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5. Cari fratelli, pace del Signore. La mia domanda riguarda il parlare in lingue. Sono convertito a Cristo da poco più di 2 anni. Non ho ricevuto ancora il battesimo con lo Spirito Santo, ma questo non mi preoccupa; so bene che Gesù sa quando sarà il momento opportuno. Ultimamente mi è sorto un dubbio che diventa sempre più pressante. Nella comunità che frequento (ADI), durante il momento della preghiera comunitaria, ogni volta che un fratello parla in lingue ad alta voce, colui che traduce conclude sempre con la formula "così dice il Signore", facendo credere così che è Dio che parla alla comunità o a colui che ha "profetizzato", attraverso la sua stessa bocca. Ma dov'è che il Nuovo Testamento cita episodi del genere? Non è il credente che parla a Dio, quando parla in lingue? In questo caso le presunte traduzioni sono una presa in giro? Non oso chiedere questa cosa al pastore, perché tanto lui risponderebbe in modo da cascare in piedi. Quando gli chiesi, dopo aver letto un vostro articolo, perché cantiamo rivolgendoci direttamente allo Spirito Santo e perché tanti (compreso lui) pregano rivolgendosi anche allo Spirito Santo, mi rispose che è corretto e che ci sono dei passi (che, stranamente, non ricordava) dai quali si capisce che si può fare: è stata una risposta un po' confusa e per nulla soddisfacente, comunque ho voluto passarci sopra, tanto io non sono tenuto a fare per forza come fanno gli altri. Un'altra domanda un po' spinosa ma meno importante riguarda l'abbigliamento in comunità. Nella Bibbia è scritto chiaramente che l'uomo deve vestire da uomo e la donna da donna. Io, pur essendo un uomo (38 anni), non sono maschilista né femminista, ma cerco sempre di vedere le cose in maniera obbiettiva. E' vero che i pastori hanno deciso tante cose, nelle loro riunioni, per il bene della comunità e per evitare, a detta di loro, alcuni tipi di problemi, anche se queste cose, nella Bibbia, non sono neppure minimamente implicite: ad esempio la disposizione separata dei fratelli dalle sorelle, il santo bacio alla fine del culto che deve essere tra credenti dello stesso sesso, quando San Paolo non ha specificato questa cosa; ovviamente a me non cambia alcunché, sono solo riflessioni. La mia perplessità è circa l'obbligo per le donne di indossare la gonna. Ho saputo che il pastore ha ripreso alcune sorelle perché venivano in comunità con i pantaloni, neanche attillati. Tantissimi punti della Bibbia, soprattutto del Nuovo Testamento, sono eterni ed immutabili, ma riguardo l'abbigliamento come la mettiamo? Se esso è una variabile alla quale possiamo tranquillamente adattarci con le trasformazioni che ha subìto e che subirà nel tempo, allora oggi i pantaloni sono anche un indumento femminile e quindi non c'è alcunché di male se la donna cristiana li indossa, anche in comunità; se invece deve essere un punto fermo e rigido, bisogna ricordare non solo che la Bibbia non dice quale abbigliamento deve usare l'uomo e quale la donna, ma che neppure ai tempi di Gesù esistevano i pantaloni, perché sono stati inventati diversi secoli dopo, quindi neppure l'uomo cristiano di oggi dovrebbe indossarli, né in comunità né altrove, ma dovrebbe mettere semplicemente una veste e grezzi indumenti di pelle. Oltre al fatto che le sorelle giovani, ed anche meno giovani, fuori dal locale di culto usano spesso i pantaloni. Una sorella mi ha detto che è una regola per creare un certo ordine nel locale di culto e che questo non significa che fuori non li possano indossare. Allora mi chiedo perché dovrebbe sembrare un disordine se alcune sorelle indossano la gonna ed altre i pantaloni; l'importante è, secondo me, che sia un abbigliamento decoroso e non volgare. I fratelli non indossano mica tutti giacca e cravatta. Non è perché voglio essere un ribelle, ma mi sembrano delle regole inutili e ridicole, che non c'entrano alcunché con la fede e non servono a forgiare il buon cristiano. Vorrei sapere qual'è la vostra posizione al riguardo. Spero che possiate rispondermi prima possibile, soprattutto alla prima domanda: è importante per poter decidere come muovermi. Al limite preferisco non frequentare alcuna comunità, piuttosto che assistere a prese in giro. il Signore mi capirebbe. Buon proseguimento e buona crescita nelle vie del Signore. Pace e Dio vi benedica. |
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Fratello nel Signore, pace. Secondo la Parola di Dio, chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Corinzi 14:2), per cui è evidente che quando il parlare in altra lingua viene interpretato la direzione di esso non è diversa. Voglio dire che se un fratello rivolge a Dio una preghiera o un cantico o un ringraziamento (perché in una di queste cose consiste il suo parlare in lingua – vedi 1 Corinzi 14:15-18), l’interpretazione non può consistere in un messaggio di esortazione o di consolazione rivolto alla chiesa (ossia in una profezia) ma consisterà in una preghiera o in un cantico o un ringraziamento. Alla luce di ciò dunque non si può accettare una profezia come interpretazione. Purtroppo, fratello, questo insegnamento è ignorato dalla maggior parte delle Chiese Pentecostali, per cui si sente il consueto ‘così parla il Signore’ dopo il parlare in lingue. Io ho scritto parecchio su questo argomento. Qui di seguito ti metto alcuni dei miei scritti su questo argomento che ti saranno utili a capire l’errore in cui sono caduti tanti fratelli. E spero che tu li faccia leggere a più fratelli possibili per il loro bene. |
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Dalle domande e risposte |
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Ma il parlare in lingue più l'interpretazione costituisce una profezia? |
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No, non costituisce una profezia e questo perché dato che - come abbiamo visto precedentemente - chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio, è ovvio che anche l'interpretazione corrisponderà ad un parlare a Dio e non ad un parlare agli uomini. Se tu dici in inglese: 'Praise the Lord' (tradotto in italiano 'Lode al Signore') come farà chi interpreta a dire che tu hai detto: 'Così parla l'Eterno: 'Non temere, io sono con te'? Non potrà. Non ti pare? Come si può dunque interpretare una preghiera, un salmo, o un rendimento di grazie rivolto a Dio, con un messaggio rivolto agli uomini? |
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Quando si parla in lingue chi è che parla, il credente? e perché parla a se stesso? perché attraverso il parlare in lingue si edifica se stesso e cosa avviene? |
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Certamente chi parla in altre lingue è il credente; i seguenti passi biblici lo attestano chiaramente: "E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:4), ed anche: " … li udivano parlare in altre lingue … " (Atti 10:46), ed ancora: "… chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio … " (1 Cor. 14:2), per citare alcuni dei tanti passi. Va tuttavia detto che nonostante sia il credente a parlare in altra lingua, le parole sono pronunciate mediante lo Spirito Santo che è in lui e che lo sospinge a proferire quelle parole sconosciute. Quando per esempio il giorno della Pentecoste i circa centoventi furono ripieni di Spirito Santo è detto che cominciarono a parlare in altre lingue "secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi". Quindi quelle espressioni che essi proferirono venivano dallo Spirito di Dio. In altre parole il credente si mette a parlare mediante lo Spirito di Dio. Che sia così è confermato dal fatto che Paolo nell’esortare a pregare in altra lingua dice: " … orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni …." (Ef. 6:18), e Giuda: "… pregando mediante lo Spirito Santo … " (Giuda 20). Ecco perché il credente ripieno di Spirito Santo è sicuro di proferire parole sante e giuste quando prega in altra lingua, perché sa che esse vengono proferite dallo Spirito di Dio che è santo. Ho detto ‘dallo Spirito’ perché la Scrittura dice anche: "Parimente ancora, lo Spirito sovviene alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio" (Rom. 8:26-27). Come potete vedere in queste parole è detto che è lo Spirito che prega o intercede. Per essere completi però su questo punto occorre dire anche che c’è anche una parte compiuta dallo spirito dell’uomo in questo pregare infatti Paolo dice: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa" (1 Cor. 14:14). Quindi lo Spirito Santo prega insieme con il nostro spirito. |
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Ora, vengo al secondo quesito. In base a quanto dice Paolo il parlare in altra lingua è rivolto a Dio e non agli uomini, egli dice infatti che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Cor. 14:2). Non abbiamo forse visto poco fa che chi parla in altra lingua prega Dio? Quindi nel caso il parlare in altre lingue sia interpretato, l’interpretazione che ne verrà fuori non consisterà in una esortazione rivolta a tutti i presenti o solo a qualcuno dei presenti, ma in una preghiera (o in un cantico spirituale o in un ringraziamento rivolto a Dio). Ovviamente anche nel caso il parlare in lingue non fosse interpretato la direzione di quel parlare è sempre verso Dio. Naturalmente questo significa implicitamente che il credente che parla in altra lingua non parla a se stesso. |
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Come si spiega allora il fatto che Paolo dica che se nella chiesa dopo che hanno parlato in altra lingua due o tre e non c’è chi interpreta "si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio" (1 Cor. 14:28)? Si spiega così: quel parlare a se stessi e a Dio non è da intendersi come un parlar in lingue perché se è vero che nel caso del parlare a Dio il parlare in lingue potrebbe pure starci, non potrebbe invece starci nel parlare a se stessi perché altrimenti Paolo si sarebbe contraddetto. Il credente dunque in questo caso deve – sottovoce - parlare nella sua lingua conosciuta sia a se stesso che a Dio. |
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Vengo adesso al terzo quesito. Chi parla in altra lingua edifica se stesso perché fa una cosa giusta, santa, e pura, mediante lo Spirito di Dio. Quando diciamo che egli edifica se stesso vogliamo dire che egli si fortifica tramite questa esperienza spirituale, ossia egli acquisisce nuove forze. Per usare un termine di paragone terreno (con tutti i suoi limiti naturalmente), è come se il credente in quel momento ricaricasse le batterie che si erano un po’ scaricate. E questo ‘ricaricamento’ egli lo sente in maniera reale. D’altronde se ci sentiamo ricaricati, spiritualmente parlando, dopo avere pregato e cantato a Dio nella nostra lingua, non ci si deve sorprendere che questo ‘ricaricamento’ avvenga anche nel caso il pregare e il cantare a Dio siano effettuati in altra lingua. |
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Da ‘I doni dello Spirito Santo’ |
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La profezia, la diversità delle lingue e l'interpretazione delle lingue |
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Esamineremo questi tre doni alla luce di quanto Paolo dice nel capitolo 14 della prima epistola ai Corinzi. L’apostolo Paolo dice quale dono spirituale i credenti devono ricercare per primo, e cioè quello di profezia infatti dice di desiderare "principalmente il dono di profezia" (1 Cor. 14:1). Perché proprio questo e non il dono della diversità delle lingue (ossia la capacità di parlare più lingue straniere) per esempio? Paolo lo spiega poco dopo. "Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione" (1 Cor. 14:2-5). Ecco spiegato dunque perché la profezia è da preferirsi alle lingue (come dono naturalmente). Perché mentre chi parla in altra lingua parla a Dio (ovviamente anche chi parla in una sola lingua straniera perché non ha il dono della diversità delle lingue, parla a Dio) perché nessuno lo capisce e proferisce misteri, e affinché la chiesa intenda quello che egli ha detto e ne riceva edificazione c’è bisogno di qualcuno che ha il dono dell’interpretazione che interpreti il suo parlare straniero; chi profetizza parla agli uomini un linguaggio di edificazione, consolazione ed esortazione che siccome è proferito nella lingua capita da tutti non ha bisogno di essere interpretato ed edifica la chiesa. Come abbiamo visto Paolo dice che vorrebbe che tutti parlassero in altre lingue, ma molto più che tutti profetassero perché chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue (per la ragione addotta prima). Ma questa superiorità cessa di esistere se chi parla in altre lingue interpreta pure infatti Paolo dice: "A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione". Perché quel "a meno che"? Perché nel caso chi parla in altre lingue interpreta, pure la chiesa intenderà quello che lo Spirito ha detto in altre lingue tramite di lui a Dio, e ne riceverà edificazione. Facciamo un esempio esplicativo: mettiamo il caso che in mezzo all’assemblea un fratello preghi in altra lingua a Dio chiedendogli di liberare il fratello Tizio in Costa d’Avorio da degli uomini malvagi che si accingono ad ucciderlo a motivo della sua fede, e che dopo avere così pregato interpreti la preghiera rivolta in altra lingua. Che accadrà nell’assemblea? Che i credenti potranno dire ‘Amen’ a quella preghiera perché avranno capito in che cosa essa consisteva. E naturalmente essi tutti riceveranno grande edificazione nel sapere che lo Spirito per bocca di quel credente ha interceduto per un figliuolo di Dio a loro sconosciuto che si trova in una nazione di un altro continente. Nel caso invece il parlare in altre lingue consisteva in un cantico a Dio allora la chiesa capirà le parole di quel cantico spirituale. Ecco dunque perché la chiesa ne riceverà edificazione dall’interpretazione delle lingue. Non è come alcuni credono, per mancanza di conoscenza, che le lingue più interpretazione è una profezia cioè un parlare agli uomini, per questo la chiesa ne riceverà edificazione. Perché l’edificazione non si riceve esclusivamente sentendo proferire un messaggio di esortazione, consolazione ed edificazione rivolto agli uomini, ma pure sentendo una preghiera o un cantico (in questo caso interpretati da un’altra lingua). Questo è fuori di dubbio. Ora, Paolo dopo avere detto a meno che egli interpreti affinché la chiesa ne riceva edificazione dice: "Se per il vostro dono di lingue non proferite un parlare intelligibile, come si capirà quel che dite? Parlerete in aria. Ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato. Se quindi io non intendo il significato del parlare, sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me. Così anche voi, poiché siete bramosi de’ doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; poiché, se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza" (1 Cor. 14:6-15). Queste parole dell’apostolo hanno l’evidente scopo di far capire ai credenti che il parlare in altra lingua in mezzo all’assemblea non sarà di alcuna utilità agli altri se non è accompagnato dall’interpretazione. In altre parole, il parlare in altra lingua privo dell’interpretazione è come una tromba che da un suono sconosciuto; è come qualcuno che parla una lingua barbara di cui non si capisce niente. Giova sì a chi parla in altra lingua perché lo edifica (lo edifica non perché capisce quello che dice, ma perché parla per lo Spirito), ma non giova alla chiesa perché essa non intende quello che viene detto. Ecco perché Paolo dice: "Perciò chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare" (al fine di poter edificare la chiesa, oltre che se stesso). Perché se io prego in altra lingua prega il mio spirito ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Allora che devo fare, io che prego in altra lingua? domanda Paolo. Pregherò in altra lingua (con lo spirito) ma interpreterò pure (pregherò anche con l’intelligenza); salmeggerò (alcune versioni hanno canterò) in altra lingua (con lo spirito) ma interpreterò pure il mio salmeggiare (salmeggerò con l’intelligenza). Questo affinché la chiesa ne riceva edificazione. E subito dopo Paolo dice: "Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua" (1 Cor. 14:16-19). Paolo in altre parole dice: nel caso invece tu non fai come ti dico io, cioè nel caso tu preghi o salmeggi in altra lingua senza darne l’interpretazione come potrà chi ti ascolta dire ‘amen’ al tuo rendimento di grazie (si noti che Paolo, parlando così, conferma che il credente quando parla in altra lingua si rivolge a Dio anche quando si trova assieme ad altri credenti)? Non potrà; certo tu farai un bel rendimento di grazie ma l’altro non sarà edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi, ciononostante nella chiesa preferisco dire cinque parole comprensibili che diecimila in altra lingua. E poi egli dice: "Fratelli, non siate fanciulli per senno; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto a senno, siate uomini fatti" (1 Cor. 14:20). Come dire, nella semplicità siate come i bambini, ma non siate bambini quanto a intelligenza, siate invece uomini fatti quanto a intelligenza. A questo punto Paolo cita queste parole pronunciate da Dio per mezzo di Isaia: "Egli è scritto nella legge: Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’altra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppur così mi ascolteranno, dice il Signore" (1 Cor. 14:21). E poi dice: "Pertanto le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti: la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti. Quando dunque tutta la chiesa si raduna assieme, se tutti parlano in altre lingue, ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno essi che siete pazzi? Ma se tutti profetizzano, ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore son palesati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi" (1 Cor. 14:22-25). Quel "pertanto" dopo quelle parole di Isaia stanno a confermare che in base a ciò che Dio disse tramite Isaia le lingue sono di segno agli increduli e non ai credenti, mentre la profezia è di segno ai credenti. Ecco perché Paolo dice che se entra qualche non credente e sente tutti parlare in lingue dirà che siamo dei pazzi, mentre se tutti profetizzano il non credente avrà i pensieri del suo cuore palesati e riconoscerà che Dio è in mezzo a noi. Ma allora che cosa si deve fare? Paolo risponde: "Quando vi radunate, avendo ciascun di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o una interpretazione, facciasi ogni cosa per l’edificazione. Se c’è chi parla in altra lingua, siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro; e uno interpreti; e se non v’è chi interpreti, si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio. Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino; e se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente si taccia. Poiché tutti, uno ad uno, potete profetare; affinché tutti imparino e tutti sian consolati; e gli spiriti de’ profeti son sottoposti a’ profeti, perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace" (1 Cor. 14:26-33). In relazione alle lingue diciamo che, se c’è chi parla in altra lingua devono parlare in lingue solo due o al massimo tre, e uno dopo l’altro, e uno deve interpretare; ma se non c’è chi interpreta, coloro che parlano in altre lingue devono farlo sottovoce e non a guisa di tromba. I profeti, i quali hanno il dono di profezia, parlino; anche qui però due o tre al massimo, e gli altri esaminino le profezie. Nel caso però viene data una rivelazione ad un profeta che sta seduto il precedente si deve tacere. La conclusione del discorso di Paolo è questa: "Se qualcuno si stima esser profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo son comandamenti del Signore. E se qualcuno lo vuole ignorare, lo ignori. Pertanto, fratelli, bramate il profetare, e non impedite il parlare in altre lingue; ma ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine" (1 Cor. 14:37-40). Le cose sono chiare, le parole di Paolo sono dei comandi del Signore. Dunque, il profetare deve essere bramato, il parlare in altre lingue non deve essere impedito, ma tutto deve essere fatto con decoro e con ordine. |
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Dal mio libro confutatorio ‘Le Chiese pentecostali antitrinitarie e i Branhamiti’ |
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(I pentecostali unitariani, come tu sai, sono contro la Trinità, però sul parlare in lingue e l’interpretazione hanno la medesima dottrina di molti Pentecostali trinitariani) |
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IL PARLARE IN ALTRE LINGUE E L'INTERPRETAZIONE |
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La dottrina unitariana |
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Nel suo libro dal titolo Spiritual Gifts, David K. Bernard parlando delle lingue e dell’interpretazione afferma quanto segue: ‘Noi possiamo definire il dono delle lingue come il dono di una espressione soprannaturale in una o più lingue sconosciute a chi parla. Noi possiamo identificare tre usi delle lingue nella chiesa del Nuovo Testamento: come il segno iniziale del battesimo dello Spirito Santo, in devozioni personali, e come una espressione pubblica che deve essere interpretata. Il processo fisico e spirituale è lo stesso in ognuno dei casi, ma lo scopo e l’effetto sono differenti…’ (David K. Bernard, Spiritual Gifts, pag. 185). Nel prosieguo della sua spiegazione, nel parlare delle lingue come segno del battesimo con lo Spirito, l’autore dice però che ‘strettamente parlando, noi non dovremmo usare il termine ‘dono delle lingue’ per questo primo uso; esso è piuttosto un segno che accompagna il dono dello Spirito Santo’ (David Bernard, op. cit., pag. 186). E questo perché ‘il dono dello Spirito Santo è per tutti i credenti. Per contrasto, non ognuno eserciterà il dono delle lingue per l’edificazione del corpo’ (ibid., pag. 186). Sempre su questo soggetto egli risponde a coloro che negano che il battesimo con lo Spirito Santo debba essere accompagnato dal segno delle lingue prendendo le parole di Paolo: "Parlan tutti in altre lingue?" (1 Cor. 12:30), e dice che Paolo scrisse a dei credenti ripieni di Spirito i quali erano stati tutti battezzati con lo Spirito e avevano parlato in lingue almeno una volta. Paolo ‘non insegnò che alcuni di loro non avrebbero mai parlato in lingue, ma egli spiegò che non tutti avrebbero esercitato il dono pubblico delle lingue nella vita della congregazione, e che quando alcuni lo facevano dovevano seguire certe direttive’ (ibid., pag. 187). Passando poi a parlare del secondo uso delle lingue Bernard dice che ‘esso è nella personale devozione per l’edificazione privata’ (ibid., pag. 188), e cita a sostegno 1 Corinzi 14:4-5 e 14:14-15, e dice: ‘E’ utile pregare e cantare in lingue…’ (ibid., pag. 188). Arriviamo ora al terzo uso delle lingue; ecco cosa dice David Bernard: ‘Dio alcune volte parla alla chiesa per mezzo dei doni delle lingue e dell’interpretazione combinati. Il primo dono, le lingue, arresta l’attenzione e rivela che Dio sta cercando di comunicare con l’uditorio. Poiché esso è così miracoloso e spettacolare, esso è spesso proprio efficace nel raggiungere i non credenti che sono presenti. Il secondo dono, l’interpretazione, rivela il vero messaggio che Dio desidera comunicare’ (ibid., pag. 192,193). Stando così le cose l’autore giunge alla conclusione che il dono di profezia ‘è l’equivalente delle lingue seguite dall’interpretazione’ (ibid., pag. 204). A proposito di questo terzo uso delle lingue chiamato dono delle lingue vi faccio notare che per Bernard esso si differenzia dal parlare in lingue di quando si viene battezzati con lo Spirito non perché è la capacità di parlare più di una lingua straniera ma perché è la capacità di parlare in altra lingua pubblicamente quando occorre farlo in due o al massimo in tre per attirare l’attenzione della congregazione e aspettare che qualcuno interpreti. Egli fa notare infatti che sia il giorno della Pentecoste, che a casa di Cornelio, che ad Efeso coloro che si misero a parlar in lingue lo fecero tutti assieme e nessuno interpretò le lingue o cercò di farlo; mentre in 1 Corinzi Paolo dice che in una congregazione solo due o tre devono parlar in lingue e ciascuno nel suo turno per aspettare poi l’interpretazione. |
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Confutazione |
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Siamo d’accordo che il battesimo con lo Spirito Santo è accompagnato dal segno del parlare in altra lingua, perché questo è quello che insegna il libro degli Atti degli apostoli. Siamo d’accordo che le parole di Paolo ai Corinzi che non tutti parlano in altre lingue (cfr. 1 Cor. 12:30) non significano affatto che il battesimo con lo Spirito non debba essere accompagnato dal parlare in lingue perché lui parlava a dei credenti che parlavano in lingue perché erano stati battezzati con lo Spirito Santo e in quelle parole lui fece riferimento al dono della diversità delle lingue. Ma a questo punto è bene dire che il dono della diversità delle lingue è la capacità data al credente dallo Spirito Santo di parlare in più lingue straniere mai imparate, non importa se in privato o in pubblico. In altre parole il credente che riceve dallo Spirito Santo questo dono viene messo in grado di pregare e cantare in più lingue sia quando è da solo che quando è riunito assieme ad altri credenti. Per cui il credente in linea di massima potrebbe ricevere questo dono spirituale sia quando viene battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o in compagnia) o dopo che è stato battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o assieme ad altri). Dire quindi che l’esercizio pubblico del parlar in altra lingua (cioè durante le riunioni della chiesa) che ha bisogno di essere interpretato costituisce il dono delle lingue di cui parla Paolo ai Corinzi, mentre il parlare in altra lingua di coloro che vengono battezzati con lo Spirito Santo e si mettono tutti assieme a parlare in altra lingua (come a Pentecoste, a casa di Cornelio e ad Efeso) non è il dono delle lingue perché in questi casi non si devono seguire le direttive di Paolo ai Corinzi: "Siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro; e uno interpreti" (1 Cor. 14:27), è qualche cosa che non corrisponde al vero. Lo ripeto in altri termini questo concetto perché desidero che vi sia reso il più chiaro possibile. Chi ha il dono delle lingue non si differenzia da chi non ce l’ha per il fatto che egli parla in altra lingua pubblicamente quando si raduna la chiesa e lo deve fare seguendo le direttive di Paolo ai Corinzi citate prima, mentre l’altro non fa questo uso delle lingue essendo che fa uso delle lingue solo nel privato. Ma egli si differenzia da chi non ha il dono della diversità delle lingue perché è in grado per lo Spirito di parlare più lingue straniere; o dal preciso momento quando è stato battezzato con lo Spirito o da qualche tempo dopo; e sia in privato che in pubblico. Certo, è innegabile che quando più credenti ricevono lo Spirito Santo contemporaneamente come nel caso dei discepoli a Pentecoste, o di Cornelio e dei suoi, o dei discepoli ad Efeso, essi cominciano a parlare in altre lingue tutti assieme. Questo però non significa che non ci sia il bisogno di interpretare quello che essi dicono in altre lingue al fine che i credenti presenti che li ascoltano ne ricevano edificazione, perché quel parlare in altra lingua è pur sempre un parlare per lo Spirito Santo. |
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Veniamo adesso alla direzione del parlare in altra lingua. Da quello che dice David Bernard quando un credente parla in altra lingua da solo prega e canta a Dio, mentre quando lo fa in pubblico (cioè secondo lui quando usa il dono delle lingue) il parlare è rivolto agli uomini per cui l’interpretazione sarà un messaggio di Dio nella lingua della chiesa diretto alla chiesa radunata; cosicché il dono delle lingue + l’interpretazione consiste ad una profezia. Anche questo non è vero perché dalle parole di Paolo sul parlar in lingue non emerge affatto questa distinzione di direzione e neppure che il parlar in lingue + l’interpretazione costituisca una profezia. Vediamo cosa dice Paolo a riguardo. Paolo dice ai Corinzi: "Procacciate la carità, non lasciando però di ricercare i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione" (1 Cor. 14:1-5). Si noti innanzi tutto come Paolo esorti a procacciare la carità, senza per questo tralasciare di ricercare i doni spirituali. E poi che tra i doni spirituali da ricercare lui metta al primo posto il dono di profezia e non il dono delle lingue. Perché questo? Lo spiega subito dopo dicendo "poiché chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio… chi profetizza invece parla agli uomini". Ecco il motivo dunque, perché mentre chi parla in altra lingua parla a Dio e non agli uomini, chi profetizza parla agli uomini. E poi perché chi parla in altra lingua edifica se stesso, mentre chi profetizza edifica la chiesa. Ecco perché lui dice che vorrebbe che tutti parlassero in altre lingue, ma molto più che profetassero, perché chi profetizza è superiore a chi parla in altra lingua proprio per la direzione che ha il parlare. Ma questa superiorità permane fino a che chi parla in altra lingua non interpreta pure, infatti Paolo dice: "A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione". Cosa significa questo? Che se chi parla in altra lingua interpreta quello che dice, la chiesa sarà edificata come è edificata quando qualcuno profetizza, perché intenderà quello che è stato detto in altra lingua, e potrà dire ‘Amen’. Evidentemente anche quando il parlar in altra lingua sarà interpretato esso sarà sempre rivolto a Dio e non agli uomini, per cui non potrà essere una profezia. La chiesa sarà sì edificata dall’interpretazione, ma questa edificazione deriverà dal fatto che essa intenderà la preghiera o il rendimento di grazie o il cantico rivolto a Dio. Facciamo un esempio: un credente viene sentito parlare in altra lingua durante la riunione, segue l’interpretazione secondo la quale il credente ha pregato Dio di supplire ad uno specifico bisogno di un credente africano di cui viene fatto anche il nome che abita in una città del Sudan. Non dirà forse la chiesa ‘Amen’, perché avrà inteso in che cosa consisteva quel parlar in altra lingua e sarà quindi edificata nel constatare come lo Spirito conosce ogni cosa di tutti? Invece nel caso il parlar in altra lingua non sarà interpretato la chiesa non sarà edificata; sarà edificato il credente ma non l’assemblea. Nel caso specifico sopra menzionato, la chiesa non saprà che cosa il credente ha chiesto a Dio per cui quel parlare sarà senza significato per essa (ma non per Dio naturalmente). Ecco perché Paolo nel prosieguo del suo discorso mette molta enfasi sull’interpretazione delle lingue. Ascoltiamo quello che egli dice: "Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento? Perfino le cose inanimate che dànno suono, quali il flauto o la cetra, se non dànno distinzione di suoni, come si conoscerà quel ch’è suonato col flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? Così anche voi, se per il vostro dono di lingue non proferite un parlare intelligibile, come si capirà quel che dite? Parlerete in aria. Ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato. Se quindi io non intendo il significato del parlare, sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me. Così anche voi, poiché siete bramosi de’ doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; poiché, se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza. Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua" (1 Cor. 14:6-19). Si noti come Paolo in queste parole scoraggi il parlare in altre lingue privo dell’interpretazione quando la chiesa è radunata per il semplice motivo che esso non sarebbe di alcuna utilità alla raunanza. Ma si noti come anche nel caso il parlar in altra lingua fosse privo della relativa interpretazione, esso sarebbe sempre rivolto a Dio. Queste espressioni: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio", "io pregherò con lo spirito", "salmeggerò con lo spirito", "tu benedici Dio soltanto con lo spirito", "al tuo rendimento di grazie", "tu fai un bel rendimento di grazie", lo confermano pienamente. Dunque anche quando la chiesa è radunata chi parla in altra lingua si rivolge a Dio e non solo quando è da solo. Non importa se chi parla in altra lingua ha il dono della diversità delle lingue o meno, il suo parlare per lo Spirito sarà sempre rivolto a Dio. Detto questo è evidente che dire che il parlare in altre lingue o il dono delle lingue + l’interpretazione costituisce il dono di profezia non può essere vero. |
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Per ciò che riguarda l’abbigliamento femminile, siamo contro l’indossare i pantaloni da parte della donna sia nel locale di culto che fuori, e questo perché il pantalone maschilizza la donna, cioè la fa sembrare più maschio che donna. Non importa se attillati o no, i pantaloni addosso ad una donna la maschilizzano. Alla donna si addice la gonna, lunga naturalmente e non corta. Vedi, fratello, quando si parla dei capi di abbigliamento occorre sempre esaminare bene le loro caratteristiche per stabilire se possono essere indossati, vale a dire bisogna anche vedere se un capo d’abbigliamento femminile fa apparire o no una donna più uomo, e se un capo d’abbigliamento per uomo fa apparire l’uomo più femmina. Per cui, io uomo non posso indossare un capo d’abbigliamento che mi effeminizza, come una donna non può indossare qualche cosa che la maschilizza. |
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Infine ti voglio dire di continuare a frequentare la comunità di cui sei membro con il desiderio di mettere in guardia i fratelli e le sorelle da tutte le cose false che vengono fatte passare per vere. E tra queste cose false c’è la falsificazione dell’interpretazione delle lingue. Se poi facendo questo, ti espelleranno, allora cerca un’altra comunità pentecostale. Stai saldo nella fede, temi Dio e sii zelante nelle opere buone. Fammi sapere come andranno le cose tue. |