per tre volte in senso orario attorno a ciascun dio, recitando il mantra appropriato. Una sera successe un fatto spaventoso. Mentre eseguivo l’arti davanti a Shiva, urtai inavvertitamente con il gomito Krishna, facendo cadere per terra questo grande dio che si trovava sull’ altare!

Rimasi sconvolto e mi affrettai a sollevare la piccola statua di ottone. Accarezzandola con amore scopersi però, con sgomento, che la caduta aveva piegato il flauto di Krishna ed un suo braccio. Ne fui quindi letteralmente costernato! Tenendo stretto il mio dio con la mano me lo misi vicino al cuore, pieno di rimorso, spinto a confessargli tutto il mio dispiacere, ma conscio, al tempo stesso, che nessuna scusante sarebbe stata accettata. Non c’era posto per il perdono. La stessa legge immutabile del karman lo vietava. La pena che sarebbe stata richiesta nella mia vita successiva — o forse anche in questa — per un simile odioso crimine era tale che non osavo neppure immaginarla. Indubbiamente avrei dovuto scontare un castigo molto severo. Tuttavia, se quella piccola immagine di ottone fosse stata dotata, interiormente, di una potenza così tremenda, come mai era caduta con tanta facilità? Considerando l’evidente impotenza di questi piccoli idoli, il vile timore che nutrivo per loro cominciò a sembrarmi assurdo.

Malgrado tutti questi quesiti ai quali non potevo dare una risposta, ed il conflitto interiore che si faceva sempre più grave, passavo tutto il tempo libero che mi rimaneva in zelante esecuzione dei miei obblighi religiosi. Naturalmente dopo aver adempiuti i miei doveri scolastici e casalinghi, ma di questi ne avevo ben pochi. Potevo solo sperare che la mia assidua fedeltà sarebbe stata riconosciuta e ricompensata, quantunque l’autorealizzazione fosse ormai divenuta per me un sogno anziché una speranza. Meditavo sempre quanto più mi era possibile e, nelle mie trance, continuavo a sperimentare delle musiche celesti, dei colori psichedelici, dei viaggi astrali e degli incontri con gli spiriti. Ma ciò che ormai non provavo più, mentre una volta ne ero rimasto entusiasmato, era quel sentimento di essere Brahman, signore dell’universo, la grande Mente che si personificava in diverse forme.

Moksha sembrava un traguardo che era impossibile raggiungere nella mia vita attuale. Temevo che dovessero occorrere molte altre reincarnazioni ..,chissà quante? Per quale ragione il futuro doveva essere così incerto?

I risultati raggiunti da mio padre mi sembravano più ardui che mai. Egli doveva essere stato certamente un avatar, e sicuramente io non lo ero. Io avevo deciso di diventare un grande guru ed in effetti, agli occhi di molti, lo ero. Ma non avrei raggiunto il nirvana in questa vita. Anche il mio traguardo alternativo — di venir reincarnato in una mucca, la più santa delle creature — era tramontato. Non avevo alcuna certezza di alcunché. Ma non avrei mai confessato i miei dubbi a chicchessia. Da un punto di vista esteriore sembrava che io credessi nella mia religione come non mai, e anche la venerazione che mi veniva tributata dagli indù stava crescendo.

Alla fine del terzo anno di studio nella scuola superiore, Ma’ e zia Revati invitarono un nutrito gruppo di vicini e di parenti per partecipare ad una speciale puja che si doveva fare a casa nostra. Tutti quelli che stavano arrivando si inchinavano rispettosamente e facevano qualche allusione alla grandezza di mio padre. I loro commenti che affioravano qua e là, man mano la sala si riempiva, confermavano l’ammirazione che si poteva anche leggere nei loro occhi. Io ero infatti uno yoghi che avrebbe reso famosa la nostra città, un guru che, un giorno, avrebbe avuto molti, molti seguaci. I miei conflitti interiori venivano dimenticati, completamente sopraffatti dall’intenso piacere che provavo nel venir adorato. Benché non avessi ancora compiuto i 15 anni, sapevo che, fra gli indù, avevo già raggiunto quella posizione che era invidiata persino da alcuni pundit. Tutto questo sollevava in me quel sentimento buono e onesto di sapere che non mi trovavo nel numero degli ipocriti che venivano disprezzati da mio zio Deonarine.

Era il nostro Baba, il pundit Jankhi Prasad Sharma Maharaj, mio consigliere spirituale, l’indù capo riconosciuto da tutta l’isola Trinidad, quello che doveva eseguire l’elaborata cerimonia. Io assistevo, orgoglioso. Per me si trattava di una grande occasione.

Accarezzando una grande, profumata ghirlanda di fiori, che pendeva dal mio collo, mi ero sistemato accanto all’ altare e salutavo gli intervenuti che uscivano alla fine della cerimonia. Una vicina di casa depose ai miei piedi diverse monete, una dopo l’altra, e s’inchinò per ricevere la mia benedizione, il colpetto d’incoraggiamento shakti che ogni adoratore brama di ricevere, a causa dei suoi effetti soprannaturali. Sapevo che si trattava di una povera vedova che guadagnava pochissimo per le lunghe ore di duro lavoro che svolgeva. Le offerte che mi venivano fatte, nel corso di una sola cerimonia, superavano di gran lunga la paga ch’essa riceveva per un intero mese di lavoro. Gli dei avevano decretato che questo doveva essere il sistema dei doni da farsi ai bramini, ed i Veda pure avevano dichiarato che questa pratica sarebbe stata di grande beneficio per il donatore. Perciò, per quale motivo dovevo sentirmi colpevole? Ma le parole avvelenate dello zio Deonarine balzarono vivide alla mia mente: «Sono affari che li riguardano tutti; essi non muovono un dito se non vengono pagati... soprattutto dai poveri!» Con un senso di disagio soffermai lo sguardo su quella piccola offerta fatta di monete.

Ma certamente io avevo molto da darle in cambio. Mentre stavo allungando la mano per toccarle la fronte quale conferma della mia benedizione, trasalii udendo una voce piena di indubbia, onnipotente autorità «Rabi, tu non sei Dio!» Il mio braccio si arrestò a mezz’aria. «Tu... non... sei... Dio!» Queste parole mi colpirono come il fendente di un machete che taglia ed abbatte le alte canne verdi.

Mi resi istintivamente conto che era stato il vero Dio, il Creatore di ogni cosa, che aveva pronunciato queste parole e cominciai a tremare. Voler pretendere di benedire quella donna che si era inchinata, era un inganno, una frode manifesta. Ritrassi la mano rendendomi chiaramente conto che molti occhi mi stavano guardando chiedendosi cosa stesse succedendo. Sentii che dovevo gettarmi ai piedi santi del vero Dio per domandargli perdono, ma come potevo spiegare tutto questo agl’intervenuti? Mi voltai bruscamente e mi feci largo fra la folla, abbandonando la povera donna che, stupita, mi seguiva con lo sguardo. Raggiunta la mia camera, chiusi la porta a chiave, strappai dal collo, con dita tremanti, la ghirlanda di fiori e, dopo averla scaraventata sul pavimento, mi gettai sul mio letto singhiozzando.

Ma’ mi aveva seguito con lo sguardo mentre avevo abbandonato la sala, ed era uno sguardo pieno di compassione, che io certamente non meritavo. Da quasi un mese non le avevo rivolto la parola. Con dolcezza mi aveva gentilmente rimproverato per l’iroso comportamento che avevo avuto con la zia. La colpa era stata certamente mia; avevo esibito una vergognosa dimostrazione di orgoglio davanti a tutti i componenti della nostra famiglia. Avevo respinto la preghiera che Ma’ mi aveva rivolto, di chiedere scusa. Ero invece uscito dalla sua stanza gridando che non le avrei mai più rivolto la parola. Essa aveva mandato nella mia camera, ad uno ad uno, tutti i miei cugini con frutta ed altri doni, implorando una riconciliazione, ma io avevo respinto tutti. Ora questi ricordi mi soffocavano; mi trovavo completamente abbattuto, sotto la riprensione del vero Dio, scosso nella coscienza per aver osato di accettare l’adorazione che solo a lui era dovuta. Tutto il mio mondo, fatto di orgoglio, stava crollando.

Volevo confessare a questo Dio che io ero dispiaciuto, dolente per essermi comportato così villanamente con mia zia, con Ma’, e con tante altre persone; ma soprattutto addolorato per averlo derubato, appropriandomi dell’adorazione degli uomini che solo lui meritava. Non sapevo però, come dirglielo ed in ogni caso non ci sarebbe stata alcuna possibilità di ottenere il perdono. La legge del karman mi avrebbe ripagato per le colpe che avevo commesso. Un crimine come quello che avevo perpetrato avrebbe provocato qualcosa di disastroso nella mia nuova reincarnazione. Forse avrebbero dovuto susseguirsi, una dopo l’altra, migliaia di reincarnazioni prima che potessi riprendere la casta bramina, forse milioni. Chi avrebbe potuto predire il doloroso sentiero che dovevo seguire per riavere la posizione di oggi?

Per quanto spaventoso potesse sembrare il mio futuro, era per me ancora più doloroso dover affrontare il presente. Non avrei mai più potuto accettare l’adorazione di qualsiasi essere umano, eppure tutti avrebbero continuato a pensare che dovevo farlo. Come potevo evitarlo? E come avrei mai potuto trovare il coraggio di dire a coloro che mi avevano innalzato al di sopra degli altri che io ero un ladro, che avevo rubato la gloria che apparteneva soltanto a quell’Uno che regna sopra tutti noi? Uscendo dalla mia camera, non scorgevo alcuna via che mi permettesse di affrontare nuovamente la comunità indù. Nessuno mi avrebbe creduto se avessi detto che non esiste alcuna persona che sia Dio o che sia degna di essere adorata. E come avrei potuto raccontare tutto quello che io riconoscevo essere la misera verità relativa a me stesso? La vergogna sarebbe stata insopportabile! D’altro canto non potevo nemmeno continuare a vivere una doppia vita come un ipocrita. Mi pareva che ci fosse un’unica alternativa: il suicidio. Pensai e riflettei a lungo su questo terribile dilemma che mi sembrava essere l’unica soluzione. Potevo solo immaginare in quale maniera un atto del genere avrebbe potuto pesare sulla mia vita successiva, ma avevo più paura ancora di quella che stavo vivendo.

Durante giorni e giorni di terribile agonia rimasi chiuso nella mia camera, senza toccare cibo né bere acqua, percorrendo a grandi passi la stanza, torcendomi le mani, cadendo esausto sul letto nella ricerca disperata di qualche minuto di sonno ristoratore. Ma solo per rialzarmi poco dopo per misurare di nuovo, a passi lenti, la camera, o per sedermi sull’orlo del letto sostenendomi la testa fra le mani. A volte mi mettevo a piangere col desiderio di non essere mai nato o mi autocommiseravo. Quante cose avverse mi erano capitate nella vita! Mi era mancato l’affetto e la tenera cura dei genitori. Mio padre non mi aveva mai rivolto una parola ed era morto quando ero ancora bambino. Non avevo più visto mia madre da otto anni. Avevo perso i nonni — tutti salvo Nanee. E pensare che una volta ero persuaso che il mio karman fosse tanto buono! Perché, invece, era così crudele? Era ingiusto punirmi per qualcosa che avevo commesso nelle vite precedenti, quando non potevo ricordare un solo peccato commesso in alcuna di esse, e ciò malgrado avessi tentato, e talvolta persino preteso, di poterlo fare.

Durante quelle lunghe ore solitarie, cercavo di ricordare quale fosse stata la mia vita, restando meravigliato per la cecità che mi aveva sempre avviluppato. Come poteva essere Dio una mucca, un serpente o persino io stesso? Come poteva la creazione crearsi da se stessa? Come potevano tutte le cose essere costituite dalla medesima Divina Essenza? Tutto questo era la negazione di quella differenza sostanziale che esiste fra una persona vivente ed una cosa inanimata, ciò di cui ero, invece, profondamente persuaso, qualunque cosa in contrario dicessero i Veda o Krishna. Se il mio essere era della medesima essenza di quella contenuta in una canna da zucchero, voleva dire che non c’era alcuna differenza fra me e la canna da zucchero, e ciò era assurdo.

Questa unità di tutte le cose che avevo sperimentato nelle meditazioni mi sembrava, adesso, irragionevole! Soltanto l’orgoglio mi aveva accecato a questo punto. Avevo talmente desiderato di essere il Signore dell’ universo che ero arrivato al punto di credere un’ evidente menzogna. Cosa ci poteva essere di più malvagio? Si trattava della peggior specie di ipocrisia!

Man mano passavano i giorni, io, che nel passato pensavo di aver quasi raggiunto l’autorealizzazione, mi umiliavo, ora, autocondannandomi Pensavo a tutte le sigarette che avevo rubato, a tutte le bugie che avevo detto, alla vita egoista e piena dì superbia che avevo vissuto, all’odio coltivato nel mio cuore nei confronti di mia zia e di altri. C’erano stati momenti in cui avevo persino desiderato che essa morisse, pur essendo stato io stesso il predicatore della nonviolenza! Non c’era alcuna possibilità che, pesati con una giusta bilancia, le mie azioni buone potessero mai sopravanzare quelle cattive. Tremavo pensando alla reincarnazione, sicuro che il mio karman mi avrebbe fatto cadere sull’ultimo gradino della scala. Quanto grande era il mio desiderio di poter in qualche modo trovare il vero Dio per potergli dire quanto grande fosse il mio dispiacere! Ma quale ne sarebbe stata l’utilità considerando che il karman non poteva venir modificato? Forse egli si sarebbe dimostrato misericordioso.

Adesso avevo paura dei viaggi astrali e degli incontri con gli spiriti nei quali, una volta, mi dilettavo, ma non conoscevo altri modi per la ricerca di Dio all’ infuori dello yoga. La mia religione, gl’insegnamenti ricevuti, le esperienze che avevo avuto nella meditazione; ogni cosa mi aveva insegnato che avrei potuto trovare la verità solo esaminando me stesso, per cui riprovai a farlo. Ma questa ricerca interiore si rivelò del tutto futile. Invece di trovare Dio, suscitai in me una valanga di pensieri cattivi che mi fecero rendere conto, ancora di più, quanto fosse corrotto il mio cuore. La mia infelicità aumentò, il peso della mia colpa e della mia vergogna divennero insopportabili.

Se non potevo trovare questo Dio in breve tempo, allora avrei dovuto suicidarmi, a prescindere dalle terribili conseguenze future che sarebbero derivate da questo atto di viltà. Non ero più in grado di vivere senza di lui.

Tuttavia avevo paura di togliermi la vita. Quella successiva avrebbe potuto essere ancora peggiore di quella che vivevo adesso. Il futuro era completamente incerto e buio. Per ora dovevo cercare dì salvare il mio equilibrio mentale.

Il quinto giorno feci un bagno, mangiai qualcosa per colazione e poi rientrai nella mia stanza senza rivolgere parola ad alcuno. Ma, per la prima volta, lasciai la porta aperta. Era un gesto che, speravo, i miei famigliari avrebbero capito, un piccolo passo verso la riconciliazione, un debole tentativo, ma era quanto di meglio potesse compiere una persona molto orgogliosa, che si autogiustificava, ma che si trovava senza alcun aiuto.

 

 

Capitolo 13

Karman e grazia

«Rabi, c’è qui qualcuno che è venuto a trovarti.» Shanti era sulla porta della mia camera, ma io non l’avevo sentita entrare.

«Chi è?»

«Una mia amica di scuola. Desidera parlarti.»

Una ragazza carina, di circa 18 anni, era seduta nel soggiorno e mi stava aspettando. Mi fermai sulla porta con uno sguardo interrogativo. Appena mi vide balzò su dalla sedia ed il suo viso si illuminò di un sorriso che sembrava spuntasse dalla profondità del suo animo. Non capisce molto cosa sia la vita pensai, altrimenti non sarebbe così felice.

«Ciao, Rabi, io sono Molli» disse con calore. «Ho sentito parlare molto di te e desidero fare una chiacchierata.»

«Oh! Su quale argomento?» domandai. «Ma siediti» aggiunsi con impazienza, mentre io mi accomodavo dall’altra parte della tavola. Non avevo nessuna voglia di perdere del tempo con lei. Che cosa voleva da me? Per quale ragione Shanti non era rimasta con noi nel soggiorno? Mi era sembrato che si fosse ritirata nella cuci

Molli si mise a ridere bonariamente, vedendo la mia espressione imbarazzata. «Ho sentito dire che sei una persona molto religiosa e allora volevo incontrarti.»

Mi rivolse parecchie domande e mi chiese se avevo trovato che la mia religione fosse appagante. Cercando di nascondere il vuoto che avevo dentro di me, pronunciando molte parole che volevano dimostrare quanto a fondo conoscessi l’induismo, mentii e le dissi che ero realmente felice e che la mia religione era quella vera. Essa ascoltò pazientemente il mio discorso pomposo che, talvolta, aveva dei toni arroganti. Senza contraddirmi e senza entrare in discussioni, essa, con gentilezza, ponendomi delle domande garbate, mi fece notare il vuoto che c’era dentro di me.

Alla fine mi chiese: «Hai un preciso traguardo praticando la tua religione?»

«Certo» risposi. «Desidero avvicinarmi sempre di più a Dio.

«E lo conosci?»

«Sì» mentii, tentando di nascondere i miei dubbi. Sapevo che egli esisteva, senza conoscere però quale fosse la sua immagine, senza sapere quale mantra potessi recitargli; non ero stato in grado di trovarlo neppure con lo yoga. «Sei anche tu una ragazza indù religiosa?» chiesi cercando di stornare l’attenzione che si focalizzava sul mio vuoto interiore. Per avere una simile pace essa doveva sicuramente adorare gli dei con molta intensità.

«No. Una volta lo ero, ma adesso sono cristiana.»

«Che cosa sei?» chiesi sgomento.

«Una cristiana. Ho scoperto come una persona possa conoscere Dio e avvicinarsi molto a lui per mezzo di Gesù Cristo.»

«Io penso di potermi avvicinare a Dio per mezzo della mia religione» risposi con veemenza, sapendo nel mio intimo che stavo dicendo una bugia. Avevo infatti scoperto che ogni passo che mi avvicinava agli dei indù era un passo che mi allontanava dal vero Dio che stavo cercando. Ma non l’avrei mai ammesso, in modo particolare con una ragazza cristiana! Ciò che mi turbava non era tanto il nome «Gesù Cristo» quanto la parola «cristiano» e il pensiero che essa fosse divenuta tale. Erano i cristiani che mangiavano il mio dio, la mucca. E la gran parte delle persone che avevo conosciuto e che si chiamavano cristiani avevano un tenore di vita tale che non volevo assolutamente aver nulla a che fare con la loro religione.

Mi alzai dalla sedia facendole capire che poteva andarsene. Non c’era alcun motivo per continuare la conversazione. Ma essa disse, con molta calma, qualcosa che mi obbligò a sedermi nuovamente. «La Bibbia insegna che Dio è un Dio d’amore. Avrei tanto piacere di poterti raccontare come io l’abbia conosciuto.»

Ero trasecolato. In tutti gli anni che avevo vissuto la mia vita di indù non avevo mai sentito parlare di un Dio di amore! Meravigliato, ascoltavo quindi ciò che essa continuò a dire.

«E’ perché egli ci ama che desidera attirarci vicino a sé.» Rimasi nuovamente impressionato. Da buon indù volevo avvicinarmi a Dio, ma essa mi diceva che Dio stesso, per mezzo del suo amore, cercava di attirarmi a sé!

«E la Bibbia insegna anche che il peccato non costituisce solo un ostacolo per avvicinarci a Dio,» continuò a dire Molli, «ma anche per conoscerlo. E per questa ragione che egli ha mandato Cristo per morire per i nostri peccati. E se riceviamo il suo perdono possiamo conoscerlo.»

«Aspetta un momento!» interruppi. Voleva forse convertirmi? Pensai che dovevo ribattere con parole convincenti. «Io credo nel karman. Quello che si semina si raccoglie, e nessuno può cambiare questa legge. Non credo assolutamente al perdono. E’ impossibile. Quello che è stato commesso è un fatto compiuto!»

«Ma Dio può fare ogni cosa» ribatté Molli con convinzione. «Egli ha una sua maniera per perdonarci. Gesù disse: ‘Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. ‘ Gesù è quella via. Siccome egli è morto per i nostri peccati, Dio ci può perdonare!»

Questo era un dogma che io non potevo assolutamente accettare. Avevo sempre affermato che l’induismo era l’unica via, ma ora mi rendevo conto che il Gita diceva che tutte le strade portano al medesimo luogo e che qualunque cosa venga commesso (anche se non si è religiosi), il karman e la reincarnazione porteranno, in ultimo, la persona a Krishna. Ma non era un dogma anche l’affermare che Krishna fosse l’ultimo traguardo di arrivo come il sostenere che Cristo era l’unica via? Ed era proprio Krishna il dio che io stavo cercando? No. Nell’intimo del cuore sapevo che non era lui il vero Dio che volevo conoscere. Ma ero troppo religioso per ammetterlo, per cui continuai a discutere difendendo i numerosi concetti contraddittori dell’induismo, cercando di salvare la faccia. A dispetto della sua pazienza, o forse a causa di essa, persi il controllo di me stesso, cominciai a gesticolare animatamente alzando la voce, determinato a non lasciarmi sconfiggere da questa ragazza. Ma essa rimaneva talmente tranquilla, e pareva così fiduciosa del suo rapporto con Dio, che alla fine decisi di scoprire quale fosse il suo segreto.

Che cos’è che ti rende così felice?» le chiesi improvvisamente. «Penso che avrai fatto delle lunghissime meditazioni.»

«Una volta le facevo,» rispose Molli, «ma ora non più. Dal momento in cui Gesù è entrato nella mia vita egli mi ha completamente cambiata. Mi ha dato una pace ed una gioia che prima non avevo mai conosciuto.» Poi mi guardò decisamente negli occhi e disse: «Rabi, non mi pare che tu sia molto felice. Lo sei?»

Girai rapidamente lo sguardo attorno. Dalla cucina proveniva il rumore di piatti sbattuti. Abbassai la voce. «Non sono contento. Avrei tanto piacere di possedere la tua gioia.» Stavo forse mentendo? Pensavo che non avrei mai potuto confessare questo segreto neppure a Ma’, ed ecco che lo stavo raccontando ad un’estranea. E come avrebbe lei potuto aiutarmi? Io desideravo trovare qualcosa più grande della gioia. Volevo conoscere Dio!

«La gioia non è qualcosa che tu stesso puoi far nascere» disse Molli. «Se non c’è un motivo genuino che la generi, essa non sarà mai una gioia reale e sarà di breve durata. La mia gioia deriva dal fatto che i miei peccati sono perdonati e questo ha cambiato tutto il corso della mia vita. La pace e la gioia provengono da Cristo, dal fatto di conoscerlo personalmente.»

«Non continuare a parlare sempre di Gesù!» interruppi con impazienza. «Lui è uno dei tanti dei, ce ne sono dei milioni, e, tutto sommato, è un dio cristiano. Io voglio conoscere il vero Dio, il Creatore dell’universo!» «Ma Gesù è proprio questo. E’ per questo che egli poteva morire per i tuoi peccati — soltanto Dio poteva pagare quel debito.» Molli era calma e tranquilla, mi parlava con serena fiducia. Il mio atteggiamento era invece in netto contrasto con il suo. Non avrei mai potuto sentire quella confidenza fatta di certezze nei confronti dei miei dei indù, che essa dimostrava invece per questo dio Gesù. Essa parlava di lui come se fosse stato un suo amico personale, che fosse seduto proprio vicino a lei.

Continuiamo a parlare per quasi una mezza giornata, senza renderci conto che il tempo passava. Frequentemente discutevo animatamente e perdevo la calma, e, qualche volta, alzavo anche la voce. Negli ultimi mesi mi era capitato sempre di più di agitarmi e di perdere la pazienza. Ma essa rimaneva calma, tranquilla, parlando sempre con serena fiducia. Io continuavo a metterle in mostra gli dei indù e ad esporre la filosofia degli antichi veggenti; ma non ero assolutamente in grado di mettere in discussione ciò che essa dimostrava di possedere. Desideravo venire in possesso della sua pace e della sua gioia, senza però rinunciare ad una porzione anche minima della mia religione! Essa non me ne aveva parlato, ma io stesso mi rendevo conto che se avessi creduto che Gesù era Dio, ch’era morto per me e che poteva perdonare i miei peccati, allora tutto ciò a cui avevo dedicato la mia vita come indù non avrebbe avuto più senso.

«Adesso dovrei andarmene» disse finalmente, alzandosi per uscire.

Io balzai in piedi, deciso di mettere bene in chiaro che essa non aveva per nulla modificato le mie convinzioni. La sua visita costituiva per me un insulto. Io, bramino, avevo accondisceso di parlare con una persona reproba che aveva abbandonato la sua religione, ed essa aveva avuto il coraggio di tentare di persuadere me, uno yoghi, di diventare cristiano!

«Oh, odio i cristiani!» esclamai a voce alta ed alterata in modo che anche quelli che si trovavano nella cucina potessero udirmi. «Non diventerò mai cristiano, neppure quando mi troverò sul letto di morte! Sono nato indù e morirò indù! »

Essa mi guardò con compassione. «Rabi, questa sera prima di coricarti, ti prego, gettati sulle ginocchia e chiedi a Dio di mostrarti la verità — io pregherò per te!»

Fatto un cenno con la mano, uscì dalla stanza.

Attraverso il portone aperto potevo vedere il sole che stava tramontando oltre il Golfo, lontano. In pochi minuti sarebbe sparito dietro la Punta Pefias, all’estremità settentrionale del Venezuela, e l’oscurità sarebbe scesa rapidamente. Guardai le mie mani: erano serrate l’una contro l’altra e le unghie si affondavano nella carne.

Di nuovo solo, nella mia camera, cominciai a misurarla a gran passi, avendo dentro di me la sensazione che due armate opposte si scontrassero. Non avevo ancora mai sperimentato un conflitto così profondo. Mi pareva che dovessi fare una scelta fra la vita e la morte, mentre forze opposte mi stavano lacerando. Durante la conversazione avuta con Molli ero stato afferrato dalla convinzione che questo Dio vero doveva essere santo e puro. Come poteva interessarsi della mia persona? Ero arrivato, purtroppo, a conoscere in profondità quali fossero le tenebre del mio cuore. Alla fine, con riluttanza, dovetti riconoscere che tutte le mie sante abluzioni, le puja e lo yoga non avrebbero mai avuto il potere di cambiarmi.

Non sarebbe stato meraviglioso, pensai, se tutto quello che Molli aveva detto a proposito di Gesù che era morto per i miei peccati, fosse vero e che io potessi venire perdonato, diventando puro per poter entrare in intimità con questo Dio santo? Desideravo con tutto il cuore poterlo credere, ma Gesù era un dio cristiano e io non sarei mai diventato un cristiano. Se avessi deciso di farlo non avrei mai più potuto affrontare i miei familiari. Ma non potevo neppure fronteggiare la vita se rimanevo tal quale ero adesso. Avevo lottato per raggiungere l’autorealizzazione, esaminando attentamente il mio io interiore, cercando di persuadermi che ero Dio. Ma avevo realizzato soltanto che ero irrimediabilmente perduto.

«Essi chiacchierano tanto di autorealizzazione... ma diventano solo più egoisti!» Le parole dello zio Deonarine ritornavano alla mia memoria, come un’ossessione. Egli aveva pronunciato una terribile verità. Non c’era da meravigliarsi allora se Ajah si fosse autodistrutto di proposito bevendo e ubriacandosi col rum, a causa della delusione che aveva sperimentato con l’induismo. Avevo sempre rifiutato di ammetterlo, ma ora, finalmente, potevo comprendere tutto. E soltanto la paura di ciò che mi aspettava oltre la morte mi tratteneva dal suicidarmi.

Molli aveva insistito nel dirmi che Dio mi amava e che essa stessa aveva sperimentato il suo amore. Io la invidiavo, ma allo stesso tempo la odiavo perché era cristiana. L’orgoglio pretendeva che io rifiutassi tutto ciò che essa mi aveva detto, ma io ero troppo disperato e non potevo più trastullarmi cercando di salvare la faccia. Mi gettai quindi sulle ginocchia, accanto al letto, rendendomi conto che, in fondo, stavo accogliendo la richiesta di Molli. Stava forse pregando per me proprio in quel momento?

«Dio, Dio vero e Creatore, ti prego mostrami la verità! Te ne prego, oh Dio!» Non erano parole facili da pronunciare, ma questa era l’ultima mia speranza.

Qualcosa dentro di me si spezzò come una canna di bambù si rompe con un vento impetuoso. Per la prima volta nella mia vita ebbi la sensazione di aver realmente pregato e di essermi messo in contatto non con una Forza impersonale, ma con il vero Dio che ama e che si interessa dell’uomo.

Troppo stanco per potermi ancora dilungare nei miei pensieri, scivolai sotto le lenzuola, addormentandomi quasi istantaneamente. L’ultimo pensiero cosciente che mi attraversò la mente fu quello di essere profondamente convinto che Dio avesse udito e che avrebbe dato una risposta alla mia preghiera.

 
 

 

Capitolo 14

Illuminato!

 

«Hei, Rabi!» Era Krishna che si rivolgeva a me, entrando nella cucina nella quale stavo conversando con una delle mie zie più giovani, mentre preparava la cena. Il suo modo di fare ed il suo sguardo erano diversi dal solito. Sembrava che fosse contento di avermi trovato. «Lo sai che devi nascere di nuovo per poter entrare nel cielo?» mi chiese.

Stavo per cominciare a rispondergli: «Logicamente. Devo nascere di nuovo diventando una mucca. Quello è il mio cielo!» ma l’espressione sincera di Krishna trattenne il mio sarcasmo. «Che cosa ti suggerisce di farmi questa domanda?» chiesi con scetticismo. Osservai che teneva in mano un piccolo libro con la copertina nera e che stava sfogliandolo, cercando qualcosa.

«E’ la Bibbia che lo dice. Aspetta un momento che te lo mostro.» Continuò a voltare lentamente le pagine, come uno che esplorasse un territorio sconosciuto. «...Marco ...Luca ...Giovanni. Eccolo, nel capitolo 3. Ascolta queste parole! ‘Gesù gli rispose dicendo: In verità, in verità io ti dico, che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio.’ Cosa ne pensi?»

Non sapevo che cosa pensare. Poteva costui essere il medesimo Gesù di cui mia madre mi aveva parlato tanti anni prima, lo stesso che Molli dichiarava essere il vero Dio che era morto per i miei peccati? Sì, doveva esserlo!

«Lasciami vedere!» risposi, e mi sentivo agitato.

Krishna mi porse il librettino affinché potessi leggerlo da solo. Mentre stavo leggendo, afferrai finalmente il senso di ciò che avevo cercato di comprendere durante le tre settimane trascorse dalla visita di Molli e di cui essa aveva fatto cenno. Il mio mondo si era spezzettato, ma ora tutto sembrava ricomporsi in un unico quadro. Essere ‘nato di nuovo’! Sì, era questo di cui avevo bisogno! Comprendevo esattamente ciò che Gesù aveva voluto dire. Egli non si riferiva alla reincarnazione, bensì ad una nascita spirituale che avrebbe reso Nicodemo una persona nuova dal punto di vista interiore, e non già con un nuovo corpo fisico.

Ora mi sentivo realmente eccitato. Come mai non avevo mai prima compreso tutto questo? Quale beneficio potrebbero apportare migliaia di rinascite? La reincarnazione avrebbe potuto darmi un nuovo corpo, ma non era di questo che avevo bisogno. Non potevo immaginare una nascita fisica che fosse migliore di quella che già possedevo. Infatti ero nato in seno alla casta più alta, facevo parte di una famiglia facoltosa, ero il figlio di uno yoghi, avevo ricevuto tutti i benefici derivanti dall’educazione e dalla religione che mi erano state insegnate, ma la mia vita era stata un completo fallimento. Il solo pensiero di poterla migliorare ritornando infinite volte in questo mondo, con corpi diversi, era pura follia!

L’ultimo giorno dell’anno facevo, come tutti gli altri, un elenco di ciò che avrei fatto nel corso dell’Anno Nuovo. In prima posizione c’era sempre la mia decisione di smettere di fumare. La mia tosse era peggiorata, ma ciò nonostante non riuscivo a smettere questa pessima abitudine. Cominciavo ogni mese di gennaio con la risoluzione di vivere un nuovo anno in modo migliore di quello passato. Ma già il secondo giorno del mese ripiombavo nelle mie vecchie abitudini. E non passavano molti giorni prima che il mio temperamento indisciplinato esplodesse nuovamente, spesso anche dopo aver terminato da solo un’ora le mie meditazioni, mediante le quali cercavo un po’ di pace. Dentro di me c’era qualcosa di sbagliato che non sarebbe mai stato risolto con la rinascita in un altro corpo.

Sarebbe stata una cosa meravigliosa poter ottenere il perdono da Dio, eppure io avevo cominciato a desiderare ardentemente qualcosa di più grande del perdono. Dal momento in cui avevo cominciato a chiedere a Dio di rivelarmi la verità, avevo visto sempre meglio e sotto una nuova luce la mia persona. Era sempre stato il mondo a girare attorno a me. Mi aspettavo che tutte le persone adattassero il loro modo di vivere al mio desiderio e che mi trattassero come un dio. Io ero un tiranno viziato, non certamente Dio! E non lo sarei mai diventato. Era stato per me un sollievo poterlo riconoscere. E non avevo più alcun desiderio di essere Dio. Ma altresì non volevo rimanere nella posizione in cui mi trovavo adesso. Desideravo diventare una persona nuova. Se Cristo non poteva cambiarmi completamente, non m’interessava nemmeno il suo perdono.

Negli anni trascorsi, le mie esperienze mistiche erano state una semplice fuga dalla realtà della vita quotidiana, che la filosofia indù chiamata maya, illusione. Ora desideravo ottenere la forza necessaria per affrontare la vita, per poter vivere la vita che Dio aveva programmato per me. Volevo che si verificasse un profondo cambiamento di quello che io ero; non di sperimentare soltanto quella pace superficiale che io sentivo, e che mi pervadeva, durante le ore di meditazione, ma che mi abbandonava nel momento in cui perdevo la pazienza. Avevo bisogno di nascere di nuovo spiritualmente, non fisicamente.

Quella sera la conversazione fatta a tavola si focalizzò su una lettera che era appena arrivata dallo zio Lan, che viveva a Montreal, in Canada, dove stava studiando filosofia, avendo ottenuto una borsa di studio che gli aveva permesso di iscriversi all’Università McGill. Negli esami sostenuti presso la scuola superiore di Cambridge aveva ottenuto i voti più alti di tutta la nostra isola. Noi tutti eravamo fieri di lui ed eravamo ansiosi di conoscere come progredissero i suoi studi. La conversazione si accentrò poi sul futuro di Krishna e lo zio Deonarine gli racco mandò caldamente di seguire l’esempio di Lari. Forse avrebbe potuto ottenere una borsa di studio che gli permettesse di frequentare un’università a Londra. Io ero troppo concentrato sui pensieri che occupavano la mia mente per poter contribuire in modo valido a quella chiacchierata familiare. C’era qualcosa che desideravo comunicare e stavo cercando le parole adatte. Fra meno di una settimana avrei compiuto il mio quindicesimo compleanno. Quale giorno migliore per nascere di nuovo!

Tutti si alzarono da tavola per uscire, ed io stavo ancora lottando per trovare le parole giuste. Deonarine e Krishna erano sul punto di portare Ma’ nel soggiorno. Dovevo assolutamente parlare in quel momento, ma avevo paura. In fondo non era necessario che essi sapessero tutto, per lo meno, non ancora.

«Ma’!»

«Sì, Rabi?» La sua espressione indicava che pendeva da ciò che avrei detto. Ero pronto, forse, ad accettare la sua preghiera di riconciliazione? Il mio risentimento era svanito? Essa non immaginava quanto pronto lo fossi.

«Non desidero alcun festeggiamento per il mio compleanno.»

«Rabi!» protestò Shanti. «Non vorrai mica dirlo sul serio!»

«Perché, Rabi?» mi chiese Ma’ con gentilezza. «Lo sai con quanto piacere aspettiamo ogni anno il giorno del tuo compleanno.» Nei suoi occhi si poteva leggere tanto affetto e tanta simpatia. Senza alcun dubbio essa stava pensando che la mia decisione scaturisse dal problema esistente fra noi due.»

«La ragione non è quello a cui stai pensando» risposi. «Desidero solo che quest’anno esso sia diverso.» Con

 il discorso ebbe termine. Quello che dicevo era legge per tutti i problemi di carattere religioso e cerimoniale.

Quei pochi giorni passarono con estrema lentezza, ma finalmente arrivò la famosa ricorrenza del mio compleanno. Non mi avvicinai nemmeno alla stanza delle preghiere dove avrei dovuto trascorrere gran parte della giornata. Certamente i miei familiari si saranno chiesti il perché, ma avevo sempre paura di dare delle spiegazioni. Io stavo per invitare Gesù di entrare nella mia vita e volevo nascere di nuovo. Sarebbe stata una cosa meravigliosa da compiere il giorno stesso del mio compleanno! Tuttavia, malgrado la decisione presa, mi mancava il coraggio di farvi fronte. Che cosa avrebbe pensato mia madre se fossi divenuto un cristiano? Senza parlare dei pundit che mi avevano sempre incoraggiato, mi erano stati maestri, e degli indù che mi avevano adorato, mi avevano fatto tanti doni e mi avevano dimostrato tanta fiducia perché fossi io colui che doveva guidarli verso una reincarnazione migliore! Cosa avrebbe detto anche Gosine e le numerose persone del vicinato che riconoscevano e additavano la mia persona come un esempio per i loro figli?

Nel momento in cui avessi chiesto a Cristo di diventare il mio Signore ed il mio Salvatore, avrei perso tutto: la mia casta bramina, la mia posizione di giovane yoghi, la benedizione degli dei indù, la simpatia dei miei familiari. Sarei stato, automaticamente, cacciato dalla mia casta da parte della comunità induista, diventando l’ultimo degli ultimi. E cosa sarebbe successo se, dopo tutto, Gesù non avesse potuto perdonare i miei peccati e trasformare la mia vita? Per esempio se non avessi potuto realmente conoscere Dio per mezzo di lui? Come potevo correre un simile rischio se non ero sicuro?

E così, il giorno del mio compleanno arrivò e se ne andò; quel giorno nel quale secondo il programma che avevo formulato, dovevo nascere di nuovo. Ero ancora timoroso di aprire il mio cuore a Gesù. Quella sera, quando mi addormentai, ero più infelice di quanto lo fossi mai stato.

 
 

 

Capitolo 15

Morte di un guru

«Namahste, namahste, yoghi Rabindranath Maharaj!»

Alzai gli occhi dalle pagine del libro che stavo leggendo — «Perché non sono cristiano» di Bertrand Russeli — e scorsi la figura alta e scarna di Bhaju Radhay Govinda che si inchinava verso di me e che saliva per la scala che si trovava sul retro della casa. Ero contento che la parte della veranda nella quale ero seduto non gli fosse accessibile se non attraversando tutta la casa. Una volta entrato sarebbe stato, inevitabilmente, accalappiato dalle chiacchiere di Ma’ e di zia Revati e così non mi avrebbe raggiunto. Govinda era un vecchio amico di famiglia che abitava nella vicina Baia Kali, e che frequentemente veniva a farci visita per parlare con me sull’induismo, cosa che gli piaceva molto. Ma in quel momento non ne avevo alcuna voglia. Questo vecchio personaggio aveva i capelli lunghi e la barba bianchi, vestiva un dhoti color zafferano ed era la vera immagine del classico santone indù, ruolo che egli ricopriva a puntino, con gesti teatrali appropriati, essendo tuttavia un indù sincero. Unendo a mia volta le mani gli restituii il namahste, osservandolo con un sorriso mentre saliva le scale e colpiva vivacemente ogni scalino con il bastone che portava, più per fare effetto che per reale necessità. Come al solito, Govinda cantava a voce alta in lingua hindi, e sparì entrando nella casa.

«Perché non sono cristiano» fu, per me, una completa delusione. Avevo ritirato il libro dalla libreria scolastica, sperando che questa lettura mi avrebbe aiutato a rimanere indù. Ma le argomentazioni presentate da Russeli erano deboli e forzate e più leggevo le ragioni che lo avevano indotto a non diventare cristiano, più mi convincevo che io dovevo farlo: l’evidenza lo richiedeva. Deposi il libro e alzai lo sguardo verso il cielo pieno di nuvole bianche, riposando gli occhi, sprofondato nei miei pensieri. Per quanto tempo ancora avrei potuto rifiutare di ricevere Cristo quando ormai sapevo con certezza che egli era realmente il vero Dio, il Salvatore che era morto per i miei peccati? Mi sentivo infelice, trattenuto solo dal timore di perdere la mia posizione nella comunità indù e la simpatia dei miei familiari. Ma la verità — ed il mio rapporto con Dio — non erano forse più importanti? Certamente sì, tuttavia avevo sempre paura.

Mio cugino Krishna si affacciò alla veranda. «Oh, sei qui, Rabi. Ti stavo cercando. A Roueva, questa sera, ci sarà una riunione alla quale dovresti partecipare.» Dal modo con cui parlava si sentiva che era eccitato.

«E che riunione è?»

«Si tratta di una piccola riunione cristiana. Spiegheranno la Bibbia.»

Negli ultimi tempi Krishna era molto cambiato: era sempre contento e noi due potevamo andare facilmente d’accordo. E adesso mi stava invitando di partecipare ad un incontro cristiano. Sospettava, forse, tutto quello che si stava agitando dentro di me? Avrei tanto voluto andarci! Ma che cosa sarebbe successo se qualche persona maliziosa mi avesse notato e avesse messo in giro delle chiacchiere?

«Cosa ne pensi, Rabi? Sarebbe bello se tu potessi venire. Io ci andrò alle 6,30.»

«E perché no?» risposi, sorprendendo me stesso. «Sì, perché no!»

Camminando verso Roueva, io e Krishna fummo raggiunti da Ramkair, un suo nuovo conoscente. L’avevo già visto in città e, evidentemente, egli sapeva molte cose sul mio conto. «Sai niente su questa riunione?» gli chiesi, desideroso di avere qualche notizia in anticipo.

«Molto poco» rispose. «Solo da poco tempo sono diventato cristiano.»

«Un cristiano?» Non potevo credere ai miei orecchi. «Ma dimmi,» continuai ansioso, «Gesù ha veramente trasformato la tua vita?»

Sul viso di Ramkair apparve un largo sorriso. «L’ha cambiata di sicuro! Adesso tutto è diverso.»

«Tu conosci Dio?» chiesi.

«Sì, sin dal momento in cui ho chiesto a Gesù di entrare nel mio cuore.»

«E’ proprio vero, Rab!» aggiunse Krishna con entusiasmo. «Anch’io sono diventato cristiano da pochi giorni soltanto.» Era questa la prima volta che si indirizzava a me chiamandomi Rab, come i miei più intimi amici.

«Lo pensavo davvero!» esclamai. Con mia sorpresa mi accorgevo di sentirmi felice per lui. Ma, d’un tratto, la mia felicità si trasformò in paura. Cosa stava accadendo in questi giorni agli indù? Molli, Ramkair, ed ora anche Krishna! In tutta la mia vita non avevo mai sentito nulla di simile! Dovevo essere io il prossimo?

Dopo un’ora di cammino arrivammo alla periferia di Roueva e svoltammo per una corta e stretta stradina che si inoltrava in uno dei sobborghi poveri. L’asfalto che veniva estratto dal famoso Pitch Lake (Lago di Pece) di Trinidad e che era stato usato per bituminare le strade di quasi tutte le più importanti città del mondo, non era stato utilizzato qui già da molti anni. Il vecchio asfalto ancora rimasto era pieno di crepe e di buche nelle quali cresceva l’erba. Lungo la via sorgevano solo tre caseggiati e subito la mia attenzione fu attirata da quello che sembrava il più malandato. Era un vecchio edificio, contornato da alte erbacce, che sembrava fosse sul punto di crollare e che, evidentemente, aveva un tremendo bisogno di restaurazione. I muri grezzi, sormontati da un tetto sgangherato in lamiera ondulata, non erano apparentemente mai stati pitturati e le poche strutture di legno erano diventate grigie, ammuffite per l’età. Una scritta sbiadita, ormai quasi illeggibile, diceva «Sala cuore e mano»; erano vestigia di tempi migliori. Mancava qualsiasi indicazione che in quel punto si sarebbe tenuta una riunione, ma non ce n’era bisogno. Dalle finestre aperte usciva il suono, al quanto stonato, di gente che cantava ad alta voce, con entusiasmo, per cui non avemmo alcun dubbio che quello fosse il luogo dove eravamo diretti.

Mentre stavo salendo, esitante, i pochi gradini di cemento armato sbrecciato, potevo con difficoltà contenere la mia agitazione. Appena entrato non potevo credere ai miei occhi per quello che vedevo. Il pubblico intervenuto non superava le dodici persone, e «l’orchestra», che mi pareva di aver udito mentre ci avvicinavamo, era costituita da una bambina di circa sei anni (più tardi venni a conoscenza che era la figlia del pastore) che stava davanti agli altri e batteva un tamburello di poco prezzo. Così poca gente, ma quanto entusiasmo! Non avevo mai sentito cantare in quella maniera. Appena entrati rimanemmo esitanti. Mi balzò agli occhi un pavimento di terra battuta, larghe tele di ragno che pendevano dalle travi che sostenevano il tetto, gruppi di pipistrelli abbarbicati qua e là sotto il tetto aperto, le pareti non pitturate sulle quali si potevano ancora scorgere delle vecchie ed illeggibili scritte pubblicitarie. Il gruppetto di cristiani non destava per nulla stupore: c’erano soltanto alcuni uomini di colore e qualche indiano orientale, tutti anziani, ed una manciata di adolescenti e di bambini.

Benché non ne riconoscessi alcuno, ero tuttavia sicuro che ognuno mi aveva subito identificato. Tremavo al pensiero di ciò che sarebbe successo quando essi avrebbero raccontato ai loro vicini di casa indù che io ero intervenuto ad una riunione cristiana. D’altronde era impossibile poter passare inosservato trovandosi in un gruppo di persone così piccolo. Decisi comunque di fare il coraggioso e mi inoltrai lungo il corridoio che separava le due file di panche coperte di polvere e quasi vuote, seguito a ruota da Krishna e da Ramkair. Con la coda dell’occhio potevo scorgere delle teste che si voltavano, delle espressioni di sorpresa, degli occhi che ammiccavano, ma io proseguii fino alla panca che si trovava in prima fila. Con grande entusiasmo si stava cantando e ripetendo un breve ritornello:

Salì per me la strada del Calvario,

Salì per me, salì per me.

Salì per me la strada del Calvario,

Morì per rendermi libero.

Malgrado fossi coperto da tanti, tanti peccati

Gesù li tolse tutti e mi perdonò.

Salì per me la strada del Calvario,

Morì per rendermi libero.

Era la prima canzone cristiana alla quale prestavo attenzione. La parola «Calvario» doveva essere il luogo dove Gesù era morto per i peccati del mondo e anche per i miei. Allora si tratta di un luogo che esiste realmente, pensai. E con quanto sentimento stavano tutti cantando! Dovevano amare molto questo Gesù che era morto per loro!

La bimba ci sorrise timidamente, mentre continuava a battere il suo tamburello. I pochi intervenuti ripeterono il coro diverse volte. E rimasi meravigliato quando mi resi conto che anche noi tre ci eravamo uniti al canto degli altri, contagiati anche noi dal loro entusiasmo. Non era una cosa infrequente che nelle cerimonie indù si cantasse, ma mai con la gioia e l’esuberanza di questi cristiani.

La piccola direttrice del canto alzò il suo tamburello. Ci fu una breve pausa; poi, dopo avergli dato un colpetto con la mano, si cominciò a cantare una nuova canzone. Le parole venivano cantate e ricantate: dopo qualche minuto mi unii di nuovo al canto anch’io. Era difficile non entusiasmarsi, sapendo che le parole che venivano cantate accennavano ad una realtà!

Meraviglioso, meraviglioso, Gesù è per me! Consigliere, Dio potente, Principe della Pace egli è. Mi salva, mi guarda da ogni peccato, da ogni vergogna.

Meraviglioso è il mio Redentore — lodato sia il suo nome!

Nessuno aveva cominciato a predicare sino a quel momento, ma io avevo già appreso molte cose. Quale contrasto c’era fra il rapporto che questi cristiani avevano con Gesù e l’appagamento ritualistico degli dei che si poteva notare nelle cerimonie indù! Non avevo mai sentito dire da qualcuno che un dio indù fosse «meraviglioso». Certamente nessuno avrebbe mai potuto cantare usando questo aggettivo riferendosi a Shiva o a Kalì, la sua consorte assetata di sangue, oppure a Ganesha il loro figlio prediletto, metà elefante e metà uomo. E questi cristiani cantavano anche che Gesù era il Principe della Pace! Non c’era da meravigliarsi, quindi, che Molli avesse detto che per lei non occorreva più praticare lo yoga per avere la pace. Le parole di quel semplice canto ardevano nel mio animo. Gesù non era solo pronto a salvarmi, ma poteva anche proteggermi da qualsiasi peccato e dalla vergogna. Quali notizie meravigliose! Tutta quella gente doveva aver riscontrato la realtà di quelle parole, altrimenti non avrebbe cantato con tanta gioia ed entusiasmo.

Mentre stavamo cantando diversi altre canzoni, alcune altre persone entrarono nella sala per cui il numero degli intervenuti salì a circa 15. Alla fine la bimba si mise a sedere ed un giovane, che non avevo notato entrando, si alzò presentandosi davanti a tutti.

«Diamo il benvenuto a tutti voi che siete intervenuti questa sera alla nostra riunione evangelistica» disse sorridendo. «Ed ora apriamo l’innario a pagina dieci.» Era l’ultima di quella piccolissima raccolta di canzoni.

Ma io non potevo credere ai miei occhi. Ricordavo quel giovane come uno dei più violenti ragazzi, mio compagno di scuola elementare e per giunta musulmano, per il quale avevo nutrito una forte antipatia. Come sembrava diverso, ora! E rimasi sorpreso dal fatto che egli chiedesse di cantare quell’inno, in modo particolare quel ritornello:

Luce di sole, luce di sole nell‘animo quest’oggi; Luce di sole, luce di sole lungo tutto il cammino.

Da quando il Salvatore mi ha trovato, ha tolto il mio peccato, La luce brillante del suo amore è scesa dentro a me. Quale profondo effetto ebbero su di me quelle semplici parole! Quando avevo adorato il sole, che splendeva alto nel cielo per un’ora, ogni giorno, ero sempre rimasto con un buio ed un freddo interiore. Ma questa gente stava cantando di una luce brillante che si trovava nel loro animo. E si trattava di una luce solare di amore! Mi riusciva difficile contenere la meraviglia e l’eccitazione che avevano preso possesso di me. La luce solare del suo amore nell‘animo. Ebbene, io non avevo alcun amore per il quale potessi cantare. Odiavo parecchie persone malgrado praticassi con rigore gli esercizi della mia religione. Esisteva una grande gelosia fra i diversi pundit che, talvolta, si odiavano ferocemente l’un l’altro. E certamente gli indù odiavano i musulmani e ne avevano truci dati centinaia di migliaia in India, prima e anche dopo l’Indipendenza. Ma questi cristiani stavano cantando dell’amore di Gesù che dimorava in loro, un amore così puro e brillante e reale — non erano solo parole — che potevano paragonarlo alla luce del sole nel loro animo. Ebbene, anch’io volevo avere, nel mio animo, quell’amore! Dopo che furono cantate alcune altre canzoni, il predicatore, Abdul Hamid, venne avanti e fece circolare fra i presenti un piatto per le offerte. Io vi lasciai cadere un penny e udii il rumore di qualche altra moneta che veniva offerta dalla piccola assemblea. Situazione penosa, pensai, paragonandola alle grosse offerte che mi venivano date durante le puje. Il predicatore avrebbe potuto aversela a male!

Ma quanto mi ero sbagliato! Quando quelle poche monete furono consegnate nelle mani di Abdul Hamid, questi, chiusi gli occhi, cominciò a pregare: «Ti ringraziamo, Padre Celeste, dal profondo del nostro cuore, per questa benedizione che riceviamo da parte tua. Aiutaci ad usarla con fedeltà, in uno spirito di preghiera, per il tuo servizio e per la tua gloria. Te lo chiediamo nel nome di Gesù. Amen.»

Il pensiero di chiedere a Dio di usare quelle poche monete «con fedeltà in uno spirito di preghiera» mi fece sorridere. Qual era quel pundit che avrebbe mai pensato di usare l’offerta che gli veniva fatta per una puja, o qualsiasi altra prebenda che avesse ricevuto, per la gloria di Hanuman o per quella di qualsiasi altro dio? Con i soldi che riceveva egli avrebbe fatto quello che gli pareva. E anch’io, quanto ero stato avido ed egoista relativamente alle offerte che venivano deposte ai miei piedi! Ramkair, ad un tratto, raccontò sottovoce a me e a Krishna che il predicatore, che aveva moglie e tre bambini, aveva rinunciato al suo posto di maestro, per il quale riceveva uno stipendio molto buono, scegliendo la vocazione di fare il pastore senza alcuno stipendio. Tutto questo superava la mia capacità di comprensione.

Il sermone, tratto dal Salmo 23, fu molto semplice e, al tempo stesso, profondo. Fu espresso con parole piene di completa convinzione e di potenza spirituale, che io non avevo mai sentito prima. Ogni parola pronunciata sembrava doversi applicare specificamente a me stesso. Mi domandavo quindi come questa persona potesse conoscere le mie lotte interiori, tutte le domande che mi ero poste, gli stessi pensieri che mi erano saliti in mente, i profondi conflitti che avevo sperimentato. Di certo egli non sapeva che io sarei intervenuto a questa riunione!

«L’Eterno è il mio pastore; nulla mi mancherà. » A queste parole qualcosa balzò dentro di me. Sapevo con sicura certezza interiore che il vero Dio, il vero Pastore, mi stava chiamando per fare di me una sua pecora. Ma un’altra voce si levava contrastando tutto quello che diceva il predicatore. Mi ammoniva che avrei perso tutto e mi ricordava invece tutto il prestigio e l’onore che avrei ricevuto diventando un grande pundit come Jankhi Prasad Sharma Maharaj. Anche a mia madre si sarebbe spezzato il cuore! Come potevo disonorare il buon nome di mio padre? Le due voci si contrastavano l’una l’altra, ma quella che mi attirava verso il Buon Pastore si indirizzava a me con amore, mentre l’altra aveva un tono astuto, pieno di minacce. Certamente questo Pastore che veniva descritto dal Salmista era il Dio che io stavo cercando! Che cosa importava se anche avessi dovuto perdere ogni cosa? Se avessi permesso al Creatore di diventare il mio Pastore, cos’altro potevo desiderare? Se egli era potente al punto di aver creato l’universo intero, poteva certamente aver cura anche di me.

«Egli mi conduce per sentieri di giustizia per amore del suo nome. » Quanto mi sentivo colpevole e com’erano stati futili tutti gli sforzi che avevo fatto per rendermi puro! Dopo essermi sottoposto a migliaia di sante abluzioni ero, interiormente, ancora peccatore. Questo Dio prometteva di condurmi nella giustizia, ma non in modo che io potessi vantarmi della mia propria bontà, oppure che da solo potessi migliorare il mio karman per ottenere una reincarnazione migliore; egli voleva perdonarmi perché io potessi appartenere a lui, anche se non lo meritavo, ed egli mi avrebbe aiutato a vivere la vita che aveva predisposta per me. Sarebbe stata la sua giustizia, datami in dono, ammesso che avessi voluto accettarla. Lentamente la meravigliosa grazia di Dio, così diversa da tutto ciò che avevo sempre udito, divenne credibile.

«Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei male alcuno perché tu sei meco. »

Malgrado queste parole venissero espresse in un inglese un po’ superato, esse erano ben chiare. Sarei stato liberato dalle paure che mi avevano tormentato durante tutta la vita: paura degli spiriti che ossessionavano i miei familiari, paura delle forze malvagie che esercitavano la loro influenza nella mia vita, paura di quello che Shiva e gli altri dei mi avrebbero fatto se io non li avessi continua mente appagati. Se questo Dio fosse diventato il mio Pastore non avrei più dovuto temere perché egli sarebbe stato con me, mi avrebbe protetto, mi avrebbe dato la sua pace.

«Certo, beni e benignità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita, ed io abiterò nella casa dell‘Eterno per lunghi giorni. » Il predicatore spiegò che questo voleva dire andare in cielo, alla presenza di Dio. Ebbene, doveva essere qualcosa di gran lunga migliore dell’autorealizzazione!

«Il Signore Gesù Cristo desidera essere il vostro Pastore. Avete udito la sua voce che parla al vostro cuore? Dopo la sua risurrezione Gesù disse: ‘Ecco, io sto alla porta e picchio (questa è la porta del vostro cuore): se uno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. ‘ Perché non gli aprite ora il vostro cuore? Non aspettate fino a domani — potrebbe essere troppo tardi!» Sembrava che il predicatore si rivolgesse direttamente a me. Non dovevo più rimandare la risposta!

Ponendo fine alla lotta che era infierita dentro di me per tanto tempo, mi alzai dalla panca, rapidamente mi feci avanti e mi inginocchiai. Il pastore sorrise e chiese se qualche altra persona volesse ricevere Gesù. Nessuno si mosse. Allora chiese agli altri cristiani presenti di farsi avanti e di pregare con me. Diverse persone si mossero e si misero, inginocchiati, vicini a me. Per tanti anni molti indù si erano messi in ginocchio davanti a me, ma ora ero io che mi inginocchiavo davanti a Cristo!

«Tu non ti presenti davanti alla mia persona,» disse Abdul Hamid, «ma davanti a Cristo. E’ lui l’unico che ti può perdonare, purificare trasformare la tua vita e che può condurti ad avere una relazione viva con il Dio vivente.» Mi fu facile comprendere molto bene quello che voleva dire, senza bisogno di altre spiegazioni. Continuavo a restare in ginocchio per permettergli di mostrarmi come potevo ricevere questo Gesù di cui aveva perlato.

A voce alta ripetei, seguendo le sue parole, una preghiera con la quale invitavo Gesù ad entrare nel mio cuore, senza però pronunciare le parole «e fare di me un cristiano». Volevo infatti ricevere Gesù, ma non diventare un cristiano. Non comprendevo ancora che l’invito che Gesù entrasse nel mio cuore facesse automaticamente di me un cristiano e che nessuno poteva, in alcun altro modo, diventare un vero cristiano.

Dopo aver detto «Amen», il signor Hamid mi chiese se volessi pregare con parole tutte mie. Lentamente, soffocato dall’emozione, cominciai: «Signore Gesù, io non ho mai studiato la Bibbia e non ne conosco il contenuto, ma ho appreso che tu sei morto per i miei peccati, sul Calvario, perché io potessi essere perdonato e riconciliato con Dio. Ti ringrazio per essere morto per i miei peccati e perché sei entrato nel mio cuore e perché mi hai perdonato! Ora desidero essere una persona nuova e trasformata!»

Piansi lacrime di pentimento per la vita vissuta fino a quel momento: per l’ira e l’odio, l’egoismo e l’orgoglio, per gli idoli ai quali avevo servito, per aver sempre accettato l’adorazione che apparteneva soltanto a Dio e per aver immaginato che egli fosse simile ad una mucca o ad una stella o ad un uomo Pregai per parecchi minuti e prima di aver terminato sapevo che Gesù non era uno dei tanti milioni di dei. Infatti egli era l’Iddio del quale ero affamato. Avevo incontrato Gesù per fede, scoprendo che egli stesso era il Creatore. Eppure egli mi aveva amato al punto di diventare un uomo per amor mio, e di morire per i miei peccati. Realizzando tutto questo, le fitte tenebre che mi avevano avviluppato sino a quel momento, parvero dissolversi ed una luce brillante inondò il mio animo. La «luce solare del suo amore» brillava ormai anche nel mio cuore!

I viaggi astrali verso altri pianeti, la musica ultraterrena ed i colori psichedelici, le visioni yogiche ed i livelli superiori di consapevolezza che raggiungevo quando stavo in meditazione profonda, tutto questo, che una volta mi entusiasmava e mi autoesaltava, si era ridotto in polvere e in cenere. Ciò che ora stavo sperimentando non era certamente un’altra esperienza psichedelica. Ne ero ben sicuro. Molli mi aveva detto che Gesù avrebbe dimostrato, avrebbe dato la prova di chi egli fosse. E finalmente capivo quello che aveva voluto dire. Egli era venuto a vivere in me. Credevo che aveva tolto i miei peccati. Sapevo che aveva fatto di me, del mio interiore, una nuova persona. Non ero mai stato così profondamente felice. Le lacrime di pentimento si erano trasformate in lacrime di gioia. Sapevo finalmente, per la prima volta in vita mia, cosa fosse la vera pace. Quel vecchio sentimento disgraziato, infelice, miserevole, mi aveva abbandonato. Mi trovavo ora in intimità, in comunione con Dio e ne ero ben conscio. Ero diventato, adesso, un figlio di Dio. Ero nato di nuovo.

La piccola assemblea cominciò a cantare: «Così qual sono, pien di peccato. Ma pel tuo sangue che m’ha lavato. E per l’invito fatto al cuor mio.  O Agnel di Dio, io vengo a te. » Rimasi inginocchiato, ascoltando ogni singola parola, ricolmo di gratitudine a Dio per il perdono che mi aveva concesso, stupito come questa canzone esprimesse esattamente i miei sentimenti. Chi l’aveva scritta doveva aver sperimentato, anche lui, la stessa liberazione dalla colpa. Dalla parola «agnello» compresi immediatamente che Gesù era tenero, accogliente, amorevole. Mi ricordai quello che Molli aveva detto sull’amore di Gesù. Era quell’amore che adesso inondava il mio animo.

Tutta la fierezza di essere un bramino era svanita. Era stata necessaria una gran dose di umiltà per un indù di alta casta, di inginocchiarsi su di un pavimento polveroso davanti a dei cristiani, ma quell’atto era solo il principio di una nuova realizzazione di quanto piccolo fossi davanti al mio grande Dio. Scopersi che l’umiltà non mi degradava e non doveva essere motivo perché io mi disprezzassi o mi odiassi. Era semplicemente un atteggiamento mediante il quale riconoscevo realmente come dipendessi dal mio Creatore per qualunque cosa. Questa ammissione aprì il mio cuore ad una vita completamente nuova in Gesù.

Con lacrime di gioia e sorrisi di felicità, tutto il piccolo gruppo si riunì attorno a me per stringermi calorosamente la mano, dandomi il benvenuto perché ero entrato a far parte della famiglia di Dio. Non avevo provato, neppure per i miei parenti, una simile gioia, un tale amore, una comunione così intensa di essere un fratello fra fratelli. Immaginarsi poi la mia gioia quando Shanti venne a salutarmi, raggiante di gioia! Era entrata nella sala dopo che noi tre eravamo arrivati ed io non l’avevo notata. «Rab!» esclamò con calore, «Sono così felice che tu abbia accolto Gesù nella tua vita! E’ la miglior cosa che potessi fare!» Eravamo sempre stati buoni amici, ma in quel momento sentivo che un nuovo rapporto si era instaurato fra noi due. Anch’essa faceva parte della famiglia di Dio!

Sulla via del ritorno verso casa, le alte canne che sporgevano ai due lati della strada, le foglie che luccicavano sotto il pallido bagliore lunare, sembravano danzare nella brezza che veniva dal mare. E le stelle! Non ricordavo di averle mai viste così luccicanti! Avevo sempre amato la natura, ma adesso mi pareva che fosse mille volte più meravigliosa di una volta. Un tempo avevo adorato i corpi celesti, ma ora li vedevo sotto una luce diversa. Erano stato creati da questo Dio che avevo appena conosciuto, e provavo una profonda gioia nel riconoscere la potenza, la creatività e la sapienza del Creatore. Il mio desiderio era quello di poterlo adorare per sempre, di dirgli quanto fossi riconoscente per la vita stessa che mi aveva dato. Ora era sparito il desiderio di non essere mai nato. Ero felice di essere vivo, e vivo per l’eternità! Mentre camminavamo, tutti e tre eravamo pieni di gioia e cantavamo le canzoni imparate quella sera o parlavamo del senso che avevano certi termini cristiani o dei versetti biblici che, per me, erano del tutto nuovi.

Arrivando finalmente a casa, Krishna ed io trovammo che tutta la famiglia — fatta eccezione di Deonarine e di sua moglie — era riunita nel soggiorno e ci aspettava, avendo probabilmente sentito da Shanti, che era arrivata prima di noi con un’automobile, quello che era successo. In precedenza avevo avuto paura di essere notato mentre andavo a quella riunione, ma tutto il timore era scomparso dal momento in cui Gesù era entrato nel mio cuore. Non potevo più trattenermi dal comunicare agli altri questa bella notizia. Desideravo che tutti conoscessero il mio Signore.

«Questa sera ho chiesto a Gesù di entrare nella mia vita!» esclamai con gioia e osservavo le espressioni di quei visi stupiti. «E’ una cosa meravigliosa. Non posso descrivere quello che egli significhi per me già ora. So anche che egli ha fatto di me una nuova persona.»

«Non potevo crederlo, Rabi, ma ora lo sento dire da te stesso» disse zia Revati con voce soffocata. «Cosa ne dirà tua madre? Ne sarà sconvolta.» E uscì precipitosamente dalla stanza, senza però dimostrare quella rabbia che mi ero aspettato. Sembrava invece ferita e sconcertata.

Rimasi molto dispiaciuto che la zia Revati non mi avesse dato il tempo di dare maggiori spiegazioni.

Un nuovo amore per lei era nato nel mio cuore e desideravo che anch’essa conoscesse la pace che io stesso avevo trovato. E Ma’, quale sarebbe stata la sua reazione? La raggiunsi con lo sguardo e, con sorpresa, vidi che il suo viso era raggiante.

«Rabi, non potevi fare una scelta migliore!» esclamò, felice. «Anch’io desidero seguire Gesù!»

Corsi verso di lei e la strinsi con ambedue le braccia. «Sono tanto spiacente per il modo in cui mi sono comportato, ti prego di perdonarmi!» Essa annuì col capo; era troppo emozionata per poter parlare.

Anche Shanti non poteva più trattenere il suo segreto. «Anch’io, qualche giorno fa, ho dato il mio cuore a Gesù! » ci disse, asciugandosi le lacrime di gioia che sgorgavano dai suoi occhi.

Poi ci sedemmo, parlando con vivacità per molto tempo, condividendo l’amore che ci legava l’un l’altro in Cristo. Ma’ mi raccontò come, alcune sere prima, Shanti era furtivamente andata a Roueva per partecipare a quella riunione, e al ritorno, mentre si arrampicava su per una finestra, fosse stata sorpresa da zia Revati. Lo zio Deonarine le aveva dato una gran lavata di testa. Ripetei, a Ma’, con mie parole, il sermone che avevo udito poco prima ed essa mi disse che il Salmo 23 era il suo preferito e che un tempo, prima che Nana buttasse via la sua Bibbia, aveva letto molti altri Salmi. Alla fine ci separammo con dispiacere, augurandoci la buona notte.

Prima di coricarmi, distrussi il mio pacchetto di sigarette. Il piacere di fumarle che provavo una volta era sparito. Il giorno dopo, al primo incontro con zia Revati, le chiesi scusa per tutti i torti che le avevo fatto. Essa non sapeva come reagire. Questo non era più il Rabi che aveva conosciuto per tanti anni. Potevo scorgere nei suoi occhi l’incertezza che la dominava e mi fece compassione. Sembrava veramente infelice. E comprendevo molto bene la lotta che infieriva nel suo cuore.

Quando trovai lo zio Deonarine nel cortile, egli stava pulendo la sua macchina — quella che io avevo benedetto. Non mi fu facile avvicinarlo ed esitavo di dirgli che ero diventato cristiano. Perciò mi avvicinai a lui e gli dissi: «Zio Deonarine, ho ricevuto lo Spirito Santo nella mia vita.»

Egli alzò la testa e mi squadrò con uno sguardo pieno di stupore e di severo rimprovero. «Tuo padre è stato un grande indù e tua madre è una grande indù» mi disse con severità. «Essa sarebbe grandemente addolorata al pensiero che tu diventassi cristiano. Faresti meglio a pensare due volte a quello che stai facendo! Potresti commettere uno sbaglio molto grosso!»

«Capisco quello che vuoi dire, zio» replicai, «ma ho già pensato a fondo al prezzo che devo pagare.»

Krishna fu in grado di poter parlare con sua madre come nessuno di noi avrebbe potuto farlo, e scoperse che da diversi anni era delusa dei riti che compieva, ma che non aveva il coraggio di dirlo. Egli le diede l’indirizzo di una chiesa che si trovava in una grande città, alquanto distante, dove non sarebbe stata riconosciuta. La domenica seguente zia Revati, esitante, vi si recò da sola. Quando rientrò la sera molto tardi, tutti noi che già eravamo diventati cristiani eravamo rimasti alzati, aspettandola, ben persuasi che le nostre preghiere fossero state esaudite . Non c’era bisogno di chiederle cosa fosse avvenuto: l’espressione del suo viso diceva tutto.

Lei e Ma’ si abbracciarono e piansero. Poi zia Revati si rizzò, si asciugò gli occhi e, rivolgendosi a me, disse: «Rabi! » Restammo abbracciati per un lungo tempo, mentre calde lacrime scorrevano sulle nostre guance. L’odio e l’amarezza che c’erano stati fra di noi erano spariti per sempre.

Il giorno dopo mi diressi risolutamente con Krishna verso la stanza delle preghiere. Cominciammo assieme a trasportare ogni cosa nel cortile: il lingam di Shiva e gli altri idoli di legno, di creta e di ottone che avevamo chiamato dei; le scritture indù — ce n’erano venti volumi interi — avvolte nei sacri lini; tutti gli oggetti che venivano usati durante le cerimonie. Finché zia Revati non era diventata cristiana non mi ero sentito libero di fare tutto questo. Ora, invece, tutti avevamo il medesimo desiderio di disfarci di tutto ciò che ci legava al passato e alla potenza delle tenebre che ci avevano accecato e tenuti schiavi per tanto tempo. Altri si unirono a noi e tutti insieme trasportammo l’enorme altare. Quando la stanza delle preghiere fu completamente vuotata, la scopammo per bene. Ispezionammo poi ogni singola stanza per togliere tutti i talismani, gli amuleti, i feticci, i quadri e gli oggetti religiosi e li gettammo sul mucchio di spazzatura che si trovava dietro il giardino. Lo zio Deonarine fu messo al corrente di tutto questo da sua moglie, fiera bramina, che esterrefatta era stata a guardare, in uno stato di shock, ciò che avevamo fatto. Tutti gli altri erano d’accordo. Eravamo in tredici ad aver aperto il nostro cuore a Cristo e sapevamo che i nostri peccati erano stati perdonati: dieci dei nostri familiari e altri tre cugini.

Gioiosi e liberi dal timore che ci aveva legati in altri tempi, Krishna ed io scaraventammo via gli idoli ed i quadri religiosi, inclusi quelli di Shiva. Solo pochi giorni prima non avrei mai osato fare questo, per paura di venire immediatamente colpito dal Distruttore. Ma la ferrea morsa del terrore, che mi aveva tenuto stretto per tanto tempo, era stata spezzata dalla potenza di Gesù. Nessuno ci aveva detto quello che avremmo dovuto fare, ma i nostri occhi erano stati aperti dal Signore. Sapevamo che non era possibile arrivare a dei compromessi, che non si poteva mescolare l’induismo con il vero cristianesimo. Erano cose diametralmente opposte. Uno era tenebre, l’altro luce. Uno rappresentava le molteplici vie che portano tutte alla medesima morte; l’altro, come aveva detto Gesù, era la via stretta che porta alla vita eterna.

Quando ogni cosa fu ammucchiata sopra la spazzatura, vi demmo fuoco e ci fermammo a guardare come le fiamme consumassero il nostro passato. Le statuette di cui un tempo avevamo avuto paura, ritenendole dei, si ridussero in breve tempo in cenere. Le forze malvagie non ci avrebbero più terrorizzato. Perciò ci rallegrammo l’uno con l’altro e ringraziammo il Figlio di Dio che era morto per liberarci. Mentre cantavamo, pregavamo e lodavamo tutti insieme il vero Dio, potevamo scorgere questa nuova libertà che brillava nei visi di noi tutti. Fu una giornata indimenticabile.

Raccogliendo insieme la brace, deciso com’ero di veder spento e consumato il mio passato, i miei pensieri riandarono alla cremazione di mio padre, avvenuta quasi otto anni prima. Al contrario della nuova gioia che noi avevamo trovato, quella lontana scena aveva suscitato grida lamentose di dolore inconsolabile, mentre il corpo di mio padre veniva offerto a questi stessi falsi dei che ora giacevano in frammenti sotto la cenere, davanti a me. Pensai agli anni successivi, durante i quali avevo deciso di diventare simile a mio padre. Sembrava incredibile che ora potessi possedere una gioia così profonda vedendo distrutto tutto quello in cui avevo creduto fanaticamente. In effetti tutto ciò per cui avevo vissuto era stato consumato dalle fiamme — e ne lodai Iddio.

Sotto un certo aspetto questa fu la cerimonia della mia cremazione — la fine della persona che io stesso ero stato una volta.., la morte di un guru. Nei pochi giorni che erano seguiti alla mia rinascita spirituale, avevo cominciato a comprendere che l’essere «nato di nuovo» coinvolgeva —per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo per me — la morte del mio vecchio io e la risurrezione di una nuova persona.

Il vecchio Rabi Maharaj era morto in Cristo. E dal sepolcro era risorto un nuovo Rabi nel quale Cristo ora viveva.

Com’era meravigliosamente diversa la risurrezione dalla reincarna-zione! Tutto ciò che stava scritto sulla lavagna era stato cancellato ed io ero impaziente di vivere la nuova vita in Gesù, il mio Signore, vita che avevo appena iniziato.


 
 

Capitolo 16

Un nuovo inizio

La trasformazione che si verificò nella nostra famiglia fu incredibile! Invece di litigi continui e di amarezze, regnava ora l’armonia e la gioia. La differenza operata da Cristo era così grande che noi stessi, ogni giorno, ne eravamo sorpresi. L’odio che per tanti anni aveva devastato il mio cuore e quello di mia zia, sembrava un incubo dal quale ambedue ci eravamo risvegliati. La religione che un tempo avevamo seguito con tanto zelo aveva, di fatto, aumentato i nostri contrasti. Una volta, mentre stavamo facendo una puja familiare, mia zia Revati aveva persino scaraventato una lota di ottone, piena di acqua santa, contro di me. Ma Cristo ci aveva cambiati tutti e due. Ora ci volevamo un gran bene. Essa era, per me, nuovamente come una madre, ma in modo diverso, e Krishna, suo figlio, odiato anche lui, mi era più caro di un fratello. Ed infatti lo eravamo in Cristo. Il passato era tramontato, consumato come gli idoli che erano stati ridotti in cenere sopra il mucchio delle immondizie.

Tutta la differenza era dovuta alla grazia di Dio. Nati indù, non avevamo alcuna idea di che cosa fosse il perdono, perché nel karman non esiste il perdono, per cui non potevamo perdonarci l’un l’altro. Ora avevamo imparato che Cristo aveva insegnato che coloro che non perdonano con tutto il cuore gli altri, non sarebbero stati perdonati dal Padre. Ma egli aveva messo nei nostri cuori uno spirito di perdono, così che non avrei mai più potuto serbare rancore contro qualcuno. Parole che prima non pronunciavamo mai con sincerità, «mi dispiace» o «ti perdono», si sentivano ora nella nostra famiglia tutte le volte che questo era necessario, per cui la gioia che albergava nei nostri cuori aveva la possibilità di crescere. E, miracolo dei miracoli, cominciai realmente ad eseguire i lavoretti di casa con piacere! Noi adolescenti ci mettevamo al lavoro di buona lena e toglievamo le erbacce, innaffiavamo le piante, curavamo i fiori, rastrellavamo le foglie. Sotto lo sguardo meravigliato dei vicini, il nostro giardino prese un aspetto diverso. Nessuno poteva ignorare questo cambiamento!

Ma ce n’era un altro non visibile dall’esterno, che per noi era ancora più importante. Il rumore ossessionante dei passi che avevamo creduto fossero quelli dello spirito di Nana, che girava agitandosi nella soffitta o che, di notte, batteva i piedi davanti alle nostre camere da letto, non si sentirono più. Quel particolare odore nauseabondo che sovente accompagnava questo fenomeno e che non avevamo mai potuto capire da dove provenisse, era sparito per non ritornare mai più. E neppure si videro più degli oggetti collocati sul lavello, o sul tavolo, o nella credenza, venir improvvisamente mossi da qualche forza invisibile per cadere, spezzandosi, per terra. Comprendemmo finalmente che la causa che era all’origine di tutto questo non era stata, come avevamo supposto, lo spirito di Nana, ma che erano stati gli spiriti che la Bibbia chiama «demoni». Erano angeli che, assieme a Satana, si erano ribellati contro Dio e che cercavano di confondere e di ingannare l’uomo per indurlo ad unirsi alla loro ribellione. Erano essi che costituivano la vera potenza che si celava dietro gli idoli e dietro ogni filosofia che nega al vero Dio il posto che gli compete come Creatore e Signore. Potevo ora comprendere che erano proprio questi gli esseri che incontravo quando mi trovavo nella trance yogica, in meditazione profonda, che si mascheravano in un Shiva o in qualche altra deità indù.

Leggendo il Nuovo Testamento, le diverse tessere del  puzzle — chi ero, perché esistevo ed il destino che l’Eterno aveva programmato per me — trovavano il posto giusto e una chiara risposta a tante domande del genere prendeva forma. Piegato sulle ginocchia, chiedevo a Dio di rivelarmi il significato delle Scritture; poi leggevo lentamente ogni versetto, meditandolo e confidando nello Spirito Santo perché mi desse intelletto. Trascorrevo molte ore del giorno in preghiera e nella lettura della Parola di Dio, ore che, una volta, passavo adorando il sole, la mucca, gl’idoli inanimati sull’altare, oppure esercitandomi nello yoga e nella meditazione. Così lessi più volte l’intero Nuovo Testamento. Lessi anche il Vecchio Testamento, scoprendo che la Bibbia non era un insieme di massime di antica sapienza mistica, vaga e contraddittoria. Non era nemmeno una raccolta di miti che induceva a credere in idoli come Rama e Krishna i quali, anche se mai fossero esistiti, erano comunque semplici uomini ai quali si era voluto attribuire una divinità. Al contrario, convalidata da intere tonnellate di evidenze inconfutabili che stanno a confermarlo nei più importanti musei del mondo, la Bibbia era un libro storico. Essa parlava di persone realmente esistite come Abrahamo, Daniele, Pietro e Paolo che erano, anche loro, arrivati alla conoscenza di Dio, nonché di nazioni reali come Israele, Egitto, Grecia e Roma. Vidi che l’Eterno, il Creatore, aveva uno scopo per ogni individuo. Egli era l’Iddio della storia e stava sempre operando nella vita degli uomini e nel governo delle nazioni. La Bibbia rivelava anche ciò che Dio avrebbe compiuto nel futuro della storia. Cominciai a vedere, sotto una nuova luce, gli eventi che si svolgevano sotto i miei occhi, in particolare quelli relativi al Medio Oriente, che stavano a comprovare l’adempimento delle profezie. Tutti i membri della nostra famiglia trascorsero dei momenti indimenticabili quando cominciammo a comunicare l’un l’altro quello che stavamo imparando leggendo la Parola di Dio.

Ma’ lesse la Bibbia con una fede semplice, infantile.

Quando questo santo libro, ispirato da Dio, le rivolgeva una promessa, Ma’ l’accettava con fede e si comportava di conseguenza. Era così facile! Gesù aveva guarito gli ammalati e Ma’ non vedeva ragione alcuna perché egli non potesse guarire anche lei. «Signore, tu sei una realtà per me» gli disse un giorno. «Tanto tempo fa tu hai compiuto questi miracoli meravigliosi e tu sei anche oggi vivente. Vorrei tanto poter di nuovo camminare. Grazie, Signore.» Era sicura ch’egli l’avrebbe guarita.

Gradualmente il miracolo ebbe luogo. Potevamo osservare un miglioramento giorno dopo giorno. Essa divenne più forte, cominciò a stare un poco in piedi, poi a fare qualche passo esitante appoggiandosi al tavolo. Nel giro di alcune settimane si muoveva per la cucina aiutando a preparare i pasti e, poco tempo dopo, era in grado di salire e di scendere la scala esterna e a camminare nel giardino per godersi da vicino gli uccelli ed i fiori che aveva dovuto ammirare guardandoli dalla finestra. «Lode al Signore!» esclamava ripetutamente. «Quello che i migliori medici specialisti ed i guaritori indù meglio pagati non sono stati capaci di fare, Gesù, che è vivo anche oggi, l’ha compiuto!»

Prima di essere ristabilita, Ma’ non poteva neanche lontanamente inginocchiarsi. Ma ora le rotule che, con gli anni, sembravano essersi anchilosate, ripresero miracolosamente i movimenti ed essa cominciò a restare inginocchiata, in preghiera, non meno di cinque ore al giorno. Sembrava possedere un dono particolare per l’intercessione e pregava per tutti i membri della famiglia, per i nostri vicini e per i parenti, affinché anch’ essi potessero conoscere Cristo ed avere un rapporto personale con l’Iddio vivente. Benché Ma’ avesse ormai superato la settantina, si alzava verso le 6 di mattina ed alle 11 era ancora in ginocchio, senza aver toccato cibo. Quando, finalmente, usciva dalla sua stanza, aveva sempre una faccia raggiante e tutti si rendevano conto che essa era stata con Gesù.

La notizia si sparse rapidamente in città e anche più lontano. Da principio erano pochi quelli che potevano credere che noi fossimo realmente diventati cristiani. Era molto più facile immaginare che tutti fossimo diventati pazzi. Seguì un periodo in cui la gente arrivava del continuo a casa nostra per rendersi conto di persona se quello che avevano udito fosse vero. Alcuni cominciavano a discutere alzando la voce. Altri sembravano troppo stupiti per poter parlare dopo che avevano udito, dalle nostre stesse labbra, la storia di ciò che era avvenuto, e se ne andavano in uno stato di shock. Ma sorpresa e shock si trasformarono, in breve, in odio e ostilità. Quelli che, una volta, si inchinavano davanti a me e che mi rivolgevano con riverenza la parola, ora sogghignavano vedendomi e mi gridavano delle parolacce. Si sentivano offesi perché avevamo distrutto i nostri idoli. Tentammo di spiegare con gentilezza come questi falsi dei fossero impotenti ad aiutare ed indicavamo loro il vero Dio che era venuto, come uomo, a morire per i nostri peccati. Da principio i vicini ed i parenti rifiutavano fermamente di accettare il perdono che Dio ci offre per mezzo di Cristo. Io potevo capire molto bene i loro sentimenti. Non ci sarebbe stato nulla che potesse persuaderli fin tanto che la verità non avesse avuto il sopravvento sulla tradizione.

Dalle notizie che ci vennero fornite da Molli, venimmo a sapere che nella nostra stessa città c’era un piccolo gruppo di cristiani che si riunivano tra di loro. La domenica seguente m’incamminai gioiosamente verso questo posto che si trovava a breve distanza, dove c’era una casetta rizzata su palafitte, alta abbastanza per riparare le persone dal calore cocente del sole e dagli improvvisi acquazzoni.

«Accorrete tutti e venite a vedere Gesù Cristo! Guardatelo che sta passando» gridò una donna del vicinato quando mi vide passare.

«Io non sono Gesù Cristo» replicai con un sorriso, «ma sono molto contento di essere uno che lo segue.»

La piccola chiesa che si riuniva nella casetta era formata da un modesto numero di cristiani: da alcune famiglie di indiani orientali appartenenti a caste inferiori e da diversi neri ai quali, come indù, non mi sarei mai avvicinato. Ma come fu calda la loro accoglienza! Mi sembrava molto strano, ma al tempo stesso meraviglioso, di poter abbracciare tutti quelli che, poco tempo prima, avevo disprezzato ed anche odiato. Adesso li amavo con l’amore di Cristo, mio Signore, e li abbracciavo come miei fratelli e mie sorelle. Ero finalmente libero dal pregiudizio della casta che sta alla base di quella religione ch’era stata da me zelantemente praticata e che non poteva essere sradicata dalla mente degli indù. Essendo un prodotto del karman e della reincarnazione, le caste costituiscono i diversi livelli sui quali l’individuo deve arrampicarsi nella sua ascesa verso Dio. I livelli superiori di consapevolezza, che si ricercano nella meditazione, costituiscono delle astute aggiunte al sistema delle caste. Una volta, tutto questo mi pareva divino, ma ora potevo considerare la casta come un terribile male che elevava delle barriere crudeli fra gli uomini, dando a taluni una mitica superiorità e condannando gli altri ad essere disprezzati ed isolati.

Durante le vacanze natalizie, il fratello di mio padre, Ramchand, m’invitò a trascorrere qualche giorno con la sua famiglia, la stessa con la quale, un tempo, avevo passato tante giornate felici. Appena arrivai egli non perse tempo e cominciò subito a discorrere vivacemente con me.

«Ebbene, Rabi, ho sentito delle strane voci sul tuo conto. Tu conosci molto bene quale sia stata la vita di tuo padre. Egli fu uno splendido esempio dello standard indù. Anche tua madre è una santa donna, estremamente devota alla nostra grande religione.» Secondo lui io ero sempre un indù.

Io annuivo solennemente, apprezzando quanto egli si preoccupasse per me. Si ricordava forse quanto fossi rimasto risentito il giorno in cui venni a sapere che mangiava della carne? Da quando ero diventato cristiano avevo constatato che la mia nuova dieta, che ora includeva anche le uova ed un po’ di carne, mi faceva bene. Mentre prima, per mancanza di proteine, ero alquanto malaticcio. Per mio zio, però, il mangiare della carne costituiva la negazione di uno dei più importanti principi della sua religione, di quell’unità di tutte le cose che conferisce sacralità anche alle più umili forme di vita. Mangiare un animale equivaleva a mangiare della carne umana. Egli mi voleva rimproverare per aver abbandonato quella religione che lui stesso non aveva mai seguito completamente.

«Lo sai bene» continuò, «che tutti gli indù, anche quelli che abitano lontano da noi, ammirano la nostra famiglia. Tutti sanno con quanta fedeltà tu abbia osservato le leggi riguardanti il cibo. Non puoi azzardarti di commettere uno sbaglio simile, perdendo tutto quello per cui ti sei tanto affaticato!»

«Ma io credo che Gesù è l’unico vero Dio, il Salvatore, che è morto per i nostri peccati.» Parlavo con voce tranquilla e rispettosa, non volendo offenderlo. Gli volevo molto bene.

Con riverenza lo zio Ramchand prese da un alto scaffale il Bhagavad-Gita, togliendo con cura il telo zafferano che lo avviluppava. «Ascolta ciò che Krishna dice al capitolo 4: «Ogni volta che si  verifica uno scadimento della giustizia... io stesso intervengo; per la protezione dei buoni, per la distruzione dei peccatori, io sono nato da età in età. » Egli lesse lentamente queste parole, guardando attentamente quale sarebbe stata la mia reazione.

«E’ chiaro che un giorno Krishna apparve come Gesù» continuò. «Ogni indù che conosca un po’ la religione, crede che Gesù sia uno dei tanti dei. Non è necessario che tu debba diventare un cristiano per credere che Gesù sia un dio. Questo è necessario invece per quelli che nascono cristiani, ma tu sei un indù. Qualunque cosa tu voglia credere, non devi cambiare religione. Devi sempre rimanere un indù.»

«Ebbene, zio, non posso essere d’accordo» dissi con fermezza unita a cortesia. «Gesù disse che egli è la via, non una via; per cui questo spazza via Krishna e tutti gli altri. Egli non è venuto per distruggere i peccatori, come disse Krishna accennando a se stesso, ma per salvarli. E nessun altro poteva farlo. Gesù non è soltanto uno dei tanti dei. Egli è l’unico vero Dio e venne su questa terra come un uomo, non per indicarci solo come dovessimo vivere, ma per morire per i nostri peccati. Krishna non ha mai fatto qualcosa di simile. E Gesù è risuscitato, la qual cosa non è mai avvenuta per Krishna, per Rama o per Shiva — in realtà nessuno di loro è mai esistito. Inoltre io non credo più alla reincarnazione, perché la Bibbia afferma che ‘‘è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio’’.»

La zia stava ascoltando con tristezza, trattenendo a stento le lacrime. Lo zio Ramchand sembrava molto deluso. Era un uomo sincero e gentile, ed io nutrivo per lui un grande rispetto. Ma non c’era alcuna maniera per potergli far considerare ciò che era così evidente, perché potesse guardare l’induismo con un senso di logica, ammettendo le sue incoerenze. La sua grande preoccupazione era che io non dovessi tradire la tradizione nella quale ero nato. Non gli importava nulla se io avessi aggiunto Gesù all’elenco di tutti gli dei, o addirittura se io fossi divenuto ateo, senza più credere negli dei. Gli bastava che io avessi continuato a dire che ero un indù. Ma per me si trattava di un problema di verità, non di tradizione. Dopo circa un’ora di discussione era chiaro che ogni ulteriore tentativo di farlo desistere dalla sua posizione era del tutto inutile per cui, con mutuo consenso, ritornai a casa lo stesso giorno.

Anche Gosine non poteva accettare il fatto ch’io fossi diventato cristiano. Pure lui, come Ramchand, credeva che Gesù non fosse altro che uno dei tanti milioni di dei, una delle tante vie che, in definitiva, portano a Brahman.

«Ecco quello che ti voglio dire, bhai!» mi aveva ripetuto molte volte, «Tutte le strade portano allo stesso luogo.» Cercavo di persuaderlo, di spiegargli che io non ero diretto allo «stesso posto» dove lui pensava di andare. Gesù aveva detto ai giudei di credere in lui, altrimenti «morirete nel vostro peccato; dove vado io, voi non potete venire.» Ma non c’era verso di farglielo capire. Gosine non era disposto a cambiare il suo punto di vista, anche se erano evidenti i fatti che dimostravano che aveva torto. Nessun dialogo era più possibile fra noi due e questo mi rattristava moltissimo.

Era naturalmente inevitabile che il nostro caro amico, il pundit Jankhi Prasad Sharma Maharaj, venisse a visitarci per controllare di persona se le notizie che circolavano fossero esatte e persuaderci di rinunciare a questa pazzia chiamata cristianesimo. Appena entrato e dopo aver gettato lo sguardo attorno, Baba notò subito, con tristezza, che il panteon delle deità indù riprodotte sui numerosi quadri che, per anni, erano rimasti appesi alle pareti, erano spariti. Si sedette pesantemente sulla sedia che gli avevamo offerto, inspirò profondamente, ed un lungo sospiro uscì dalla sua bocca.

«Non posso proprio capirlo» cominciò con tristezza. «Perché la gente dice tante bugie sul vostro conto? Dicono che siete diventati tutti cristiani.» Calde lacrime scendevano dalle sue gote. «Ma io non lo credo!» dichiarò con forza. «Dimmi, dimmi perché la gente sparge queste chiacchiere?» Sul viso di questo benevolo uomo anziano, al quale noi tutti volevamo un gran bene, era dipinta una grande preoccupazione.

«Ma tutto questo è vero, Baba» disse la zia Revati in lingua hindi.

Egli si volse verso di me con gli occhi tristi e piangenti  «Tuo padre, che cosa penserà? E tu, Rabindranath Ji ... non lo credo! Chi ti ha offeso? Lo so che qualche volta i pundit non sono tutti onesti. Ma dimmi, cos’è successo?»

«Nessuno ci ha offeso, Baba» risposi subito. «Noi abbiamo scoperto che Gesù è la verità e lui ci ha dato il perdono ed una pace vera. Egli ama anche te ed è morto per i tuoi peccati. Anche tu puoi trovare la salvezza in lui.»

Egli sembrava confuso e sconvolto, pareva che il pensiero del perdono gli fosse del tutto incomprensibile, come una volta lo era stato per me. Sembrava anche imbarazzato, non sapendo che cosa rispondere. Volgendo lo sguardo verso Kumar, gli chiese con voce smarrita: «Anche tu?»

Kumar, senza preavvisarci, era da poco ritornato dall’Inghilterra e ci aveva sorpresi tutti quanti quando ci aveva raccontato di essere diventato cristiano. «Baba,» rispose Kumar con rispetto, «ti ricorderai bene che quando partii da Trinidad, tre anni fa, ero uno schiavo dell’alcool, senza alcuna speranza. Gli dei indù non avevano potuto fare nulla per me. Il karman stesso poteva solo farmi cadere più in basso, nella prossima reincarnazione.

Tu sai anche che molti pundit si trovano in questa stessa condizione e che l’esercizio della loro religione non è in grado di aiutarli. Io pensavo e speravo e a Londra avrei potuto cominciare da capo la mia vita. Immaginati quali furono i miei timori quando una mia vecchia conoscenza di Trinidad, anch’essa dedita al bere,  mi fece visita in quella grande città. Devo dire che appena rividi questo amico, mi resi conto che era diventato diverso. Egli mi raccontò di essere divenuto cristiano. ‘Cristo mi ha liberato dall’alcol’ disse. Per me quelle parole erano troppo belle per essere vere. Però non volevo avere nulla a che fare con la sua religione. ‘Sei sempre stato un cristiano gli ricordai. Ma egli mi spiegò che ci sono molte persone che si chiamano cristiani soltanto perché appartengono ad una chiesa, ma che non hanno mai incontrato Cristo e che, in realtà, non lo seguono.»

«Ebbene» continuò lo zio Kumar, «in quel momento provai più paura del suo cristianesimo di quanta ne avessi avuta per il suo bere, ma decisi di essere educato e gentile e di accompagnarlo per fargli vedere le bellezze di Londra. Siccome egli era uno dei più grandi oratori di Trinidad, lo portai in primo luogo allo Speaker’s Corner di Hyde Park (tratto del largo marciapiede che circonda Hyde Park, dove i più disparati oratori indirizzano i loro messaggi ai passanti, N.d.t.). Ascoltavamo un oratore dietro all’altro, quando arrivammo ad un giovane che parlava di Cristo. Qualcosa dentro di me mi suggerì che egli stava annunciando la verità. Lo sapevo, ma non volli ascoltare. Rientrai a casa, ma non potevo dimenticare tutto quello che mi aveva raccontato il mio amico e che avevo ascoltato da quel giovane allo Speaker’s Corner. Nella mia stanza caddi in ginocchio e chiesi a Cristo di perdonare i miei peccati e di entrare nel mio cuore come Signore e Salvatore. Baba, te lo confesso con gioia, Gesù mi ha dato una pace completa ed ha fatto di me una persona completamente nuova. Ti ricordi come Ma’ si lagnava con te perché mi ubriacavo e sperperavo migliaia di dollari con il whisky? Ora non ho più alcun desiderio di bere alcolici.»

Incredulo, Baba fissava, con occhi spalancati dalla meraviglia, il suo amico che ora era così diverso. Vedendo ch’era rimasto senza parola, zia Revati si fece avanti e, guardando in faccia l’anziano visitatore, si rivolse a lui con calore.

«Baba, lascia che ti racconti anch’io quello che mi è successo. Mi trovavo nella stanza delle preghiere facendo la mia puja, quando improvvisamente una voce mi disse che tutti gli dei che stavo adorando erano falsi. Poi quella voce mi disse: ‘Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. ‘Sapevo che era Gesù che mi stava parlando. Pochi giorni dopo gli diedi la mia vita ed egli ha fatto di me una nuova persona.  Il passato è tramontato, i miei peccati sono perdonati io sono certa che andrò in cielo per sempre! Sta a sentire quello che Gesù ha detto: ‘Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.’ Questa salvezza viene offerta a tutte le caste ed alla gente di qualsiasi nazione. Anche a te. Iddio ti può perdonare e dare la vita eterna, se solo riceverai Cristo nel tuo cuore e riporrai in lui la tua fiducia.»

Baba sembrava ancora troppo stupefatto per poter parlare. Il suo sguardo vagava dall’uno all’altro di noi, sapendo di aver perso i suoi discepoli più fedeli. Si alzò lentamente con un’espressione di amara delusione sul viso. Egli era una persona educata, molto gentile, che desiderava rimanere in amicizia con noi, ma, da parte nostra, potevamo osservare come cercasse di soffocare un’emozione opprimente. Mentre lo salutavamo i nostri cuori erano pieni di tristezza. Non ho mai più rivisto Baba.

Le stesse persone che si erano vantate affermando che gli indù erano gente dalla mentalità aperta e che l’induismo era la religione disposta ad accettare tutte le altre, erano ora quelle che, con maggior ferocia, ci accusavano essere diventati seguaci di Cristo. E più ascoltavamo quelli che tentavano di persuaderci di ritornare alla religione dei nostri padri, tanto più potevamo renderci conto come la fedeltà ad una religione sia raramente basata su di un sincero desiderio di ricerca della verità: di solito si tratta di un attaccamento emotivo alle tradizioni culturali. Molti indù recitano per tutta la vita i mantra in sanscrito, senza sapere quello che significhino. La maggior parte degli indù che venivano a casa nostra per fare delle discussioni non sapevano perché fossero indù e affermavano di esserlo per nascita; non avevano praticamente alcuna conoscenza delle più elementari basi della loro religione. Il crimine che ci veniva addebitato era quello di aver abbandonato la religione dei nostri padri, e questo rendeva inutile qualsiasi discussione.

Stranamente, anche molti musulmani si sentivano risentiti, sebbene non avessimo certamente abbandonato la religione da essi praticata. Una volta un mio amico mussulmano mi gridò rabbiosamente: «Ho sentito che hai cominciato a seguire quell’imbroglione di Gesù!» Eppure il Corano stesso afferma che Gesù visse una vita pura e senza peccato.

Da principio fu duro il dover comprendere come fosse grande l’ira e l’odio che il nome di Gesù suscitava nei nostri confronti e che covava nel cuore di quelli che un tempo erano stati nostri sinceri amici. Più avanti leggemmo però nei Vangeli che Gesù aveva detto che i suoi seguaci sarebbero stati odiati da tutti per amor suo. Tuttavia era difficile comprendere perché tutti avessero odiato Gesù, tanto da crocifiggerlo. Egli aveva fatto solo del bene. Ma egli reclamava di essere l’unica via che conduce a Dio, e presto imparammo che questo suscitava l’ira degli uomini, perché significava che dovevano rinunciare ai riti ed ai sacrifici delle loro religioni, ed accettare soltanto la sua morte in espiazione dei loro peccati. Questo odio per Gesù si riversava ora contro di noi che eravamo i suoi discepoli.

«Voi siete una vergogna e un disonore per la comunità indù! Ipocriti! Traditori!» La voce molto alta che gridava queste parole mi fece trasalire e corsi verso la parte anteriore della veranda per vedere quello che stava succedendo. Krishna e Shanti erano già arrivati. Una grande macchina americana si era fermata sulla strada, vicino alla nostra casa. Sul tetto c’era un altoparlante e sul sedile posteriore, dietro il conducente, un uomo stava parlando con un microfono in mano. Non ci fu difficile riconoscerlo: era una delle persone più ricche di Trinidad, un bramino, e al tempo stesso uno dei capi indù.

«Avete voltato la schiena alla religione dei vostri padri. È la peggior cosa che qualsiasi indù possa mai fare! Avete rinunciato al più grande dharma che c’è nel mondo — Sanatan dharma! Ne pagherete la pena!» Evidentemente queste frasi erano state preparate in anticipo, ed egli continuava a ripeterle per diversi minuti, con voce piena di rabbia. Senza dubbio era incoraggiato vedendo che molte persone del vicinato uscivano dalle case per ascoltarlo. Poi, con un rombo, la macchina sparì, dirigendosi verso nord.

Questo era troppo per lo zio Deonarine e per sua moglie. Essa non era mai andata molto d’accordo con quasi tutti i membri della famiglia, anche prima del grande cambiamento. Ed ora che eravamo diventati tutti cristiani, essa e lo zio Deonarine si resero conto che il vivere sotto il medesimo tetto era diventato impossibile. Per cui traslocarono.

Per me, ora, era ben più faticoso frequentare la scuola che si trovava così lontano e che mi obbligava di viaggiare per lunghe ore con l’autobus. Con l’aiuto di Kumar trovai  un alloggio presso una famiglia che abitava vicino al Queen’s Royal College. La famiglia era indù. Il posto mi andava bene, ma nell’appartamento vivevano troppe persone. C’erano solo due piccole stanze da letto ed eravamo in dieci ad abitare l’alloggio. Il figlio più grande, che frequentava anche lui la scuola superiore, dormiva per terra, nel soggiorno, dove anch’io avevo un materasso sul pavimento. Il fatto di essere nuovamente circondato da idoli e da quadri che rappresentavano delle divinità indù, per me, era alquanto deprimente. Questi vecchi amici non sapevano ancora che io fossi diventato cristiano. Ma quando giorno dopo giorno, videro che non partecipavo alla puja familiare, dovetti fornire le necessarie spiegazioni.

«Sono diventato cristiano» dissi una sera.

Tutti i componenti della famiglia, sbalorditi, mi fissarono con gli occhi increduli. Il capofamiglia cominciò a ridere, persuaso che scherzassi. Ma quando si rese conto che parlavo sul serio, cominciò ad arrabbiarsi. «Vuoi dire che hai abbandonato la più grande religione del mondo per diventare un cristiano? Non l’avrei mai creduto!» disse con un tono sprezzante. «Ma perché hai preso questa decisione?»

«Io cercavo la verità ed ho scoperto che Gesù è la verità, l’unico vero Dio che è morto per i nostri peccati.»

Essi tentarono con ogni mezzo di farmi ritornare alle vecchie credenze. Ma quando videro che parlavo sul serio e che avevo fatto una scelta definitiva, cambiarono atteggiamento. Mentre mi accusavano di essere infedele alla religione dei miei antenati, essi stessi vendevano carne di manzo al curry nella loro bottega, che si trovava dirimpetto alla loro abitazione: era una chiara violazione dei canoni induisti. Tuttavia non glielo feci mai osservare. Il capofamiglia, quasi ogni sera, ritornava dal lavoro ubriaco e le sue imprecazioni, che spesso coinvolgevano il nome di Gesù, venivano rivolte contro di me, senza che mi fosse permesso replicare. Bisogna dire però, che quando era sobrio, era un uomo abbastanza gentile e, malgrado tutta la famiglia nutrisse un odio profondo nei confronti del cristianesimo, pure cercava di essere, sotto molti aspetti, ospitale e cortese.

Ma molto più dell’ostilità che mi era spesso rivolta, io sentivo dentro di me un’oppressione crescente a causa di presenze demoniache che aleggiavano in quella casa. Mi trovavo infatti letteralmente circondato da idoli dall’aspetto spaventevole. Conoscevo molto bene la reale potenza associata a quelle maschere dallo sguardo maligno, e mi domandavo se dovessi continuare ad abitare in quella casa. In quel momento, però, non avevo altra alternativa.

Anche a scuola la vita era diventata molto difficile.

Dopo essermi guadagnato il rispetto dei miei compagni di classe come uno dei capi indù, ero ora diventato il bersaglio di scherzi maligni, perché ero cristiano. Persino i ragazzi che pensavo fossero dei cristiani mi aggredivano con male parole. Tutta la situazione mi sembrava talmente insopportabile, che una sera, sentendo un’oppressione demoniaca che mi torturava, mentre stavo coricato sul materasso collocato per terra e non potevo addormentarmi, mi rivolsi sommessamente a Dio: «Signore perché è così difficile essere un tuo seguace? Io ti amo ed ho la tua pace nel cuore, ma sono sul punto di non poter più resistere né a scuola né in questa casa. Dovrà essere questo per sempre il mio destino?» Finalmente, sopraffatto dal dolore, mi addormentai.

Verso le 2 del mattino sentii qualcuno che mi scuoteva. Con meraviglia apersi gli occhi e vidi una figura rivestita di luce splendente che stava vicino a me. Ormai completamente sveglio mi misi a sedere per vedere meglio. Benché non rassomigliasse ad alcuna delle immagini riprodotte sui quadri che avevo visto, sapevo che era Gesù. Egli tese la mano verso di me dicendomi sommessamente: «Pace! Ti do la mia pace!» e con queste parole la visione scomparve, la camera ritornò nel buio. Rimasi seduto per molto tempo, volendo essere sicuro di essere realmente sveglio. Ma non c’era alcun dubbio in proposito, per cui mi distesi nuovamente con le mani intreccia te dietro la nuca, guardando per fede verso il cielo e rallegrandomi nel Signore.

Questa esperienza mi diede nuovo coraggio. Ero stato infatti rassicurato ancora una volta che Cristo era con me, che mi conduceva, mi guidava, aveva cura di me. Logicamente anche prima ero sicuro di questo e avevo sempre avuto fiducia in lui, ma adesso questa fiducia era divenuta più forte e più profonda perché ero persuaso che anche le circostanze più difficili non avrebbero potuto scuoterla. Questa fiducia non mi ha abbandonato e mai mi abbandonerà.

Immaginarsi il mio entusiasmo quando, un giorno, lessi un foglio ch’era stato appeso all’albo delle scuola, in cui si comunicava che nell’auditorium scolastico sarebbe stata tenuta una riunione promossa da Gioventù per Cristo. Era questo il più grande gruppo associativo esistente nel College, ma io non ne avevo mai sentito parlare: avevo sempre creduto di essere l’unico vero cristiano esistente al Queen’s Royal College. Alla prima riunione alla quale partecipai fui accolto con calore ed in breve tempo divenni amico di altri ragazzi cristiani. Quello con il quale strinsi un’amicizia più stretta fu però Brendan Bain, figlio di un noto arbitro di cricket. Anche lui si era convertito a Cristo da poco. Pregando e studiando insieme la Bibbia, ci incoraggiavamo vicendevolmente a vivere per Cristo e a parlare di lui agli altri. Ora potevo vedere che diversi amici si convertivano a Cristo, sia per mezzo della mia testimonianza, sia mediante la loro partecipazione alle riunioni settimanali organizzate da Gioventù per Cristo. Ero stato invitato a diventare un collaboratore dell’ associazione. Tuttavia non era facile far capire ad un ragazzo «nato cristiano» che senza la nuova nascita non sarebbe entrato nel regno di Dio.

Onde evitare delle difficoltà con la famiglia indù presso la quale ero alloggiato, ottenni dal direttore della scuola il permesso di utilizzare una stanza dove potevo studiare fino a sera inoltrata. Passavo molto tempo nello studio della Bibbia e nella preghiera e molto spesso rincasavo quando la famiglia stava per coricarsi. Quando, circa un anno dopo, l’edificio dovette essere demolito per la costruzione di uno nuovo, fui obbligato a cercare una nuova sistemazione. La trovai, ma il nuovo alloggio, pur essendo molto migliore, era al quanto distante dal College. Mi venne in aiuto Brendan, che mi prestò la sua bicicletta. La mia nuova padrona di casa era una cara donna cristiana che mi incoraggia va nella fede.

Nella mia veste di ragazzo curioso, avevo più volte smontato il mio orologio, rimontando poi tutti i diversi pezzi. Decisi allora di mettere a frutto queste mie nozioni e cominciai a riparare gli orologi dei miei amici. Gli utensili dì cui mi servivo erano limitati ad una lametta da barba, un piccolo temperino ed uno spillo. Per l’acquisto dei pezzi di ricambio facevo, ogni venerdì, una corsa con la bicicletta di Brendan fino al centro di Port of Spain. In poco tempo la notizia che riparavo degli orologi si sparse, per cui molti studenti ed insegnanti mi portavano gli orologi guasti e potevo così guadagnare abbastanza per sostenere le mie piccole spese giornaliere e pagare anche una parte dell’affitto e della mensa.

Ogni fine settimana andavo a casa, a Lutchman Singh Junction, dove potevo anche insegnare in una scuola domenicale che si trovava nella piccola chiesa, sotto la nostra abitazione. Krishna faceva il maestro in una scuola elementare di San Fernando. Anche lui e Shanti potevano tornare a casa per i fine settimana, per cui trascorrevamo molte ore edificanti, meditando assieme la Parola di Dio e condividendo tra di noi quello che il Signore stava operando nella nostra vita. Ma’ era uno stimolo per tutti noi, particolarmente per la sua vita di preghiera. Ci volevamo tutti un gran bene. Ogni volta che io ritornavo a casa, Ma’ si tratteneva in preghiera con me chiedendo al Signore di mostrarmi ciò che avrei dovuto fare dopo aver conseguito il diploma.

In quel tempo si era acceso in me il desiderio di diventare medico. Questa professione mi attirava perché mi pareva che in questo modo avrei potuto venire in aiuto ai malati e, al tempo stesso, avrei potuto parlare loro di Cristo. Forse avrei potuto anche frequentare un’ università in Inghilterra.

 
 

 

Capitolo 17

Di nuovo assieme e addio

«Rabi! Tua mamma ritorna a casa! »

Zia Revati era sulla soglia della veranda e dava un’occhiata alla corrispondenza appena arrivata, mentre Ma’ stava a guardare, emozionata da questa notizia che sembrava incredibile. Poteva essere vera, dopo che erano trascorsi ben undici anni?

«Ha scritto da Londra» continuava la zia, mentre scorreva quello ch’era scritto nella lettera. «Deve imbarcarsi su di una nave diretta a Trinidad. Ahimè! Dovrebbe arrivare proprio oggi!»

In quei giorni Lari si trovava a casa, godendo di una breve visita dagli Stati Uniti, dove stava studiando per ottenere un dottorato. Udendo le nostre voci concitate, si precipitò nella stanza. «A che ora arriva la nave?» chiese.

«Dovrebbe essere già arrivata!» esclamò mia zia. «E’ meglio che ci spicciamo!»

Corremmo all’impazzata con la nostra vettura. Quando arrivammo al molo, trovammo la nave già ancorata e tutti i passeggeri erano sbarcati. Della mamma non si vedeva traccia. «Avrà preso un taxi!» disse Lari «Su, presto, ritorniamo a casa!» E così riprendemmo la macchina correndo ancora più velocemente.

Quando ci precipitammo su per le scale e piombammo nel soggiorno, essa era là, la mamma che non vedevo da quando avevo sette anni, in piedi, vicino al tavolo, che stava parlando con Ma’ con un fare piuttosto sconcertato. Benché nelle nostre lettere le avessimo già scritto che il Signore l’aveva guarita, essa era evidentemente sorpresa di trovare sua madre con un aspetto giovanile ed in grado di camminare.

La mamma guardò Lari, lo riconobbe e lo abbracciò. Poi venne il turno di zia Revati. Io sostavo sulla soglia e guardavo emozionato la scena, sentendo al tempo stesso un gran dispiacere per la mamma. Mi rendevo ben conto che essa era già passata attraverso diverse stanze dell’ abitazione. La camera delle preghiere era vuota. Non c’erano più le immagini dei numerosi dei ed i quadri delle diverse divinità appesi ai muri. Doveva essere stato, per lei, un vero shock. Forse aveva paura di incontrarsi con noi che eravamo tutti diventati cristiani, mentre lei era sempre un’indù devota. Questa era la sua casa, noi eravamo la sua famiglia, eppure dovevamo sembrarle degli estranei.

Ad un certo momento mi squadrò, senza però riconoscermi. Finalmente disse: «Ma dov’è Rabi?»

Tutti tacquero e anch’io non pronunciai parola. «Chi è questo?» disse puntando l’indice verso di me. Tutti restarono ancora silenziosi, aspettando ch’essa mi riconoscesse.

La suspense stava diventando insopportabile. Zia Revati esclamò: «Quello è Rabi!» Tutti stavano, trepidanti, assistendo alla scena. Ed io non potevo più trattenermi. Corsi verso di lei e la baciai. Essa mi abbracciò, ma non c’era quel calore e quell’emozione che mi ero aspettato dopo 11 anni di separazione. Sembrava che ci incontrassimo per la prima volta.

«Come sei diventato grande, Rabi Non ti avrei mai riconosciuto!» Malgrado l’affetto che mi univa a lei, sentivo che tra di noi c’era un baratro.

«Quando siamo arrivati al molo tu dovevi essere appena partita» disse zia Revati scusandosi. «Da quanto tempo sei arrivata qui a casa?»

«Da non più di un quarto d’ora. Ma non preoccupatevi.»

«Sono così spiacente» disse la zia. «Sei arrivata da così lontano ed al porto non c’era anima viva per darti il benvenuto! »

«Oh, lo so bene che non ci si può fidare della posta» replicò la mamma, tentando coraggiosamente di nascondere la sua delusione. Sapevamo tutti, molto bene, che la tristezza che le si leggeva nel viso era causata da qualcosa di ben più importante del fatto che non ci fosse stato qualcuno ad aspettarla al suo arrivo.

Finalmente, dopo ben 11 anni, benché non l’avessi più sperato, eravamo di nuovo assieme, ci eravamo riuniti. Avevamo tante cose da raccontarci. Ma non potevamo ignorare il fatto che ci fosse una barriera tra lei e ciascuno di noi. Essa non faceva che lodare Baba Muktananda, il guru nel cui tempio era vissuta per tanto tempo. Era ormai diventata una maestra qualificata di yoga e voleva descriverci i benefici derivanti dal saper dominare il nostro corpo e dalla meditazione orientale. Noi sapevamo però che queste pratiche aprivano la mente all’influenza degli spiriti maligni. Ma come potevamo dirglielo? Sembrava ch’essa volesse discutere tante cose con me sull’induismo, ma ben sapeva come io non le condividessi più. Per cui cercavamo ambedue di non entrare in discussione su questo argomento.

Da un punto di vista filosofico, sembra che per molte persone sia giusta l’affermazione che l’induismo accetti tutte le religioni e che tutti gli individui si dirigano verso il medesimo luogo, pur percorrendo strade diverse. Ma tutti coloro che invocano una mutua tolleranza ed un sincretismo di tutte le religioni, non si rendono conto che esistono delle profonde differenze che influiscono sulla loro vita. Queste realtà di base non possono essere scartate o rimosse mediante accordi ecumenici. La mamma era una convinta seguace della filosofia indù, secondo la quale esiste un’unica realtà, Brahman, e la legge del karman, la quale esige una riparazione futura d peccati commessi nel passato. Tutti noi, invece, eravamo persuasi che esiste una fondamentale differenza fra il bene ed il male e che il Creatore non è la stessa cosa con la sua creazione. Avevamo potuto sperimentare personalmente il valore del perdono dato da Gesù e non credevamo più nella reincarnazione. Non c’era quindi alcun ponte che potesse unire queste opposte credenze, nessun compromesso era possibile altrimenti avremmo negato ogni significato al linguaggio e alle idee.

lo mi rendevo ben conto come per mia madre fosse difficile accettare il fatto che non fossimo più indù. In nostra presenza sembrava incerta e vuota. Nei lunghi anni di separazione tutto era cambiato, salvo lei stessa; essa era sempre devota alle vecchie tradizioni che noi da tempo avevamo respinto. Dopo solo tre giorni essa partì per Port of Spain, per accettare la più alta posizione nel più grande tempio di Trinidad, che le era stata offerta prima che partisse dall’India. Eravamo tutti molto addolorati di vederla andare via, soprattutto così presto, ma la barriera che ci divideva era purtroppo una realtà.

Andandosene mi disse con enfasi: «Devi venire anche tu a vivere in questo tempio! Appena riprenderai la scuola, vieni a trovarmi! Ci sono degli splendidi appartamentini nei quali potremmo vivere assieme ed il posto è abbastanza vicino al Queen’s Royal College!»

Sicuramente non poteva convincermi di vivere in quel luogo anche se mi sarebbe piaciuto moltissimo stare vicino a lei. Non trovavo però le parole giuste per dirglielo. Mi spaventava persino l’idea di andare a farle una visita nel tempio, perché ero profondamente persuaso che tutte le figure di quegli idoli fossero solamente le maschere di esseri demoniaci che mantenevano coloro che li adoravano nella schiavitù di un buio spirituale.

Come ricordo vividamente la prima visita che le feci! Appena arrivato qualcuno mi indicò dove si trovasse il suo appartamentino. Varcai la soglia e vidi la mamma seduta, con le gambe incrociate e le mani strette l’una contro l’altra, che stava davanti ad un grande specchio, adorando il suo Io. Mi si spezzò il cuore. Proprio al di sopra dell’altare c’era un quadro del suo guru Muktananda, ch’essa stava adorando e sul quale meditava quasi tutto il giorno.

Appena mi vide mi salutò calorosamente. «Sono tanto contenta che sei potuto venire, Rabi! Adesso ti farò vedere l’appartamentino.» Portandomi poi nella stanza attigua alla sua, disse: «Guarda! Ho potuto prendere in affitto anche questa che è per te. Quando potrai venire?»

«Mah,» risposi evasivo, «questo luogo è piuttosto lontano dalla scuola...»

«Non tanto. Forse solo cinque minuti.» Nei suoi occhi si leggeva una grande delusione.

«Lascia che ci pensi un po’ .» In effetti non era nemmeno pensabile di andare ad abitare lì, ma non avevo il coraggio di dirglielo.

Ed ogni volta che andavo a visitarla essa cercava sempre di persuadermi. Io rispondevo solo con frasi vaghe ed evasive. Mi sembrava che una risposta chiara e sincera fosse troppo crudele. Ma come doveva essere difficile quel tempo per lei! Essa aveva nutrito tanta ambizione per me, aveva sempre sperato che io diventassi un grande capo indù. Ed invece per lei ero diventato un nuovo problema. Essa veniva venerata da una moltitudine sempre crescente di indù che vivevano nell’isola. Sapevo che, mentre viaggiava per tenere conferenze e per insegnare, molti capi indù le chiedevano notizie sul mio conto. Evidentemente ero diventato la vergogna ed il disonore della famiglia.

Ma il dolore che provavo per lei, a causa di questa situazione, divenne più profondo per un’altra ragione: pensavo, tremando, al suo destino eterno. Certamente essa era molto devota ai falsi dei, ma nella stessa maniera in cui Dio, nella sua misericordia, si era rivelato a me, poteva farlo anche per mia madre. Pregavo giornalmente per la sua salvezza. Per lei sarebbe stato molto più difficile che per tanti altri! Perché l’orgoglio l’accecava. Infatti sarebbe stata grandissima la difficoltà di rinunciare al prestigio di cui godeva ed affrontare l’odio ed il disprezzo della comunità indù! Una sola volta tentai di convincer la e mi rifeci all’affermazione di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita.»

«Certo che lo credo» mi aveva risposto la mamma. «Gesù voleva dire che tutti siamo la via. Anche i Veda insegnano la stessa cosa e cioè che il dharma di ogni persona è diverso e ciascuno deve trovare in se stesso la propria verità.»

«Mamma! Gesù intendeva dire che egli stesso è l’unica via!»

Dopo una breve discussione su questo argomento, ambedue ci rendemmo conto come non fosse utile continuare a dibattere soggetti di carattere religioso, per cui cambiammo argomento. In seguito ad alcune frasi che aveva pronunciato in precedenza, mi ero reso conto come essa non fosse per nulla soddisfatta di se stessa e per ciò continuavo a pregare perché quella sete interiore fosse soddisfatta e lei ricercasse il Signore.

«Fra pochi minuti dovrò andarmene per raggiungere gli studi televisivi» mi disse un pomeriggio che ero andato a trovarla. «Sono tanto contenta che tu sia venuto. Per favore, vieni con me.»

A dire la verità non avevo nessuna voglia di accompagnarla: già sapevo che avrei dovuto ascoltare una delle sue conferenze sull’induismo e ch’essa avrebbe poi desiderato che io facessi i miei commenti, cosa che avrebbe inevitabilmente sollevato nuove discussioni. Ma non avevo scelta.

Arrivati allo studio osservavo mia madre che, seduta davanti alle telecamere, parlava con eloquenza, inneggiando al valore dello yoga e della meditazione che apportavano serenità alla mente. Ero sicuro che essa stessa non avesse raggiunto quella pace di cui stava parlando. Dalle mie esperienze passate sapevo quanto avessi cercato la pace, senza però ottenere alcun risultato. La pace si raggiunge soltanto per mezzo di un giusto rapporto con il Creatore, e questo rapporto non esisteva in lei.

Terminata la seduta, essa si rivolse a me con entusiasmo. «Cosa ne pensi, Rabi?»

Certamente, se fossi stato ancora indù, sarei stato fiero di mia madre. Ma ora il suo zelo religioso e la posizione che aveva raggiunta accrescevano il mio dolore. «Sei una brava oratrice, mamma» risposi con qualche esitazione, cercando disperatamente le parole. «Hai una bella voce e il tuo comportamento davanti alle telecamere è meraviglioso.»

Il disappunto che lessi nei suoi occhi mi fece ben capire come si fosse aspettata qualcosa di più. Il tentativo di evitare una discussione non risolveva il problema. Ma quando avrebbe abbandonato la speranza che io potessi riabbracciare l’induismo?

Dopo aver conseguito il diploma, cominciai a ricevere numerosi inviti per parlare in diverse chiese dell’isola. Krishna ed io avevamo cominciato a cantare insieme, a dare la nostra testimonianza, a predicare. E mentre ci rallegravamo molto di questo, cominciai ad intuire che Dio mi avrebbe condotto in qualche luogo molto lontano. Trascorrevo parecchie ore. in preghiera, alla ricerca della volontà di Dio. Mi convincevo sempre di più, e Ma’ e zia Revati erano d’accordo, che il Signore voleva che io mi trasferissi in Inghilterra. Da molto tempo riflettevo sulla possibilità di dedicarmi agli studi di medicina. Diventando medico avrei potuto dedicare la mia vita ai bisogni del prossimo e contemporaneamente avrei potuto parlare di Cristo ai miei pazienti.

«Rabi, eccoti una lettera che ti ha spedito lo zio Kumar» mi disse un giorno zia Revati mentre scorreva la posta. Lo zio era ripartito per Londra alcuni mesi prima dell’arrivo di mia madre a Trinidad.

«Mi dice di andare a Londra e aggiunge che potrei abitare con lui!» esclamai con entusiasmo crescente, man mano che andavo avanti con la lettura. Avevo appena terminato di stare quattro giorni a digiuno, pregando che Dio mi mostrasse la sua volontà e sembrava evidente che questa fosse la conferma che egli mi voleva a Londra, benché non avessi denaro sufficiente per pagare il viaggio. Se però davvero questa fosse stata la volontà di Dio, egli avrebbe provveduto anche per la parte finanziaria.

Ai primi di febbraio 1967 ebbi notizia di una nave, la Antilles, un grande transatlantico di bandiera francese, che doveva partire per Londra il quattordici di quello stesso mese. Nel mio intimo ero profondamente convinto che mi sarei imbarcato su quella nave, ma i giorni passavano senza che ci fossero novità per quanto riguardava il denaro necessario per acquistare il biglietto. La mattina del dodici, non potendo più aspettare, mi recai a Port of Spain per farmi rilasciare il passaporto. Poi andai subito all’Alto Commissariato Britannico per il visto.

«Non possiamo darle il visto» mi dissero, «finché non ci fornisce la documentazione che dimostri che porta con sé almeno 1500 dollari.» E io non possedevo neanche il denaro necessario per pagare il biglietto!

Lasciai l’ufficio avendo in tasca la sola moneta che mi serviva per rientrare a casa. Quando vi arrivai verso sera, vidi che mi erano giunti tre doni per l’importo complessivo di 1500 dollari esatti. Con mia sorpresa mia madre era una delle donatrici; gli altri erano Lari e Krishna. Il fatto che l’ammontare dei doni fosse esattamente quello di cui avevo bisogno, ed io non l’avevo detto a nessuno, fu un’altra conferma che Dio guidava ogni cosa.

Quella stessa sera un altro mio buon amico mi disse che poteva farmi un prestito per la somma necessaria per pagare il biglietto. Era un’ ulteriore conferma. Sembrava che tutte le porte fossero finalmente aperte: un posto per alloggiare assicurato e tutte le prime indispensabili spese coperte.

«Partirò per Londra il giorno quattordici» dissi quella sera ai miei familiari.

«Il quattordici? Vuoi dire dopodomani? Come mai hai potuto sistemare così presto ogni cosa?»

«Ho potuto avere oggi stesso il passaporto e, se piace al Signore, domani riceverò il visto e potrò comprare il biglietto.»

Ma non mi rendevo conto di quanto fosse difficile ottenere questo visto per l’Inghilterra. «Siamo spiacenti, ma non possiamo darvi il visto» mi dissero burberi, il giorno dopo, all’Alto Commissariato Britannico.

«Ma io sono in possesso dei 1500 dollari che devo portare con me! »

«Questo non significa che potete ricevere automaticamente il visto.»

«Ma perché no?» Ricordai in quel momento che il governo britannico era molto più restrittivo di una volta nel permettere agli stranieri di entrare nel paese.

Il funzionario non voleva però dirlo apertamente. «Sono spiacente, ma non posso apporre il visto sul passaporto.» Egli l’aveva ripetutamente sfogliato, poi lo mise sul bancone che ci separava. Io non lo raccolsi ma, guardando verso la finestra che si trovava dietro di lui, pregai silenziosamente. «Signore, ti prego, opera tu in qualche modo!»

Il funzionario, riprendendo il passaporto in mano, vi appose il visto.

«Grazie, Signore» esclamai sottovoce.

Rientrato quella sera a casa, con il passaporto ed il biglietto ben custoditi nella borsetta, vidi che Ma’ e zia Revati avevano invitato parenti, vicini ed amici per una riunione di addio. Anche mamma era arrivata da Port of Spain. Per questa occasione trascorremmo un po’ di tempo tutti assieme, alquanto emozionati. La mamma era ritornata dall’India da poco tempo ed ora ero io che stavo per partire. Ma’ stava invecchiando ed io ero molto spiacente di doverla lasciare. E zia Revati — come avevamo ambedue imparato a vivere vicini a Cristo e quanto grande era l’amore reciproco che ci era stato donato da Dio! E Shanti e Krishna — quante ore di comunione fraterna avevamo passato insieme! E gli altri cugini che si erano convertiti a Cristo, e le zie e gli zii che non l’avevano ancora fatto... e mio zio Deonarine, che un tempo era stato per me come un padre, ma che quella sera non era venuto.., non avrei voluto distaccarmi da nessuno. Ma ero fermamente persuaso che l’Eterno aveva un piano per me e che egli stesso mi stava conducendo.

Ascoltai i discorsi di addio, bene intenzionati, amore voli, in gran parte sinceri. Zia Revati, con le lacrime agli occhi, mi disse che mi voleva molto bene. Ricordò come fossimo andati d’accordo e aggiunse che avrebbe sentito molto la mia mancanza per i lavoretti che non avrei più fatto in casa. Queste parole mi riportarono alla memoria i tempi passati e lodai Iddio per la meravigliosa trasformazione che egli aveva operato in ciascuno di noi. Anche Ma’ aveva delle cose simili da raccontare, e persino qualcuno dei vicini indù disse come ora mi rispettasse, avendo osservato da vicino il mio nuovo modo di vivere. Per ultima si alzò mia madre.

«Rabi è il mio unico figliolo» cominciò, «ed io sono certamente contenta di avere un ragazzo come lui!» Facevo fatica a credere a quello che stava dicendo. Le lacrime cominciarono a scorrere sulle mie guance. «Da quando sono tornata a Trinidad ho osservato giorno dopo giorno il suo comportamento. Posso solo dire di essere contenta per tutto ciò che ho visto. Io sono stata una sua occulta ammiratrice! Mentre consideravo il suo stile di vita, ho visto che in lui c’è qualcosa di particolare, una luce che risplende nella sua vita»

Non mi era facile trattenere le lacrime. Sapendo che mia madre era una donna di poche parole, potevo apprezzare tanto di più quello che aveva pronunciato.

Non avrei mai pensato che essa nutrisse tali pensieri sul mio conto, ed ero profondamente commosso. Era, per me, una spinta per continuare a pregare per lei.

Tutto quello che aveva potuto osservare non era il frutto di mie virtù o di mie capacità, ma soltanto l’effetto della vita e dell’amore di Cristo che si erano innestati in me attraverso la nuova nascita. Essa non aveva lodato le mie buone qualità, perché era Cristo che aveva operato il cambiamento. Era lui che mi aveva trasformato Quanto grande era il mio desiderio che anch’essa possedesse questa nuova vita in Cristo!

 
 

 

Capitolo 18

Dove Oriente e Occidente s’incontrano

La mia vita a Londra doveva prendere una drammatica svolta che non avrei mai sospettato e solo dopo parecchio tempo mi resi conto che l’Eterno aveva pianificato ogni cosa e mi aveva preparato per affrontarla. Ma prima che ciò accadesse, una nuova tragedia doveva colpire i miei cari a Trinidad ed io rimasi addolorato di non essere stato là per consolare Ma’.

Poco tempo dopo il mio arrivo a Londra, mi arrivò un telegramma col quale mi veniva comunicata l’improvvisa e inaspettata morte di mio zio Deonarine, col quale, anni prima, avevo goduto una stretta intimità. Anche lui, come già era successo a Nana, era stato improvvisamente colpito da un gravissimo infarto. Ma Deonarine aveva ceduto all’attacco all’età di soli 37 anni, quando cioè era ben più giovane di Nana. Ma’ ne fu profondamente addolorata.

Poco tempo dopo ricevemmo delle notizie piuttosto incoraggianti. Senza dirlo a nessuno, Deonarine aveva avuto delle lunghe conversazioni concernenti Cristo con un giovane indù che si era convertito al cristianesimo. «Ti raccomando di pregare per me» aveva implorato Deonarine più di una volta. Ci venne pure comunicato che durante una puja che veniva celebrata per lui, lo zio si era improvvisamente alzato, allontanandosi e lasciando stupito e senza parole il pundit e tutti quelli che erano intervenuti. Qualche tempo dopo si era rifiutato di presenziare ad un’altra puja. Speravo sinceramente che lo zio Deonarine avesse ricevuto il Salvatore prima che fosse troppo tardi. La sua dipartita così improvvisa mi fece ricordare quanto fosse realmente breve e precaria la vita. Ero perciò lieto di avere io stesso già dato la mia vita a Dio; avendo risposto in lui la mia fiducia, egli poteva fare di me tutto ciò che rientrava nei piani della sua volontà.

Dopo aver lavorato in una fabbrica fino all’inizio dell’anno accademico, mi iscrissi ai corsi di medicina elementare di un college che mi era stato raccomandato dallo zio Kumar. Rimasi trasecolato nel constatare il basso livello di moralità che vi regnava. Ma in maniera semplice ed inaspettata potei affrontare la situazione e testimoniare ch’ero un cristiano. Era il secondo o il terzo giorno di scuola e mi trovai seduto su di un banco, in prima fila nella classe di chimica. Il mio fermacravatta portava le parole «Gesù non delude mai». A metà lezione il professore s’interruppe di botto e, chinandosi verso di me per osservare da vicino il mio fermacravatta, lesse con voce alta, beffarda e con un tono di sarcasmo: «‘Gesù non delude mai.’ E tu lo credi proprio?»

Con voce ferma risposi: «Sì, lo credo con tutto il cuore perché fino a questo momento Gesù non mi ha mai deluso.»

«Figuriamoci!» esclamò il professore. Le espressioni stupite che si leggevano sui visi degli studenti sembravano dire: «E’ possibile che in questa classe ci sia una persona che ancora creda nella Bibbia? E si tratta di un indiano orientale!» La notizia sorprendente si sparse rapidamente ed io diventai uno studente particolare.

Appena mi sedevo ad un tavolo per iniziare il mio pranzo, 15 o 20 studenti, che spesso appartenevano a nazioni diverse, portavano delle sedie e si accomodavano attorno a me. E subito cominciavano le domande: «Credi davvero in Dio? Perché? Cosa pensi dell’evoluzione? Perché abbiamo ancora bisogno di Dio? La scienza non ci ha finalmente spiegato ogni cosa? Com’è possibile che tu creda nella risurrezione?» Qualcuno voleva solo porre delle domande imbarazzanti o cominciare delle inutili discussioni, ma molti di loro cercavano seriamente la verità. Basando le mie risposte sulla Parola di Dio, ero pronto ad affrontare qualsiasi argomento, dalla scienza alla religione, alla politica, alla psicologia. Ma il mio scopo era sempre quello di portarli a Cristo. Ed alcuni lo ricevettero realmente.

Malgrado fossi molto occupato con i miei studi e con la scuola domenicale che stava crescendo di numero e nella quale io insegnavo, trovavo tuttavia il tempo per recarmi con regolarità a Hyde Park, a Piccadilly Circus, a Trafalgar Square e a Portobello Road, per parlare di Cristo con tutti quelli che erano disposti ad ascoltare. Così facendo cominciai ad incontrare un numero sempre maggiore di tossicodipendenti e feci una scoperta sorprendente: alcuni avevano avuto le medesime esperienze con gli stupefacenti che io stesso avevo provato quando esercitavo lo yoga e la meditazione! Ascoltavo con meraviglia quello che mi raccontavano su quel «mondo meraviglioso e pieno di pace» nel quale entravano sotto l’influenza dell’LSD, un mondo le cui visioni e suoni psichedelici erano stati per me fin troppo familiari. Certamente ce n’erano alcuni che avevano avuto delle disavventure con i narcotici, ma la maggior parte di questi tossicomani era riluttante ad ascoltare qualsiasi avvertimento, come lo ero stato io quando praticavo lo yoga.

«Non avevo bisogno di stupefacenti per avere visioni di altri mondi e di esseri soprannaturali, o per vedere colori psichedelici e sentirmi una stessa cosa con l’universo e che io stesso ero Dio» dicevo loro. «Raggiungevo questo stadio per mezzo della meditazione trascendentale. Ma si trattava di una vera menzogna, di un trucco di spiriti maligni che si impossessavano della mia mente quando io stesso non ne mantenevo il controllo. Voi siete degli ingannati. L’unica maniera per trovare la pace e la realizzazione che vi manca è quella di cercare Cristo.»

Il fatto che io ben conoscessi le situazioni di cui stavo parlando e che avessi avuto le loro stesse esperienze, senza però passare attraverso la droga, spinse diversi di questi tossicodipendenti a prendere in seria considerazione ciò che stavo loro dicendo.

Qualche volta andavo a visitare, nel suo appartamento, un mio amico drogato per parlargli di Cristo. Un giorno, arrivando, vidi che la porta d’entrata era socchiusa. Dopo aver bussato vigorosamente senza ricevere risposta, entrai. Un altoparlante trasmetteva ad alto volume una musica rock e delle luci psichedeliche illuminavano la stanza. Il mio amico era lì, al centro della camera, e si spostava a zigzag muovendosi con gesti particolari a me ben conosciuti.

«Pat!» gridai, ma egli sembrava ignaro della mia presenza come lo era stato mio padre per quasi otto anni. «Pat!» ripetei più volte, ma era impossibile attirare la sua attenzione. Egli si trovava in un altro mondo, attraversava esperienze psichedeliche provocate dalla droga, esattamente come le avevo sperimentate io per mezzo dello yoga.

Ritornai a casa e mi gettai in ginocchio, invocando Dio in favore del mio amico. Ero rimasto sconvolto di vedere che i gesti ch’egli faceva erano esattamente gli stessi delle danzatrici che gesticolavano in un tempio indù. Effettivamente Pat, dopo le sue esperienze con gli stupefacenti, aveva cominciato ad interessarsi all’induismo. Quanto mi addolorava vederlo vendere la sua anima, rovinando il corpo, per provare delle sensazioni che, come avevo scoperto, provenivano dai demoni.

Un altro drogato aveva l’abitudine di venire a far visita ad alcune persone che abitavano nello stesso appartamento dello zio Kumar, dove vivevo anch’io. Mi piaceva molto ascoltare questo brillante laureato di Cambridge, un vero genio musicale, quando suonava musiche classiche al pianoforte che si trovava nel corridoio. Avevamo avuto delle lunghe e serie chiacchierate. Benché Michael non avesse mai studiato l’induismo né avesse avuto contatto con gl’indù, i suoi pensieri su Dio, sull’universo e sull’esistenza umana erano esattamente uguali a quelli che avevo avuto anch’io quando ero uno yoghi. E rimasi meravigliato quando mi resi conto che per mezzo delle sue esperienze con i narcotici egli avesse abbracciato la filosofia indù!

Preoccupato com’ero per questi tossicodipendenti, cominciai a passare sempre più tempo con loro. Riflettevo e pregavo con zelo, vedendo che tanti di questi drogati — ma certamente non tutti — provavano le medesime sensazioni degli yoghi: alcuni le raggiungevano con gli stupefacenti, mentre altri con la meditazione orientale. Imparai anche che i narcotici erano la causa di stati alterati di consapevolezza, del tutto simili a quelli sperimentati per mezzo della meditazione. Per i demoni era così possibile manipolare i neuroni del cervello in modo da creare ogni sorta di esperienza apparentemente reale, ma che in realtà era solo un trucco ingannevole esercitato sulla mente. Gli stessi spiriti maligni che mi avevano spinto in meditazioni sempre più profonde, allo scopo di tenermi sotto il loro controllo, si nascondevano ovviamente dietro gli stupefacenti, col medesimo fine diabolico. Cominciai a vedere che la medesima strategia satanica si trovava alla base dei narcotici, della meditazione, del sesso libero, della ribellione rivoluzionaria giovanile che in quei tempi cominciava a manifestarsi con il movimento degli hippies e per mezzo di alcune musiche come quelle dei Beatles e dei Rolling Stones. Ricordo un concerto dei Rolling Stones al quale erano intervenute 250000 persone a Hyde Park, tenuto in memoria di Bryan Jones, morto poco tempo prima per overdose. Quelle persone erano eccitate dalla musica come ci si eccita con l’hashish o con l’LSD.

Ciò che mi sorprese più di tutto fu la scoperta che la filosofia che si trovava alla base di tutta questa controcultura fatta di droga, di ribellione e di musica rock, era fondamentalmente l’induismo: il medesimo inganno circa l’unità di tutti gli esseri viventi, il vegetarianismo, il continuo evolversi della persona per unirsi all’Universo, la via che ognuno deve trovare per sé. (L’induismo insegna che il dharma di ogni individuo, la regola del suo comportamento, è diversa da una persona all’altra e deve essere scoperta individualmente; non esiste un medesimo codice morale per tutti. Krishna insegnò che una persona può scegliere qualsiasi strada: cioè ciascuno può fare ciò che vuole e comunque arrivare sino a lui.) Scopersi che migliaia di giovani non si accontentavano di diventare soltanto schiavi della droga, ma si inoltravano sulla strada della meditazione trascendentale e di numerosi altri esercizi di yoga: in questo modo tutto il loro pensiero veniva adombrato dal misticismo orientale. Quasi tutti credevano nella reincarnazione e con ciò terminava la fede nella risurrezione di Cristo; i due pensieri stanno agli antipodi. Lentamente, e con un crescente sentimento di paura, mi convinsi che Satana stava sempre più controllando il cervello dell’uomo occidentale con il misticismo orientale. Mi resi conto che erano ben pochi i cristiani che comprendevano questo piano diabolico e che fossero pronti a contrastarlo. Dovevo forse essere proprio io, un ex indù, la persona che Dio stava preparando per far squillare il segnale d’ allarme per milioni di giovani occidentali che venivano intrappolati dalla filosofia orientale, che ben sapevo quanto fosse falsa? Cominciai quindi a pregare con fervore per questo.

Era molto chiaro che l’Eterno aveva un programma per la mia vita, anche se, in quel momento, non potevo ancora capire quale fosse la nuova direzione in cui egli, in tempi brevi, mi avrebbe condotto. Era una cosa meravigliosa di vedere come Dio provvedesse ripetutamente ai miei bisogni, come mi guidasse con sicurezza, come mi proteggesse. Il primo sermone che avevo udito a Trinidad era incentrato sulla figura del Buon Pastore, descritta nel Salmo 23; adesso vedevo come egli fosse intento a dimostrarmi che anch’io ero una delle sue pecore di cui aveva cura.

Una mattina in cui dovevo andare all’ università per sostenere degli esami, mi trovai sprovvisto di denaro per acquistare il biglietto del bus e quello della metropolitana.

Dopo aver pregato per questa necessita (come facevo per quasi ogni altra cosa) mi avviai come al solito, verso la fermata del bus e mi misi in fila Un attimo prima che questo arrivasse, una donna mi si avvicinò e mi mise in mano una banconota di cinque sterline, insistendo perché l’accettassi. Alcune settimane prima avevo potuto condurre a Cristo suo marito ed essa ne era molto riconoscente. Io però non le avevo mai dato motivo di sospettare che avessi bisogno di denaro. Soltanto il Signore poteva averglielo suggerito, spingendola a portarmelo nel momento giusto.

Un’altra mattina, mentre stavo uscendo per recarmi all’università, sentii che dovevo rientrare in casa e pregare per la mia incolumità, ed è ciò che feci. Poco dopo, mentre mi trovavo in fila alla fermata del bus, sentii improvvisamente che dovevo salire sul bus della linea 6, benché il numero 52, che di solito prendevo, lo seguisse a poca distanza. Senza comprenderne la ragione saltai dentro. Il bus si era appena messo in modo, quando sentii un tremendo stridio di gomme: voltandomi, per guardare quello che stava succedendo, vidi una vettura impazzita che piombava sulle persone che, in fila, stavano per entrare nell’autobus e dalle quali mi ero staccato pochi istanti prima. Saltai giù e corsi per portare aiuto. La scena che si presentava ai miei occhi era terribile. E pensare che io stesso avrei potuto essere fra quei morti o quei feriti! Benché provassi un gran dolore per quei poveretti, ero tuttavia riconoscente al Signore per avermi salvato da quella catastrofe. Era evidente che egli, nel suo piano divino, aveva in serbo un lavoro che io dovevo personalmente eseguire. Il giorno seguente tutti i giornali davano un resoconto della tragedia: i morti erano sette e i feriti gravi sei.

Ogni qualvolta mi era possibile, ascoltavo volentieri i messaggi trasmessi via radio da Billy Graham, trovandoli stimolanti e utili. All’inizio del 1970 egli cominciò ad annunciare che, di lì a poco, sarebbe andato a Dortmund, in Germania, per un ciclo di conferenze evangelistiche che dovevano essere trasmesse sugli schermi degli stadi di altre 39 città che si trovavano in 11 nazioni «da Amsterdam a Zagreb». Il dott. Graham si rivolgeva ai cristiani europei perché unissero le loro forze affinché questa crociata avesse successo. E mentre pregavo perché Dio provvedesse a suscitare le migliaia di persone necessarie per questo lavoro, mi sentivo sempre più convinto che la preghiera non era sufficiente. Dovevo, io stesso, abbandonare i miei studi per andare a Dortmund? Mi sembrava che ciò fosse assurdo. Ormai facevo il terzo anno di medicina e aspettavo ansiosamente il giorno in cui potermi laureare.

Molti ricordi relativi ai primi e gioiosi giorni in cui ero diventato un cristiano mi ritornavano in mente. Sin dal principio volevo parlare di Cristo al mondo. Mentre stavo ancora frequentando le scuole superiori mi ero inginocchiato gridando: «Signore, fa’ che io possa annunziare il Vangelo ad un milione di persone!» Sembrava una preghiera impossibile perché in quei tempi, in tutta l’isola di Trinidad, non vivevano così tante persone. Eppure credevo realmente che Dio me l’avrebbe concesso. Quando Oswald J. Smith venne a Port of Spain per tenere delle conferenze, io vi avevo partecipato avendo ricordato il suo nome scritto su di un opuscolo che era stato lasciato accanto al mio letto in ospedale. L’ultima sera aveva chiesto a tutti quelli che erano pronti a dedicare tutto il loro tempo per l’opera del Signore, di riunirsi in una stanza riservata. Alcuni vi andarono, ma mi parvero troppo anziani per poter disporre dei molti anni da dedicare al Signore che erano necessari.

«Credo che qui ci sia una persona giovane che Dio sta chiamando» disse con calore il dott. Smith. «Dio vuole usarlo perché egli porti migliaia di persone a Cristo. Aspetteremo ancora un minuto perché egli si faccia avanti.»

Nessuno si era mosso. «Signore,» avevo pregato con zelo, «non so se sono proprio io quel giovane…, ma vorrei tanto esserlo!» Mi ero alzato ed entrai nella stanza delle preghiere. Dopo che il dott. Smith ebbe pregato assieme a me, sentii realmente che sarei diventato un evangelista. Ma quella volta ero ancora un ragazzo. Ora avevo 22 anni.

Dopo aver sentito l’appello di Billy Graham mi misi a pregare perché Dio provvedesse a suscitare le numerose persone che erano necessarie per svolgere il programma di Dortmund. E mentre ero intento in queste lunghe preghiere di intercessione, mi sembrò che il Signore mi dicesse: «Rabi, il tuo momento è arrivato!» e dal mio cuore venne subito la risposta: «Sì, Signore!»

Questa decisione trasformò tutto il corso della mia vita ed ogni dettaglio si svolse rapidamente e senza alcuna difficoltà. Avevo imparato a confidare nel Signore per cui, nel mio cuore, regnava la pace e la serenità, anche se in quel momento ancora non conoscessi con esattezza quale sarebbe stato il mio futuro. Sapevo solo che tutto era stato sistemato una volta per tutte. Non sarei diventato un medico, ma il dispiacere che provavo era ampiamente compensato dalla certezza che il Buon Pastore avrebbe guidato ogni mio passo, uno dopo l’altro.

Quella stessa notte ebbi il medesimo sogno che il Signore mi aveva fatto avere poco tempo dopo essere diventato cristiano. Mi trovavo in un campo verde, lussureggiante, e Gesù mi stava vicino. Prendendomi la mano mi conduceva su per una collina erbosa. Arrivati in cima avevo visto che, sull’altro versante, c’erano migliaia di persone che guardavano in alto, in attesa di qualche cosa. Additandomele, Gesù mi aveva detto: «Predica!» Svegliatomi dal sonno, quel sogno che si era rinnovato per due volte, mi rimase impresso vividamente, per cui sentii che in quel modo ricevevo la conferma di cui avevo tanto bisogno per prendere una decisione così importante.

«Credo che Dio voglia che io vada in Germania per aiutare lo svolgimento delle conferenze di Billy Graham a Dortmund» dissi più tardi, quella stessa mattina, allo zio Kumar. «Partirò fra qualche giorno.»

«Ma che cosa succederà dei tuoi studi, Rabi?» esclamò. «Tornerai prima dell’inizio del prossimo trimestre?»

Come potevo avere il coraggio di dirgli che avevo deciso di non continuare gli studi per diventare medico, quando lui stesso ne era stato così entusiasta? «Non ne sono sicuro» risposi, sperando che egli non volesse indagare più a fondo. Difatti parve soddisfatto. Sarebbe stato più facile raccontargli tutta la storia un’altra volta. Ma la mia vera preoccupazione riguardava lo stato spirituale di tutte le persone che avevo potuto portare a Cristo e che rimanevano a Londra. Era una città così difficile per i giovani cristiani, piena com’era di tranelli e di tentazioni. Non sarebbe stato facile abbandonare questi giovani convertiti ai quali ero tanto attaccato. Ma ero sicuro che il Signore avrebbe guidato la loro vita secondo la sua volontà.

Per me stava arrivando il momento in cui dovevo fare un altro passo di fede, ancora più grande dei precedenti. Fino a quel momento non ero mai stato in grado di mettere da parte qualche risparmio, pur guadagnando qualcosa col lavoro part-time che svolgevo in un negozio di calzature che si trovava nella famosa Oxford Street. Ma sapevo di seguire la volontà di Dio. Bruciai i pochi ponti che ancora restavano, regalando le poche cose che avevo. Dissi addio a mio zio, alla città di Londra e alla carriera che avevo sperato di svolgervi. Con una piccola valigia che conteneva tutto quello che mi era rimasto, con una piccola somma di denaro che mi sarebbe bastata sì e no per vivere una settimana, presi il treno diretto a Dortmund, senza conoscere una sola parola di tedesco. E non conoscevo alcuno in Germania. Ero come un bambino che stava per iniziare un lungo viaggio e che affidava a suo padre tutte le incertezze conseguenti.

In quel primo mattino in cui mi trovai a Dortmund, frastornato dalle migliaia di persone che parlavano una lingua sconosciuta e che si accalcavano nelle strade di quella grande città, Dio, nella sua misericordia, mi guidò proprio dove si trovava l’ufficio della Crociata di Graham, benché non ne conoscessi nemmeno l’indirizzo. Giunto davanti alla porta, venni salutato, in perfetto inglese, da un tedesco sorridente che mi tendeva la mano e che sembrava mi aspettasse. «Buongiorno! Stai arrivando dalla lontana India?»

«Per dire il vero vengo solo da Londra» risposi con gioia, «ma sono un indiano orientale di Trinidad.»

«Dove sei alloggiato?»

«La notte passata in albergo...»

«Oh, non te lo possiamo permettere! Ti troveremo un’altra sistemazione. Intanto, fra poco, andremo a tavola per mangiare un buon pranzo caldo.»

La «sistemazione» fu in un bell’appartamento che si trovava vicino ad un’imponente chiesa, la Marienkirche. I miei ospiti, la famiglia Klitschkes, erano oltremodo gentili per cui, ben presto, dimenticai di essere uno straniero in terra straniera.

Una prima riunione di benvenuto, alla quale dovevano partecipare dei cristiani responsabili arrivati da ogni parte d’Europa, fu organizzata in una sala che si trovava proprio vicino alla casa dei Klitschkes, e venni invitato anch’io. Fra tutti quei tedeschi abbienti e ben vestiti, io, che portavo l’unico abito che possedevo, uno di color kaki, adatto a climi tropicali, comprato a poco prezzo diversi anni prima a Trinidad, mi sentivo terribilmente fuori luogo. Però, malgrado le apparenze, il fatto che io fossi il primo ex indù che la maggior parte di quei personaggi avesse mai incontrato, mi rese subito celebre. Mi vennero rivolti numerosi inviti perché visitassi diverse chiese d’Europa per raccontare la storia della mia conversione a Cristo. Era un compito ben impegnativo per un giovane provinciale come me, che proveniva dalla piccola isola di Trinidad. Il tutto fu particolarmente emozionante quando il dott. von Stieglitz, uno degli organizzatori delle riunioni di Dortmund, volle presentarmi a Billy Graham.

Sapendo che egli aveva predicato in tutti i continenti a folle più numerose di qualsiasi altro evangelista di tutti i secoli, che aveva predicato nella Casa Bianca, che era amico di presidenti e di capi di stato, avrei potuto pensare che fosse altezzoso, orgoglioso ed inavvicinabile. Al contrario, lo trovai molto cordiale, di bell’aspetto ed estremamente umile e modesto. Si dimostrò molto interessato alla mia persona, volle sapere chi fossi, da dove venissi e che cosa facessi. Alto e avvenente, doveva chinarsi per guardarmi nel viso con quei suoi occhi chiari e azzurri.

«Rabi, lo sai che ho predicato il vangelo nel tuo paese quando eri ancora un ragazzino?» mi disse quel grande evangelista.

Quelle parole rimasero impresse nella mia mente per diversi giorni. Quest’uomo aveva predicato il vangelo nel mio paese ed io, seppure indirettamente, ero ora cristiano. Una delle persone che si era convertita per mezzo del suo messaggio aveva portato Molli a Cristo ed era stata poi lei stessa a parlarmi del vangelo e a stimolarmi perché me ne interessassi. Billy Graham aveva predicato anche in India, portando a Cristo molti dei miei connazionali indiani; e continuava a predicare per tutto il mondo. Sarebbe mai stato possibile che anch’io, per la grazia di Dio, potessi un giorno portare la buona notizia dell’amore di Cristo in numerosi paesi ed in particolare in India? Mi sembrava una cosa quasi insperabile.

Anche a Dortmund, come a Londra, mi sentivo spinto a prendere contatto con gli hippies drogati, ed essi stessi simpatizzavano con me. Molti di loro mi avvicinavano chiedendomi quale significato avesse la vita e se Dio esistesse. Probabilmente pensavano che, siccome avevo praticato l’induismo, fossi in grado di aiutarli. Spesso mi ripetevano che l’LSD costituisce, per la mentalità occidentale, un’attrazione particolare. Analogamente ai drogati che avevo incontrato in Inghilterra, anche i giovani con i quali venivo in contatto in Germania, avevano adottato una filosofia di vita induista. Si rendevano conto, tuttavia, che essa non dava una risposta ai loro problemi più importanti e profondi, e mi chiedevano di aiutarli a trovare la verità.

Avendo avuto io stesso un passato pieno di esperienze con la meditazione, potevo rispondere con cognizione di causa ai drogati. Cominciavo però a rendermi conto di aver bisogno di un buon approfondimento teologico. Ero stato sempre contrario ai seminari perché pensavo che vi si trattasse la Bibbia al pari di un qualsiasi libro di testo, anziché considerano quello che realmente era: la Parola di Dio che può essere rivelata solo dallo Spirito Santo. Ma mi rendevo conto di aver bisogno di un corso sistematico di studio biblico, per cui cominciai a chiedere a Dio di guidarmi in questa situazione.

La predicazione di Billy Graham era stimolante, ispirata e dinamica. Semplice, ed espressa in termini pratici, ognuno poteva capire ogni parola di quello che diceva. Era piena di potenza. A metà del suo sermone di apertura, la prima sera del ciclo di riunioni, Billy Graham improvvisamente disse: «Desidero sollecitare molti di voi giovani di frequentare una buona scuola biblica per avere delle solide basi sulle quali prepararvi ad eseguire l’opera che il Signore vi chiama a compiere.»

Erano parole che sembravano dette apposta per me, per cui penetrarono nel mio cuore come una freccia; in quel lo stesso momento ridedicai la mia vita al Signore. Più tardi, inginocchiato nella mia camera, pregai: «Signore, prendimi e adoperami. Non posso certamente ricompensarti per quello che hai fatto per la mia salvezza, ma desidero mettermi al tuo servizio. Preparami affinché io possa fare qualcosa di valido che colpisca migliaia di persone per l’eternità. Adoperami nella misura più grande possibile. » Mentre stavo pregando, mi venne chiaramente in mente il nome del «London Bible College» ed ebbi la netta sensazione che fosse la volontà di Dio che io vi andassi. Il giorno seguente scrissi domandando l’invio di un formulario per l’iscrizione.

Durante il tempo che passavo a Dortmund, sentii spesso parlare di un giovane che frequentava la Scuola Biblica di Brake, situata nella Germania settentrionale che, stando a quello che mi veniva detto, dovevo incontrare. Mi si diceva: «Tutti e due avete la medesima visione e le medesime iniziative.» A Heinz Strupler venivano dette le medesime cose di me. Finché finalmente ci incontrammo. Ma siccome uno non conosceva la lingua dell’altro, quella prima volta trascorremmo insieme solo pochi, brevi minuti. Il piano di Dio, allora sconosciuto ad ambedue, doveva però, negli anni seguenti, unirci intimamente nell’opera del Signore. E dovevamo restare sorpresi di vedere dove e quanto presto i nostri sentieri si sarebbero nuovamente incrociati.


 
 

Capitolo 19

Morendo viviamo

Viaggiando attraverso la Svizzera e l’Austria per visitare gli amici che avevo incontrato a Dortmund, mi trovai circondato da meravigliosi scenari che, di gran lunga, superavano tutto ciò che avessi mai potuto immaginare. Era primavera. Nelle pianure e sulle colline gli alberi cominciavano a germogliare e i prati si coloravano di erba di un verde smagliante. Fiori a non finire, di tante varietà e colori che non avrei mai immaginato, esponevano le loro tinte delicate accanto a laghi azzurri e nei giardini alberati. E, torreggianti nella loro silenziosa maestà, al di sopra di questo paradiso fatto di germogli, di fiori, di canti, si vedevano le Alpi meravigliose, ancora coperte dal bianco mantello invernale che le rendeva ancora più pittoresche. A quella vista mi sentivo scoppiare di una gioia inesprimibile che si rivolgeva riconoscente verso Dio, Creatore e Artefice di simili bellezze.

Arrivato a Zurigo, dove ero stato attirato dalle notizie che mi erano state fornite, secondo le quali la città era diventata la Mecca di moltissimi drogati, mi diressi verso un luogo il cui indirizzo mi era stato dato a Dortmund. Si trattava di una Casa di Riposo, nel piano seminterrato della quale era stata ricavata una sala dove si tenevano delle riunioni per gli hippies. Quando raggiunsi il posto, una persona anziana, ma molto dinamica, stava dirigendo, in tedesco, una discussione su soggetti biblici. Terminata la riunione, un giovane si rivolse a me dandomi il benvenuto in inglese.

«Sono Martin Heddinger» mi disse con un sorriso amichevole, mentre dava un’occhiata alla mia valigia. «Spero che non abbia ancora scelto un posto dove alloggiare, perché avrei tanto piacere di poterla ospitare a casa mia.»

«Ma cosa diranno i suoi genitori?» domandai.

«Adesso telefonerò loro per avvisarli che lei sta per arrivare. Essi avrebbero piacere di averla con loro per tutto il tempo che si fermerà a Zurigo.»

La famiglia Heddinger era gentile ed ospitale come, qualche tempo prima, lo erano stati i Klitschkes. Al mio arrivo mi diedero un entusiastico benvenuto — e pensare che io, per loro, ero un estraneo che arrivava da un paese lontano! Stando con loro, potei provare realmente quanto grande fosse l’amore di Cristo e, in breve tempo, cominciai a chiamare «mamma» e «papà» i genitori di Martin, proprio come lo faceva lui.

A distanza di circa due settimane dal mio arrivo a Zurigo, vi giunse Heinz Strupler, accompagnato da quattro studenti della Scuola Biblica Brake e dalla sua fidanzata, Annalies. Anch’essi desideravano lavorare fra gli hippies. Così fui molto contento di scoprire che Heinz nutriva le mie stesse preoccupazioni per questi giovani che venivano trascinati in seno al misticismo orientale per mezzo degli stupefacenti. Egli era deciso di trovare dei giovani cristiani per evangelizzare il mondo, e anche per me questo era una meta da perseguire.

«Durante le vacanze estive, mentre frequentavo la scuola biblica, lavoravo con Operazione Mobilitazione» mi disse un giorno Heinz, per mezzo di un interprete, gesticolando animatamente mentre parlava. «Vengono formati dei gruppi di giovani che si recano in molti paesi del mondo per predicare per le strade; vendono porta a porta Bibbie ed altri libri cristiani e aiutano le chiese esistenti ad evangelizzare il loro paese. Ora che mi sono diplomato, desidero dedicare la mia vita a questo scopo.»

«Si tratta di uno scopo che investe tutti! » aggiunse con la sua voce tonante con la quale si esprimeva tutte le volte che era eccitato — e che, come ebbi modo di constatare, lo era quasi sempre. Benché fosse dotato di un acuto umorismo e, a volte, esplodesse improvvisamente in una risata rumorosa, il viso di Heinz ritornava presto ad un’espressione seria che sembrava più confacente alla sua testa piena di capelli biondi e arruffati, con una barba molto corta. Raramente avevo incontrato una persona piena di un tale entusiasmo traboccante e di un tale zelo infuocato.

«Il mio carattere non e sempre stato quello che vedi» mi disse Heinz un giorno «Tu sai come sono fatti gli svizzeri. Noi non ci riscaldiamo ne ci emozioniamo tanto facilmente. Ma quando, alcuni anni fa, divenni cristiano, Cristo mi cambiò completamente e voglio che tutto il mondo sappia quello che egli può fare.» Si diede un pugno sulla palma dell’altra mano. «Sì, lo voglio sul serio! Dobbiamo risvegliare la chiesa, cominciando da qui, dalla Svizzera. La maggior parte delle persone che dice di essere cristiana non è mai nata di nuovo. Lasciamelo dire, l’Europa è un vero campo di missione. La chiesa è più forte in Africa (dove c’è una percentuale di veri cristiani ben più alta) che in Germania o in Francia o in Austria.»

Heinz era un grande organizzatore, un uomo di azione che voleva che le cose venissero terminate ieri, non domani. Ma non era uno che si lanciasse appoggiandosi ad una forza o ad uno zelo umano, senza prima conoscere quale fosse la volontà di Dio e senza confidare nella potenza dello Spirito Santo. Noi sette passammo una settimana in preghiera, digiunando, per ricercare la guida di Dio. Alla fine eravamo tutti convinti che il Signore voleva che cominciassimo un lavoro pionieristico in mezzo a quelle frange della società che venivano largamente ignorate dalle chiese di Zurigo. Eravamo anche tutti d’accordo di far parte, come gruppo, di Operazione Mobilitazione. L’unica risorsa con la quale iniziammo il nostro lavoro, oltre all’amore che Cristo aveva posto nei nostri cuori era una manciata di spiccioli ed una vettura Simca sgangherata, che apparteneva ad Annelies, la quale amava Cristo come Heinz.

Ben presto ci rendemmo conto che non era facile trovare dei cristiani, giovani o anziani, disposti a lavorare con Operazione Mobilitazione. Erano ben pochi quelli che erano disposti ad abbandonare la loro casa comoda o il loro lavoro ben retribuito. Era molto più facile convincere un ex drogato o una prostituta convertita ad essere un vero discepolo di Cristo, che scuotere e risvegliare una persona cresciuta all’ombra di una chiesa. In effetti, in quei primi tempi, ci era persino difficile avere dei contatti con le chiese stesse. Alcuni pastori pensavano che noi volessimo portare via e rubare i loro giovani perché molti di questi, con i quali avevamo potuto parlare, avevano deciso di frequentare delle scuole bibliche o di partire per il campo missionario. La maggior parte dei pastori era impaziente di sentire la mia storia e come avessi lasciato l’induismo per seguire Cristo, ma erano ben pochi i cristiani pronti ad accettare un messaggio che poteva capovolgere il loro comodo stile di vita. La mia testimonianza voleva avere sempre questo effetto.

Sin dall’inizio della mia attività a Zurigo, lavoravo giorno e notte. Durante il giorno, due o tre di noi andavano nei bar e nei ritrovi degli hippies, cercando di persuadere questi giovani a rinunciare all’alcol, agli stupefacenti, all’immoralità, e raccontavamo loro le grandi cose che Cristo poteva operare nella loro vita, se lo avessero accettato. In breve tempo ci trovammo in contatto con prostitute, omosessuali e criminali, perché i drogati, spesso, si dedicano a queste attività per guadagnare il necessario con cui continuare a vivere con gli stupefacenti. E quale era la nostra gioia quando vedevamo una vita trasformata dalla potenza dello Spirito di Dio!

Ogni sera, quando alcuni dei giovani che avevamo incontrato per le strade, arrivavano nella sala del seminterrato, raccontavo loro come e perché ero diventato cristiano e comunicavo loro il semplice messaggio del vangelo. Martin Heddinger era il mio interprete. Quando l’incontro finiva, spingevamo talvolta i tavoli contro il muro per permettere agli hippies di sdraiarsi sul pavimento per dormire. Molti di loro infatti non avevano una casa. Frequentemente passavo lì la notte assieme a 30 o più di questi giovani. Furono quelle delle terribili esperienze fatte di tanfi insopportabili —alcuni, da mesi, non avevano fatto un bagno — e di pazzia, perché alcuni avevano un improvviso ritorno di allucinazioni dovute all’LSD e perdevano ogni controllo di se stessi.

Per molti di questi giovani Zurigo era solo una tappa lungo la via della droga che li avrebbe condotti successivamente attraverso la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan, per arrivare alle splendide spiagge di Goa, sulla costa occidentale dell’India. Alcuni speravano di sistemarsi in qualche tempio indù e di studiare alle dipendenze di un guru; altri preferivano dedicarsi allo Zen o ad altre forme di buddismo. Il risultato finale, comunque, sarebbe stato lo stesso: credere nella reincarnazione mentre il loro cervello sarebbe stato dominato da spiriti malvagi. Molti non sarebbero ritornati dalla loro odissea; sarebbero morti per strada a causa di malattie o per overdose. Il paradiso che speravano di trovare in India sarebbe stato invece l’ingresso dell’inferno!

Sentivo il peso di una grande responsabilità quando, sera dopo sera, descrivevo come Dio mi avesse liberato dagli stessi inganni satanici nei quali essi venivano avviluppati. Con quanto ardore cercavo di aprire il loro cuore a Cristo! Alcuni lo facevano, altri no. Però tutti sembravano affascinati quando sentivano come e perché un indù religioso era diventato un seguace di Gesù, il Messia. Passavo giorni e notti parlando con questi giovani, ragionando su argomenti tratti dalla Bibbia e sulle nostre comuni esperienze, cercando di far loro capire che gli stupefacenti e la meditazione servivano solo ad aprire la loro mente agli spiriti malvagi. Le più belle esperienze che potevano provare con l’LSD, o per mezzo della meditazione, erano tranelli demoniaci che li spingevano a proseguire in peggio. Ma non era facile convincere quelli che già erano preda dell’astuto inganno.

E c’erano anche molte situazioni penose. Non dimenticherò mai Peter, un ragazzo brillante che veniva da una ricca famiglia e che aveva odiato suo padre sino al punto di volerlo uccidere perché si occupava e preoccupava soltanto di affari, successo, appartamenti, automobili e divertimenti. Peter sapeva che nella vita esistevano cose di ben altro valore, ma non era disposto a rinunciare alla droga più che suo padre non lo fosse per i beni materiali. Dapprima pretendeva di essere ateo, ma venne il giorno in cui, sopraffatto da tante prove evidenti, si convinse dell’esistenza di Dio e che Gesù Cristo è il Salvatore. Tuttavia, quando si trattava di fare il passo decisivo di fede, si tirava indietro. Per lunghe ore parlavo con lui cercando di persuaderlo ad accettare Cristo.

Una certa sera lo implorai di non rimandare più la decisione. «Peter,» gli dissi, «tutte le tue argomentazioni intellettuali sono soltanto una scusa. Il tuo problema non è di carattere intellettuale, ma morale. Tu conosci la verità; devi quindi decidere se vivere seguendola, o no. Io non posso decidere per te. In questo momento, senza Cristo, la tua vita non ha né uno scopo né un significato. Devi decidere se andare a scuola o no, se devi accettare un certo lavoro, se continuare a drogarti, se amare oppure odiare... e devi anche decidere se accettare o rifiutare Cristo. La scelta riguarda Cristo o Satana, la vita eterna o la morte eterna. Si tratta di prendere una decisione che non puoi rimandare. Non esiste un terreno neutrale. Tu devi decidere.»

Il giorno seguente Peter si puntò una pistola alla tempia e si suicidò. Quando appresi la notizia, mi sembrò di svenire. Si era forse ucciso a causa di quello che gli avevo detto? O il modo con cui glielo avevo detto? Dovevo cessare il mio lavoro fra questi giovani tossicodipendenti? Come potevo continuare nella consapevolezza che un fatto del genere poteva ripetersi? Rimasi talmente scoraggiato che per diversi giorni non fui più in grado di predicare. Ero come in agonia, ossessionato giorno e notte dal ricordo del suicidio di Peter e dal pensiero che, in qualche modo, ero stato io ad averlo provocato. Lentamente, tuttavia, e dopo lunghe ore di preghiera, il Signore mi fece capire che io avevo presentato a Peter la vita e non la morte. Tutti quelli che respingono Cristo scelgono la morte, anche se non si puntano una pistola alla testa. Molti di questi giovani stavano distruggendo la loro vita con gli stupefacenti, l’alcol e con perversioni sessuali. Ma molti sceglievano una nuova vita in Cristo. E nessuno avrebbe avuto alcun vantaggio se io non avessi parlato, o avessi dato l’impressione che una decisione non fosse urgente.

Continuai per molto tempo a star male pensando a Peter. Vedevo riflessi i tratti spiritati del suo viso su quelli di tanti altri. C’era un pauroso senso dell’esistenza di qualche tremenda potenza malvagia che stava trascinando queste anime tormentate. Ero sicuro che dei demoni, come quelli che avevano ossessionato la nostra casa di Trinidad e che avevano dominato la mia stessa vita, avessero spinto Peter a distruggersi. Egli si era messo nelle loro mani nel momento stesso in cui aveva rifiutato Cristo. Avevo ogni giorno la prove dell’esistenza di una potenza demoniaca che agiva per mezzo degli stupefacenti e del misticismo orientale.

Una sera, molto tardi, sostavo con due amici fuori del seminterrato che adoperavamo per le riunioni. Era vuoto perché non c’era nessuno che, quella notte, vi dovesse dormire. Stavamo parlando con un giovane tossicodipendente di nome Raymond che, quella stessa sera, aveva tentato per due volte il suicidio, e che era completamente fuori controllo. Tre settimane prima lo avevo calorosamente pregato di smettere di drogarsi e di accettare Cristo. Ma egli si era fatto beffe di me. E, mentre noi quattro stavamo parlando, Raymond improvvisamente mi spinse dentro lo scantinato e, prima che me ne rendessi conto, chiuse la porta col catenaccio. Egli era molto più grande e forte di me, e, da un punto di vista fisico, non ero certamente in grado di trattenerlo. Una volta dentro, con la porta bloccata, cominciò a strangolarmi. Mentre mi stringeva il collo con forza frenetica, io non sentivo però alcun male. Rimase confuso da questo miracolo e si tirò indietro per un momento. Approfittandone, balzai verso la porta, tentando di aprirla, ma Raymond mi saltò addosso come una tigre.

«Io sono Satana!» urlò selvaggiamente. «Satana è dentro di me!» Mi scaraventò contro la porta e si mise a cercare un qualsiasi oggetto per servirsene come arma. Trovò un bottiglione grande e pesante, pieno di sciroppo, e avanzò verso di me urlando: «Io sono Satana! Non muoverti o ti scaravento questa bottiglia in faccia.» Con un braccio alzato e piegato dietro la testa, col quale teneva la bottiglia, era sul punto di scagliarmela addosso.

Non avevo alcun dubbio che Raymond fosse posseduto da demoni che erano entrati in lui durante le sue esperienze psichedeliche, esattamente come io, per mezzo della meditazione, ero stato posseduto da spiriti malvagi che mi avevano dato la forza sovrumana di scagliare, come fossero fuscelli, quei pesanti pesi del manubrio da ginnastica contro la testa di mia zia. La forza muscolare che Raymond manifestava in quel momento era terrificante. Ma sapevo che la potenza che una volta degli esseri diabolici avevano esercitato sopra di me, era stata debellata nel momento in cui Cristo era entrato nel mio cuore.

«Se tu sei Satana,» risposi con fermezza, «non ti ubbidirò, perché io appartengo a Cristo!» e feci un passo avanzando verso di lui.

In quel medesimo istante egli mi scaraventò con tutta la sua forza la bottiglia. La vidi saettare verso di me ed una preghiera muta di soccorso divino salì dal mio cuore. Non c’era nemmeno il tempo di schivarla. Passò un attimo e la bottiglia avrebbe dovuto colpirmi in pieno viso, ma l’attimo dopo andò a fracassarsi contro la porta, dietro di me. Sentii l’aria mossa dal volo e la vidi deviare dalla sua traiettoria come se fosse stata sterzata da uno scudo invisibile.

«Raymond, Gesù ti ama e desidera aiutarti» dissi dirigendomi lentamente verso di lui. «Gesù è il Vittorioso. Io rivendico, nel nome del Signore Gesù Cristo, che tu venga liberato!»

I demoni che albergavano in lui non potevano sopportare di udire il nome di Gesù. Raymond si chiuse le orecchie con ambedue le mani e cominciò a correre su e giù per la stanza, urlando. «No! No!» Ero ora in grado di aprire il catenaccio per permettere ai miei due amici di entrare. Nel momento in cui essi irrompevano nella sala, Raymond sollevò una sedia e alzandola al di sopra della sua testa, era sul punto di scaraventarla sulla mia.

«Nel nome di Gesù, lascia andare quella sedia!» comandai.

Essa cadde a terra, dietro di lui. Ma Raymond era ormai completamente fuori di sé. Sollevò una pesante stufa portatile e si accinse nuovamente a scagliarla contro di me. Gridai di nuovo: «Nel nome di Gesù, mettila per terra!» La stufa cadde dalle sue mani.

Cominciammo allora a pregare con fervore, chiedendo a Dio di incatenare gli spiriti che erano entrati in Raymond, cacciandoli fuori di lui. Correndo egli si rifugiò in un angolo della stanza, accovacciandosi come un animale ferito ed emettendo degli strani suoni. Noi continuammo a pregare ferventemente e con fede, nel nome di Gesù Cristo, il nostro Signore. E, improvvisamente, Raymond gridò, piangendo come un bambino: «Signore, te ne prego, perdonami», e confessava a lui i suoi peccati. Evidentemente aveva guadagnato il denaro necessario per l’acquisto degli stupefacenti vendendo il suo corpo ad omosessuali. Con la grazia di Dio Raymond diventò una persona nuova e diversa.

I metodi che usavamo scioccavano i credenti di Zurigo. «Gli evangelici dicono che qui il terreno è troppo duro» ci ricordò un giorno Heinz con un lampo negli occhi. «Le chiese libere affermano che non puoi portare a Cristo tutti questi hippies, questi tossicodipendenti, questi omosessuali, queste prostitute. E la Chiesa di Stato dice che questo non è nemmeno necessario, che se sono stati battezzati da piccoli ed hanno fatto la conferma più avanti, tutto, in fondo, andrà bene. Ha!» Esplose con un breve sorriso sulle labbra. «Ma Iddio ci ha detto di andare per le strade e di portarli a Cristo. Essi dicono che ciò è impossibile. Nessuno, all’infuori dell’Esercito della Salvezza, sta compiendo qui un’opera di questo genere. Staremo a vedere quello che Dio potrà fare.»

E ogni giorno avevamo delle nuove prove che «a Dio ogni cosa è possibile.» Annunciavamo l’evangelo a decine di persone davanti alla stazione ferroviaria. Era una cosa emozionante vedere, durante queste riunioni, degli svizzeri impassibili che venivano avanti e si presentavano per ricevere Cristo. E noi ci rendevamo ben conto che tutto questo derivava dall’opera dello Spirito Santo e non a causa del nostro zelo, dei nostri talenti, delle nostre strategie.

Uno hippy inveterato, che era stato trasformato da Cristo e che era stato liberato dalla tossicodipendenza, volle dimostrarci la sua riconoscenza regalandoci la sua vecchia Volkswagen. Era talmente rumorosa, che la battezzammo «uccello del tuono», ma essa ci fu di grande aiuto nel lavoro.

Quando uno dei più importanti hippies tossicodipendenti si convertì a Cristo e fu battezzato nel lago, il fatto fece tanto scalpore che se ne parlò in tutta la città di Zurigo. E siccome la notizia era dilagata, molti giovani, appartenenti a chiese diverse, venivano da noi spinti da curiosità e, qualcuno, per offrire il suo aiuto. Una giovane donna, chiamata a diventare discepola di Cristo, ci diede tutti i suoi risparmi.

Succedeva anche che diverse persone, cristiane solo di nome, spesso si convertivano, colpite dal cambiamento di vita degli hippies che avevano accettato Cristo e che avevano abbandonato stupefacenti, misticismo, promiscuità sessuale e perversioni. Potevamo così realizzare la verità delle parole di Paolo: «Rivestitevi della completa armatura di Dio... poiché il combattimento nostro non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre.»

Noi ci trovavamo giorno e notte in mezzo a questa battaglia e potevamo vedere molti casi, apparentemente disperati, di persone, letteralmente legate dalle potenze delle tenebre, che venivano liberate e trasformate dalla potenza di Cristo. Nessuno di quelli che gli aprivano il cuore restava prigioniero delle abitudini e delle perversioni che lo avevano dominato durante la sua vita passata. Discussioni di carattere teologico fra liberali ed evangelici non portavano ad alcun risultato. Noi potevamo constatare giornalmente, nella pratica, che realmente Gesù Cristo è l’unica via. Non c’era null’altro che potesse apportare quella liberazione totale e completa che era necessaria.

Ricordando quel memorabile giorno in cui avevamo bruciato gli idoli, mi rendevo conto che, in quel momento, avevo solo cominciato a comprendere che Cristo era morto non soltanto perché potessi essere perdonato, ma anche per seppellire il vecchio Rabi e per darmi una nuova vita. Lentamente erano cresciuti in me sia questi convincimenti sia l’esperienza che ne derivava. In Cristo ero morto a tutto ciò che una volta era stata la mia vita. Per mezzo della sua risurrezione egli era venuto a vivere dentro di me. Era questo il segreto della mia nuova vita ed ora potevo osservare come la stessa trasformazione avvenisse in quelli che erano senza speranza.

Gradatamente avevo cominciato a comprendere che la nuova vita che spunta dopo la morte — un’intera nuova creazione mediante la morte e la risurrezione di Cristo — era il tema di tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, il grande piano che l’Eterno aveva cominciato a sviluppare sin dalla caduta di Adamo e di Eva. Cristo non era morto per ristabilire il paradiso perduto dell’Eden. La razza umana sarebbe ricaduta. Ma Cristo era risuscitato dai morti per vivere in noi, creando una nuova razza di uomini nati due volte, i cui cuori erano divenuti il suo trono, per portare il suo regno dentro di noi. Per mesi interi avevo meditato il passo di Galati 2:20: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. »

Alcuni buoni libri cristiani mi furono di grande aiuto per approfondire questo argomento. Compresi sempre meglio la differenza esistente tra il ritirarsi dal mondo, nel senso concepito dai monaci buddisti e dagli yoghi indù, e la vita crocifissa e la potenza della risurrezione che è a disposizione del credente per mezzo di Cristo. Il tentativo di soffocare i desideri naturali, che mio padre aveva seguito con l’esercizio delle sue pratiche induiste, non era la giusta via. La vittoria sul peccato si può ottenere solo in Gesù Cristo. Trovai questo tema magistralmente espresso negli scritti di Tozer.

«Alcuni pensano di doversi isolare dalla società umana per poter essere liberati da se stessi. Nella loro lotta per sopprimere la carne, negano ogni rapporto naturale... è antiscritturale pensare di riuscire a vincere la natura adamitica in questo modo... Essa non si piega di fronte ad altro che alla croce... Vogliamo essere salvati ma pretendiamo che Cristo ci eviti la morte... Rimaniamo signori del nostro regno e portiamo la nostra falsa corona con la fierezza di un Cesare... Se non vogliamo morire... il nostro essere non crocifisso ci deruberà della purezza di cuore, dell’atteggiamento simile a Cristo, della conoscenza spirituale e della fecondità. » (A.W. Tozer, The Root of the Righteous, Harrisburg, PA., Christian Publications, Inc., 1955, pagg. 65-66).

Più sperimentavo la vita di Cristo in me, più potevo vedere con chiarezza quanto fosse stato grande lo sbaglio fatto da mio padre e da me stesso. L’autorinuncia che viene praticata, in tutte le sue forme, dal misticismo orientale si basa sull’erronea persuasione che l’unico problema dell’uomo risieda nel suo pensiero, che parte da presupposti sbagliati, per cui egli ha bisogno di «realizzare» di essere Dio. Ma se io fossi veramente Brahman, avrei dovuto saperlo, rendendomene conto sin dall’inizio. Quale beneficio avrei nel «realizzare» un’altra volta quello di cui avevo già avuto conoscenza e di cui mi ero dimenticato? Certamente me lo dimenticherei di nuovo. Non poteva essere questa la soluzione: si trattava invece di una menzogna di Satana, volta a nascondere all’uomo il fatto che è il peccato che lo tiene separato da Dio. Non è possibile risolvere un problema negandone semplicemente l’esistenza. La morte di Cristo per i nostri peccati provvede la vera soluzione: il perdono di cui abbiamo bisogno per essere riconciliati con Dio. E la sua risurrezione ci dà una vita nuova che non ha mai fine.

Se siamo disposti a morire per Cristo, accettando la sua morte per noi, potremo allora vivere realmente, ma solo allora. Quanto ero riconoscente che, in Cristo, ero morto a tutte le mie ambizioni egoistiche! Le mie preghiere non consistevano più in richieste, fatte a Dio, di benedire i miei progetti, ma erano un contatto con lui per imparare e per sottomettermi alla sua volontà.

Credendo alla Parola di Dio, mi impegnai solenne mente di non permettere mai di venire sconfitto nella mia vita cristiana. Vedevo chiaramente che Cristo era morto sulla croce per assicurarmi la vittoria. Ed un versetto, in particolare, fu usato dal Signore per dar forza a questo convincimento: «In tutte queste cose noi siamo più che vincitori. » Lo credevo con tutto il mio cuore.

 
 

 

Capitolo 20

Vita nuova

L’insegnamento teologico che potei ricevere dal London Bible College fu di livello superiore e di valore inestimabile. Sarebbe stato difficile per me istruire gli altri se io stesso non avessi ricevuto il necessario insegnamento. Ed era di grande ispirazione poter pregare e studiare con altri giovani provenienti da 25 nazioni diverse, che avevano consacrato la loro vita al servizio di Cristo. Durante numerosi fine settimana ero occupato nella predicazione che veniva fatta dal gruppo evangelistico della scuola stessa. La spesa per la mensa e per la stanza in cui dormivo era di circa 500 sterline l’anno. Periodicamente ricevevo notizie dall’ufficio addetto, che i fondi necessari erano stati regolarmente accreditati sul mio conto: e questo continuò per tutto il tempo che frequentai la scuola. Non venni mai a conoscenza del nome degli ignoti benefattori.

Durante tutte le vacanze — per Natale, Pasqua e l’estate — ritornavo a Zurigo per essere di aiuto nel lavoro che veniva svolto lì. Il seminterrato dell’edificio destinato agli anziani fu ceduto al nostro gruppo nella primavera del 1971. I credenti di Zurigo, in gran parte giovani che stavamo addestrando, donarono dei materiali, il loro tempo e del denaro per restaurare ed abbellire quel grande ambiente che doveva venire trasformato in una caffetteria cristiana. Desideravamo infatti che fosse accogliente ed attraente, affinché molti giovani venissero per sentire parlare di Cristo. In quel tempo c’erano circa 150 credenti che frequentavano i corsi di discepolato che avevamo aperto, e alcuni ci aiutavano in quest’opera.

A seguito delle preghiere che innalzavamo e delle esperienze che vivevamo, fummo spinti ad adottare alcuni principi. Uno dei primi fu quello di non voler mai sollecitare offerte, di non raccogliere mai delle offerte in occasione delle nostre riunioni e di non far conoscere mai, a nessuno, i nostri bisogni. La nostra fiducia doveva essere rivolta a Dio e non agli uomini. L’aiuto che avremmo ricevuto da qualsiasi persona doveva essere un atto di amore verso Dio e non una risposta a qualche nostra richiesta. Un altro principio fu quello di essere motivati soltanto dall’amore di Cristo. Per amore Dio aveva dato il suo Figlio e siccome ci amava, Cristo era morto per i nostri peccati.

Pregammo pure che l’Eterno ci aiutasse a predicare Cristo e a servirlo essendo spinti da un sentimento di amore, e non perché sperassimo di ricevere una ricompensa in cielo. Il versetto di II Timoteo 2:2 esprimeva molto bene il nostro terzo principio: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, i quali siano capaci d’insegnarle ad altri. » Eravamo persuasi che il nostro compito principale fosse quello di fare dei discepoli i quali, a loro volta, dovevano convertire altre persone ed addestrarle.

Sin dall’inizio ci rendemmo conto che una delle principali necessità era quella di possedere un solido insegnamento biblico ed un preciso addestramento di vita cristiana. I nuovi convertiti dovevano conoscere in che cosa avevano creduto ed il perché. Una cosa era l’inizio entusiasmante di una vita cristiana, ma il crescere giornalmente, sempre più forti nella fede, e portare altre persone a Cristo, era una cosa molto diversa. La gioia ritrovata poteva durare alcuni giorni o alcune settimane, ma quando si fossero presentate delle difficoltà e dei dubbi, o quando gli amici avessero cercato di farli ritornare alle vecchie abitudini di una volta, la tentazione avrebbe potuto diventare insostenibile. Ci vuole qualcosa di molto più importante dell’entusiasmo perché un credente possa superare le vere prove e le lotte della vita. Noi insistevamo sul fatto che Cristo non era venuto soltanto per portare gli uomini in cielo, bensì per cambiare il loro modo di vivere in questo mondo, qui ed ora; che egli si aspettava un’obbedienza completa dai suoi discepoli, non soltanto una fede in lui. E predicavamo quello che Cristo stesso aveva detto: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso e prenda la sua croce e mi segua» (Matteo 16:24). Annunciavamo questo messaggio con estrema chiarezza.

Tutto il nostro gruppo era con me d’accordo che bisognava contrattaccare l’influenza delle religioni orientali che si diffondevano rapidamente nell’Occidente. Sin dal momento in cui ero diventato cristiano, avevo osservato con profonda preoccupazione la rapida accelerazione di un’ influenza orientale potente, ma largamente ignorata, che stava prendendo possesso delle menti occidentali.

La filosofia dei guru della droga Timothy Leary, Alan Watts e Allan Ginsberg dimostrava una tale influenza induista, che coincideva in larga misura con gli insegnamenti dei guru indù Muktananda, Maharay Ji e Mahari shi Mahesh Yoghi. Questa nuova consapevolezza, derivata dal culto della droga e del misticismo, influenzava sempre più il pensiero nelle università, i discorsi nei clubs e durante le feste e permeava le produzioni cinematografiche e televisive.

Poco dopo l’apparizione del Maharishi Mahesh Yoghi, durante la trasmissione televisiva americana «Meri Griffin», ebbi occasione di visitare il suo quartiere generale mondiale a Seelisberg in Svizzera. Lì mi venne fatto notare, con grande soddisfazione che, in seguito alla suddetta trasmissione, un milione di americani avevano deciso di iniziare la pratica della Meditazione Trascendentale (MT). La MT è in pratica l’induismo mascherato da esercizi antistress. Il suo carattere religioso viene nascosto abilmente dietro a termini apparentemente scientifici, in modo che l’uomo occidentale ne venga attratto.

Sentendo la responsabilità di illustrare l’induizzazione della società occidentale, cominciai a parlare in pubblico con maggior fermezza, per ammonire coloro che venivano trascinati dalla pratiche yoga, della meditazione ed altre forme di misticismo orientale, per renderli consapevoli del tranello in cui stavano per cadere. Cominciarono allora a pervenirmi numerosi inviti per parlare nelle scuole superiori e nelle università su argomenti come «religioni comparative e misticismo» o per contrapporre il cristianesimo all’induismo e ad altre religioni orientali. In fondo io avevo potuto osservarle da ambedue i lati. In breve tempo stavo ricevendo degli inviti da numerosi paesi per cui non mi era più possibile limitare la mia attività alla sola Europa.

Verso la fine del 1972, mentre mi trovavo in Israele durante un ciclo di conferenze che tenevo in numerosi paesi, mi sentii guidato da Dio, per mezzo della preghiera, di prendere un volo per Trinidad: sarebbe stata la mia prima visita da quando ero partito per Londra. Benché tutti i voli fossero esauriti e vi fossero lunghe liste di attesa dovute all’intenso traffico festivo, ottenni, per la grazia di Dio, un posto da Tel Aviv a Londra e un altro da questa città a Port of Spain, senza lunghe attese fra l’uno e l’altro. Un amico, che incontrai all’aeroporto di destinazione, mi portò alla mia vecchia casa. Mi sembrava un miracolo salire le scale ed entrare nel soggiorno quando mancavano solo 15 minuti alla mezzanotte. Era la sera di Natale.

«Rabi! Questa visita è un dono di Dio!» esclamò Ma’. «L’ho tanto pregato di farti venire qui per Natale!» E dopo sei lunghi anni questo incontro aveva un significato del tutto particolare.

Ma’ era invecchiata e sembrava molto più debole di quando l’avevo vista l’ultima volta; tuttavia lodava sempre Iddio ed era una raggiante testimone di Cristo. Trascorremmo dei momenti preziosi pregando insieme e parlando delle Scritture, ricordando spesso i giorni lontani quando eravamo da poco diventati cristiani. Benché fossero passati tanti anni, non potevamo ancora comprendere quanto grande fosse il cambiamento che Cristo aveva operato nella nostra famiglia e nella nostra stessa vita. Provai una grande gioia nel rivedere vecchi amici, cristiani e indù, ed ebbi il privilegio di predicare il vangelo in tutta l’isola di Trinidad ed in altre località delle Indie occidentali.

Poco dopo il mio rientro in Europa, giunse la notizia che Ma’ si era gravemente ammalata. Rimase in questo stato per diverse settimane e, ad un certo momento, sembrò riprendersi; ma poco dopo venimmo informati che era andata col Signore. Al suo funerale non furono uditi i pianti lamentevoli che avevano accompagnato la morte di Nana e di mio padre, e che sono caratteristici nelle esequie degli indù. Noi sapevamo che essa era nella presenza di Cristo, godendo una nuova dimensione della vita in cielo, non reincarnata in qualche altro corpo per ricominciare un nuovo ciclo di pena e di dolore su questa terra. Io avrei potuto rivedere ancora Ma’, un giorno, al ritorno di Cristo, e ciò avrebbe potuto verificarsi in qualsiasi momento. Tutti gli avvenimenti che vediamo ce lo stanno a dimostrare. In questa attesa mi sentivo riconoscente a Dio perché mi aveva concesso quell’ ultima visita a Ma’, prima di prenderla con sé. La memoria della sua vita cristiana e le numerose ore che aveva passato in ginocchio, pregando, sarebbero sempre state per me uno stimolo ed un’ispirazione per continuare a servire Cristo con tutto il mio cuore. Nella stessa maniera in cui mi aveva incoraggiato a farlo quando avevamo passato insieme quegli ultimi giorni.

Nell’autunno del 1975 si avverò finalmente uno dei miei sogni. Cinque persone del nostro gruppo e 18 studenti partirono per la nostra prima missione di addestramento, diretti verso l’Est. Uno dei nostri obiettivi era quello di istruire dei giovani perché andassero in paesi come il Pakistan e l’India per portarvi il messaggio di Cristo. Offrivamo delle borse di studio per selezionare degli studenti che stavano frequentando una scuola biblica, un seminario o università indiane e di altri paesi asiatici. Uno degli scopi che mi proponevo in questo viaggio era appunto quello di stabilire dei contatti per questo programma.

In Yugoslavia due dei nostri tre minibus VW furono fermati ed i passeggeri arrestati perché distribuivano delle pubblicazioni cristiane. Furono rilasciati dopo alcune ore e proseguimmo verso l’Est. Attraversando la Turchia ebbi la gioia di poter predicare, per la prima volta, in un paese islamico e vedere alcuni maomettani accettare Cristo. Arrivando a Istanbul fui molto incoraggiato di potermi fermare in casa di una giovane coppia che si era convertita a Cristo tre anni prima a Zurigo e di vedere come serviva Dio e cresceva nella fede. Il marito apparteneva ad una delle più ricche famiglie turche. In Svizzera aveva avuto una vita frivola e mondana assieme ad un’amica francese : ambedue si erano lasciati attrarre dalla droga. Fu in quel tempo che potei annunziare loro il Vangelo nel nostro centro di Zurigo. Tutti e due avevano riconosciuto di essere peccatori ed avevano creduto in Cristo. Il padre dello sposo aveva minacciato di diseredarlo, ed egli aveva risposto che Cristo valeva più di tutte le ricchezze di questa terra. La coppia si era sposata ed ora, ritornati in Turchia, annunziava il vangelo e diverse persone si erano convertite.

Nel Pakistan potemmo assistere ad una buona reazione al vangelo. Gli interpreti che traducevano i miei messaggi erano due giovani svizzeri. Diversi anni prima avevano seguito il sentiero della droga verso l’India, restando profondamente implicati negli stupefacenti e nel misticismo orientale. Iddio li aveva miracolosamente salvati mentre vivevano nel Pakistan, dove ambedue avevano ricevuto Cristo. Rientrati in Svizzera avevano cominciato a frequentare la nostra scuola di discepolato e nel viaggio che stavamo facendo, potevano interpretarmi in Urdu quando predicavo in diverse località del Pakistan. Avendo poco tempo a disposizione, il resto del gruppo fu costretto di ritornare in Svizzera. Io avevo continuato il mio viaggio verso l’India con l’intenzione di stabilire altri contatti e di predicare in alcune altre località, prima di visitare mia madre che abitava vicino a Bombay, nell’ ashram del suo guru. Non ebbi alcuna difficoltà per entrare nel Pakistan, ma quando stavo per varcare la frontiera con l’India, venni arrestato, come già scrissi all’ inizio di questo libro. Certamente gli agenti avevano pescato un grosso pesce nella loro rete: non è cosa di ogni giorno incontrare una «spia», per cui le guardie di frontiera avvisarono il loro quartiere generale di Lahore. Il dirigente stesso voleva inquisirmi più dettagliatamente, prima di disfarsi di me nel modo sommario riservato ad un agente indiano di spionaggio.

Mentre si era in attesa dell’arrivo di questo dirigente, rimasi solo: c’era soltanto la guardia armata davanti alla porta della stanza in cui ero rinchiuso. Mi era stato detto che si trattava di un sant’uomo, di un sacerdote che aveva fatto tre viaggi fino alla Mecca. Non potevo immaginare come questo fatto l’avesse promosso a dirigente della polizia di Lahore, ma la cosa non migliorava certo la mia posizione. Un musulmano devoto sarebbe stato difficilmente più clemente nei confronti di un cristiano che di un indù. Tuttavia mi sembrava che l’unica possibilità che mi restava era quella di convincere il dirigente che ero un cristiano. Inoltre era mio compito annunciare Cristo a qualsiasi persona.

Durante quelle tre ore che trascorsi nell’attesa, sorvegliato in quella piccola stanza, un intero caleidoscopio di memorie attraversò il mio cervello. Non avevo alcun rimprovero da farmi per essere venuto nel Pakistan. Se, durante i giorni di questo mio soggiorno, anche una sola persona avesse ricevuto il perdono dei suoi peccati e la vita eterna per mezzo di Cristo, ne valeva la pena. Ed erano numerosi quelli che avevano accettato Cristo. Forse non sarei stato capace di convincere il capo che io non ero una spia né un indù. Tutti gli altri agenti erano convinti che io stessi mentendo. Tutti odiavano gli indù! Per loro la mia morte sarebbe stata una piccola vendetta per le migliaia di musulmani trucidati dagli indù. Ed essendo persuasi che io fossi una spia indiana, la vendetta sarebbe stata ancora più completa ed appagante.

Non esiste momento migliore per provare la realtà della fede di una persona di quello di trovarsi davanti alla morte, ed ora io ero più certo che mai che Cristo mi amava e che la morte fisica avrebbe semplicemente introdotto la mia anima ed il mio spirito nella sua presenza, dove Ma’ mi aveva già preceduto. Il mio cuore era ricolmo di gioia al pensiero di tutto quello che Cristo aveva fatto nella mia vita e delle numerose persone che avevo visto trasformate per mezzo della fede in lui. Io mi trovavo nelle mani di Dio e desideravo soltanto che la sua volontà e ciò che poteva glorificarlo, venisse fatto. Ricordavo in quei momenti il desiderio che Paolo aveva esternato quando si trovava in prigione, che «Cristo sarà magnifìcato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte». Pensavo agli scritti di Tozer — uno dei suoi libri si trovava nella mia borsa — e del passo di Galati 2:20 sul quale avevo meditato e predicato per tanti anni: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. » Io ero già morto in lui, per cui la morte non poteva più toccarmi. Non avevo alcun timore di quello che gli uomini che mi circondavano potevano farmi.

«Cosa sta spiando qui, nel nostro paese?» fu l’unico saluto che mi rivolse il capo, quando finalmente arrivò.

«Non sono una spia» protestai. «Non farei mai azioni di questo genere.»

Egli sembrava divertito: «Non le farebbe? E perché no?»

«Perché sono un cristiano.»

«Lei, un cristiano? Non è questo il suo passaporto?» chiese additando il documento che si trovava sulla scrivania, davanti a sé: «Maharaj non è un nome cristiano, sicuramente non lo è.» Il suo sguardo faceva chiaramente capire che era un insulto alla sua intelligenza l’immaginare che avesse potuto credere ad una menzogna così fantasiosa.

«Sì, il mio nome è Maharaj, ma io sono cristiano» insistetti.

«Allora me ne dia la prova.» Ora stava sorridendo, quasi godesse di fare uno scherzo misterioso.

Rimasi sorpreso. Non avevo mai prima pensato a questo. Come avrei potuto dare una prova, una dimostrazione di ciò che credevo col cuore? Lì vicino non c’era alcuno che mi conoscesse, che potesse testimoniare quale fosse la mia vita...

«Lei è musulmano?» chiesi con rispetto.

«Sì, lo sono.»

«Può provare di essere un musulmano?» Certamente avrebbe dovuto capire quanto fosse irragionevole.

«E perché dovrei farlo?» rispose rapidamente. «Io non sono una spia!»

«Ma neanche io lo sono! »

«Allora mi dia la prova che è cristiano!» sorrise nuovamente.

«Ebbene» dissi, aprendo la mia borsa, «ecco qui la mia Bibbia. Un indù porterebbe con sé una Bibbia?»

Si mise a ridere: «Una spia esperta lo farebbe! »

Cominciai a voltare le pagine sotto i suoi occhi:

«Ma osservi come è piena di sottolineature, pagina per pagina, tutti i versetti che per me hanno un significato particolare, e guardi tutte le annotazioni da me fatte!»

«Qualsiasi spia può farle.»

Afferrai nuovamente la mia borsa: «Ecco qui altri libri cristiani.., e guardi queste lettere che ho ricevuto da persone che ho condotto a Cristo, legga quello che dicono.»

Egli respinse la mia ultima «evidenza» senza darvi nemmeno un’occhiata. «Pensa proprio che io sia stupido? Tutto questo può facilmente essere stato contraffatto.»

Rimasi sbalordito. Non avevo alcuna possibilità di dimostrare che ero un cristiano, ma, in quel momento, mi venne un pensiero. «Ho un’altra maniera per provarglielo» dissi, armeggiando per l’ultima volta nella mia borsa. «Questo è un manoscritto, la storia della mia vita.» Lo deposi sulla scrivania, davanti a lui. «Racconta ogni particolare : qual’era la mia vita di indù e come sono diventato un seguace di Gesù, il Messia. Nessuna spia avrebbe potuto pensare di contraffare qualcosa di simile... di alterare tante pagine!»

Guardandomi con scetticismo, aprì il manoscritto e cominciò a leggere. Era la mia ultima speranza. Mentre voltava pagina dopo pagina, alternavo la preghiera alle occhiate che davo al suo viso e alla sua espressione. Arrivato al capitolo 15, «Morte di un guru» — in quel momento non ero andato più avanti con la mia biografia — cominciò a leggere più lentamente, evidentemente interessato di sapere come avessi lasciato l’induismo per accettare Gesù Cristo. Verso la fine, leggendo come avessimo scaraventato via e bruciati gli idoli, espresse la sua approvazione con un grugnito e annuì con la testa. Il Corano denuncia apertamente l’idolatria e nei secoli passati i musulmani distrussero, nella loro conquista dell’India, molti idoli indù in molti templi. Alla fine mi restituì il manoscritto.

«Sono convinto che lei è cristiano» disse, ma l’espressione del suo viso non si era addolcita. «Ma che cosa stava facendo qui, nel nostro paese?»

Quale risposta potevo dare? Ero forse caduto dalla padella nella brace? Proprio recentemente avevo avuto notizia di alcuni cristiani che erano stati uccisi perché parlavano di Cristo ai musulmani. Altri erano stati condannati a lunghi anni di detenzione. Chiedendo a Dio di darmi sapienza, scelsi con cura le parole.

«Voi avete un paese molto grande» dissi con sincerità, «ma anche molti problemi. Io sono venuto con un gruppo di altre 22 persone della Svizzera e della Germania occidentale. Abbiamo visitato ospedali, orfanotrofi, lebbrosari, cercando di portare aiuto fisico e spirituale in tutte le maniere possibili. Noi amiamo il vostro popolo ed il vostro paese. Benché il nostro aiuto sia stato modesto, abbiamo fatto tutto quello che ci era possibile.

Egli aveva continuato ad osservarmi attentamente. Poi si appoggiò allo schienale della sedia ed emise un lungo respiro. L’espressione del suo viso si rilassò per la prima volta. Aprì il mio passaporto, impugnò stancamente un timbro di gomma, premendolo con forza sulla pagina che dimostrava la mia entrata nel suo paese. Porgendomi il passaporto disse: «Può andare!»

Riconoscente a Dio, oltrepassai la guardia armata ed uscii dalla stazione di polizia, ormai uomo libero. Gli ufficiali che mi avevano precedentemente interrogato e che stavano aspettando fuori mi espressero il loro stupore. Non potevano credere che mi fosse stato concesso il permesso di andare, visto che già avevano dichiarato che per me non c’era alcuna possibilità di evitare l’esecuzione.

Attraversando le poche centinaia di metri della terra di nessuno per raggiungere la stazione di frontiera indiana, ringraziai il Signore per la sua grazia e pregai che quell’alto ufficiale musulmano potesse venire a Cristo mediante la storia che aveva letto. Era rimasto convinto che fosse vera e l’espressione che avevo letto sul suo viso, mentre leggeva, mi aveva fatto capire come fosse stato profondamente colpito dalla mia conversione a Cristo.

Tuttavia i miei problemi non erano ancora tutti superati. Fui subito portato in un ufficio interno per essere interrogato da alcuni ufficiali indiani. Ora erano essi che pensavano che io fossi una spia pakistana.

«Lei dev’essere pakistano» insistette l’ufficiale in carica. «Nessun indiano oserebbe avventurarsi nel Pakistan. Cosa faceva là?»

«Io sono un seguace di Cristo e svolgevo un’opera cristiana in quel paese.»

«Lei, bramino, dice di essere cristiano? Gli intoccabili possono diventare cristiani, ma non i bramini. Non le credo.»

«Ebbene, le posso raccontare come ciò avvenne.» Ripresi a raccontare, in breve, la mia storia, mentre egli stava ad ascoltare con crescente interesse. Alla fine scosse il capo lentamente, con stupore, aprì il mio passaporto, appose il timbro di entrata su di una pagina ancora bianca e vi scarabocchiò una firma illeggibile. «Le auguro un buon viaggio» mi disse, compiacente.

Non posso descrivere la mia emozione quando finalmente arrivai su terra indiana, il paese dei miei antenati. Qui c’erano le radici religiose che io avevo abbandonato; e, da un punto di vista culturale ed etnico, mi sentivo ancora profondamente legato ad essa. Questo era il mio popolo e questo era il mio paese al quale, in realtà, appartenevo. Gli alberi di mango sembravano danzare nella brezza mattutina, fra i rami dei quali numerosi uccellini dalle piume variopinte s’inseguivano cinguettando. Il paesaggio che potevo ammirare risvegliava in me nostalgiche memorie di mia madre e di tutte le storie di Rama e Krishna, degli altri dei ed eroi della mitologia indù, che esse mi aveva raccontato quando ero ancora bambino.

A tutti questi aspetti familiari del luogo, che ricordavano molto i villaggi indiani di Debe o di Penal, della mia isola nativa di Trinidad, si aggiungeva la musica indiana, dalle note acute ma intrecciate da voci femminili dal tono nasale, emesse a tutto volume da qualche radio lontana. C’erano anche altre persone le quali, come me, erano emozionalmente attaccate all’India: degli hippies provenienti dall’Occidente che, appena toccato il suolo indiano, si gettavano a terra per baciarlo, e ciò con mia grande meraviglia. Tuttavia, passati i primi momenti di entusiasmo e di stupore e malgrado la bellezza genuina del paesaggio che mi circondava, l’impressione di molti altri aspetti della vita indiana che non potevo ignorare, mi resero molto triste.

E’ del tutto impossibile fare una descrizione dell’India a coloro che non l’abbiano visitata di persona. La miseria, la povertà, le malattie e la superstizione sono sconcertanti. Se i piccoli paesi si presentano con un aspetto traumatizzante, l’individuo resta completamente sopraffatto vedendo l’orrore dell’esistenza dei tanti milioni di persone che vivono nelle città indiane. Il mio ospite di Calcutta mi diceva che oltre un milione di persone trascinano la loro infelice esistenza per le strade di quella città, senza avere nemmeno un abitacolo fatto di fango da poter chiamare casa. Muoiono dove sono nati — in un canale di scolo, lungo un viale, su di un sudicio marciapiede, sotto il sole cocente — avendo conosciuto soltanto la sofferenza della malattia e della povertà e la disperazione derivante dal tentativo di placare le divinità o di invocarle; divinità che non dimostrano il più piccolo segno di amore o di cura e che richiedono solo un timore maggiore. Vivere in tale stato di sventurata, abietta miseria, e nel contempo sentirsi dire di essere Dio e che bisogna solo «realizzarlo» — chi potrebbe inventare uno scherzo più macabro? E sentirsi dire che le piaghe purulenti sparse sul corpo, la fame struggente dello stomaco ed il vuoto ancora maggiore del cuore, sono soltanto maya, un’illusione... potrebbe esistere un inganno più diabolico?

Il mio cuore piangeva alla vista delle moltitudini sofferenti dell’India. Mi stupivo che gli occidentali si rivolgessero all’India, cercando un discutibile discernimento spirituale. Sapevo, per personale esperienza, che la radice dei grandi problemi dell’India era costituita dall’induismo, con le sue fantastiche credenze nel karman, nella reincarnazione e nei falsi dei. Com’era grande l’incapacità di veduta degli occidentali quando si rivolgevano al misticismo orientale per essere illuminati! Mentre questo era solo oscurità e tenebre: la disperata situazione dell’India era una testimonianza eloquente di quanto fossero profonde queste tenebre. Un inganno così terribile poteva venire espresso soltanto dalla stessa astuta idea che riesce a convincere milioni di persone di autodistruggersi per amore di un paradiso fasullo goduto per mezzo degli stupefacenti.

Fu un’esperienza gioiosa, ma al tempo stesso strana e piena di tensione, quella di poter rivedere mia madre per la terza volta in 21 anni. Poco dopo aver lasciato Trinidad per stabilirmi in Inghilterra, essa aveva improvvisamente abbandonato il tempio di Port of Spain, rinunciando a quella posizione così prestigiosa che apparentemente l’aveva resa tanto felice! Utilizzando del denaro fornitole dai suoi amici facoltosi, aveva acquistato mobili, libri, attrezzature ed aveva aperto una scuola per ragazze. Tutti erano fiduciosi che la scuola, guidata da una persona così dotata, sarebbe diventata un’istituzione culturale di prim’ordine. Benché avesse dovuto essere del tutto laica, mia madre aveva dato invece, nei suoi corsi, un’importante enfasi allo yoga, dedicandosi essa stessa a questo insegnamento. Poi, improvvisamente, un fine settimana, senza dare comunicazioni o preavvisi, aveva fatto le valige ed era scomparsa. Qualche tempo dopo, zia Revati aveva appreso che mia madre aveva ricevuto l’ordine di trasferirsi presso il tempio di New York del suo guru Baba Muktananda, dove si era fermato per un anno per reclutare dei ricchi seguaci americani, ritornando infine nel tempio principale dell’India per ricoprire una posizione di grande responsabilità.

Quando arrivai in questo santuario, che si trovava vicino a Bombay, la maggior parte delle persone dell’ Occidente era partita, perché Muktananda si trovava negli Stati Uniti. Il complesso di edifici molto alti del popolare guru, sorge come un’oasi di prosperità e di ricchezza in mezzo alla povertà più degradante.

Vivere di nuovo in un tempio indù: quante memorie mi ritornavano alla mente, e come potevo ora scorgere chiaramente quanto fosse grande l’oscurità e l’oppressione degli spiriti malvagi! Ero tuttavia riconoscente per l’opportunità che mi si presentava di poter parlare seriamente con diverse persone provenienti dall’ Occidente, che vivevano e studiavano nel santuario. «Guardate quanto è grande l’infelicità che vi circonda» dicevo, pieno di compassione. «Così ricca di risorse naturali e di mano d’opera, l’India dovrebbe essere uno dei paesi più prosperi del mondo, ma è stata rovinata dalla sua filosofia religiosa. Mi si spezza il cuore! Ma perché, malgrado tutte queste evidenze, vi rivolgete all’induismo?»

«Siamo stanchi del materialismo occidentale» rispondevano di solito.

«Oggi l’India sta disperatamente cercando di appropriarsi della tecnologia occidentale e, con essa, del materialismo» facevo loro presente, «nella speranza di salvare i milioni di abitanti che muoiono di fame. E non sono soltanto gli Occidentali, ma anche tanti indù ricchi che sono infettati dal materialismo. Non sarà certo l’induismo a liberarvi da questa piaga; solo Cristo può farlo. Guardate che cosa ha costruito Muktananda con il denaro che ha raccolto in Occidente. Quanti soldi sono stati spesi per aiutare la gente povera ed infelice che vive nelle baracche che circondano questo centro lussuoso? Cristo è l’unica speranza per voi, per me... per l’India. Ed il materialismo che avete rifiutato non è il cristianesimo.» Mia madre si era smagrita e non sembrava in buona salute. Il regime a cui si sottoponeva era rigoroso: si alzava alle 3,30 del mattino per praticare molte ore di yoga e di meditazione. Potei intrattenermi diverse volte con lei, ma mi fu impossibile parlarle di Cristo, sapendo che se l’avessi fatto, avrei rovinato e fatto a pezzi il fragile rapporto che tentavamo di ricostruire. Ma, giornalmente, pregavo che il Signore mi concedesse di passare alcuni giorni solo con lei, lontano dalla strapotente presenza dei demoni presenti nel tempio.

Con gran gioia, dopo circa quattro giorni ch’ ero con lei, mi disse di essere d’accordo di fare una scappata fino a Bombay con me. Alcuni miei amici mi avevano offerto la loro casa durante la loro assenza. Mi sembrava un sogno. La mamma faceva da mangiare, la tensione andava gradualmente diminuendo e stavamo di nuovo diventando dei buoni amici, vivendo ancora una volta insieme dopo tanti anni di separazione. Cercavo di non fare nulla che potesse disturbare la serenità del nostro nuovo rapporto, godendomi ogni momento che passava, scacciando dalla mente tutti i pensieri che avrebbero potuto ricordarmi quanto brevi dovevano essere quei giorni felici. Uscivamo per fare delle spese, per goderci dei bei panorami, per passeggiare, e potevamo così nuovamente conoscerci e comprenderci, dopo essere rimasti lontani l’uno dall’altro per tanto tempo. E con gentilezza e con fiducia crescente ci aprivamo vicendevolmente il cuore, come due estranei.

Poi, durante un indimenticabile pomeriggio, il fragile rapporto che stavamo cercando di ristabilire fra di noi, si spezzò andando in mille irreparabili frantumi. Mi ero attentamente trattenuto dal pronunciare qualsiasi parola che potesse disturbarla. Nemmeno qualche piccolo accenno al fatto ch’ero cristiano era uscito dalle mie labbra, soltanto alcune circospette osservazioni su quell’evidente miseria che vedevamo ovunque. Poteva questa essere il risultato di migliaia di anni di karman e di un’ evoluzione che saliva verso Dio, per mezzo della reincarnazione che mia mamma continuamente ricordava? Essa non dava mai una risposta a questo interrogativo e continuava a parlare con entusiasmo — mi pareva però facendo un certo sforzo per sembrare felice — di yoga, di meditazione, di responsabilità che aveva nel tempio, lodando il suo guru Muktananda, del quale parlava insistentemente come fosse Dio. Quel pomeriggio, però, non potei più sopportare di continuare a starmene zitto. Non mi sembrava infatti giusto restare silenzioso, quasi le avessi dato ragione.

«Ma mamma, il tuo guru non è Dio» dissi improvvisamente, sorprendendo me stesso. «Nessuna persona ha il diritto di chiamarsi con questo nome.»

«Eppure anche il tuo Gesù affermò di essere Dio» rispose rapidamente, quasi stesse aspettando e sperando che io avessi fatto un simile commento. «Baba afferma solo quello che anche Gesù disse di se stesso.»

La guardai con tristezza. «Ma mamma,» dissi con calore, «quando Gesù afferma di essere Dio, egli è realmente Dio e la Bibbia dimostra che questo è vero, ma il tuo guru è solo un uomo.»

Essa stava mescolando qualcosa in una pentola che si trovava sulla cucina economica. Si voltò di scatto per affrontarmi: «Hai insultato il mio guru e la mia religione, e non sono disposta a sopportarlo un minuto di più! Se è per questo che sei venuto, nel tentativo di convertirmi al cristianesimo, è meglio che non ti faccia più vedere!» Uscì di corsa dalla stanza, lasciandomi fin troppo scosso per potermi muovere. Un momento dopo udii che si muoveva nella stanza da letto di sopra, dove aveva dormito; poi i suoi passi discesero lentamente le scale. La incontrai in soggiorno.

«Me ne vado» disse bruscamente.

«Mamma, non devi» protestai, prendendo la piccola valigia che teneva in mano e deponendola per terra. «Ti prego, non andare via!»

Essa afferrò la valigia e, risolutamente, uscì dalla porta dell’appartamento. La seguii guardandola dalla finestra, sentendomi impotente, fatto a pezzi, mentre essa salutava alcune persone che abitavano nello stesso edificio e di cui aveva fatto conoscenza. Poi scomparve giù per la strada, portandosi dietro la piccola valigia.

Non potevo credere che tutto questo fosse accaduto. Avevo aspettato tanto tempo per parlarle, ed ora non riuscivo ad accettare l’intera faccenda! Era una delle esperienze più dolorose di tutta la mia vita. Troppo stordito per poter dar ordine ai miei pensieri, mi diressi con passi incerti verso la mia camera e mi gettai sul letto, desolato e quasi incapace di pregare. Tuttavia, con uno sforzo, implorai: «Signore, dopo tanti anni che sono passati, è forse questo tutto quello che posso dire di te a mia madre? Se essa non ritornerà fra poco, forse non la rivedrò mai più! Ti prego, falla tornare!» Continuai a pregare, ma mi trovavo in una tale agonia di spirito che, accasciato dal dolore, mi addormentai.

Mi risvegliai che era buio. Qualcuno si stava muovendo nella stanza da letto che era stata occupata da mia madre. Mi misi a sedere, tendendo l’orecchio. Era possibile? Poi tutto ritornò nel silenzio; potevo udire solo il soffio del mio respiro. Rimasi fermo, aspettando, finché fui in grado di sopportare l’ansia che mi aveva pervaso; poi con circospezione, salii le scale per andare nella sua stanza. Essa era coricata sul letto.

«Posso portarti qualcosa per la cena?» chiesi. Mormorò un flebile «No» e si voltò dall’altra parte. Scesi al pianterreno e mi preparai qualcosa da mangiare. Di sopra continuava a regnare il silenzio. Alcune ore più tardi le chiesi se potevo portarle qualcosa da bere, ma la risposta fu la stessa. Buona parte di quella notte la trascorsi pregando per lei. Il giorno seguente rifiutò ancora le mie esitanti offerte di cibo e di bevande, rimanendo isolata nella sua stanza. Verso sera mi venne a trovare un amico di Operazione Mobilitazione e per diverse ore pregammo insieme nella stanza sottostante quella di mia madre.

La mattina seguente essa venne in cucina e si preparò la colazione come se non fosse successo nulla. Mentre stavamo chiacchierando, evitavamo attentamente di fare allusioni a quell’infelice incidente e di parlare di argomenti che avrebbero potuto portarci a discussioni. Era la vigilia di Natale, la prima che potevamo trascorrere insieme dopo 21 anni. Io avevo qualcosa da fare in una libreria evangelica di Bombay, l’ultima possibilità che mi si presentava prima che chiudesse per le festività, per cui vi andai nel tardo pomeriggio. Dopo aver parlato col direttore, mentre ambedue lasciavamo l’ufficio avviandoci alla porta d’uscita, la mia attenzione fu attirata da un libro che aveva un titolo interessante — «Teologia indù e cristiana» — e ne acquistai una copia perché volevo leggerlo; mi avrebbe certamente dato delle utili informazioni per le numerose conferenze che facevo su questo argomento.

Quando ritornai a casa la mamma stava già preparando la cena. Mi fermai in cucina e, mentre stavamo chiacchierando, arrivò nuovamente il mio amico di Operazione Mobilitazione.

«Eccoti qualcosa che ti voglio regalare, Rabi,» mi disse porgendomi un libro, «so che l’argomento ti interessa.»

Prendendolo in mano mi misi a ridere. «Ti ringrazio,» dissi con sincerità, «ma ne ho acquistato una copia un’ora fa. Strana coincidenza, vero?» Aprii la borsa che avevo messo sulla tavola e ne presi l’altra copia mettendola vicino alla prima: «Ed ora che cosa devo fare con due copie dello stesso libro?» chiesi scherzosamente.

Mia madre, che per tutto quel tempo era rimasta a guardare e ad ascoltare, si avvicinò e sembrò interessata a studiare il titolo: «Teologia indù e cristiana». Poi esclamò:

«Potresti darne una copia a me!»

Rimasi senza fiato dalla sorpresa. Mi fu difficile non scoppiare e gridare «Lode al Signore!» Non avrei mai osato offrirle un libro di questo genere. E anche in quel momento essa non porgeva la mano perché glielo dessi. Lasciai i due libri sulla tavola. Appena la cena fu terminata ne prese una copia e salì nella sua stanza al primo piano dove, ne sono sicuro, cominciò a leggerlo. Ora vedevo chiaramente che mi si presentava l’occasione di fare quello per cui stavo aspettando da anni.

Chiamai il direttore della libreria a casa sua e gli chiesi se poteva usarmi una cortesia particolare. «So che la libreria rimane chiusa per le festività» dissi, «ma potrei ugualmente acquistare una copia della Living Bible (Bibbia parafrasata in lingua inglese. N.d.t.)?»

Egli si dimostrò ben disposto ad aiutarmi, specialmente quando gli dissi che era destinata a mia madre che l’avrebbe portata con sé nel suo ashram.»

Mamma ed io trascorremmo insieme un sereno Natale. Dovevamo però partire per Bombay già nel pomeriggio; essa per rientrare nel tempio, io perché dovevo prendere l’aereo per la Svizzera. Qui dovevo fare uno studio per una riunione giovanile delle Missioni Mondiali sulla sfida che viene data dalla crescente influenza del misticismo orientale nell’Occidente e dal disperato bisogno dell’Evangelo per i popoli dell’Est. Mentre stavamo salutandoci, le diedi la Bibbia avvolta in un foglio di carta colorata natalizia.

«Promettimi» dissi sorridendo, «di non aprire il pacco finché non sarai arrivata nel tempio.»

«Te lo prometto» rispose gioiosamente, «ma penso di sapere che cosa contenga.» Stava soppesando il pacco e sicuramente pensava che contenesse dei cioccolatini.

«No, non lo sai!» dissi ridendo. «Sarà una vera sorpresa, ma sono sicuro che ti piacerà.»

Alcune settimane dopo, mentre mi trovavo negli Stati Uniti, ricevetti una lettera da mia madre. Fra l’altro mi diceva: «Ti ringrazio tanto per la Bibbia, Rabi. La tengo sotto il cuscino e la leggo ogni giorno. Vorrei tanto poter lasciare il tempio e venire a stare con te.»


 
 

Epilogo

Parte prima di Dave Hunt, Svizzera, Dicembre 1976

Il primo manoscritto del suo libro probabilmente salvò la vita di Rabi alla frontiera indo-pakistana. Ormai la stesura del testo della sua biografia era completata ed io avrei dovuto rielaborarla prima della stampa. Visto che conoscevo a fondo la sua storia, ero curioso di sapere cosa era avvenuto ai singoli personaggi che vi compaiono. Per questo motivo andai a trovare Rabi in Svizzera. Egli mi salutò cordialmente e trascorremmo molto tempo insieme raccontandoci le esperienze vissute.

«Zia Revati è stata qui qualche settimana fa» mi disse una mattina durante la prima colazione. Un po’ più tardi qualcuno mi fece vedere una foto di una bella donna con un san. Era seduta fra un gruppo di studenti e aveva la stessa espressione radiosa di Rabi. Era quasi incredibile che quella donna potesse essere stata una fanatica induista e avesse adorato, come dio preferito, il sanguinario Kalì. Quanto era stata trasformata da Cristo! «Zia Revati porta gli induisti a Cristo» mi raccontò Rabi con gioia. «Il suo lavoro preferito è quello di portare l’Evangelo in villaggi isolati, dove di solito si parla l’hindi. Guida delle riunioni per donne e per bambini ed è stata persino invitata a parlare nel tempio. Pensa che miracolo, poter annunciare Cristo in un tempio indù! »

Volevo sapere come stesse Mohanee, la sorella di suo padre. «Si è convertita?» gli chiesi. Rabi scosse la testa con tristezza. «No. Sono stato da lei qualche mese fa, quando mi trovavo a Trinidad. Non ha reagito minimamente alla mia presenza. Fa la stessa vita di mio padre, che lei tanto ammirava. Sta seduta tutto il giorno con lo sguardo fisso e non dice una parola. Bisogna curarla come, a suo tempo, lei curò mio padre. Sembra che lo stesso spirito che abitava in lui abbia preso possesso anche di lei.»

E Krishna? Venni a sapere che si era laureato all’Università di Yale e che stava lavorando per il suo dottorato di ricerca in filosofia all’Università di Harvard. Inoltre era attivo come aiuto-pastore in una comunità evangelica della regione di Boston. Lo zio Lari era professore in un’università della costa orientale degli Stati Uniti. Gli scritti di C.S. Lewis avevano convinto quell’uomo intelligente. Egli si era piegato di fronte a Cristo e stava crescendo nella fede.

Sandra abitava in Svizzera anche lei. Lavorava come infermiera e si preparava attivamente per poter partire presto per il campo missionario. «Shanti è a Londra» proseguì Rabi, «e continua a servire il Signore. Brendan Bain, il mio migliore amico di Gioventù in Missione al Queen’s Royal College, nel frattempo è diventato medico. Vive in Giamaica con la famiglia.»

E’ sorprendente quanti personaggi della storia di Rabi vivono sparpagliati in tutto il mondo per parlare agli altri di Cristo.

«Dov’è Molli adesso?» gli chiesi. Il suo coraggio mi aveva particolarmente toccato!

Rabi sorrise. «Trascorsi qualche giorno con la sua famiglia quando, nel giugno scorso, mi trovavo a New York. Ha sposato il giovane che ha parlato di Gesù a Krishna. Hanno due bei bambini. Molli è infermiera e suo marito studia medicina. Anche loro si stanno preparando per lavorare nel campo missionario.»

Rabi ha sempre un’espressione raggiante quando parla di Ma’. La sua esistenza è stata influenzata in maniera determinante dalla vita di preghiera di quella donna che non possedeva nulla, all’infuori dei vestiti che aveva addosso. Lasciò alcune scatole piene di lettere inviatele dai suoi amici e dai numerosi figli e nipoti che le avevano scritto da ogni parte del mondo... e il suo pezzo più prezioso: una Bibbia che le era stata donata da Deonarine per la festa della mamma. Quella Bibbia l’aveva consolata molto. Le aveva dato motivo di sperare che lui fosse diventato cristiano prima di morire. Lo zio Kumar aveva portato quella Bibbia con sé a Londra.

Quando Rabi parla dei suoi progetti per il futuro, torna sempre sullo stesso argomento: la lotta necessaria contro il misticismo orientale che sta infiltrandosi in tutto l’Occidente. Milioni di persone che riconoscevano la risurrezione di Cristo almeno come fatto storico, credono oggi alla reincarnazione. Il Dio personale della Bibbia viene identificato con la natura, le forze cosmiche o la «Base dell’Essere» di Paul Tillich. Tutte queste non sono altro che versioni occidentalizzate della dottrina induista di Brahman.

Avrei volentieri fatto conoscenza con la madre di Ra bi, ma lei vive ancora nel tempio, nelle vicinanze di Bombay. La sua storia però non doveva finire qui e naturalmente ancora non è finita.


 

Parte seconda di Rabi Maharaj 1984

Sono talmente numerosi gli avvenimenti succedutisi dopo la prima edizione di questo libro, che sarebbe necessario scriverne un secondo per raccontarli tutti.

Per avere la libertà di continuare a viaggiare in tutti i luoghi in cui Dio mi guidava, avevo deciso di non sposarmi prima di aver compiuto 30 anni, e così feci. Finalmente, quando ne ebbi 31 convolai, radioso, a nozze con Franzi che è per me tutto quello che desideravo: una meravigliosa cristiana che ama il Signore.

L’Eterno ha messo nel mio cuore un vero e profondo interesse per portare l’evangelo di Gesù Cristo dappertutto, ad ogni popolo ed in modo particolare alle numerose persone che stanno cercando la verità e che sono ingannate dalle false promesse delle religioni orientali.

Numerose possibilità mi sono state offerte di parlare nelle università europee e dell’ America del Nord . Ho parlato agli studenti di oltre 300 università e colleges, da Helsinki a Barcellona, da Vienna a Londra, e da Harvard a Berkeley. E’ sempre commovente l’incontro con studenti realmente affamati di verità spirituali e di cose reali ed è entusiasmante vedere come, dappertutto, ci siano persone che rispondono alla chiamata del vangelo.

Noi siamo continuamente confrontati con l’inganno sconvolgente delle religioni orientali, accompagnato da un deterioramento emotivo e mentale e dallo sfacelo che si è prodotto nella vita di quelli che si sono rivolti ad esse. Tipico è il caso di un milionario norvegese. Aveva due figli, ambedue brillanti studenti universitari, i quali, dopo la morte della loro madre, si erano dati alla meditazione trascendentale per trovare qualche speranza. Il risultato fu che uno di essi, dopo aver perso la testa, si suicidò, mentre l’altro, del tutto alienato, abbandonò la casa paterna. Completamente distrutto da questi eventi, il padre venne da noi in cerca di aiuto, e avemmo la gioia di vederlo aprire il suo cuore a Gesù Cristo.

Si potrebbero raccontare centinaia di esempi relativi a tante persone le quali, come io stesso, sono sfuggite ad una oscurità apparentemente senza speranza, per trovare la vera luce per mezzo del nostro semplice ministero. Conosciamo numerosi seguaci di Swami Muktananda, di Maharishi Mahesh Yoghi, di Maharaj Ji, di Bhagwan Rajneesh e di Hare Krishna, che hanno abbandonato i loro guru accettando e seguendo il Signore Gesù Cristo.

Per noi è una cosa entusiasmante di vedere, attraverso lettere ricevute e relazioni che ci sono state fatte, come letteralmente migliaia di persone siano venute a Cristo leggendo questo libro, nella sua prima edizione. La maggior parte, per non dire quasi tutte, non hanno acquistato il libro in proprio, ma lo hanno ricevuto in prestito da qualche amico cristiano o da altri credenti pieni di amore. Mentre ero occupato con il Congresso internazionale per gli evangelisti itineranti (al quale parteciparono circa 5000 delegati provenienti da tutto il mondo), tenutosi l’estate scorsa ad Amsterdam, incontrai un evangelista dell’Asia il quale, con grande entusiasmo, mi raccontò che egli stesso conosceva personalmente più di cento persone, abitanti nel suo circondano, che erano diventate cristiane leggendo questo libro. Sembra che questo sia avvenuto con la perseverante circolazione di solo alcune copie del libro.

Mentre il nostro lavoro si svolge in Occidente, i nostri cuori sono attratti e rivolti verso l’est ed io ritorno periodicamente in India per predicare Cristo. Sono numerose le porte aperte in questo paese, malgrado la fiera opposizione esistente e, se ne avessimo lo spazio, potremmo raccontare e riferire numerosi esempi entusiasmanti. Per esempio, quando mi trovavo a Benares, ebbi l’occasione di parlare a tutti i componenti dell’associazione forense di quella città. La gran parte degli avvocati presenti era costituita da bramini di alta casta. Con le lacrime agli occhi uno di loro mi disse di non aver mai udito nulla di simile in tutta la sua vita. «La prego, ritorni di nuovo!» mi implorò.

Mia madre, alla quale sono sempre molto affezionato, non ha ancora dato il suo cuore a Cristo. Prima di morire, il suo guru Muktananda la promosse con il titolo di swami. Questo è un motivo di scoraggiamento, ma noi continuiamo a pregare ferventemente per lei. D’altro canto la sua sorella più anziana, zia Sumintra, nella casa della quale passai alcune delle più belle vacanze quando ero ancora un ragazzino, ha aperto il suo cuore a Cristo ed ora è una delle sue più ardenti seguaci. Dopo due anni di efficace ministero in Europa, zia Revati è partita per l’India ed è ora coinvolta in un ministero attivo ed efficiente che porta numerosi indù a Cristo.

Anche Ananda, che si è laureato in scienze politiche e teologia in colleges cristiani della Germania Occidentale e degli Stati Uniti, ha raggiunto sua madre in India e vi predica in lungo e in largo. Malgrado una fanatica opposizione, ripetute incursioni, malvagi vandalismi, ambedue continuano con coraggio la loro opera per il Signore.

Dopo aver lavorato per diversi anni come infermiera in Svizzera, Sandra si è sposata con un medico ed ambedue lavorano in una regione molto povera dell’ Africa come missionari sanitari.

Krishna, che ha cambiato il suo nome in Knister (per ovvie ragioni), dopo essersi laureato presso l’Università di Yale, ha completato il suo dottorato in filosofia della religione a Harvard e, durante il tempo della sua permanenza in questa università, ha potuto parlare di Cristo a professori e a studenti in quel difficile ambiente. Egli è attivamente coinvolto in un ministero che svolge tra studenti internazionali che abitano nel circondario di Boston, che conta una fra le più numerose popolazioni di studenti stranieri del mondo.

Alla fine di una conferenza che tenevo al Centro Scientifico dell’Università di Harvard, uno studente scontento si alzò e volle sfidarmi con una domanda che doveva essere l’ultima della serata: «Signor Maharaj» cominciò con tono critico e sarcastico, «lei ha abbandonato l’induismo per accettare il cristianesimo. Quale sarebbe la sua reazione nei confronti di qualcuno che si trovasse nella sua posizione di oggi e che ritornasse alla posizione che lei aveva una volta?»

Trattenendomi per un momento e rivolgendomi a Dio per poter saggiamente rispondere a questa domanda così importante — forse la più stimolante di quella serata — risposi: «Non sarei mai capace di comprendere come una persona che si trovasse nella mia attuale posizione potesse ritornare alla posizione che avevo una volta, sempre che essa si trovasse realmente nella mia posizione di oggi. Secondo me, gli occidentali che si rivolgono alle religioni orientali semplicemente non hanno mai conosciuto Cristo personalmente.»

E’ strano che questo genere di sfide venga lanciato non solo dai non cristiani, ma anche da alcuni responsabili cosiddetti cristiani. Dopo aver tenuto una conferenza in un college svizzero di addestramento per insegnanti, fui sfidato dal dirigente del Dipartimento di religione, che era anche pastore della Chiesa di Stato. Manifestando il suo scontento per la conferenza che avevo tenuto sulle religioni comparative, disse: «Sono stato missionario in India per 20 anni e ho visto l’indiano che adora il suo idolo di pietra. Io credo che quando l’indiano adora i suoi dei egli adori il Dio della Bibbia. Lei non sta dando un buon aiuto alla comprensione reciproca fra le diverse religioni, di cui abbiamo molto bisogno, quando sottolinea con tanto vigore che esistono delle differenze talmente drastiche!»

«Reverendo,» risposi, «io stesso ero quell’indiano che adorava degli idoli di pietra. Oggi adoro il Dio della Bibbia e penso di essere qualificato per dirle che i due non sono affatto lo stesso. Sono distanti mille miglia l’uno dall’altro!»

Poco dopo la mia conversione avvenuta nel 1962, un indiano della mia comunità mi disse che non avrei durato a lungo. Oggi il mio cuore è ripieno di gratitudine verso Dio per avermi conservato nel campo della sua volontà, e questo durante ben 22 meravigliosi anni! Avendo studiato a fondo la Bibbia durante tutto questo tempo, realizzando quanto sia vera ogni parola che vi è contenuta, e considerando quali miracoli Dio sta operando nella vita delle persone in tutto il mondo, sono convinto più che mai che Gesù Cristo è esattamente colui che egli stesso ha affermato di essere: la via, la verità e la vita.

Sono riconoscente a Dio per avermi concesso il privilegio di annunciare il vangelo di Gesù Cristo e sono deciso di continuare a farlo fin tanto che avrò fiato in corpo, o finché Gesù non ritornerà per portare con sé i suoi.


 

Glossario

 

Ahimsa: dottrina della nonviolenza nei confronti della vita. Siccome l’indù crede che gli insetti e gli animali in genere, attraverso un buon karman, evolvano sino a diventare esseri umani — e che gli uomini, attraverso un cattivo karman, possano nuovamente diventare animali o insetti — l’uccidere ed il mangiare qualsiasi essere vivente, ad eccezione delle piante, equivale all’assassinio e al cannibalismo. Di conseguenza l’indù dev’essere vegetariano.

Tuttavia l’ahimsa non è coerente né con gli scritti né nella pratica degli indù. Molti di questi, infatti, offrono sacrifici di animali e, leggendo la loro storia si vede che gli indù non hanno mai dimostrato una tendenza inferiore ad altri popoli che non professano la dottrina ahimsa, quando si tratta di uccidere il nemico nelle guerre e nelle rivoluzioni. Gli indù, comunque, coerentemente con questa dottrina, non uccidono mai le mucche.

Arti: rito religioso consistente nel far ruotare la sacra fiamma o l’incenso — messi in un piatto tenuto con la mano destra — in tondo e in senso orario, attorno alla figura di un dio o di un santo. Questo gesto può essere compiuto da qualsiasi indù nella sua stanza di preghiere.

Ashram: deriva dalla parola hindi asrama, che sta a significare i quattro «stadi» della vita degli indù nati due volte (di alta casta): 1) adolescenza dello studente religioso celibe; 2) capofamiglia sposato che genera dei figli; 3) un tempo di ritiro in una foresta per meditare ed esercitare dovèri e riti religiosi; 4) vecchiaia, quando la persona dovrebbe rinunciare a qualsiasi bene, fatta eccezione del perizoma, del piatto per chiedere l’elemosina e di un vaso per l’acqua, quest’ultima fase essa dovrebbe vivere di elemosina ed essere libera da qualsiasi obbligo o rito. Il termine asrama si applica soprattutto al terzo «stadio della vita e si riferisce anche all’eremitaggio del savio. Oggi viene generalmente usato per indicare periodi di ritiro in India da parte di comunità religiose, dove si recano per studiare sotto la direzione di un guru. Anche alcune organizzazioni cristiane dell’India chiamano «ashram» i loro ritiri.

Autorealizzazione: lo scopo finale della meditazione orientale e dello stesso yoga, a prescindere dal termine col quale lo si definisce: Liberazione dall’Illusione che l’io individuale sia... diverso dall’Io universale o Brahman. Poiché è ignorante, l’uomo ha apparentemente dimenticato chi realmente sia e perciò pensa di essere diverso dal suo prossimo e da Brahman. Per mezzo dell’ autorealizzazione viene liberato da questa condizione di ignorare un’esistenza individuale e ritorna nuovamente all’unione con Brahman.

Avatar: in senso ampio l’incarnazione di qualsiasi dio in qualsiasi forma vivente. Presumibilmente ogni specie vivente ha i propri avatar. In senso stretto, tuttavia, un avatar e la reincarnazione di Visnù. Secondo alcuni indù, Visnù si è reincarnato innumerevoli volte, mentre altri insegnano che egli si è manifestato come avatar solo nove volte: come pesce, tartaruga, uomo-leone, cinghiale, fanciullo nano, e come Rama, Krishna, Budda e Cristo. Il vero ruolo esercitato dall’avatar per portare la salvezza all’uomo non è chiaro, ma generalmente si considera che l’avatar funzioni come un guru in ogni reincarnazione. Molti indù ortodossi credono che Kalki, l’avatar che verrà dopo Cristo, scenderà sulla terra fra circa 425 000 anni. Ma oggi vi sono centinaia di guru che vengono considerati degli avatar dai loro seguaci.

Barahi: da barah che significa dodici; è una cerimonia religiosa che si festeggia il dodicesimo giorno dopo la nascita di un bramino maschio; in quest’occasione i pundit e gli astrologi predicono quale sarà il futuro del fanciullo.

Beatitudine: lo stato di perfezione che si raggiunge quando l’illusione dell’esistenza senza Brahman, che è pura esistenza-conoscenza-beatitudine, è stata scacciata per mezzo della meditazione dell’illuminazione, e quando ogni desiderio è morto. Dato che si considera che questo stato vada oltre il dolore o il piacere, superandoli, Budda, che crebbe come indù, lo definì il «non-essere» o «nirvana».

Bhagavad-Gita: il più popolare scritto indù, che fa parte del Mahabharata; è anche il libro sacro più letto da tutti gli indù dell’est e dell’ovest. Conosciuto col titolo «Il Cantico del Signore» e sovente chiamato il «Vangelo dell’induismo», il Gita contiene un dialogo fra il guerriero Arjuna, il quale è riluttante ad uccidere i suoi parenti nella guerra che sta affrontando, ed il dio-avatar Krishna, che funge da suo auriga e che lo incoraggia a compiere il suo dovere nella battaglia, come guerriero bravo e coraggioso.

Bhagwan: parola hindi per dire Dio e Signore.

Bhai: letteralmente «fratello», è un termine onorifico rivolto ed una persona di uguale rango. Raramente un indù religioso più anziano si rivolgerebbe ad un adolescente con questa parola e mai lo farebbe con un bambino. Per cui quando Gosine cominciò ad usare questo termine rivolgendosi a Rabi, voleva dire che aveva trasferito su di lui l’onore e la stima a suo tempo riservati a suo padre.

Bhajans: canzoni di amore devoto usate nel culto degli dei.

Brahma: da non confondere con Brahman, che racchiude tutti gli dei in uno. Brahma, il Creatore, è il primo dio del trimurti indù. Gli altri due sono Visnù il Conservatore, e Shiva il Distruttore. Si suppone che Shiva distrugga ogni cosa ogni 4,32 miliardi di anni. Brahma ricrea il tutto e Visnù si reincarna ancora una volta per rivelare il sentiero che conduce a Brahman. Frequentemente dipinto mentre esce dall’ombelico di Visnù (il che sembra contraddire la sua funzione di creatore), Brahma viene generalmente rappresentato con quattro teste e quattro mani, con le quali tiene degli strumenti per i sacrifici, delle corone di perle ed un manoscritto.

Brahmacharya: letteralmente «vita religiosa», è il nome dato al primo dei quattro stadi della vita degli indù di alta casta. Siccome, durante questo periodo, l’astinenza sessuale era obbligatoria, il termine venne col tempo applicato agli indù religiosi più attempati che continuavano a vivere osservando il voto di celibato.

Brahman: la realtà finale: senza forma, inesprimibile, inconoscibile ed inconsapevole; né personale né impersonale; Creatore e allo stesso tempo tutto ciò che è stato creato. Brahman è tutto e tutto è Brahman. Per l’indù la verità finale e la salvezza consistono nel «realizzare» che egli stesso è Brahman, che egli e l’universo intero sono uno ed il medesimo essere. Tuttavia Brahman non è semplicemente un altro nome per indicare il Dio della Bibbia, bensì è un concetto completamente estraneo e contrario al Dio giudeo-cristiano. Brahman è tutto e al tempo stesso nulla; comprende sia il bene sia il male, la vita e la morte, la salute e la malattia, e persino l’irrealtà maya.

Bramino: la più alta casta indù e la forma umana più vicina a quella di Brahman, che si raggiunge dopo migliaia di reincarnazioni; è perciò l’intermediaria fra Brahman e le altre caste. Per essere sacerdote uno deve essere bramino. Questo fatto conferisce ai bramini un enorme potere sopra le altre caste. Bisogna notare però che i bramini devono vivere una vita molto più religiosa dei non-bramini ed ogni errore comporta per loro una penalità molto più severa rispetto a quella riservata alle caste inferiori. Il termine, in sanscrito, per casta è varna, che significa colore. Probabilmente i bramini sono i discendenti degli ariani, dalla pelle chiara, che conquistarono l’India; anche oggi il colore della pelle dei bramini è molto più pallida di quello delle altre caste.

Casta: la dottrina sostenuta da Krishna nella Gita, probabilmente concepita dagli invasori ariani dell’India, allo scopo di mantenere in una tranquilla sottomissione i dravidi che erano stati vinti e che avevano la pelle più scura. Si era pensato che le quattro caste — bramini, kshatrija, vaisya e sudra — provenissero, in origine, da quattro diverse parti del corpo di Brahma: i bramini dalla testa e le altre caste da altre parti progressivamente più basse. Seguirono, naturalmente, le dottrine del karman e della reincarnazione, secondo le quali le persone che appartengono alle caste inferiori, accettando senza rimpianti il loro destino in questa vita, potrebbero migliorare il loro karman e quindi sperare in una reincarnazione migliore nella vita successiva. Gli intoccabili erano a un livello inferiore di tutte le caste per cui non facevano parte del sistema religioso induista. Quando i musulmani invasero l’India, gli intoccabili furono facilmente convertiti e ciò anche perché l’islam offriva loro una pronta e migliore condizione sociale. La gran parte dei cristiani dell’India proviene dagli intoccabili; molti sono però cristiani solo di nome perché desiderosi di evadere dalla schiavitù della loro posizione di intoccabili.

Chanan: una crema di legno di sandalo, vellutata ed aromatica, che viene usata per tracciare dei segni riferiti alla casta oppure a scopi religiosi, sugli idoli e sui fedeli; generalmente questi segni vengono tracciati sulla fronte e/o sul collo.

Dakshina: uno dei numerosi nomi di Shiva, che letteralmente significa «alla destra». Esso viene applicato al denaro dato ai bramini come offerta perché questo viene consegnato con la mano destra.

Devatas: le divinità o gli dei.

Deja: una piccola tazza di argilla, dall’orlo svasato, con tenente ghee (burro liquefatto) o qualche altro olio, ed un lucignolo; questo viene acceso durante le cerimonie religiose o in occasione di feste particolari.

Dharma: il retto modo di vivere per un indù. Non comporta dèlle regole assolute e varia non solo a seconda della casta, ma anche per ogni singola persona, e dev’essere scoperto da ciascuno per se stesso. Non comporta particolari principi morali, ma prevede alcune discipline le quali dovrebbero indurre l’individuo ad una mistica unione con Brahman; queste non si riferiscono necessariamente ad un coerente esame morale di ciò che sia bene o male per la coscienza dell’uomo. In realtà il dharma potrebbe andare al di là del bene e del male.

Dhoti: una lunga striscia di tela che l’indiano avvolge attorno a se stesso, come una camicia. Generalmente arriva fino a terra ma, durante la stagione calda o mentre si eseguono compiti particolari, si può ripiegarne l’orlo fino alla vita riducendone la lunghezza alla metà. Alcuni rialzano l’ultima parte della tela avvolgendosene le gambe e trasformano così la sottana in un paio di calzoni cascanti. Benché nelle città molti indiani indossino oggi dei vestiti di foggia occidentale, il dhoti è ancora molto usato nei villaggi. Anche nelle città però i santoni ed i sacerdoti portano generalmente il dhoti che completano indossando anche una giacca.

Ghat: una zona circoscritta di terreno destinata alla cremazione cerimoniale di corpi umani. In tutta l’India esistono numerosi posti a ciò destinati, ma i più noti ed i più sacri si trovano nei pressi di alcune città «sante» come Benares o lungo le rive del Gange, dove è più facile spargere le ceneri nel sacro fiume.

Ghee: olio derivato dal burro; viene usato per fini cerimoniali ed è considerato un prodotto santissimo perché proviene dalla mucca, la più santa delle creature.

Guru: letteralmente un insegnante, inteso però nel senso di essere una manifestazione di Brahman. Da un punto di vista tecnico le scritture indù non possono essere comprese con la sola lettura, ma devono essere insegnate da un guru, il quale a sua volta le ha apprese ai piedi di un altro guru. Ogni indù, per raggiungere l’autorealizzazione deve seguire un guru. Solo per mezzo dei guru l’antica sapienza dei saggi può essere trasmessa alle generazioni successive. (Molti studiosi della Bibbia riscontrano un sorprendente parallelismo fra questo concetto di illuminazione spirituale mediante la conoscenza e l’Albero della Conoscenza che fu la causa della caduta dell’uomo nel Giardino dell’Eden.) Il guru viene venerato anche dopo la sua morte e molti indù sono persuasi ch’egli si tenga più che mai in contatto con loro dopo che è passato da questa vita a supposti livelli superiori di esistenza. Perciò molti indù pensano che il luogo di sepoltura di un guru sia quello ideale per la meditazione.

Consapevolezza superiore: esistono diversi «livelli» di consapevolezza che si aprono a chi esercita lo yoga o a chi medita, i quali vengono chiamati stati «superiori» perché sono diversi dalla normale consapevolezza. Presumibilmente tali livelli di consapevolezza si sperimentano lungo la strada del nirvana. Scuole diverse di misticismo orientale li definiscono in modi differenti. Alcuni stati tipici potrebbero essere quello di «consapevolezza unita», col quale l’individuo prova un’unione mistica con l’universo, e la «consapevolezza divina», con il quale si è convinti di essere realmente Dio. Questi «stati di consapevolezza» si sperimentano per mezzo dell’ipnosi, di trance spiritistica, con alcuni stupefacenti, con cerimonie stregate, vudù, ecc. e sembra che tutte siano delle piccole varianti di uno stesso fenomeno occulto.

Induismo: la più importante religione dell’India che comprende moltissime credenze diverse e contraddittorie tra di loro e che non si possono definire. Una persona potrebbe essere panteista, politeista, monoteista, agnostica o persino atea; morale o amorale; dualista, pluralista o monista; costante frequentatrice delle cerimonie ecclesiali unite alla devozione per i diversi dei, oppure senza alcun obbligo di seguirei doveri religiosi — ed essere comunque chiamata indù.

L’induismo afferma di accogliere e di accettare qualsiasi credenza religiosa, ma qualunque religione vi si avvicini diventa automaticamente una parte dell’induismo. Vi sono stati alcuni tentativi sincretisti di inserire il cristianesimo in questo «abbraccio che soffoca», ma è chiaro ed evidente che il Dio della Bibbia non è Brahman, che il cielo non è il nirvana, che Gesù Cristo non è un’altra reincarnazione di Visnù e che la salvezza per mezzo della grazia di Dio e della fede nella morte di Cristo per i nostri peccati e nella sua risurrezione, è in piena contraddizione con tutto l’insegnamento dell’induismo.

Janma: nome dato ad una vita precedente da coloro che credono nella reincarnazione. Viene usato nel senso di aver fatto un primo passo lungo il sentiero della vita, il quale prepara l’individuo a farne un secondo. Un janma stabilisce e determina quale sarà il janma successivo.

Jivan-mukti: è il raggiungimento, per mezzo dello yoga e mentre si è ancora nel corpo, di un’unione mistica con Brahman. E’ altamente elogiato nel Bhagavad-Gita secondo il quale costituisce il più alto ideale dell’uomo.

Karman: per l’indù è la legge di causa ed effetto che detta il destino o il fato. La dottrina insegna che per ogni pensiero morale o spirituale, per ogni parola, per ogni azione, il karman produce un effetto conseguente. Presumibilmente questo non può essere compiuto in una sola vita per cui il karman richiede la reincarnazione. Le circostanze e le condizioni di ogni nascita successiva, e anche gli eventi di ogni vita successiva, si suppongono determinati in modo preciso dalla condotta dell’individuo quando aveva la stessa età nelle vite precedenti. Per il karman non esiste il perdono. Ogni persona deve soffrire per quello che ha fatto.

Krishna: il dio indù più popolare ed amato, nonché il soggetto di innumerevoli leggende, molte delle quali erotiche. Krishna è il dio indù più noto nell’Occidente a causa dello zelo missionario dei discepoli di «Hare Krishna» che si stabiliscono nelle grandi città cantando e danzando nei loro vestiti color zafferano. Essi sperano di trovare la felicità e la salvezza salmodiando, sino alla stanchezza, le parole: «Hare Krishna, Hare Krishna, Hare Rama, Hare Rama, Hare, Hare, Hare.» Come Rama anche Krishna viene ritenuto essere una delle reincarnazioni di Visnù.

Kundalini: letteralmente «spirale»; è il nome di una dea rappresentata da un serpente avvolto in 3,5 spire, che dorme con la coda in bocca. Si ritiene che questa dea, o «serpe della vita, del fuoco e della sapienza» si trovi nel corpo della persona, in prossimità della base della spina dorsale. Quando viene risvegliata senza un controllo adeguato, si scatena a guisa di perverso serpente nell’interno dell’individuo, con tale forza che è impossibile resisterle. Viene asserito che, senza un adeguato controllo, il kundalini dia origine a potenze psichiche sovrannaturali prodotte da esseri demoniaci, che, alla fine, portano alla distruzione morale, spirituale e fisica. Tuttavia la meditazione e lo yoga cercano di risvegliare e di controllare proprio la potenza del kundalini. Anche in occidente alcuni praticanti di MT e di altre forme di meditazione hanno avuto delle esperienze kundalini.

Lingam: termine usato per indicare l’emblema fallico del dio Shiva. Esistono tracce di culto lingam nella valle dell’Indo, anteriore all’invasione ariana. Dapprima preso in giro dai conquistatori ariani, il culto di questo simbolo erotico fu poi adottato anche da loro. Benché venga associato a culti di fertilità, al tantrismo e a riti religiosi coinvolgenti perversioni sessuali, il lingam di Shiva è un importante oggetto di culto in quasi tutti i templi indù, e non solo in quelli dedicati specificatamente a Shiva.

Lota: piccola tazza di ottone nella quale l’acqua «santa» viene versata, spruzzata o bevuta durante varie cerimonie religiose.

Loto: una delle posizioni dello hatha yoga (gambe incrociate ed i piedi appoggiati sopra le ginocchia).

Mahabharata: uno dei due grandi poemi epici degli scritti Indù — l’altro è il Ramayana. E’ formato da 110 000 distici, è lungo tre volte la Bibbia dei cristiani per cui è il più lungo poema del mondo. E’ l’opera di numerosi poeti e chiosatori, i quali, nel tempo, vi apportarono aggiunte, cancellazioni ed aggiustamenti che soddisfacevano i loro gusti. Le dottrine presentate sono incoerenti e sovente in flagrante contraddizione fra di loro; comunque è tuttora riconosciuto dagli indù uno scritto sacro.

Mandir: altro termine usato per indicare un tempio indù.

Mantra: simbolo sonoro formato da una o più sillabe, frequentemente usato per produrre una condizione, uno stato mistico. Dev’essere trasmesso dalla viva voce di un guru e non lo si può imparare altrimenti. Non è necessario comprendere il significato del mantra; la sua virtù consiste nella ripetizione del suono. Si dice che incarni uno spirito o deità e che la ripetizione del mantra richiama appunto questo essere che si avvicina a colui che lo ripete. Pertanto il mantra è un invito rivolto ad un essere particolare perché entri in colui che lo pronuncia e crea, al tempo stesso, una condizione passiva nel mediatore, allo scopo di facilitare la fusione dei due esseri.

Maya: enunciazione indù mediante la quale si intende dare una spiegazione per l’apparente esistenza di tutto l’universo che, secondo l’esperienza umana, comprende sia la mente sia il corpo. Siccome Brahman è l’unica realtà, tutto il resto è pura illusione che procede da Brahma, il Creatore, come il calore procede dal fuoco. L’ignoranza umana non è in grado di contemplare questa unica realtà e perciò accetta l’illusione di un universo irreale fatto di forme, di pena, di dolore. La salvezza si ottiene per mezzo dell’illuminazione che scaccia l’illusione.

Visto che l’universo viene visto allo stesso modo da tutti coloro che lo osservano, e che esso segue leggi precise, alcune sette indù insegnano che maya altro non è che un sogno degli dei e che l’uomo vi aggiunge solo il suo peso personale di sofferenza.

Meditazione: per gli occidentali corrisponde ad una contemplazione razionale, ma per il mistico dell’Oriente è esattamente il contrario e ciò è motivo di notevole confusione nell’ Occidente.

La meditazione orientale (che viene insegnata sotto forma di MT, Zen, ecc.) è una tecnica mediante la quale l’individuo si allontana dal mondo delle cose e delle idee (dal maya) liberando la propria mente da qualsiasi pensiero volontario o razionale. Così facendo, egli si proietta in stati «superiori» di consapevolezza.

Benché questo concetto sia stato diffuso in Occidente con diversi termini, lo scopo della meditazione orientale è quello di «realizzare» la propria unione essenziale con l’Universo. Costituisce infatti la porta di entrata per raggiungere il «nulla» chiamato nirvana. Spacciato generalmente come tecnica di rilassamento, la meditazione ha invece lo scopo di portare l’individuo ad arrendersi alle forze mistiche del cosmo.

Moksha: affrancazione dal ciclo della reincarnazione per entrare nello stato definitivo della perfezione da parte di coloro che sono sfuggiti dall’universo del maya, arrivando in tal modo all’unione con Brahman. Gli indù aspettano il moksha considerandolo la fine del dolore e delle sofferenze che la reincarnazione ha loro imposto durante tutte le numerose vite vissute. Tuttavia, secondo l’induismo ortodosso, non esiste una liberazione definitiva, e l’individuo deve, purtroppo, ricominciare il ciclo delle rinascite. Siccome nei tempi passati e secondo gli scritti indù, esisteva solo Brahman, non è di alcuna utilità farvi ritorno; moksha è quindi solo un riposo temporaneo, un’altra condizione posta sulla ruota dell’esistenza che gira, e gira sempre, continuamente e che si ripete ogni 4,32 miliardi di anni.

Namahste: espressione di saluto indù che, per alcuni, è solo l’equivalente di «ciao», accompagnato da una stretta di mano a da un inchino rispettoso, con il quale si riconosce l’Io universale che alberga in ogni essere umano.

Nirvana: letteralmente «soffiata» come quella che si fa per spegnere una candela. Nirvana significa «cielo» sia per gli indù sia per i buddisti, sebbene molte sette abbiano idee diverse su che cosa esso veramente sia e su come lo si possa raggiungere. Si suppone che non sia né un luogo né una condizione e si trovi dentro di noi tutti, in attesa di poterlo «realizzare». E’ il nulla, la beatitudine che deriva dal fatto di non essere più in grado di sentire né il dolore né il piacere, mediante l’annullamento dell’esistenza personale che viene assorbita in un Essere puro.

Nyasa: l’atto cerimoniale consistente nel richiamare un dio affinché entri nel corpo dell’adoratore, ponendo le mani sulla fronte, le braccia, il petto, ecc. e ripetendo un mantra. Questa ripetizione ha lo scopo di trasformare l’adoratore nella somiglianza della divinità che è incorporata nella vibrazione o suono del mantra. Con il nyasa si vuole rafforzare l’azione.

(Uomo) obeah: dottore stregone. Questa figura è stata portata nelle Indie Occidentali dall’Africa e viene spesso poco rispettata e persino insultata dagli indù. Si ritiene che abbia a disposizione la potenza dei demoni e di altri esseri inferiori di cui si serve per esaudire il desiderio di quelli che si rivolgono a lui in cerca di aiuto. Naturalmente con un compenso in denaro.

Puja: letteralmente «adorazione». Sia il termine, sia il modo di adorazione che rappresenta, sono di origine dravidica. Fu usato per significare qualsiasi forma di adorazione rituale e cerimoniale. Queste forme erano costituite, secondo l’usanza ariana, da sacrifici animali e cospargimento dell’altare con del sangue. Queste usanze vennero poi sostituite, in tempi successivi e attraverso il principio buddista della nonviolenza, dall’usanza dravidica di un’offerta di fiori e dal contrassegno fatto con crema di legno di sandalo sugli adoratori.

Le forme più moderne di puja indù, che vengono svolte nei templi e nelle case private, includono generalmente anche offerte di frutta, tele di cotone, acqua e denaro.

Pundit: bramino particolarmente esperto dell’induismo, capace di applicare le sue conoscenze a favore degli altri: per esempio consigli sul futuro, intercessione presso gli dei, esercizi di riti religiosi e di cerimonie. I bramini non sono tutti sacerdoti o pundit. Benché ogni bramino ne sia qualificato per nascita, non tutti si applicano sufficientemente alla religione per poter diventare pundit e, oggi, la maggior parte dei bramini indiani esercitano delle professioni secolari.

Rama: reincarnazione di Visnù, la cui vita costituisce l’argomento narrato nell’epica Ramayana. Per l’indù Rama agisce sempre con la massima nobiltà d’animo, per cui è l’uomo ideale. Anche sua moglie Sita è la donna ideale. Ogni setta indù rispetta profondamente Rama e questo è il nome che viene maggiormente dato ai bambini indù. Tutti gli indù vorrebbero morire con il nome di Rama sulle labbra. Quando cadde a terra, mortalmente ferito dal suo assassino indù, il Mahatma Gandhi esclamò: «O Rama! O Rama!»

Ramayana: letteralmente «gli avvenimenti di Rama», uno dei due grandi poemi epici indù, formato da sette volumi che raccontano la vita umana del dio Rama, che fu una delle reincarnazioni di Visnù. Fu, probabilmente, fortemente influenzato da commentatori buddisti ed in origine ne esistevano numerose versioni; oggi, in India, ne sono generalmente ed ufficialmente riconosciute tre, ciascuna delle quali diversa dalle altre.

Rigveda: il più importante e il più riverito dei quattro Veda (ma non il più antico) che è un insieme di vecchie leggende, di canti liturgici (mantra) e di inni, suddivisi in dieci volumi. Questi inni, generalmente stereotipati e aridi, esprimono lodi a numerosi dei della natura. Le preghiere sacerdotali sono di natura egoistica e sensuale. Raramente esse manifestano il desiderio di ricevere una sapienza spirituale ma, al contrario, lo fanno nei riguardi del vino, delle donne, della ricchezza e del potere.

Sandhya: il dio del crepuscolo; nome dato anche alle preghiere del mattino, del pomeriggio e della sera che vengono recitate dagli indù nati due volte (appartenenti alle caste superiori ai Sudra). In queste preghiere il mantra Gayatri dev’essere ripetuto il maggior numero di volte, perché il sole continui a brillare nel cielo per portare salvezza a chi innalza queste preghiere.

Sanyasi: un indù religioso che si trova nel quarto stadio della vita, il quale, avendo rinunciato a tutto, si trovi al disopra di qualsiasi norma e di qualsiasi rito e si tenga appartato dalla società e dalle cerimonie. Se non appartiene ad un ordine particolare ed è indipendente, può anche essere chiamato sadhu oppure, se è versato nello yoga, yoghi.

Shakti: termine che significa il buffetto dato da un guru, generalmente con la mano destra, sulla fronte del suo adoratore e che produce degli effetti sovrannaturali. Shakti letteralmente significa potenza. Mediante il colpetto affettuoso del Shakti il guru diviene il canale della potenza cosmica primitiva, che è alla base di tutto l’universo, ed è personificata nella dea Shakti, consorte di Shiva. L’effetto sovrannaturale di Shakti può far cadere a terra l’adoratore, oppure questi può essere colpito da una luce splendente ricevendo l’esperienza dell’illuminazione, anche interiore, oppure avere altre esperienze mistiche o psichiche.

Swami: un sanyasi o uno yoghi appartenente ad un ordine religioso particolare. In pratica questo termine viene spesso applicato come un titolo onorifico per il guru o per il capo di un determinato ordine.

Tassas: grandi tamburi cerimoniali

Upanishads: letteralmente «sedersi vicino». Termine dato ad una parte degli scritti indù che incorpora degli insegnamenti mistici. Si suppone che siano stati pronunciati da antichi guru e dati ad alcuni allievi eletti ai qua li era stato permesso di sedersi accanto ai guru, onde ricevere queste istruzioni. Risalgono a circa il 400 a.C. e pur non essendo stati, in origine, considerati parte del canone vedico, lo sono diventati in tempi più recenti. La filosofia upanishadica è esoterica e sono pochi quelli che la comprendono. Coprono una gran varietà di argomenti intricati che vanno dalla natura di Dio e dell’uomo a quale sia lo scopo dell’esistenza e della salvezza finale. Gli Upanishads tentano di dare una soluzione a tutti i problemi con un’unica tesi che si può rilevare in tutti gli scritti: l’identità dell’anima individuale (atman) con l’Anima Universale (Brahman) e l’essenziale unità di ogni cosa. Una delle più importanti espressioni di questa dottrina la si trova nell’insegnamento che Uddalaka dava a suo figlio Svetaketu nell’Upanishad Chandogya: «L’essenza penetrante è diffusa universalmente in ogni cosa, da qualsiasi parte si trovi. Si tratta del vero Io, e tu sei proprio questo, Svetaketu! »

Vedanta: letteralmente «l’ultimo, oil finale o il migliore dei Veda». In senso ampio viene applicato agli Upanishads, in senso più stretto e limitato si riferisce ad uno dei sei sistemi di filosofia indù basata sugli Upanishads, originalmente formulato dal filosofo Bodarayana, vissuto circa 2000 anni fa. Vedanta è intransigente nei suoi concetti monisti e panteisti; Brahman è il tutto e l’unica Realtà; tutto il resto è illusione.

La Società Vedanta, fondata da Vivekananda, successore di Ramakrishna, possiede dei centri in tutto il mondo e afferma di insegnare la tolleranza per tutte le religioni. Ma questa «unità di tutte le religioni» da essa adottata, non è in realtà liberale o di larghe vedute, visto che si basa sull’intransigente monismo che afferma che tutto è Uno.

Veda: gli scritti primari e fondamentali dell’induismo, che sarebbero più grandi degli stessi dei, perché dureranno anche quando essi periranno. Si crede che siano la rivelazione dello stesso Brahman, l’Assoluto, e che sin dal principio siano esistiti nella loro forma eterna e perfetta. I Veda sono Rigveda, Yajurveda, Samaveda e Atharvaveda. Nel complesso sono stati suddivisi in quattro classi: Mantra (salmi metrici di lode), Brahmanas (manuali per riti e preghiere di guida per i sacerdoti), Aranyakas (particolari trattati destinati agli eremiti ed ai santi), Upanishads (trattati a carattere filosofico).

Vedico: il linguaggio usato per scrivere i Veda originali; è una forma arcaica di sanscrito, chiamato anche Antico Indo-Ariano. Usato come aggettivo significa «come insegnato o esemplificato nei Veda».

Yoga: letteralmente «accoppiare» e si riferisce all’unione con Brahman. Esistono diversi tipi e diverse scuole di yoga, come pure varie tecniche, ma tutte tendono al medesimo scopo finale: l’unione con l’Assoluto. Le posizioni ed il controllo del respiro sono degli aiuti per la meditazione orientale ed il mezzo col quale si controlla il corpo disciplinando la persona, affinché rinunci a tutti quei desideri che altrimenti il corpo potrebbe imporre alla mente.

Scopo dello yoga è quello specifico di produrre uno stato di trance che dovrebbe permettere alla mente di essere attirata nelle sfere superiori per unirsi con Brahman. E’ un mezzo mediante il quale ci si ritira dal mondo dell’illusione allo scopo di ricercare l’unica vera Realtà. Se si intende con esso «ottenere e rimanere in buona forma fisica» bisogna scegliere degli esercizi adatti a questo specifico scopo. Nessuna parte dello yoga può essere staccata dalla filosofia che lo sorregge.

Yoghi: in senso corrente qualsiasi persona che abbia raggiunto un buon livello nell’esercizio dello yoga, ma nel senso vero si applica ad una persona che sia padrona dello yoga, cioè che abbia raggiunto, per mezzo della pratica dello yoga, l’unione con Brahman, suo scopo ultimo. Il vero yoghi che medita ha portato un taglio netto fra se stesso e tutte le percezioni dei sensi, ivi inclusa la famiglia, gli amici e qualsiasi rapporto con il prossimo. Si considera che egli si trovi al di là dello spazio, del tempo, della casta, del suo paese, della religione, e persino del bene e del male.

Krishna stesso affermò nel Bhagavad-Gita, che allo yoghi nulla più importa all’infuori dello stesso yoga.

 
1994, Diffusione Letteratura Cristiana, Casella Postale 11, 64045 Isola del Gran Sasso (TE)

Titolo originale: «Death of a Guru», 1977, J.B. Lippincott Company Publishers, New York

 

 

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