Capitolo 1

Origini dello Statuto e del Regolamento Interno

 

Le Assemblee di Dio in Italia, che sono la denominazione pentecostale più grande in Italia, hanno uno Statuto (come peraltro altre denominazioni evangeliche), che è entrato in vigore alla approvazione governativa dell’Ente, avvenuta con decreto del Presidente della Repubblica, in data 5 Dicembre 1959, n. 1349.

Ma qual è l’origine di questo Statuto? E’ quello che vi spiegherò in questa prima parte, e per spiegarvelo nella maniera migliore dovrò partire da lontano, e precisamente dalle origini del Movimento Pentecostale in Italia.

 

 

Le prime Chiese Pentecostali in Italia

 

Nell’Aprile del 1908 quattro fratelli Pentecostali italiani provenienti dall’America vennero in Italia per evangelizzare. Ma la loro missione non ebbe il successo da loro sperato, in quanto 3 di loro dopo avere evangelizzato i loro parenti e conoscenti non poterono vedere persone convertite, mentre il quarto, di nome Demetrio Cristiani, vide i suoi parenti convertiti, ma non lasciò dietro a sé nessun gruppo di credenti in quanto i suoi parenti ritornarono con lui in America.

Chi invece, venuto in Italia in quello stesso anno, dopo aver evangelizzato, lasciò dei gruppi di credenti, fu il fratello Giacomo Lombardi (1862-1934). Il primo nucleo di credenti Pentecostali sorse a Roma, che con il tempo andò sempre più aumentando di numero (Lombardi fece altri viaggi in Italia: nel 1912, nel 1914, nel 1917, nel 1919, ed infine nel 1923).

Oltre a Lombardi vennero in Italia altri credenti Pentecostali di cui Dio si usò per fondare altre Chiese, e furono Lucia Menna (1875-1961) che nel 1910, dopo aver lavorato fra gli italiani in Argentina, venne in Italia per portare la testimonianza del Vangelo ai suoi amici e conoscenti, e tramite di lei il Signore salvò delle anime a Gissi. Poi ci fu Pietro Ottolini (1870-1962) che nel 1910 venne a Milano, dove si formò la piccola comunità; poi nel 1911 Ottolini lasciò Milano alla volta delle Valli Valdesi. La prima località dove si recò fu la città di Pinerolo, dove ebbe l’opportunità di evangelizzare in varie località ed infine di fondare una comunità a Luserna San Giovanni (Torino). Abbiamo poi Vincenzo Castelli, che nel 1910 lasciò St. Louis e raggiunse il suo paese natio Casalcermelli (Alessandria) per testimoniare del Signore; “alcuni suoi parenti accettarono il Signore, e tra loro Francesco Testa” (1899-1988), il quale sarà fino al 1935 uno dei predicatori più noti del Movimento Pentecostale in Italia. Il Castelli poi invitò il fratello Ottolini a prendersi cura della piccola comunità nascente. Segue la sorella Giuseppina Zollo (1875-?) che nel 1913 tornò al suo paese di Ginosa, in provincia di Taranto, e tramite la sua testimonianza diverse anime si convertirono a Cristo, non solo a Ginosa, ma anche a Palagianello e Matera.

Allo scoppio della prima guerra mondiale esistevano in Italia una decina di comunità pentecostali, che incontravano la forte opposizione dei cattolici romani a tutti i livelli, e quindi erano perseguitate. A queste si andarono via via aggiungendo altre Chiese pentecostali in altre località dell’Italia sorte in seguito alla testimonianza di altri fratelli che rientravano in Italia dall’estero proprio per annunciare il messaggio pentecostale ai loro familiari, parenti, conoscenti e amici.

Tutte quelle Chiese erano autonome e indipendenti l’una dall’altra, e non possedevano nessuna sovrastruttura sopra di esse a cui dovevano ubbidire. Gli unici statuti e le uniche regole a cui si sottoponevano e a cui ubbidivano erano nella Bibbia.

 

 

La prima Assemblea Generale delle Chiese Pentecostali Italiane negli Stati Uniti

 

Nel 1927 si tenne a Niagara Falls (New York), il 30 aprile e il 1 maggio, la ‘Prima Assemblea Generale delle Chiese Cristiane residenti negli Stati Uniti d’America’. Uno dei promotori di quel convegno fu Luigi Francescon (1866-1964) - uno dei primi credenti Italiani che avevano ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo in America, e che prima fu anziano dell’Assemblea Cristiana di Chicago, cioè della prima Chiesa Pentecostale Italiana negli Stati Uniti che era sorta nel 1907, e poi fu il conduttore della Congregazione Cristiana di Chicago da lui fondata nel 1925 - che ottenne che il nome ufficiale in lingua inglese fosse: ‘Unorganized Italian Christian Churches of U.S.A (Chiese Cristiane Italiane Inorganizzate degli Stati Uniti d’America). Ecco quanto venne deciso: ‘Gli anziani delle chiese sono gli angeli di esse (Apoc. 1,20) e a loro appartengono la cura delle greggia. Rompere il pane nella santa Cena, battezzare i credenti nell’acqua, ungere d’olio gli infermi sono i loro uffici. Ai diaconi appartiene l’amministrazione delle collette dei poveri; questo è il loro ufficio. I diaconi sono del numero dei principali fratelli per essere insieme a tutti loro di aiuto e di conforto agli anziani, e servi nel Signore a tutta la chiesa. Una volta all’anno gli anziani delle diverse chiese, e i diaconi, e i principali fratelli, quelli che di loro possono (non per comandamento, e neanche per forma) è cosa grata al Signore di riunirsi insieme d’un pari consentimento per lodare il Signore, per raccontare della opera sua, e per testimoniare della sua grandezza (mai per discutere o formulare dottrine) («Risultato del Convegno delle Chiese cristiane residenti negli Stati d’Uniti d’America tenuto in Niagara Falls, New York – 30 aprile e 1 Maggio 1927», Archivio ADI, Roma).

 

L’Assemblea terminò con la stesura di 12 articoli di fede, che sono i seguenti:

 

I. Noi crediamo ed accettiamo l’intera Bibbia come infallibile parola di Dio, ispirata dallo Spirito Santo; sola e perfetta regola della nostra fede e condotta; alla quale nulla si può aggiungere o togliere, essendo essa la potenza di Dio in salute ad ogni credente. 2 Pie. 1:21; 2 Ti. 3:16,17; Rom. 1:16.

 

II. Noi crediamo che vi è un solo Dio vivente e vero, eterno d’infinita potenza, creatore di tutte le cose; e che nell’unità di esso vi sono tre persone distinte, il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo. Ef. 4:6; Mat. 28:19; Giov. 5:7.

 

III. Noi crediamo che il Figliuolo di Dio è la parola fatta carne, che assunse l’umana natura in seno a Maria Vergine, e così vero Dio e vero uomo, due nature in una sola persona, la divina e l’umana; e che perciò è l’unico Salvatore il quale realmente soffrì la morte non solo per la colpa primitiva, ma eziandio per i peccati attuali dell’uomo. Giov. 1:14; Luc. 1:27-35; 1 Piet. 3:18.

 

IV. Noi crediamo nell’esistenza personale del diavolo e dei suoi angeli, spiriti maligni, il quale insieme a loro sarà eternamente punito nello stagno di fuoco. Matt. 25:41.

 

V. Noi crediamo che la rigenerazione, o la nuova nascita, si riceve soltanto per la fede in Cristo Gesù; il quale è stato dato per le nostre offese, ed è risuscitato per la nostra giustificazione. Quelli che sono in Cristo Gesù (purgati col suo sangue) sono nuove creature ed hanno lui per sapienza, e giustizia, e santificazione, e redenzione. Ro. 3:24, 25; 2 Cor. 5:17; 1 Cor. 1:30.

 

VI. Noi crediamo al battesimo dell’acqua con una sola immersione nel nome del Padre, e del Figliuolo, e dello Spirito Santo secondo il comandamento del Signor Gesù. Matt. 28:18,19.

 

VII. Noi crediamo al battesimo dello Spirito Santo come esperienza che si riceve dopo la salvezza con il segno di parlare nuove lingue come lo Spirito dà di ragionare. Fatti 2:4; 10:45-47 19:6.

 

VIII. Noi crediamo che nella santa cena il corpo di Cristo è dato, ricevuto e mangiato in un modo celeste e spirituale: è che il mezzo pel quale è ricevuto e mangiato è la fede. Luc. 22:19; 1 Cor. 11:24.

 

IX. Noi crediamo che è necessario di astenersi dalle cose sacrificate agl’idoli, dal sangue, dalle cose soffogate, e dalla fornicazione, come è stato decretato dallo Spirito Santo nell’Assemblea generale che fu tenuta in Gerusalemme, secondo Fatti 15:28,29; 16:4; 21:25.

 

X. Noi crediamo che Gesù Cristo portò sopra di sé tutte le nostre malattie, ed è perciò che ubbidiamo al comandamento: È alcuno di voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa, ed orino essi sopra lui, ungendolo d’olio, nel nome del Signore. E l’orazione della fede salverà il malato, e il Signore lo rileverà; e s’egli ha commessi dei peccati, gli saranno rimessi. Matt. 8:17; Giac. 5:14.

 

XI. Noi crediamo che il Signore stesso (prima del millennio) con acclamazione di conforto, con voce d’arcangelo, e con tromba di Dio, discenderà dal cielo; e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno primieramente. Poi noi viventi che saremo rimasti, saremo con loro rapiti nelle nuvole a scontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore. 1 Tess. 4:16,17; Apo. 20:6.

 

XII. Noi crediamo che la resurrezione corporale di tutti i morti, così giusti come ingiusti avverrà. E questi andranno alle pene eterne e i giusti nella vita eterna. Fatti 24:15; Matt. 25:46.

 

Il termine ‘inorganizzate’ fu usato per sottolineare che quelle Chiese non costituivano nessuna organizzazione religiosa, cosa che era vera.

A proposito dell’articolo VIII va detto che nel Convegno del 1933 esso fu modificato come segue: ‘Noi crediamo nella Santa Cena che Gesù: ‘Poi, avendo preso il pane, rendè grazie, e lo ruppe, e lo diede loro, dicendo: Quest’è il mio corpo, il quale è dato per voi; fate questo in rammemorazione di me. Parimente ancora, dopo aver cenato, diede loro il calice, dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi. Luca 22:19,20; 1 Cor. 11:24’.

Nel 1938 il Convegno decise di modificare il nome Chiese Cristiane Italiane Inorganizzate degli Stati Uniti d’America in Chiesa Cristiana Italiana del Nord America, ed in seguito in quella di Chiesa Cristiana del Nord America.

Nel 1939 quelle stesse Chiese vollero creare una struttura per amministrare i fondi raccolti per le missioni e per curare la pubblicazione di un periodico ufficiale della Chiesa Cristiana Italiana del Nord America, e allora decisero di eleggere un Comitato. Ma Luigi Francescon si ritirò, perché - come disse lui - quella organizzazione era contraria ‘alla dottrina apostolica che non ammette organizzazioni umane, né alterazioni che vanno contro ad essa, la quale avevamo osservata e rispettata tutti insieme fino all’anno 1938’. Francescon era fortemente contrario all’organizzazione, tanto da dichiarare che ‘un organizzazione nel mezzo del campo di Dio, è un’aperta ribellione contro di Lui. Un passo che porta associarsi col mondo. Limita il supremo poter di Dio. Impedisce a Cristo di glorificarsi secondo la Sua Parola. Toglie l’ufficio dovuto allo Spirito santo. Nega la celeste vocazione. S’arrende ai costumi delle Genti’ (Luigi Francescon, Una luce si leva nelle tenebre …., Chicago 1939, Archivio ADI, Roma).

Da quel momento Francescon svolgerà il suo ministerio unicamente nell’ambito della Congregazione Cristiana di Chicago, e avrà rapporti soprattutto con le Congregazioni Cristiane nel Brasile (CCB), che era (ed è tuttora) un opera fondata da lui nel 1910 quando si era recato in Brasile a portare il Vangelo. Va detto tuttavia, che quantunque Francescon fosse fortemente contrario a creare un’organizzazione ossia una struttura al di fuori della chiesa locale, anche la CCB finì con il costituirsi in una organizzazione, con tanto di Statuto, Presidente, Segretario e Tesoriere. E si badi che lo Statuto della CCB fu redatto nel 1931 e rivisto nel 1936, quando ancora Francescon era in vita, e già in quello Statuto si parlava di Presidente, di segretario, di vice-segretario, e di un tesoriere (Art. 6).

 

 

 

Il Primo e il Secondo Convegno Nazionale

 

Nel 1928 si tenne a Roma (19-20 Ottobre) il primo Convegno nazionale sotto la presidenza di Michele Palma, rappresentante delle Chiese italiane del Nord America. In quel Convegno vennero trattati argomenti principalmente di carattere disciplinare.

In particolare fu affermato con forza che le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani a Gerusalemme sono tuttora tutte vincolanti per noi Cristiani, e questo perché come abbiamo visto erano sorti alcuni in seno alle Chiese, capeggiati da Petrelli, che sostenevano che tre di esse sono cadute. A proposito di questa delibera leggiamo: ‘…. Siamo stati concordi di chiudere le porte (2 Giov. 10), e di non avere nessuna comunicazione con coloro che si sono sviati dalla Verità di Dio, affinché il gregge del Signore non venga travagliato e diviso’ (Atti del 1° Convegno Nazionale, paragrafo I).

Poi fu emanato un avvertimento contro alcuni ‘che si dicono servitori del Signore, girando di lor proprio senno, senza aver nulla dal Signore, portano nelle chiese disturbo e confusione’; costoro non dovevano essere lasciati parlare nelle adunanze, e neppure si dovevano prendere consigli privati da essi, affinché le anime semplici non venissero ingannate (paragrafo II).

E poi fu deciso che i credenti che commettono fornicazione devono essere espulsi dalla chiesa: ‘… se in alcuna chiesa vi è un alcun fornicatore o peccati simili ad esso, devono essere tolti dalla comunione della chiesa (1 Cor. 5:9-13), ed i fratelli non si devono nemmeno avvicinare; altrimenti partecipano i peccati di essi’ (paragrafo III).

Nel 1929, il 24 e il 25 dicembre, si tenne il secondo Convegno, durante il quale fu presentata la legge del 24 giugno 1929, n. 1159, sui culti ammessi nello Stato. (Con essa si invalidava la disposizione precedente contenuta nello Statuto Albertino del 1848 che riconosceva la religione Cattolica come religione di Stato, mentre gli altri culti erano tollerati. In base alla legge venivano, riconosciute solo quelle chiese che ne facevano espressamente richiesta). L’Assemblea però – spinta da Luigi Francescon, che la presiedeva – decise di non avvalersi della possibilità di costituirsi in associazione legalmente riconosciuta, secondo la nuova legge sui culti ammessi, e questo per evitare di costituire una qualsiasi struttura al di fuori della chiesa locale. E questo per Francesco Toppi fu un errore, in quanto ‘se nel 1929 la Congregazione Cristiana (Denominata Pentecostale) si fosse organizzata come ente morale, il governo di allora non avrebbe potuto scatenare una così dura persecuzione contro il Movimento’ (Francesco Toppi, Luigi Francescon, ADI-Media, Roma 2007, pag. 73). Quell’Assemblea decise però di richiedere l’approvazione governativa alla nomina di ministro di culto obbligatoria per essere autorizzati all’apertura di locali di culto. Questo riconoscimento lo ottenne Ettore Strappaveccia il 3 Gennaio 1931 per la comunità di Roma.

In quel Convegno fu riaffermato che noi Cristiani dobbiamo astenerci dalle cose sacrificate agli idoli: ‘Si è pure parlato delle cose sacrificate agli idoli, che abbiamo in questi tempi, i quali sono in sostanza gli stessi idoli pagani, perciò il mangiare i cibi che gli infedeli fanno in occasione di tali feste, e parteciparvi, è per noi che abbiamo conoscenza di tale idolatria, mangiare e partecipare i sacrifici dei demoni. Or noi non possiamo aver comunione con Dio e coi demoni …’ (Atti del 2° Convegno Nazionale, paragrafo II).

Fu inoltre reso ben chiaro a tutti gli anziani ‘che la rigenerazione o nuova nascita avviene soltanto per la fede in Gesù Cristo’ e questo affinché si guardassero da coloro che predicavano ‘che la rigenerazione avviene per lo Spirito Santo’, ossia, il battesimo con lo Spirito Santo, ‘annullando l’opera di redenzione compiuta da Cristo sulla croce’. A chiunque annunciava una dottrina diversa sarebbero state chiuse le porte, in modo che l’opera di Dio non venisse guastata ‘da operai che non sono mandati dal Signore’ (paragrafo III).

Fu stabilito che gli operai itineranti non devono chiedere nulla a nessuno, perché colui che Iddio manda lo raccomanda (paragrafo V); che ‘qualsiasi fedele non può presentarsi in altre chiese senza un biglietto dell’anziano della chiesa a cui appartiene, affinché i fratelli di altre chiese possano sapere la condotta del tale’ (paragrafo VI); e che nel caso un fedele si vuole sposare un infedele l’anziano deve mettere dinnanzi al fratello e alla sorella la Parola di Dio, ‘dicendo loro che porteranno le conseguenze della loro disubbidienza ed avviserà anche la chiesa’. Fu poi detto agli anziani di esortare i giovani a cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia, e confidare solo in Dio per essere guidati da Lui nella scelta del proprio marito o moglie, anziché fare tra loro promesse di matrimonio e comportarsi come quelli del mondo, portando bisbigli tra i fedeli e cattivo esempio agli altri giovani (paragrafo VII – in merito a questa delibera, nel Convegno del 1949 sarà affermato che ‘i matrimoni e i fidanzamenti devono essere conclusi esclusivamente tra fedeli appartenenti regolarmente alla chiesa e che abbiano già ubbidito al battesimo dell’acqua’ [paragrafo VI]). Furono poi trattati dei casi particolari; quello di un certo D.R. che non sarebbe stato riconosciuto come fratello per la sua condotta e per le bugie che aveva detto nella circolare che aveva fatto contro a tutti gli anziani delle Chiese d’Italia; quello di D.L. da cui fu deliberato di separarsi perché Iddio aveva mostrato chiaramente la sua instabilità nella parola e la sua doppiezza di cuore; e poi quello di S.A. che non doveva andare più per le chiese ad ammaestrare, perché Iddio aveva chiaramente mostrato che non lo aveva chiamato a questo (paragrafo VIII). Fu poi deciso in merito al libro dei Cantici di farlo stampare a Roma, in numero di cinquemila copie, e poi gli anziani dovevano mandare ‘a Roma, al Comitato incaricato, l’importo di quello che riceveranno dalla distribuzione del libro’ (paragrafo IX).

 

 

La persecuzione fascista

 

Il 24 Giugno 1929 era entrata in vigore la legge sui culti ammessi, ma le chiese pentecostali continuarono ad essere perseguitate da parte delle autorità locali istigate dal clero cattolico romano. Gli Evangelici subivano vessazioni di ogni genere a motivo della loro fede, nelle scuole pubbliche, negli ospedali, venivano turbate le riunioni di culto che venivano fatte in case private, e molti vennero di punto in bianco mandati via dai loro datori di lavoro su istigazione del clero. Per farvi capire come praticamente le cose non cambiarono affatto citerò alcune persecuzioni subite prima di quella data e altre dopo.

Nel 1926 a Raffadali (AG), Francesco Galvano (1869-1930), che era tornato dagli Stati Uniti nel dicembre del 1925 per annunciare il Vangelo a quelli del suo paese, fu perseguitato dalle autorità. Il defunto pastore ADI Vincenzo Federico (1911-1995) racconta: ‘Le riunioni di culto in casa Galvano incuriosirono i carabinieri della vicina caserma. Richiamato da loro, al fratello fu ingiunto di desistere dall’annunciare l’Evangelo e di tornare al cattolicesimo. Egli rispose affermando che gli conveniva ubbidire a Dio prima che agli uomini, perciò fu schiaffeggiato e, trattato come un delinquente, fu rinchiuso per qualche giorno in camera di sicurezza dove fu ulteriormente maltrattato. La moglie fu invitata a convincere il marito ad abbandonare la sua nuova fede ma ella, per quanto novizia, rispose semplicemente che suo marito era un uomo dabbene, che non faceva del male, ma che si adoperava per la salvezza delle anime perdute. Dopo di allora Galvano fu arrestato più volte per brevi periodi, anche insieme alla moglie o al fratello Sola, al quale raccomandò sempre di non far trapelare a sua moglie che nel carcere egli subiva certe sevizie fisiche. Sua moglie, puntualmente, andava in caserma per portargli u’ tanginu, ovvero lo scaldino, che era un contenitore per la brace, di rame, dalla forma arrotondata, sormontato da due lunghi e sottili manici tubolari d’ottone, incrociati in alto per appoggiarvi le mani e scaldarle; i carabinieri lo ritiravano ma non glielo fecero pervenire mai. Egli subì perquisizioni e conseguenti perdite di masserizie, senza che fossero mai trovati i colpevoli. I carabinieri si vollero accertare anche del fatto che egli non ricevesse nessuna remunerazione dall’America per questa sua opera di evangelista, e appurarono che egli teneva soltanto i suoi risparmi del passato e quelli che il figlio gli andava spedendo dall’America’ (Vincenzo Federico, ADI-Media, Roma 2006, pag. 48-49).

Nel 1929, a Vallelunga, Giovanni Sola (1885-1973), che era tornato dall’America nel 1919 per ordine di Dio che gli aveva detto ‘Devi andare in Italia’, e che aveva fino ad allora evangelizzato in diversi paesi siciliani, vedendo delle anime salvate dal Signore e battezzate con lo Spirito Santo, arrivato a Vallelunga (CL) per evangelizzare, fu arrestato dai carabinieri e portato in prigione, dove avvennero i seguenti fatti: ‘Verso l’una dopo mezzanotte, venne un carabiniere, aprì la porta della prigione, e mi condusse innanzi al maresciallo chiedendomi che cosa ero andato a fare a Vallelunga. Io risposi: ‘Son venuto a far visita ai miei fratelli evangelici …’ A tali parole il maresciallo incominciò a darmi pugni sulla bocca, da dove mi uscì del sangue, poi mi prese per i capelli, mi tirò forte per buttarmi a terra, ma siccome non cadevo i capelli si strapparono e gli rimasero nelle sue mani. Allora con più rabbia, mi diede un calcio nelle parti delicate del mio corpo, e mi diede tanti pugni per lo più nelle spalle, tanto che sino ad ora ne sento le conseguenze. Caddi a terra, e lui si mise con le ginocchia sopra i miei fianchi, a pestarmi, si fece prendere un nervo e incominciò a darmi con esso botte fino che io svenni e rimasi a terra, come morto. Non posso dire quanto tempo passò da quel momento perché rimasi a terra e non comprendendo nulla. Un carabiniere mi prese e mi alzò, ma non potendo stare in piedi, rimasi sopra le ginocchia. Allora il maresciallo si fece prendere una diecina di secchi di acqua e me li gettò addosso e schernendomi diceva: ‘Sei venuto per predicare, predica, predica’. Io risposi: ‘Non predico perché lei me lo comanda, ma predico perché è mio dovere farvi sapere che Gesù Cristo morì per i miei e vostri peccati e se voi vi pentirete Egli vi perdonerà…’. Terminato di buttarmi acqua addosso, un carabiniere mi prese e mi mise in piedi, e per il braccio mi accompagnò in camera di sicurezza dove trovai un tavolo ed una coperta, e così, inzuppato di acqua come ero, passai la notte un poco sopra il tavolo, un poco in piedi, confortandomi con le parole di Gesù dove dice: ‘L’hanno fatto a me, lo faranno anche a voi…’. Dopo ventiquattro ore di quando mi presero, mi lasciarono andare e così storpio come ero mi recai alla stazione, presi il treno ed andai a Caltanissetta, capoluogo di provincia’ (Giovanni Sola, La Mia Testimonianza, Ristampa, Vittoria, 1993, pag. 62-63).

Nel 1931, in provincia di Benevento, avvenne il primo arresto di un pentecostale, che fu condannato ad un mese di carcere e a 200 lire di ammenda. Poco dopo, in provincia di Bari, avvennero tre arresti tra pentecostali deferiti alla magistratura e due alla commissione per il confino. Ed altri interventi repressivi si ebbero per opera dei prefetti di Reggio Calabria (1931, ’32, ’33), Agrigento (1930, ’32, ’33), Caltanissetta (1930, ’32, ‘34), e Palermo (1932).

Vincenzo Federico racconta alcuni di questi interventi repressivi: ‘Nel 1932 due famiglie, convertitesi al Signore negli Stati Uniti d’America, tornarono a Cattolica Eraclea (AG), loro paese d’origine. Andai subito a visitarle insieme con due fratelli del consiglio di chiesa. Ci furono presentati diversi simpatizzanti dell’Evangelo, perciò, subito dopo il nostro arrivo, fu indetta una riunione evangelistica in famiglia. Vi parteciparono anche i familiari di un prete il quale, avendolo saputo, mi denunziò all’autorità giudiziaria con la motivazione che la riunione non era stata autorizzata dalla Pubblica Sicurezza. Inoltre egli organizzò una processione durante la quale il popolo fu spinto a gridare: ‘Fuori gli evangelici!’. Questo episodio mi procurò una condanna con la condizionale che fu annullata da una successiva amnistia. Le maggiori afflizioni, però, furono subite dai fedeli del luogo …. Anche a Riesi la Polizia sottoponeva gli evangelici ad indagini che diventavano sempre più moleste. I nostri avversari ormai venivano ad insultarci durante le riunioni cantando i loro inni davanti la porta del locale di culto’ (Vincenzo Federico, pag. 59-60).

Comunque, nonostante la persecuzione le chiese pentecostali moltiplicarono, infatti nel 1935 esistevano circa 150 comunità, sorte in massima parte per la testimonianza degli emigrati del Sud che rientravano ai loro paesi d’origine.

Ma tutto questo non fu che il preludio alla persecuzione su larga scala e sistematica perpetrata dal Governo di Mussolini contro i Pentecostali, in quanto nel 1935 venne emanata una circolare da parte del sottosegretario Guido Buffarini-Guidi, che vietava ai pentecostali di rendere il loro culto a Dio sia privatamente che pubblicamente. Ecco il testo di quella circolare che rimase in vigore fino al 1955: ‘‘Esistono in alcune province del regno semplici associazioni di fatto che, sotto la denominazione di pentecostali o pentecostieri o neumatici o tremolanti, attendono a pratiche di culto in riunioni generalmente presiedute da ‘anziani’. Il culto professato dalle anzidette associazioni, non riconosciute a norma dell’articolo 2 della legge 24 giugno 1929, n. 1159, non può ulteriormente essere ammesso nel regno, agli effetti dell’articolo 1 della citata legge, essendo risultato che esso estrinseca e concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza. Pertanto le Loro Eccellenze provvederanno subito per lo scioglimento, dovunque esistano, delle associazioni in parola, e per la chiusura dei relativi oratori e sale di riunione, disponendo conseguentemente anche per una opportuna vigilanza, allo scopo di evitare che ulteriori riunioni e manifestazioni di attività religiosa da parte degli adepti possano avere luogo in qualsiasi altro modo o forma. Si gradirà sollecita assicurazione dell’adempimento’.

Quella circolare fu emanata dal governo Mussolini sotto pressione della Chiesa Cattolica Romana, perché pochi anni prima, nel 1929, vi era stato il concordato tra la chiesa cattolica romana e lo Stato, mediante il quale avveniva la rappacificazione tra lo Stato Italiano e la Curia romana, e mediante il quale il governo Italiano si impegnava ad assecondare i desideri e gli scopi della chiesa romana. E tra questi desideri e scopi della chiesa romana vi era pure quello di impedire ai Protestanti di diffondere tra il popolo cattolico romano quelle che essa chiama le idee della Riforma avvenuta secoli addietro, ma che noi chiamiamo semplicemente la Buona novella della pace. A conferma che la chiesa cattolica romana fece pressione sul regime fascista affinché questo frenasse la propaganda pentecostale in questa nazione esibiamo le seguenti dichiarazioni contenute in un fascicolo a stampa, di distribuzione riservata, sul tema Il proselitismo dei protestanti in Italia che il Vaticano trasmise al governo italiano nel 1934: ‘Particolare segnalazione meritano i pentecostali o tremolanti. Nelle loro adunanze, gli adepti sono eccitati fino al parossismo, con grande pericolo soprattutto per le donne e i bambini. Per accertarsi basterà inviare un medico psichiatra a fare, senza preavviso e cautamente, un sopralluogo nella loro sede di via Adige 20, in Roma. Gli stessi protestanti non approvano il loro sistema (...). E’ bene tenere presente che la legge italiana ammette culti diversi dalla religione cattolica, ‘purché non professino principi e non seguano riti contrari all’ordine pubblico e al buon costume’. Quindi non si comprende come il culto pentecostale continui ad essere ammesso in Italia’ (Citato da Giorgio Rochat in Regime Fascista e Chiese evangeliche, Torino 1990, pag. 37), ed ancora: ‘Sua Eccellenza il capo del governo, nel gran discorso alla seconda assemblea quinquennale del regime del 18 Marzo ultimo scorso, ha dichiarato: ‘L’unità religiosa è una delle grandi forze di un popolo. Comprometterla e anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa nazione’. Questa categorica affermazione, che vuol essere un programma di condotta per tutte le autorità dello stato, resterebbe sterile se ad un delitto così grave e così autorevolmente qualificato non corrispondessero nella legislazione misure convenienti a prevenirlo e a reprimerlo. Per tutti gli altri delitti di lesa maestà, di leso regime, di lesa nazione, la legge italiana ha proporzionati rimedi’ (citato da Giorgio Rochat in op. cit., pag. 37). Dinanzi a queste chiare affermazioni contro i Pentecostali e queste richieste fatte dal Vaticano a Mussolini appare chiaro che la circolare Buffarini-Guidi, emanata l’anno seguente dal regime fascista contro i Pentecostali, non fu altro che la misura legislativa tanto desiderata da parte vaticana contro di loro al fine di punirli per il loro delitto. E qual’era il loro delitto? Compromettevano l’unità religiosa dello Stato italiano oltre che professavano riti contrari al buon costume!! La storia si è ripetuta; come nei secoli addietro molti re e principi per avere l’appoggio del papato favorirono il più possibile i disegni della chiesa romana tra cui anche quello di distruggere i credenti che erano usciti da essa, vale a dire quelli che essa chiama i Protestanti (non si deve mai dimenticare che la chiesa romana nel corso dei secoli in Europa si è usata dei governi degli Stati per perseguitare tanti fratelli), così il governo fascista incitato dalla chiesa cattolica si scagliò con veemenza contro i nostri fratelli. Ma esaminando da vicino questo modo di agire del governo fascista contro i nostri fratelli, si riscontrerà pure una forte somiglianza con il comportamento di Ponzio Pilato nei confronti di Gesù. Voglio dire con questo che Ponzio Pilato sentenziò che Gesù fosse flagellato e condannato per soddisfare il desiderio del popolo giudaico che era quello di togliere di mezzo Gesù infatti è scritto che Ponzio Pilato "sentenziò che fosse fatto quello che domandavano" (Luca 23:24), ed anche: "Pilato, volendo soddisfare la moltitudine, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, per esser crocifisso" (Marco 15:15). Ma come fu nel piano di Dio che Ponzio Pilato accondiscendesse a quello che il popolo dei Giudei gli domandò di fare contro Gesù, così era nel piano di Dio che le autorità fasciste accondiscendessero a quello che la chiesa romana chiese loro di fare contro i nostri fratelli. E come dalla morte di Cristo ne è derivato tanto bene, così pure dalla persecuzione dei santi è scaturito tanto bene, e questo perché Dio converte il male in bene. A Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen.

Ma veniamo alla persecuzione che la chiesa cattolica romana per mano dell’autorità fascista fomentò contro i nostri fratelli, per vedere quali furono le sofferenze che i credenti sopportarono per amore del Vangelo durante gli anni che seguirono la diramazione della circolare Buffarini-Guidi.

Ecco a tale proposito delle parole del fratello Roberto Bracco che mostrano quello che accadde in quegli anni: ‘Intere famiglie sono vissute smembrate per anni ed anni; decine e centinaia di fratelli si sono consumati nell’esilio o nelle prigioni. Posizioni sociali rovinate, salute distrutta, affetti calpestati; queste sono state le conseguenze della persecuzione (...) Diversi fratelli, forniti di bicicletta, si misero alla ricerca, nelle zone estremamente periferiche della città, di campagne deserte, cave, grotte, boschi che comunque avessero potuto accoglierci (...) Non posso nascondere che il disagio e la fatica erano notevoli. Ogni sera bisognava affrontare gli stessi pericoli e la medesima fatica e dopo le riunioni, se si riusciva a rientrare nelle nostre abitazioni, si doveva constatare che avevamo sorpassata notevolmente la mezzanotte (...) Anche in questi vari luoghi eravamo raggiunti sistematicamente dalle autorità esecutive ed arrestati e imprigionati’ (Roberto Bracco, Persecuzione in Italia. Ricordi e bozzetti, Roma 1954, pag. 22, 46, 47, 48).

Ricordiamo tra i tanti perseguitati e vessati a motivo del Vangelo, Ivo Nardi, originario di San Ginesio (MC) e poi trasferito a Roma, assegnato prima al confino di polizia e poi buttato in una cella, seppur malato, dove morirà cinque anni dopo all’età di 36 anni. Ci fu un particolare accanimento contro questo credente perché esercitava una instancabile opera di evangelizzazione che il clero locale detestava; gli venne contestato il reato di aver offeso il re ed Imperatore. Quirino Pizzini, pentecostale italo-americano, che vide la sua casa in via Foscolo più volte messa a soqquadro nel cuore della notte dagli squadristi; e lui stesso venne malmenato pubblicamente allorché si rifiutava di salutare il gagliardetto Fascista. A chi gli intimava di piegarsi, lui rispondeva con fermezza: “Adora Iddio tuo, e a lui solo rendi il culto”. A seguito delle reiterate percosse subite, questo fratello ebbe gravi conseguenze di salute. Ernesto di Biagio, arrestato mentre presiedeva un culto, scontò settantadue giorni di carcere e venne in seguito riportato al suo paese natale, Sonnino, incatenato come un malfattore e posto sopra un carro al fine di darne pubblico spettacolo.

Ascoltiamo ora quello che racconta Giovanni Ferri (1917-1991), che si convertì l’anno dopo la diramazione della circolare Buffarini-Guidi: ‘Nel 1936, quando le nostre chiese erano tutte chiuse a motivo della persecuzione fascista, ricevetti la testimonianza nella città di Roma. Alcuni fratelli mi parlarono del Signore Gesù, io avevo una buona filosofia, avevo un buon modo di difendermi, ma questi fratelli con la loro semplicità mi invitarono ad inginocchiarmi davanti al Signore: ‘Se tu credi in Cristo, cercalo in preghiera’ mi hanno detto. E io l’ho fatto, mi sono inginocchiato. Non vi scandalizzate, non sono andato in una chiesa, perché ho detto che le chiese erano chiuse, neanche in una casa, ma mi andai a inginocchiare sotto un ponticello. Avevo solo 19 anni, e cominciai a pregare il Signore. E dissi: ‘Signore, io sono un essere smarrito’, non avevo padre, ero un membro di famiglia di sette figli, avevamo anche una posizione sociale molto critica, ero afflitto. Uscito da questo istituto, veramente non sapevo dove mettere il capo, e così cominciai a cercare il Signore con tutto il mio cuore. E vi dico una cosa, allora c’era veramente l’amore in mezzo alla fratellanza. Non è che oggi non ce n’è, ma allora l’amore era maggiore. C’era un amore pratico, non un amore verbale, un amore pratico. Questi fratelli mi hanno accolto a casa loro, una famiglia anche povera, e così i due estremi si incontrarono, due poveri si incontrarono. Gloria al Signore. Questa famiglia mi continuò a parlare del Signore Gesù, e una sera mi invitarono loro a pregare. Mi mise un po’ di spavento nel primo momento, perché ho visto che hanno chiuso tutte le finestre, hanno smorzato la luce. Ho detto: ‘Ora che succederà stasera qui?’ Io non sapevo, io non conoscevo queste persone. Pensavo a qualche mazzata in testa, non avevo dimestichezza di questi fratelli, ero un po’ in sospetto e così stavo con un occhio chiuso e con un altro aperto. Gloria al nome del Signore. Mi guardavo attorno, ma poi quando ho visto una sorella che ha alzato una preghiera così toccante, ho detto: ‘Veramente ho ritrovato i santi antichi, i santi primitivi!’ E il mio cuore si cominciò a rasserenare, a stare tranquillo. Gloria al Signore. La preghiera fu fatta, io mi alzai assieme a loro, non potei dire più una parola. Ho continuato per una settimana, poi ho detto a questi fratelli: ‘Ma fratelli, ma siete voi soli qui a Roma salvati?’ ‘No fratello, siamo tanti. Ci sono centinaia di fratelli’. ‘Ma dove sono?’, dicevo io. ‘Andiamo in chiesa’. Ma quelli non mi volevano rivelare che c’era una persecuzione, che molti fratelli erano stati rimpatriati. Che molti altri stavano nel carcere, e che altri stavano al confino. Mi volevano celare questa cosa, avevano paura che io mi scandalizzassi. E un giorno ho detto: ‘Ma se voi non mi portate in chiesa, io non vengo più qua!’ ‘Ebbene, allora fratello, se sei disposto anche a non ritornare dal culto’, perché c’era questa probabilità di andare e di non tornare perché le guardie ci pedinavano, lì bastava muoversi che già c’era dietro di noi una squadra diciamo della polizia che ci sorvegliava. ‘Comunque - io dissi - qualunque cosa avverrà, io sono disposto. Anzi, dissi io, io ringrazio il Signore che ho trovato i continuatori della prima chiesa. Gloria al Signore. ‘Se voi siete la chiesa perseguitata, vuol dire che voi siete i veri Cristiani!’ Allora si convinsero questi fratelli, si convinsero. ‘Beh, portiamolo, questo ha fede!’. Erano otto giorni, dieci giorni che io avevo creduto, non ero un uomo che aveva fatto l’ossatura. Ma sentivo dentro di me un immane bisogno di verità, gloria al Signore. E così mi portarono a questo culto. Sapete dove? All’aperto, neanche una tenda, un prato all’aperto, era di autunno. Il cielo era pieno di stelle, però era oscuro lo stesso, e ho visto un accampamento di santi, di sorelle e di fratelli; fui commosso, caddi sulle mie ginocchia e cominciai a implorare il Signore. ‘Ho ritrovato i santi’ ho detto, ‘Ho ritrovato la Chiesa, gloria a Dio!’, dicevo. E cominciai a piangere, a piangere sulle mie ginocchia. Ora non si piange più. Gloria al Signore! Ora si va in Chiesa, si ascoltano i sermoni, ahhh! ma dov’è qualcuno che piange?’ Io piansi. Questi fratelli non comprendevano il mio pianto: ‘Ma perché piangi?’ ‘Perché io ho ritrovato la Chiesa, ho ritrovato il Signore!’ E si cantava sommessamente. Certo non erano gli squilli di questi strumenti, queste voci sonori, a bassavoce, voce sommessa, dolce; ma Dio ascoltava, Dio era lì nel mezzo di noi, dolcemente nel mezzo di noi. Poi cominciarono le testimonianze, le sorelle che testimoniavano del Signore Gesù. Mi trovai per un momento in un lembo di paradiso terrestre. Gloria al Signore! Ma quella riunione fu funestata, perché mentre eravamo in quella dolce e meravigliosa atmosfera ecco che da lontano apparvero delle ombre. Sapete chi erano? Erano i poliziotti. Si avvicinarono mano a mano, poi ci dissero: ‘Tutti in piedi!’ Eravamo tutti seduti sul prato. ‘Tutti in piedi, alzate le mani!’ Era la prima volta che io mi trovavo di fronte alle autorità, e la prima volta che fui arrestato. E siccome, sapete, ero un giovanotto, un po’ diciamo come tutti gli altri, mondano, avevo tutta una chioma a modo mio anche un po’ diciamo disordinata, e subito il brigadiere che faceva l’operazione mi riconobbe dicendomi: ‘Lei certamente è un novello!’ Ho detto: ‘Io brigadiere, sono un arruolato volontario e nessuno mi ha portato qui ma il Signore!’ Alleluia! Allora non si scherzava fratelli e sorelle; chi sa adesso, se, muta caso dico, venisse qualche guardia per arrestarci, quanti ne rimarrebbero seduti e che fuggi fuggi dovremmo assistere. Ma gloria al Signore, lì eravamo in una calma perfetta. E io stesso in una calma perfetta. E quando il brigadiere mi ha preso e mi ha portato nella caserma, gloria al Signore, mi sono sentito felice, felice perché cominciavo un pò a pensare alla storia. Io conoscevo la storia della Chiesa antica, le persecuzioni antiche, conoscevo il martirio dei santi, conoscevo la storia del Colosseo. E io dissi: ‘Signore, ti ringrazio che incomincio la mia fede con la sofferenza!’ Gloria al nome santo del Signore! Ora, cari fratelli e care sorelle, certamente la testimonianza sarebbe molto lunga, io l’abbrevio. Ma voglio dirvi, che da principio c’era una fede vera, una fede ardente, e il brigadiere, anzi poi il commissario mi disse: ‘Senta caro Ferri, alla prossima volta che ti prenderemo, ti metteremo in galera e poi ti rimpatrieremo. Quindi ti esortiamo di non farti più vedere in mezzo a questa gente’. E io non andai più, ma non è che non andai più perché avevo avuto paura; perché non sapevo il luogo di radunamento e quei fratelli che mi avevano portato quasi si erano pentiti, si sentivano veramente addolorati, dicevano: ‘Quel giovane si è scandalizzato, si è impaurito!’ Ma dopo otto giorni mi videro riapparire all’orizzonte! Gloria al Signore! ‘Fratello Giovanni, non ti sei spaventato?’ ‘No - ho detto - io sono qua per continuare a camminare con il Signore!’ Amen? ‘Per continuare a camminare con il Signore’. Passarono un'altra ventina di giorni, ed eravamo radunati in una cava di puzzulana, nascosti in una cava di puzzulana in campagna e mentre eravamo lì per lodare il Signore, ecco di nuovo le guardie. Questa volta mi arrestano, mi portano in galera. Gloria al nome del Signore! Avevo solo diciannove anni, ma ero pieno di fede e di ardore per il Signore Gesù. Avevo chiesto il battesimo, ma mi dicevano i fratelli: ‘Sei troppo giovane! Con un mese di fede non ti possiamo battezzare. Devi ancora maturare!’ Ma quando hanno visto che dopo l’arresto io sono rimasto fedele al Signore, mi hanno messo in libertà per tre giorni e mi hanno dato il foglio di via ero obbligato a rimpatriare – ebbene prima di rimpatriare ho fatto il battesimo in acqua, in una vasca, in una casa privata. E quando mi sono battezzato i fratelli non comprendevano, sono caduto per terra, ho bagnato il pavimento con le mie lacrime, segno di riconoscenza al mio Salvatore. Alleluia! Mi sentivo scaricare del peso opprimente della colpa, tutto quel malloppo oppressivo fu tolto in un istante dalla potenza dell’amore di Dio. I fratelli parevano che mi volessero consolare, ma se c’era uno che era consolato lì era Giovanni Ferri! Gloria al Signore! Oggi, vorrei vedere questi fatti, queste ripetizioni, queste conversioni in questa maniera. Gloria al Signore! Fui rimpatriato al mio paese. Figuratevi il nemico, Satana, si scatenò come una tempesta, come una bufera. Mia madre mi cacciò fuori, ero di un piccolo paese quindi la mia testimonianza corse da tutte le parti. Il prete prese iniziativa con una campagna veramente scandalistica nei miei confronti, e mi fece guardare male da tutto il popolo. Non sapevo dove andare, mia madre mi ha cacciato fuori, parenti non ne avevo, fratelli non c’erano, allora il mio rifugio era soltanto la preghiera. Mi confidavo nel Signore e un giorno mi trovai dietro una siepe con le mani alzate pregavo Dio e mentre accadeva questo una donna del paese, una delle donne più cattive del paese, vedendomi pregare corse al paese: ‘Sentite! Ho visto Giovanni alle prese con il diavolo, con le mani alzate, stava lì, prete del diavolo!’ Senza sapere che io ero sotto la benedizione di Dio. Mi potevo vergognare, ed era veramente da vergognarsi e mia madre ancora di più si scandalizzava e diceva: ‘Ecco un pazzo! Mio figlio è impazzito! Mio figlio l’ho perduto!’ E anche delle zie che mi venivano a trovare e mi dicevano: ‘Ma Giovanni che ti hanno dato? Forse qualche bevanda? Forse qualche tazza di caffè? Forse qualche tazza di tè? Ma che ti hanno dato?’ Oh, se potessi dare tazze di caffè – ho detto - se potessi dare tazze di qualsiasi liquido, quante tazze darei per guadagnare le anime al Signore! Alleluia! E allora volevano sentire qualche cosa da me, e io, sapete, non sapevo parlare non è che io ero stato educato, ammaestrato, sapevo solo qualche parola sul Signore Gesù ma avevo in me l’arma della preghiera. E così io li invitavo a pregare: ‘Inginocchiatevi con me!’ Ma figuratevi! Gloria al Signore! Stavano come stavo io, con un occhio chiuso e con un occhio aperto, con un ginocchio a terra e con un ginocchio sollevato e mi guardavano come una bestia rara! Gloria al Signore! Intanto io parlavo e rendevo testimonianza. Sapete che hanno detto? ‘Ma questo non è pazzo, parla bene, commuove, parla bene, non è pazzo!’ Almeno capirono che non ero pazzo. Gloria al nome del Signore! Successivamente tornai a Roma, e lì fui di nuovo arrestato, questa volta fui portato in carcere, un paio di mesi di galera e poi mi hanno inflitto due anni di sorveglianza. Gloria al Signore. Rimpatriato al mio paese, non potevo uscire fuori dal mio paese, non potevo testimoniare più a nessuno, non potevo uscire dal Comune, dovevo rientrare prima dell’Ave Maria la sera e non potevo uscire prima dell’alba. Quindi ero come in una carcerazione un po’ diciamo allargata. Ma vi dico una cosa fratelli e sorelle, che non tenni conto di tutto questo perché io parlavo del Signore a tutti quanti, e chiunque mi capitava io parlavo del Signore. E una mattina il brigadiere con il carabiniere venne a bussare alla mia porta per vedere se stavo dentro, io mi sono alzato e mi sono presentato. E mi ha detto il brigadiere: ‘Ma è vero Ferri che tu non fai conto della legge e che vai dove ti pare?’ Ho detto: ‘Brigadiere, se lei pensa questo mi può anche sorvegliare!’ Ma io ottenni subito di parlar a lui del Signore. E cominciai a parlare della mia fede, della mia salvezza. Allora disse il brigadiere al carabiniere: ‘Figuratevi! Questo parla a noi, alla gente come fa a non parlare alla gente?’. Gloria al nome del Signore! E’ tempo anche oggi di svegliarsi e di parlare del Signore. Ci sono tante cose che sono successe nella vita, le varie volte che sono andato a finire in carcere, ma anche nelle carceri il Signore mi ha usato per la sua gloria e per la testimonianza del Vangelo. ….…. Giovani della tenda, vi ho raccontato quel particolare, quando in un torpedone ci portavano a Regina Cieli in carcere, noi tutti dentro cantavamo: ‘Per questa strada si giunge al cielo, salvati siamo non più timore, per questa strada si giunge al cielo’ Allora disse lì una delle guardie: ‘Ma per questa strada, voi vi sbagliate, si va a Regina Cieli, si va alle carceri!’ Gloria al nome del Signore! Era vero che si andava alle carceri, ma le carceri non era la tappa finale. Amen. Così noi vogliamo andare di valore in valore fino a tanto che non siamo arrivati in Sion, luogo di compiuta bellezza. Amen. ….. Un giorno mentre mi portavano con le catene ai polsi, alle carceri, un maresciallo mi disse: ‘Se lei non la smette sarà rovinato nella sua vita, lei è giovane e sta rovinando la sua carriera, fra poco lei andrà a finire a Gaeta, a fare le carceri in Gaeta!’ Allora io mi ricordo sempre, nelle nostre case in Italia c’erano tutti versi che erano versi del fascismo e c’è una parola molto profonda e importante e questa parola era: ‘Se qualcuno professa la sua fede e non è pronto di morire per essa, non è degno di professarla!’ Gloria al Signore. Così dissi al maresciallo queste parole: ‘Se una fede politica richiede sacrificio e anche la prontezza di morire, quanto più la mia fede che è la fede che è stata una volta insegnata ai santi, è la fede di Cristo, è la fede potente della Chiesa’ (Testimonianza trascritta da un’audiocassetta).

Un'altra testimonianza è quella di Castrenze Cascio, che nel suo libro Camminare e Spigolare, racconta la persecuzione subita a partire dal 1936 a Corleone: ‘Verso la fine del 1936 scattò la persecuzione. Le autorità ecclesiastiche approfittando delle leggi fasciste, fecero pressioni sulle autorità militari di Corleone affinché agli evangelici non venisse permessa la radunanza per pregare insieme. Gli evangelici venivano spiati e pedinati. Il fratello Piranio ricevette un mandato di comparizione. Quando giunse al Commissariato l’inquirente gli fece una sfuriata; lo definì sobillatore, delinquente e sovversivo. Ma lui sapeva che quello che stava affermando non era vero. L’inquisito ascoltò in silenzio a lungo. Poi essendogli consentito di difendersi gli parlò della dottrina dell’amore, della pace, del perdono e della santità del Signore. Al che l’inquirente rispose: ‘Lo so, lo so. Vi conosco’. Replicò il fratello Piranio: ‘Se ci conosce e se sa, perché ci tratta in questo modo?’. – ‘I preti, i preti …’, rispose l’inquirente. Così il fratello Piranio fu rilasciato ed esortato a non radunarsi. Ma nessuno poteva fermare lo zelo e l’amore che c’era in quelle persone salvate dal Signore e piene dello Spirito Santo. Continuarono a radunarsi ma presto il fratello Piranio fu chiamato di nuovo. Il commissario chiese l’elenco di tutti i membri. Gli fu permesso di radunarsi l’ultima volta pubblicamente per fare l’elenco di tutti i membri di chiesa. Alcuni per paura di andare a finire in galera non vollero essere iscritti nell’elenco, mentre gli altri si dichiararono pronti a tutto per amore del Signore. Quando il fratello Piranio andò a consegnare l’elenco dei membri della comunità, il commissario se lo prese e con autorità gli disse: ‘Non posso più tollerarvi. Se gli agenti vi trovano radunati saremo costretti ad imprigionarvi. Da questo momento siete diffidato. I preti hanno fatto diversi reclami, accusandomi di esser stato indulgente e permissivo nei vostri confronti. Per causa vostra non voglio rischiare di essere trasferito. Andate e badate a quello che fate!’. Il fratello Piranio davanti a quelle severe ingiunzioni andò a trovare i fratelli, che lo stavano aspettando radunati e li informò di tutto quello che gli era stato detto. Il padrone della casa ove si facevano i culti, in via Bottonaro, per paura di essere arrestato, disse: ‘Non voglio più che da oggi in poi il culto si faccia a casa mia’. Vi fu un momento di smarrimento: tanti ebbero paura! Ma il fratello Piranio disse: ‘Il culto da oggi in poi si farà a casa mia. Chi verrà sarà benvenuto’. Così le riunioni di culto si cominciarono a tenere in casa del fratello Piranio in via Sferlazzo, n° 29. La prima riunione di culto fu disertata da diversi credenti. Ma quei pochi che erano presenti cominciarono a cantare, a lodare Iddio e a predicare. Tanti vicini udendoli, accorsero per vedere e sentire quello che dicevano. La moglie del fratello Piranio, pur non essendo convertita, invitava persone ad andare al culto. Si faceva culto ogni sera. Tanti chiedevano: ‘Quando si farà di nuovo? Fatecelo sapere, vogliamo venire!’. Il Signore operò un risveglio in quel quartiere. Tanti credenti che per paura non avevano frequentato più i culti, ritornarono piangendo al Signore. La comunità riprendeva quota. I deboli presero coraggio e tante altre anime nuove arrivavano ai piedi del Signore’ (Castrenze Cascio, Camminare e Spigolare, Corleone 2000, pag. 13-14).

Vincenzo Federico racconta le seguenti cose a proposito delle persecuzioni nella zona della Sicilia dove lui risiedeva: ‘Una volta chiusi ufficialmente tutti i luoghi di culto, la nostra attività spirituale clandestina si rafforzò e continuò a svolgersi piuttosto regolarmente fino al 1938. Nei nostri piccoli centri agricoli ci riunivamo in stalle, in pagliai o altri ambienti privati, dove il Signore continuava a chiamare le anime a ravvedimento. Durante quel periodo, nelle due chiese di Raffadali e di Santa Elisabetta, si tennero ben due servizi di battesimi in campagne remote. Grazie al Signore, la Sua opera cresceva sempre, anche in mezzo ‘alle spine ed ai rovi’. Tuttavia, nella nostra zona la persecuzione non era molto grave, perché le autorità locali ci tenevano in grande stima come persone oneste, laboriose e pacifiche. Contro di noi si muovevano, invece, i commissari di P.S. della provincia, dietro insinuazione del clero’ (Vincenzo Federico, pag. 68-69).

Nonostante la persecuzione però i Pentecostali aumentarono di numero. Il Signore continuò a manifestare la sua benignità e potenza, salvando, battezzando con lo Spirito Santo, guarendo, e dando anche visioni e rivelazioni.

Nel 1935 e nel 1945 ci furono rispettivamente la prima e la seconda scissione nella Chiesa di Roma. In quest’ultima, fu coinvolto Roberto Bracco, che separatosi con altri credenti dall’ala storica della Chiesa Pentecostale di Roma (quella che oggi è comunemente chiamata degli Zaccardiani), diventò pastore di un’altra Chiesa.

 

 

I due Convegni di Raffadali

 

Nel 1944, mentre il Sud era sotto il controllo delle truppe alleate e il Nord era ancora sotto l’occupazione nazifascista, a Raffadali (Agrigento) si tenne il 3 Convegno dal 25 al 27 agosto. Anche se gli intervenuti erano solo quelli della regione Sicilia, il Convegno fu considerato a carattere nazionale, a motivo dell’importanza delle decisioni prese. Innanzi tutto fu affermato che bisogna obbedire all’autorità della Parola di Dio, perché per essa sola vi è vita, e attenersi particolarmente a quanto stabilito dagli apostoli ed anziani in Gerusalemme (Atti del 3° Convegno, paragrafo I); poi fu dichiarato che di qualunque natura siano le divisioni esse sono opera della carne (paragrafo II); poi fu detto che nella elezione degli anziani si deve procedere secondo l’insegnamento apostolico contenuto in 1 Timoteo 3 e nel capitolo 1 di Tito, ma nel caso manchi l’elemento secondo la Scrittura, può assumere le funzioni di anziano uno dei fratelli più spirituali in attesa che in risposta alle preghiere dei credenti il Signore unga un fratello per tale ufficio, e al quale saranno imposte le mani dal collegio degli anziani (paragrafo III); anche per quanto riguarda la costituzione dei diaconi fu affermato che deve essere effettuato secondo l’insegnamento biblico, ma questo nelle chiese numerose (paragrafo IV); fu istituita un offerta missionaria ‘da servire per missione, stampati, apertura di locali, e arredamento dei medesimi, ecc.’, che ogni Chiesa doveva versare a fine dell’anno agrario, e fu detto che le somme raccolte sarebbero state spese con il parere della maggioranza degli anziani (paragrafo V); fu affermato che coloro che provenivano da altre Chiese evangeliche, se erano già stati battezzati in acqua, non avevano bisogno di essere ribattezzati per entrare a far parte delle Chiese Pentecostali (paragrafo VI); fu deciso che quando una causa di disturbo non si può risolvere nella chiesa stessa, questa dovrà rivolgersi agli anziani delle Chiese più vicine (paragrafo VII); fu affermato che per il migliore adunamento dei fedeli si esortavano i fratelli anziani e quindi le chiese, affinché a riguardo del parlare in lingue si attenessero all’insegnamento dell’apostolo Paolo (paragrafo VIII); fu ribadito che gli anziani devono essere rispettati dai membri di chiesa (paragrafo IX); fu poi ricordato che i fratelli che visitano le chiese devono essere muniti tutte le volte di un biglietto a firma dell’anziano, e nel quale deve essere specificato il motivo della visita (paragrafo X); fu proclamato che si devono ‘esortare i fedeli ad essere alieni da qualsiasi forma di politica’ (paragrafo XI); e poi fu deciso di assolvere il fratello S. G. dalle accuse mossegli in quanto erano di poca entità e non contrarie alla sana dottrina, come anche fu assolto il fratello D.R.C. dalle accuse mossegli perché ritenute infondate, e di riammettere nella Chiesa i fratelli C. D. e G.G. i quali avevano fatto confessione dei loro errori, a condizione che non dovevano parlare di dottrina (paragrafo XII).

Qualche mese prima che si tenesse quel Convegno, un fratello di Roma di nome Fidardo De Simoni (1898-1944) era morto trucidato alle fosse Ardeatine assieme ad altri 334 ostaggi uccisi per rappresaglia, mentre un altro fratello di Torino di nome Antonio Brunetti (1887-1944) era morto nel campo di sterminio di Mauthausen.

Nel 1945, quando ormai si era compiuta la riunificazione del territorio nazionale, fu tenuto il 4° Convegno Nazionale, sempre a Raffadali, dal 30 Agosto al 2 Settembre, durante il quale fu deciso di riprendere i rapporti fraterni con le chiese italiane all’estero, in particolare quelle del Nord America. Umberto Gorietti venne incaricato dal Convegno a rappresentare il Movimento d’Italia, che prese il nome di ‘Chiese Cristiane Evangeliche Pentecostali’. I partecipanti al Convegno vennero a sapere che negli Stati Uniti c’era un’associazione di chiese evangeliche pentecostali chiamata ‘Assemblies of God’, che si era venuta a creare nel 1914, che aveva ottenuto il riconoscimento giuridico dal Governo americano. E così si presero dei contatti con le Assemblies of God, anche tramite un cappellano militare delle ‘Assemblies of God’. E’ interessante notare anche che in quel convegno si decise di non affrontare il tema del divorzio, quantunque ci fossero delle dispute a tale riguardo, in quanto in Italia il divorzio non era accettato dalla legislazione dello Stato: ‘… Eventuali ragionamenti si potranno tenere in sede di convegno in un domani che, modificata la Costituzione nazionale, si ritenesse necessario, sperando anche che una maggiore maturità spirituale apporti la generale e spontanea unità d’intendimento. E perciò riteniamo opportuno esortare che cessino le ostilità tra le parti controversanti ispirandosi piuttosto alla unità ed all’amore nel Figliuol di Dio’ (Atti del 4° Convegno, paragrafo VI). Fu ribadito che coloro che si macchiavano di fornicazione o adulterio ‘verranno espulsi dalle adunanze secondo l’insegnamento della Scrittura’ (paragrafo VII). Fu anche deplorata la mancata partecipazione di alcune chiese che, pur essendo state invitate al Convegno, non avevano inviato la loro adesione né per lettera né per tramite di un qualche rappresentante (paragrafo IV). Inoltre fu posto all’ordine del giorno ‘l’organizzazione’, ma la proposta fu respinta. Roberto Bracco, ricordando quel convegno, dice: ‘… nel convegno del 1945 che poteva essere considerato nazionale, per la prima volta fu posto all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione, la proposta veniva da quella che era allora l’unica chiesa di Palermo, ma a questa proposta la reazione immediata fu tanto massiccia da indurre i proponenti a ritirarla senza che fosse messa in discussione. I fratelli giunti dal continente furono fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto e a convegno concluso i più soddisfatti di avere contribuito con la loro partecipazione a scongiurare il pericolo’ (Roberto Bracco, La verità vi farà liberi, pag. 19-20)

 

 

Nasce l’organizzazione ADI

 

Nel 1946 si tenne il 5° Convegno Nazionale a Roma, a cui partecipò anche una delegazione estera, costituita da Nicola di Gregorio, uno dei più stretti collaboratori di Luigi Francescon nella Congregazione Cristiana di Chicago, e quindi contrario all’organizzazione, Hermann Parli che rappresentava le chiese svizzere ed europee, ed Henry Ness, uno dei più noti esponenti delle Assemblies of God americane, che era pastore di una grande chiesa. Fu presentata di nuovo la proposta che era stata rigettata nel precedente, ma questa volta fu presentata da coloro che l’avevano respinta al precedente convegno. La linea che prevalse fu quella di Ness, che era assertore convinto dell’organizzazione. Fu presa dunque la decisione di costituire una organizzazione al fine di ottenere la ‘libertà di culto e d’evangelizzazione’, in quanto il Governo di allora aveva dichiarato ufficialmente che non sarebbe stata concessa alcuna libertà religiosa al Movimento se questo non si fosse regolarmente e giuridicamente organizzato. Come dice Roberto Bracco: ‘.. si pensava che questo fine si sarebbe raggiunto meglio e più presto presentando alle autorità un corpo coordinato oltre che collegato in tutte le sue parti’ (Roberto Bracco, La verità vi farà liberi, pag. 21). Si adempirono così le parole di uno dei più grandi avversari della linea di Francescon, che un giorno aveva detto a Roberto Bracco: ‘Nel prossimo Convegno venga Francescon o S. Francesco, noi faremo quello che siamo intenzionati di fare cioè ci organizzeremo legalmente’ (Roberto Bracco, op.cit., pag. 11-12). Fu dunque costituito un triplice Comitato chiamato ‘Comitato Missionario, Ricostruzione e Fondo di Pietà’, che esplicava il proprio compito amministrativo nella giurisdizione di cui ad ognuno dei Comitati, e cioè: Sicilia, Italia Centro-Meridionale e Italia Settentrionale. E fu costituito anche il Comitato Centrale, formato da 5 membri, che doveva eleggere nel suo seno un presidente che rappresentasse l’opera d’Italia di fronte al Governo (Atti del 5° Convegno Nazionale, paragrafo III). E per tranquillizzare tutti fu detto che ‘questi Comitati lasciano l’opera del Signore nella libertà dello Spirito, perché le funzioni da essi esercitate sono unicamente di carattere amministrativo ed i membri di essi non godono nessun privilegio nei confronti delle chiese e dei fedeli’ (paragrafo III).

Va fatto notare però che diverse Chiese Pentecostali rifiutarono di partecipare a quel Convegno avendo già constatato che la direzione verso la quale erano volte la maggioranza delle Chiese era quella di costituire una organizzazione, e per questa loro mancata partecipazione i partecipanti a quel Convegno si dolsero parecchio. Ecco infatti quello che scrissero: ‘Ancora una volta abbiamo dovuto deplorare, con dolore cristiano, il mancato intervento di diverse adunanze regolarmente invitate. Purtroppo ciò è stato determinato da uno spirito di contesa e di divisione che si fonda su pregiudizi e prevenzioni di molti i quali, sono stati contumaci accusatori del presente convegno. Nel mentre diamo ampia assicurazione di aver mandato, senza discriminazione, la circolare di invito agli anziani di tutte le chiese d’Italia, precisiamo che la chiesa di Roma, presieduta dal fratello Antonio Serlenga, oltre che con la regolare circolare, è stata invitata ad intervenire a mezzo di una visita dei fratelli Rosario di Palermo della chiesa di Corleone (Palermo) e Nicolò di Gregorio della chiesa di Chicago (U.S.A.). L’ostinata determinazione di non partecipare al convegno, non giustificabile con l’insegnamento delle Scritture, ci ha mostrato una volta di più il preciso proposito dei conduttori di questa chiesa di compiere opera disgregatrice e scismatica nelle chiese d’Italia. Esortiamo nel Nome del Signore, unitamente alle fratellanze straniere rappresentate in questo convegno, ad opporre resistenza agli insegnamenti contrari alla pacificazione che, procedendo dai conduttori di detta chiesa, continuano ad apportare disturbi in ogni località…’ (paragrafo I).

In quel Convegno fu fondato il periodico Risveglio Pentecostale, che divenne l’organo ufficiale delle ‘Chiese Cristiane Evangeliche Pentecostali’, la cui redazione e direzione furono affidate rispettivamente a Umberto Gorietti e Roberto Bracco. I primi due numeri uscirono per la generosa offerta dei fratelli di Zurigo e Winterthur (Svizzera), mentre la pubblicazione degli altri numeri doveva essere fatta con i mezzi della fratellanza italiana ‘che potranno essere facilmente realizzabili mediante il tempestivo pagamento dei numeri che vengono inviati’ (paragrafo IV).

Nel maggio del 1947, Umberto Gorietti, in qualità di rappresentante del Movimento Italiano, partecipò alla prima Conferenza Pentecostale Mondiale tenutasi a Zurigo, in Svizzera, durante la quale sollecitò ed ottenne che i delegati dei Movimenti di tutto il mondo inviassero al Governo Italiano una petizione con la quale richiedevano il rispetto delle libertà di culto per le chiese pentecostali italiane.

Nel 1947 si tenne il 6° Convegno Nazionale a Napoli, dal 16 al 18 Agosto, che fu una pietra miliare per la costituzione dell’organizzazione ‘Assemblee di Dio in Italia’, infatti dato che per il riconoscimento giuridico delle Chiese Pentecostali in Italia era necessario un documento da qualche associazione consorella all’estero, preferibilmente americana, che fosse riconosciuta giuridicamente nella sua nazione, documento che garantisse i fini e la serietà delle chiese italiane, fu accettata la certificazione offerta dalle Assemblies of God degli Stati Uniti. Ecco quanto fu deliberato: ‘1. ‘Le Assemblee Pentecostali Italiane, riconosciuta l’urgente necessità di regolarizzare la propria posizione giuridica, e constatato che l’unico mezzo attualmente a disposizione del Movimento è quello dell’affiliazione a fratellanze straniere, accettano l’affiliazione cristianamente offerta dalle Assemblee di Dio degli Stati Uniti; 2. Un apposito statuto regolerà i rapporti tra le due organizzazioni ed assicurerà la più ampia indipendenza all’opera d’Italia; 3. Il Movimento resta, come nel passato, in comunione fraterna con tutti quei movimenti che perseguono la stessa mèta’ (paragrafo I). ‘L’Opera Pentecostale Italiana, in conseguenza di quanto sopra assume il nome di ‘Assemblee di Dio in Italia’ (Atti del 6° Convegno, paragrafo II).

In quel Convegno furono istituiti dei ‘Comitati di Zona’ in sostituzione del triplice Comitato Missionario Ricostruzione ed Assistenza eletto nel Convegno precedente. E il Comitato Centrale fu sostituito con il Comitato Esecutivo, composto da un Presidente, un Segretario, un Tesoriere e da due Consiglieri. Le mansioni di questo Comitato erano le seguenti: ‘1. Rappresentare le Assemblee davanti al governo; 2. Portare a termine la pratica di affiliazione e stabilire l’apposito statuto 3. In casi particolari indire le riunioni dei Comitati di Zona; 4. Convocare il Convegno Nazionale annuale, lasciando a qualunque chiesa la libertà di ospitarlo; 5. intervenire come arbitro nelle questioni locali, dove non sia riuscito il Comitato di zona (paragrafo IV). E affinché sia il Comitato esecutivo che i Comitati di Zona potessero svolgere un lavoro veramente fruttuoso, i conduttori si impegnarono a contribuire al fondo dei Comitati con una colletta semestrale (paragrafo V – nel Convegno del 1949, in merito a questa colletta, le Chiese saranno esortate a contribuire ‘con larghezza maggiore alle spese dei Comitati’ [paragrafo III] e in quello del 1955 ‘ravvisata la necessità di incrementare sensibilmente ed urgentemente le entrate finanziarie, al fin soprattutto di adempiere, sviluppare i programmi missionari ed ecclesiastici dell’Opera’ fu stabilito ‘ di indire delle offerte mensili nelle chiese in sostituzione delle precedenti offerte semestrali’ [paragrafo VII]); fu inoltre consigliato ai conduttori di chiesa, tra le altre cose, ‘di destinare una delle collette settimanali ad un fondo speciale per la futura erezione del proprio locale di culto’ (paragrafo VI).

Il Comitato Esecutivo (il cui nome dal 1949 sarà sostituito con quello di ‘Consiglio Generale delle Chiese’) dunque si mise all’opera per formulare la pratica di riconoscimento giuridico e per compilare lo Statuto, cose che sembravano molto facili da fare, ma risultarono alquanto complesse, infatti Roberto Bracco, che fu uno degli estensori della prima bozza dello Statuto delle ADI (ma che dopo molti anni comprese il danno che esso aveva procurato alla fratellanza), dice: ‘… giunge la richiesta concessione di affiliazione con l’organizzatissima Ass. of. God degli Stati Uniti e con questa l’inizio di una pratica di riconoscimento. Un inizio forse malato d’ingenuità; sembrava che tutto potesse essere eseguito con estrema semplicità, assolvendo ad alcuni atti ‘puramente formali’ e al solo fine di ottenere libertà per esercitare il servizio del Signore. Anche la compilazione di uno ‘statuto’ appariva come una cosa affatto impegnativa ed infatti la stesura di questo fu affidata ad un fratello designato in sede di convegno. Ma già dai primi contatti con il Ministero apparve chiaro che la pratica implicava impegni e responsabilità maggiori di quelli del nostro preventivo semplicistico. La pratica doveva essere affidata ad un legale e doveva essere questo a compilare uno statuto. Non fu difficile trovare il legale perché indicato e consigliato dallo stesso funzionario del Ministero, ma fu anche facile constatare che questo legale per avviare la pratica doveva servirsi della stazione di partenza e dei binari delle organizzazioni già esistenti, cioè quelle delle denominazioni protestanti. Quindi lo ‘statuto’ preparato dal legale s’ispirava e ricopiava in parte gli statuti delle diverse denominazioni dalle quali molti credenti pentecostali erano usciti’ (Roberto Bracco, La verità vi farà liberi, pag. 22-23).

Queste parole di Bracco mi confermano perché Paolo ci esorta a non metterci con gli infedeli, perché ci metteremmo sotto un giogo che non è per noi. E difatti le ADI che chiesero allo Stato il riconoscimento giuridico per essere legalmente liberi, si trovarono subito in una situazione di svantaggio, perché dovevano fare come voleva lo Stato e non come volevano loro, e lo Stato ovviamente non era tenuto ad ubbidire ai principi biblici sull’organizzazione della chiesa. E quindi le ADI dovettero scendere a compromessi per poter soddisfare le richieste dello Stato ed ottenere la tanto desiderata libertà legale, che, come dice Bracco, ‘probabilmente avremmo avuto senza far domande’ (Ibid., pag. 25).

Lo Statuto fu approvato all’unanimità dal 7° Convegno Nazionale, che si tenne a Catania dal 27 al 29 Agosto 1948, e quindi il 12 Ottobre presentarono al Ministero dell’Interno la formale richiesta di riconoscimento giuridico dell’associazione come Ente di culto.

 

 

In cosa consiste il riconoscimento giuridico e quali sono le modalità per ottenerlo

 

Il riconoscimento giuridico comporta i seguenti effetti:

● autonomia patrimoniale dell’associazione, con la conseguenza che gli amministratori avranno responsabilità limitata (laddove invece nelle associazioni non riconosciute gli stessi rispondono personalmente e solidalmente delle obbligazioni contratte)  

● possibilità di acquisire beni immobili a titolo gratuito, accettare donazioni ed eredità, conseguire legati (possibilità esclusa per le associazioni non riconosciute)

● possibilità di fruire di agevolazioni fiscali.

 

Il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica degli enti di culto diversi dal cattolico è regolato dalla legge n. 1159 del 24 giugno 1929 e dal R.D. n. 289 del 28 febbraio 1930. L’art. 2 (come risultante dalle modifiche dell’ordinamento statale) prevede che detti enti conseguano il riconoscimento con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno, uditi il Consiglio di Stato e il Consiglio dei Ministri. La richiesta la può fare il legale rappresentante dell’Ente.

Praticamente egli deve presentare domanda in bollo, datata e sottoscritta dal legale rappresentante, che deve essere inviata alla Prefettura nella cui provincia ha sede l’Ente e deve indicare: a. denominazione e sede; b. indicazione della natura giuridica dell'Ente; c. elenco della documentazione allegata. La documentazione richiesta è la seguente:

1. Atto costitutivo e statuto redatto innanzi ad un notaio nella forma di atto pubblico. Dovrà essere prodotto in 5 copie autenticate, di cui 2 in bollo e dovrà contenere: denominazione dell’ente, indicazione dello scopo, del patrimonio e della sede nonché le norme sull’ordinamento e sull’amministrazione. L’atto costituivo e lo statuto devono anche determinare, quando si tratta di associazioni, i diritti e gli obblighi degli associati e le condizioni della loro ammissione; lo statuto deve inoltre contenere le norme relative alla estinzione dell’ente e alla devoluzione del patrimonio. Le modificazioni dell’atto costitutivo e dello statuto devono essere approvate con Decreto del Presidente della Repubblica.

2. Relazione sui principi religiosi cui l'Ente si ispira e sulle attività svolte sottoscritta dal legale rappresentante, da cui risulti: se i principi religiosi si estrinsecano in riti, se sia prevista la figura del ministro di culto, l'eventuale autorità religiosa da cui l'ente dipende, l'elenco delle eventuali sedi italiane ed estere con i nominativi dei responsabili e la consistenza numerica dei fedeli.

3. Atto o contratto relativo alla disponibilità della sede (copia): la disponibilità dovrà essere garantita per un congruo periodo di tempo (es. contratto di locazione).

4. Prospetti economici con l’indicazione delle entrate e delle spese relative a ciascuno degli ultimi tre anni o del minor periodo di esistenza dell'ente.

5. Dichiarazione di un istituto di credito comprovante la consistenza del patrimonio mobiliare a disposizione dell'ente.

6. Dichiarazione del legale rappresentante relativa al possesso della cittadinanza italiana o al domicilio in Italia (può essere certificata) – Informazioni tratte da: http://www.interno.it/

 

 

Continua la persecuzione

 

Intanto continuava ad infierire la persecuzione contro i Pentecostali, perché la circolare Buffarini-Guidi continuava ad essere in vigore, e questo nonostante la Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 affermasse nel 19° articolo: ‘Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume’. Nel periodo 1948-1952 in oltre ottanta diverse località d’Italia si manifestarono atti di intolleranza e persecuzione con chiusura di locali di culto, denunce all’Autorità Giudiziaria e in alcuni casi perfino abuso di autorità da parte delle forze dell’ordine. Va precisato tuttavia che nella stragrande maggioranza dei casi, la Magistratura assolveva i pentecostali denunciati per avere violato la legge.

Un esempio di persecuzione contro i Pentecostali verificatosi in quegli anni che seguirono la seconda guerra mondiale è questo che accadde a Campofiorito (Palermo) contro una piccola comunità il cui pastore era Francesco Coppola: ‘‘Fu a Campofiorito, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, che il maresciallo dei carabinieri pagò caro e subito il prezzo per avere beffato Dio. La piccola comunità evangelica con il loro pastore, Francesco Coppola, dopo avere subito tante persecuzioni sotto il fascismo, finalmente finita la guerra e caduto il fascismo, si era cominciata a radunare, sempre in famiglia, ma pubblicamente. Ma le autorità religiose, civili e militari di Campofiorito ruggivano ancora come leoni contro gli evangelici. Continuavano a impedire loro di radunarsi, li spiavano continuamente. Appena un fratello di fuori andava a trovarli o li sentivano radunati, subito i carabinieri dietro la porta e andavano a finire in caserma. Sembrava che le autorità di Campofiorito non avevano altro lavoro da fare se non quello di continuare a perseguitare i figliuoli di Dio in quel paese. Il fratello Francesco Coppola, un giorno pensò di scrivere a Roma presso le autorità competenti. La lettera pressoché diceva questo: ‘Siamo un gruppo di evangelici pentecostali, vogliamo radunarci per celebrare il culto assieme, ma non ci viene permesso dalle autorità del nostro paese. Vogliamo sapere se siamo liberi di poterci radunare o no. Aspettiamo una cortese e sollecita risposta’. Passarono alcuni mesi prima che arrivasse la risposta. I fedeli continuarono a radunarsi clandestinamente. Una sera mentre erano radunati presso una famiglia con la porta chiusa, mentre celebravano il culto, sentirono bussare alla porta. Il padrone di casa aprì e trovò dietro la porta il maresciallo dei carabinieri coi suoi uomini che presto fecero irruzione. Al che il fratello Coppola rispose: ‘Fateci concludere prima il culto e poi dove ci volete portare ci portate’. Così continuarono il culto e alla fine li portarono tutti in caserma, dove c’era ad attenderli il sindaco, il sacerdote, il collocatore e il farmacista. Quindi alla presenza dei suddetti, il maresciallo con molta boria cominciò ad interrogare il fratello Coppola dicendo: ‘Cosa facevate radunati?’ – Stavamo adorando l’Iddio del cielo’, rispose il fratello Coppola. Al che replicò il maresciallo: ‘Questo vostro Dio se lo incontrassi lo strangolerei’. Fu subito ripreso dal fratello Coppola: ‘Deve sapere che l’uomo non ha il potere di strozzare Dio, ma è Dio che ha il potere di strozzare l’uomo’. Ma il maresciallo continuò a parlare disprezzosamente, prese un carteggio in cui c’era una lettera che diceva che Francesco Coppola era libero di potersi radunare coi suoi correligiosi. Ma nonostante aveva ricevuto comunicazione che gli evangelici erano liberi di potersi radunare liberamente, il maresciallo continuava a rimproverarli e a minacciarli. Al che il fratello Francesco Coppola rispose: ‘Se nella lettera c’è stato mandato a dire che siamo liberi di poterci radunare per pregare Dio, perché lei continua a minacciarci e a rimproverarci?’ Di nuovo il maresciallo gli disse: ‘Questo vostro Dio se lo incontrassi lo strangolerei!’ E ancora una volta il fratello Coppola gli rispose: ‘Stia attento, a quello che dice, perché nessun uomo ha il potere di strozzare Dio, ma è Dio che ha il potere di strozzare l’uomo!’ Ma il maresciallo continuò quella sera a disprezzare Dio e i suoi figliuoli, e dopo avere sfogato la sua boria li lasciò andare liberi. Prima che arrivasse la mattina il maresciallo si ritrovò con la gola gonfia. Gli prestarono i primi soccorsi a Campofiorito, ma ogni soccorso prestatogli si rivelò inefficace. Lo portarono d’urgenza all’ospedale di Palermo ma non ci fu niente da fare. Un’angina maligna lo aveva colpito alla gola. Non potè più parlare e nemmeno respirare. Alla distanza di tre giorni si trovò nella tomba. E’ pericoloso dunque ‘beffarsi dell’Iddio Onnipotente ed Altissimo’ (Castrenze Cascio, Camminare e Spigolare, Corleone 2000, pag. 38-40). Sempre a Campofiorito accaddero questi altri eventi nel mese di aprile del 1952: ‘In una via di Campofiorito, ove era sita la Chiesa Evangelica Pentecostale, i cattolici romani organizzarono la novena. Appunto davanti la porta della chiesa evangelica sistemarono un altarino. Legarono funi da un balcone all’altro e inghirlandarono muri, porte e balconi. Quando i nostri fratelli e le nostre sorelle in fede, all’ora del culto, si recarono all’adunanza non potevano aprire la porta della chiesa per entrare e radunarsi, a motivo di quell’altarino e di tutti i fiori che tappezzavano finanche la porta della nostra chiesa. Intanto arrivava il pastore pentecostale Rosario di Palermo che senza esitare un istante, toglieva quelle funicelle e rimuoveva tutto quello che avevano sistemato dietro la porta della nostra chiesa. Apriva la porta, faceva entrare i fedeli e, non dando ascolto alle contestazioni sollevate dai fanatici religiosi, entrava pure lui. Chiudeva la porta della chiesa e subito dava inizio al culto. Di tutto quello che era accaduto, alcuni bigotti religiosi avvisarono immediatamente la stazione dei carabinieri di Campofiorito. Interveniva a tutto fiato, il comandante della stazione, il brigadiere Manzi il quale, arrivato con i suoi uomini davanti la porta chiusa della chiesa, con baldanza e prepotenza la spalancava e faceva irruzione dentro la chiesa ordinando di sciogliere la riunione. Il pastore Di Palermo si rifiutava di sciogliere la riunione e contestava al brigadiere di avere scardinato la porta, violato il domicilio e disturbato una riunione di culto. Ma l’ardito brigadiere arrestava immediatamente il pastore e lo denunciava per ‘oltraggio a pubblico ufficiale’. Il nostro pastore rimase in stato di arresto per alcuni giorni. Fu poi scarcerato in attesa di essere processato. Per diverse settimane non fu permesso alle comunità di Campofiorito, di Corleone e di Prizzi di radunarsi per celebrare il culto. Facevamo le riunioni clandestinamente di casa in casa, pregavamo e piangevamo davanti a Dio affinché intervenisse facendo assolvere il nostro pastore e ci fosse concesso di poterci radunare pubblicamente. Il giorno del giudizio il pretore di Bisacquino assolveva il pastore Di Palermo dalla imputazione di oltraggio a pubblico ufficiale che, come è scritto in sentenza, ‘non aveva il potere di sciogliere la riunione che era presieduta dal Di Palermo’. Spiegò quel pretore per motivare l’assoluzione del Di Palermo, che le forze di polizia non hanno il potere – per il solo fatto che si svolga una riunione di culto non ammessa – di sciogliere la riunione stessa nella quale non si commettono reati e che si svolge pacificamente in luogo non pubblico’ (Castrenze Cascio, op. cit., pag. 40-41)

Ecco invece adesso quello che accadde nel comune di Milena (Caltanissetta) presso la casa dove si teneva il culto della chiesa pentecostale, in base alle parole di Acquaviva Gandolfo, che era l’anziano di quella comunità: ‘La sera del 28 maggio 1949, circa alle ore 20,30, eravamo riuniti circa 20 fedeli per tenere il servizio religioso, secondo il rito evangelico, in una casa sita nel comune di Milena (villaggio S. Miceli); alla fine del servizio, durante l’ultima preghiera, entrò il maresciallo dei carabinieri, comandante la stazione locale, accompagnato da una pattuglia di militi, tutti con i mitra spianati. In prima si indirizzarono verso il fratello Mattia Domenico, che recitava la preghiera, mentre gli altri ascoltavano, e gli infissero nervate [manganellate]; poi il maresciallo si rivolse a me che presiedevo la riunione, mi spinse al muro con il mitra puntato allo stomaco dicendomi: «Tu devi andare via di qui», e soggiunse: «Tu sei venuto per fare il cavallo da monta a tutte queste donne». E mentre eravamo con le mani in alto, secondo come lui ci aveva ordinato, ci chiese a tutti le generalità avendo mandato via le donne ad una ad una. Alla caserma ci caricò di insulti, e a mano a mano che li interrogava li mandava a casa, mentre a me mi schiaffeggiava e mi trattenne in camera di sicurezza tutta la notte. L’indomani mi fece accompagnare da un carabiniere al Municipio, dove trovai il foglio di via per rimpatrio obbligatorio al mio paese natio’ (citato in Eugenio Stretti, Il Movimento Pentecostale, Claudiana, Torino, 1998, pag. 54-55)

 

 

Arriva il tanto anelato riconoscimento giuridico

 

Il 17 Gennaio del 1952, le ADI – vedendo che non arrivava nessuna risposta da parte del Ministero dell’Interno - notificarono al Ministero che trascorso un ulteriore termine di 90 giorni, il silenzio sarebbe stato interpretato come una risposta negativa. Il termine decorse e allora le ADI impugnarono il provvedimento e il 1 Giugno 1952 presentarono un ricorso al Consiglio di Stato contro il Ministero dell’Interno. Carmine Lamanna, pastore della chiesa ADI di Matera, afferma a tale riguardo: ‘Il Signore preparò la via, perché in difesa del movimento pentecostale si rivolsero al famoso giurista cattolico romano liberale dell’epoca, Arturo Carlo Iemolo che era un luminare in diritto ecclesiastico, assunse la nostra difesa, di fronte al Consiglio di stato’.

Ecco alcuni stralci di questo ricorso: ‘…..Il silenzio può costituire una valida manifestazione della volontà della pubblica Amministrazione con la quale essa rifiuta di esercitare un potere che le è affidato, quando per l’esercizio di tale potere essa sia investita da una piena discrezionalità di valutazione, positiva o negativa. Ma quando invece la pubblica Amministrazione può per legge rifiutare di fare uso di un suo potere soltanto se ricorrono determinate condizioni negative che si oppongono all’esercizio del potere stesso, essa non ha la giuridica possibilità di emanare un provvedimento negativo se non dopo di avere accertato l’esistenza di quelle condizioni e se non rendendo conto dell’accertamento da essa compiuto. In questi casi il provvedimento della pubblica Amministrazione con il quale essa rifiuta di esercitare il proprio potere deve considerarsi illegittimo fino a che non sia dimostrato che sussistevano i presupposti in mancanza dei quali l’Amministrazione stessa è per legge tenuta a fare uso di quel potere. Questa è precisamente la situazione che si verifica nella specie, perché, per le ragioni sopra svolte, gli istituti dei culti ammessi hanno diritto ad ottenere il riconoscimento della personalità giuridica, sempre che non si verifichino determinate condizioni che ostino a tale riconoscimento. Onde il Ministero dell’Interno non poteva rigettare la domanda delle ‘Assemblee di Dio in Italia’, con il semplice silenzio mantenuto sulla domanda presentata al Ministero stesso, senza avere accertato che esistessero le condizioni che sole potevano giustificare il rigetto della domanda e senza dare espressamente atto delle risultanze di tali accertamenti …. Le giustificazioni date dalla pubblica Amministrazione degli innumerevoli arbitri da essa commessi, costituiscono soltanto lo schermo dietro il quale si nasconde la volontà dell’Amministrazione stessa di non osservare i precetti della legge e i principii fondamentali della nostra Costituzione e, se questa interpretazione dell’atteggiamento assunto dalla pubblica Amministrazione di fronte alla domanda della associazione ricorrente apparisse giustificata, - come dovrebbe apparire in base a quanto si è sopra esposto e dalla documentazione che sarà prodotta – non occorrerebbe aggiungere una sola parola per dimostrare il fondamento di questo motivo di ricorso, sotto il profilo della violazione di legge, nonché dell’eccesso di potere, nella forma dello sviamento. Viola la legge la pubblica amministrazione che non rispetta la libertà di religione dei cittadini e di chiunque, trovandosi nel territorio della Repubblica, ha diritto di godere di quel sommo bene che è la libertà. Incorre in eccesso di potere la pubblica amministrazione che, nell’esercizio delle proprie attribuzioni, si lascia dominare dallo spirito di intolleranza religiosa, sia esso determinato da un’errata concezione dei diritti della maggioranza o da una cieca incomprensione delle altrui credenze o, peggio, da ragioni di calcolo politico. …..’ (Ricorso delle «Assemblee di Dio in Italia» contro il Ministero dell’Interno – Direzione Generale dei Culti, pag. 11-12, 15-16).

Il ricorso fu accettato il 25 Maggio 1954. Quel giorno, secondo le ADI, fu un giorno di vittoria in cui trionfò la giustizia di Dio. Umberto Gorietti scrisse su Risveglio Pentecostale: ‘La giustizia di Dio ha trionfato. Date all’Eterno gloria e forza, date all’Eterno la gloria dovuta al Suo nome, cantate la gloria del Suo nome, perché ha risposto al nostro grido mentre eravamo in distretta e l’Iddio della nostra giustizia ci ha messo a largo esaudendo la nostra preghiera …. Il nostro ricorso al Consiglio di Stato è stato accolto. L’Amministrazione dello Stato, dopo tanti anni di ostracismo, aveva negato il riconoscimento del nostro Movimento, malgrado avessimo corredato la nostra pratica di tutte le necessarie documentazioni. Iddio ci ha reso giustizia e il generale organo consultivo dell’amministrazione centrale dello Stato ha riconosciuto i nostri diritti. Sia resa lode al Signore che ha piegato o guidato i cuori nella dirittura’ (Risveglio Pentecostale, n° 6, Giugno 1954, pag. 1).

Dunque, una parte del popolo di Dio dopo essere sceso a compromesso con lo Stato, dandosi uno Statuto che come dimostreremo dopo sovverte la struttura biblica della Chiesa, per ottenere da esso il riconoscimento giuridico, e dopo essersi visto rigettare la richiesta, ricorse ad un ‘luminare del diritto ecclesiastico’ della Chiesa Cattolica Romana molto noto del suo tempo (che Claudio Magris, che lo ha conosciuto, definisce ‘cattolico fervente’), che peraltro negli ultimi anni della sua vita fu anche un consigliere politico molto ascoltato in Vaticano, per ottenere il riconoscimento giuridico!!! Ma fu realmente vittoria? No, non lo fu per niente, perché le Assemblee di Dio in Italia ottennero dallo Stato qualcosa dopo avere calpestato la Parola di Dio, perché ribadisco lo Statuto sovverte da cima a fondo la struttura biblica della Chiesa! Ma in quel caso, purtroppo, le Assemblee di Dio in Italia decisero di mettere in pratica la massima antibiblica ‘facciamo il male affinché ne venga il bene’! E naturalmente quei credenti Pentecostali che in tutta Italia rifiutarono di aderire all’Ente Morale ADI, per questa loro presa di posizione furono accusati di avere uno spirito settario. Purtroppo però quando vince la maggioranza, anche se la minoranza ha ragione alla luce della Scrittura, è la minoranza che passa per avere torto, e non la maggioranza!!

Nel 1955, a vent’anni dalla sua promulgazione, fu revocata la circolare Buffarini-Guidi. E sempre in quell’anno il XII Convegno Nazionale costituì un fondo nazionale ‘Pro costruzioni locali di culto’ per l’erezione di uno o più locali di culto entro il periodo intercorrente da un Convegno all’altro (Atti del 12° Convegno, paragrafo IX), e a tal proposito nel 1959, il XIV Convegno Nazionale deliberò che ‘ogni chiesa che riceverà un aiuto per la costruzione del proprio locale, dovrà impegnarsi a restituire la somma ricevuta secondo le regole e gli impegni stabiliti col Consiglio Generale delle Chiese’ (Atti del 14° Convegno, paragrafo VII).

Nel 1959 poi, precisamente il 5 Dicembre, fu firmato dal Presidente della Repubblica il decreto di riconoscimento giuridico delle ‘Assemblee di Dio in Italia’. Superfluo dire che in quel giorno le ADI ancora una volta si rallegrarono e lodarono Iddio per la vittoria donatagli.

La peculiarità di questo decreto stava nel riconoscimento delle chiese pentecostali non solo come Ente Patrimoniale, ma soprattutto come Ente morale. Fu la prima associazione di culto riconosciuta dopo la chiesa cattolica. Ma non tutte le chiese vollero associarsi con il neo-movimento delle “Assemblee di Dio in Italia”, molte preferirono rimanere come erano, cioè libere.

Nel 1963 Umberto Gorietti, l’allora Presidente delle ADI, siglò le intese con il Ministero del Lavoro relative al Fondo Invalidità e Vecchiaia dei ministri delle ADI.

Secondo le ADI dunque lo Statuto fu necessario redigerlo per ottenere il riconoscimento giuridico, per garantire alle Chiese pentecostali nel secondo dopo guerra la libertà di culto e di evangelizzazione, libertà che gli era stata negata durante gli anni della persecuzione fascista in cui le autorità governative perseguitarono in ogni maniera i pentecostali perché li ritenevano pericolosi per la popolazione.

Per quanto riguarda invece il Regolamento Interno, esso fu approvato nell’Assemblea Generale Straordinaria tenutasi a Napoli dal 28 aprile al 1 maggio 1978, ed entrò in vigore il 1° maggio 1978. L’attuale testo unico con le relative modifiche, approvate nelle varie Assemblee Generali, è entrato in vigore il 4 maggio 1997.    

 

 

Gli incontri ‘segreti’ a Roma tra pastori delle Assemblee di Dio americane e importanti prelati del Vaticano

 

Ora, abbiamo visto che a Maggio del 1954 il ricorso delle ADI fu accettato, e quindi arrivò il tanto anelato riconoscimento giuridico. Va però fatto presente una cosa di non poca importanza che pochissimi sapevano persino a quel tempo, e cioè che nel dopoguerra ci furono a Roma degli incontri ‘segreti’ tra gli esponenti delle Assemblee di Dio americane (che venivano a Roma per visitare le ADI) e importanti rappresentanti del Vaticano, ma tutto ciò veniva tenuto nascosto alla fratellanza. Ecco infatti cosa mi ha raccontato Mario Affuso, pastore della Chiesa Apostolica Italiana, che nell’anno 1953-54 (precisamente dall’agosto 1953 al Luglio 1954) fu membro della Chiesa ADI che si riuniva in Via dei Bruzi (di cui era pastore Roberto Bracco) lavorando come traduttore per la Scuola domenicale e che venne a sapere ciò: ‘Noi ci meravigliavamo che amici che venivano dagli Stati Uniti a predicare, il più delle volte avevano anche degli appuntamenti, degli incontri in Vaticano … naturalmente queste notizie venivano un pochino sottomano, venivano occultate, però in definitiva c’era questo dialogo un pò ecumenico se vogliamo ….. veniva il professore Ness da Seattle … questo dimostra chiaramente che vi era, diciamo, una sorta di contattazione, ecco, che non faceva male ma che non veniva detta alle chiese perché sai molto bene che in definitiva c’era un po’ di ostilità, parecchia ostilità, chiusura e non bisognava turbare le coscienze …… c’erano degli incontri, senz’altro, poi i contenuti di questi incontri nessuno li sapeva …. ‘ (da una mia conversazione con Mario Affuso avuta il 19 Febbraio 2009).

Ora, noi non sappiamo cosa si siano detti in quegli incontri, ma possiamo almeno avanzare l’ipotesi che, considerando la situazione in cui si trovavano le ADI, quegli incontri tra i fratelli americani delle AOG e importanti esponenti del Vaticano servirono a sbloccare la situazione, e a far sì che le ADI ottenessero il riconoscimento giuridico da parte dello Stato Italiano. Questa ipotesi è da prendere in seria considerazione.

 

 

La Chiesa di Vittoria e quella di Raffadali si spaccano a causa dell’organizzazione

 

Ora, come detto poco fa, ci furono dei credenti un po’ in tutta Italia che rifiutarono di aderire all’Ente Morale ADI, e ovviamente questo rifiuto provocò delle divisioni. Molte Chiese si spaccarono, in quanto una parte volle entrare a far parte dell’organizzazione e l’altra no. Qui di seguito voglio trascrivere la storia di due di queste scissioni che si vennero a creare in Sicilia dove in quel tempo il Movimento Pentecostale era molto diffuso. La prima è quella nella Chiesa di Vittoria e la seconda quella nella Chiesa di Raffadali. Questi resoconti hanno il solo fine di far capire come la nascita dell’organizzazione ADI provocò delle fratture in seno alla fratellanza, perché si trattava di una opera della carne che non poteva che avere dei danni spirituali sulla fratellanza in quanto coloro che l’accolsero si innalzarono contro coloro che giustamente la rifiutarono e li avversarono in ogni maniera. D’altronde, è risaputo che tutto ciò che è secondo la carne e non secondo lo Spirito ha ripercussioni negative sulla vita dei credenti e quindi della Chiesa.

Ecco quanto si legge sul sito della Chiesa Evangelica C.C.P. che ha il suo luogo di riunione in Via F.lli Bandiera 60, Vittoria (Ragusa): ‘Tra la fine del 1947 ed il 1948, la guida della chiesa fu data al fr. Francesco Carbonaro. Anche durante quest'anno non mancarono le visite dei missionari, in particolare dei missionari Statunitensi, i quali avevano come punto di riferimento la famiglia Ferrisi che era proveniente da Boston. Arrivò dall'america il missionario Di Biasi e portò con sé un giovane cantante professionista, Aldo Coniglio, aveva ascoltato ed accettato l'evangelo nel palermitano. Anche in quest'occasione il comune mise a disposizione gratuitamente il Teatro Comunale, "Ntì tutti i cantuni si sintia cantari: Questo mondo ho lasciato per sempre" "In tutti gli angoli delle strade si udiva cantare l'inno: Questo mondo ho lasciato per sempre". In questo periodo la chiesa era formata da circa duecento credenti. Il fratello Di Biasi oltre a presiedere l'evangelizzazione aveva come obbiettivo presentare alla chiesa la possibilità di affiliarsi alle Assemblee di Dio ed essere riconosciuti dallo Stato; era proprio in questi anni che si costituivano le Assemblee di Dio in Italia. Questa proposta di associazione non fu accolta da tutti con lo stesso animo. Molti ne furono entusiasti, c'era finalmente la possibilità di poter professare la propria fede in modo pubblico, addirittura con un accordo con lo Stato. Altri non furono dello stesso avviso, soprattutto chi aveva sostenuto la persecuzione senza adombrarsi, sembrava loro quasi un arrendersi alle autorità dello Stato, proprio adesso che tutto era più semplice e poi proprio dopo aver superato la persecuzione più dura. Una delle persone che dichiarò pubblicamente durante l'esposizione del fr. Di Biasi, fu proprio la sr. Giuseppina Busacca vedova del fr. Vito Melodia che disse: "Siamo usciti dalla Chiesa Valdese per essere Pentecostali, abbiamo attraversato la persecuzione Fascista da pentecostali e mi piacerebbe morire da pentecostale, ora che siamo in periodo di libertà". Ahimè, era l'inizio di una spaccatura all'interno della chiesa. Nel 1948 la famiglia Giglio dona il locale di Via F. Bandiera n 60 alla Chiesa, ma il locale viene intestato alla sorella Vampatelli Prestia Angela. Il locale donato, era una officina di fabbro, che venne completamente ristrutturato dai fratelli della comunità, alcuni dei quali erano muratori di professione, come la famiglia Carbonaro. Intanto crescevano i malumori all'interno della chiesa per la questione dell'affiliazione alle ADI, la chiesa era irrimediabilmente divisa. Non si poté fare proprio a meno di separarsi, così tra il 1948 ed il 49 la chiesa si divise. Chi decise di affiliarsi alle ADI, andò insieme al fratello Carbonaro ed aprirono un locale di culto in via Vicenza. Coloro che non vollero affiliarsi rimasero in Via F. Bandiera n 60, in questo caso prese la conduzione il fratello La Greca. In mezzo a tutte le benedizioni che Dio aveva elargito questo fu veramente un duro colpo, ma la chiesa continuava il suo cammino.’ (da: http://www.chiesaevangelicavittoria.it/).

Ecco ora cosa accadde a Raffadali (Agrigento), dove la Chiesa Pentecostale era sorta per l’opera di evangelizzazione compiuta negli anni 20’ dal fratello Francesco Galvano. Dopo la morte di questo fratello, avvenuta nel 1930, la Chiesa di Raffadali fu affidata alle cure del fratello Giovanni Russomorto, conosciuto con il diminutivo di ‘u fratellu Vanni Russu’. Ora, il culto veniva fatto in casa, e i fratelli allora vollero comprare un edificio per adibirlo a locale di culto. Ecco quanto si legge in Breve Storia del Movimento Pentecostale di Raffadali a cura di Salvatore Criscienti: ‘Dopo la morte del fratello Galvano i fratelli dell’America, che da sempre diedero considerevoli aiuti economici alla chiesa, consigliarono tuttavia di comprare un localino per i culti e per questo mandarono dei soldi. Fu così che con i soldi della missione americana, i fratelli di Raffadali che si riunivano in casa, poterono comprare un modesto magazzino, nella via Principe di Montaperto. È da precisare che questo locale - poi conteso tra i fratelli a causa del “fiele del dissenso” che si verrà a creare - fu acquistato sì con l’offerta dei fratelli americani, ma solo per una parte, poiché nella somma fu messo il generoso contributo dei fratelli della chiesa di Raffadali che si addossarono per fede di una consistente parte del debito, onerosa e gravosa. Di questo magazzino in particolare il fratello Vanni Russu, in quanto anziano, aveva di diritto una quota corrispondente ad un quarto, tramite accordi stabiliti in comune. Questo è un dato importante. In questo modo tra i fondi arrivati e le collette dei fratelli nel 1931 viene acquistato ufficialmente il locale di culto di Raffadali in via Principe di Montaperto’ (Salvatore Criscienti, Breve Storia del Movimento Pentecostale di Raffadali, Raffadali 2008, pag. 18). Ma in seguito alla circolare Buffarini-Guidi del 1935, quel locale fu dalle autorità governative tolto ai fratelli: ‘A un certo punto a Raffadali il locale di culto venne sequestrato dalle forze armate e adibito come alloggio per le truppe militari e quindi furono requisite le chiavi dei locali di Via Principe di Montaperto, con tutto ciò che conteneva. Le riunioni dovevano essere clandestine in luoghi sperduti nella campagna, addirittura nelle grotte delle montagne’ (op. cit., pag. 19). Dopo che il fratello Russomorto si sposò, andò ad abitare a Bivona, il paese della moglie. Comunque i suoi rapporti con la comunità di Raffadali non cambiarono ‘perché nonostante la lontananza egli continuò a curare la Chiesa, presiedendo i culti (i culti venivano chiamati anche “servizi”) e facendo da anziano. Inoltre veniva sempre perché aveva la sua terra a Raffadali, egli quindi pur con qualche comprensibile disagio legato alla distanza, veniva sempre in paese …. In ogni caso questa distanza determinata dalla lontananza del fratello Vanni porterà Federico [Vincenzo Federico] ad avere un peso sempre più maggiore nella comunità di Raffadali. I due infatti si alternavano nella cura della comunità in mezzo a malumori e inquietudini’ (Ibid., pag. 21). Nel dopoguerra, però, in seguito alla nascita delle Assemblee di Dio in Italia, nella Chiesa di Raffadali, che allora era la più grande d’Italia, si verificò una frattura che sussiste ancora oggi, in quanto Vincenzo Federico con altri credenti decisero di aderire alle ADI per ottenere il riconoscimento dallo Stato mentre Giovanni Russomorto con altri si rifiutarono di farlo: ‘Quando il fratello Vanni capì che i primitivi fratelli iniziarono ad associarsi con lo Stato e iniziarono a fare alleanza con esso si ritirò da loro, soprattutto quando seppe - dopo che il fatto venne reso ufficiale - che i fratelli firmarono “una carta che metteva d’accordo la Chiesa e il governo di Roma”. Il fratello Vanni diceva sempre che “il nostro unico soccorso viene dal Signore”, infatti è scritto: “GUAI a coloro che scendono in Egitto per soccorso, e si appoggiano sopra cavalli, e si confidano in carri, perché son molti; e in cavalieri, perchè sono in grandissimo numero; e non riguardano al Santo d'Israele, e non cercano il Signore! ” inoltre il fratello Vanni spiegherà a quei fratelli che poi decideranno di seguire Federico, che, alla luce della Parola di Dio, sta scritto:“Or, fratelli, noi v'ordiniamo nel nome del Signor nostro Gesù Cristo che vi ritiriate da ogni fratello che si conduce disordinatamente e non secondo l'insegnamento che avete ricevuto da noi ” ….. In Sicilia molte chiese, rappresentate dai cosiddetti pastori che andavano ai convegni, si disassociarono quindi definitivamente dalle “Assemblee di Dio in Italia”, cioè non vollero aderire ad uno Statuto, seppure convenuto insieme, che stabilisse e sancisse regole e imposizioni alle quali poi doversi attenere e che regolassero la vita della chiesa locale: dissero che per questo c’erano già due cose molto importanti che lo facevano con l’autorità di Dio: la Bibbia in quanto Parola di Dio vivente e lo Spirito Santo in quanto Spirito di libertà del Signore. Il fratello Vanni non volle in modo assoluto sottostare agli accordi dei Convegni e con lui una parte della fratellanza, fermamente decisa a rimanere “all’antica”, così come era stato loro annunziato Cristo. Qualcuno delle ADI ha detto che alcuni di quei fratelli che non si vollero associare lo fecero perchè nascondevano in realtà dei “meschini sentimenti di indipendenza” anche se poi ha aggiunto che “ad oggi sopravvive una parte sana del vecchio movimento di stampo congregazionalista”. Per i fratelli il vero problema non stava nel movimento che cambiava nome ma perché da questo sarebbero cambiate ben altre cose a partire dal principio biblico che conferisce solo ed esclusivamente alla Bibbia ogni autorità ….. i motivi per cui alcuni fratelli “liberi” non vollero aderire alla nascita delle Assemblee di Dio in Italia, erano altri: il possesso dei beni, i rapporti con una sede direttiva, ossia Roma, le regole di disciplina interne, l’omologazione a regole fatte di uomini, ecc. Da questa chiara esposizione della situazione possiamo renderci conto che nonostante il movimento si diffondeva in tutta l’Italia, in maniera particolare in Sicilia, ci furono molte difficoltà e disappunti da parte dei fratelli anziani. Infatti con la nascita dell’Assemblea sarebbero cambiati per sempre i consueti e liberi rapporti esistenti fino ad allora tra la fratellanza, che a loro volta non poteva più continuare ad avere comunione con i fratelli delle “chiese libere”, cioè quei fratelli delle chiese che non vollero sottostare e sottoscrivere le regole contenute nello Statuto. Infatti, in virtù del patto di acciaio che adesso legava questi fratelli delle A.D.I. incatenandoli a questo vincolante statuto, nessun loro fratello anziano avrebbe più potuto prendere delle decisioni di testa sua, in modo autonomo, ma si venne a trovare in un rapporto di sudditanza con fratelli anziani chiamati da allora in poi “pastori” o “responsabili”. Si andava affermando una suddivisione di poteri del tutto nuovi, una serie di ordinanze, una presa di distanza dalla semplicità di un tempo, ecc. Negli anni non solo si venne a modificare la sociologia della chiesa ma soprattutto la sua etica. Con esse anche la dottrina cristiana cambiò fisionomia, dal momento che c’era già allora qualcuno che parlava di un pastore presidente, di pagare la decima, di stipendio fisso per i pastori, di consiglio generale delle chiese, di Ente morale, di intese allargate con lo Stato, di comitati di zona, di attestati di preparazione teologica rilasciati da una scuola biblica ufficiale, di tesserino di riconoscimento, ecc. Tutta terminologia che prima non esisteva, terminologia che ricalcava assai gli schemi umani e riproduceva una struttura tipica della Chiesa Cattolica. Cambiarono così i caratteri del tipo di chiesa “congregazionalista” quale finora era stata perdendone il suo carattere originario che l’aveva contraddistinta fin dal suo nascere. Questo perché si costringevano le comunità locali a soggiacere a regole e schemi e decisioni stabilite in un convegno. I fratelli di Raffadali non solo digerirono molto male l’affiliazione ma da quel momento in poi si venne a creare una frattura insanabile perché i fratelli non sottostavano più alla fede una volta insegnata ma alle decisioni di un ristretto gruppo di fratelli. Si vennero così a creare due raggruppamenti: quello maggiore (chiamato in siciliano “Chiddi di la simblea” ) che andò dietro al fratello Federico e quello minoritario che rimase invece attorno al fratello Vanni (noto come “chiesa libera”, per distinguerlo dalle “Assemblee di Dio in Italia” che si erano tra di loro “legate” con lo Statuto). (Ibid., pag. 31-34). Nel frattempo ‘era stato comperato un lotto di terreno di circa 180 mq. in via Maggiore Crapanzano e nell’agosto del 1949 si iniziò a costruire quivi il nuovo locale di culto. In cantiere molti fratelli lavorarono notte e giorno gratuitamente, altri misero a disposizione le loro risorse, alcuni di loro si fecero pagare la metà dei soldi di quanto prendeva a quei tempi un operaio o un manovale, altri ancora provvidero a dare aiuti di altro genere preparando i pasti; nel 1950 si iniziarono le prime riunioni di preghiera e i culti. Il pastore ufficiale era Vincenzo Federico, consigliere dell’organo nazionale A.D.I. . Egli rimase ancora a Raffadali per un lustro. Nel 1955 Federico infatti si trasferirà a Caltanissetta per delle situazioni famigliari e si dimetterà dalla carica di pastore della Chiesa A.D.I. di Raffadali di via M. Crapanzano’ (Ibid., pag. 34). A questo punto si verificò un triste episodio che fa capire molto bene l’atteggiamento delle ADI nei confronti dei ‘dissidenti’: ‘Dopo il riconoscimento della chiesa A.D.I. i molti fratelli che seguirono Vincenzo Federico iniziarono agli inizi degli anni Cinquanta a celebrare i culti al Signore in via Maggiore Crapanzano. Era un locale nuovissimo e molto capiente. Se si ricorda il fratello Vanni, quando nel 1931 fu acquistato il locale di culto in via Principe di Montaperto aveva una parte nella proprietà del locale, tra l’altro era stato acquistato anche con i soldi mandati dai fratelli dell’America. La sua quota era di un quarto. Dopo lo sbarco degli alleati del 1943 il nuovo questore, esaminati tutti i verbali presenti in caserma, trovato il nome del fratello Vanni con la definizione di pastore evangelico pentecostale, lo fece chiamare chiedendogliene spiegazione. Al nuovo questore fu subito chiara la natura del movimento e, comprendendo che i fratelli non erano dei sovversivi, restituì le chiavi dei locali della chiesa firmando una autorizzazione che concedeva ai fratelli la libertà a celebrare i culti. La poca fratellanza che volle rimanere indipendente, libera, inorganizzata, poté nondimeno riprendere a tenere i culti in libertà e, dato che il locale di Via Principe di Montaperto era stato sgomberato, e non veniva più utilizzato, chiese le chiavi agli anziani responsabili delle A.D.I. che le detenevano. I fratelli anziani della chiesa libera, molto dispiaciuti della frattura creatasi, non avevano intenzioni di litigio, anzi avevano principalmente due desideri: pregare, avendo comunione col Signore Gesù, e realizzare le parole dell’apostolo Paolo: “Soltanto, conducetevi in modo degno del Vangelo di Cristo, affinché, o che io venga a vedervi o che sia assente, oda di voi che state fermi in uno stesso spirito, combattendo assieme di un medesimo animo per la fede del Vangelo”. Quando i fratelli della radunanza antica chiesero le chiavi restituite dalla questura successe un fatto che dispiacque ed amareggiò moltissimo. La risposta data dai fratelli delle A.D.I., al fratello Vanni, fu: “A chissu dissimu, ca ora vi damu li chiavi accussì aviti videmma la cumudità!” [‘ma che credete che adesso vi diamo le chiavi così avete pure la comodità!’]. Detto questo continuarono che era loro intenzione che non avrebbero mai restituito assolutamente le chiavi, e che se proprio insistevano ad averle, o se avessero visto che in qualche modo riuscivano ad entrare, avrebbero chiamato i carabinieri. In pratica i fratelli delle A.D.I. preferirono tenerlo chiuso piuttosto che dare la comodità o dare la possibilità a quegli altri fratelli che non avevano accettato lo statuto di riunirsi nel locale - che comunque era di tutti e due le parti - e quindi poter fare il culto al Signore. Qualche fratello disse al fratello Vanni che poteva fargli causa, dato che aveva una parte, ma il fratello Vanni non volle fargliela la causa perché considerava vergognoso che un fratello facesse causa ad un altro fratello e per di più davanti agli occhi degli infedeli dando così uno scandalo. Egli pertanto disse:- Ci la fà lu Signuri la causa! [Trad. “Gliela fa il Signore la causa!”(è sottinteso: se gliela vuol proprio fare!)] Fu così scelto di non litigare e i fratelli iniziarono a riunirsi in case private. La chiesa, da allora chiamata “Chiesa libera” rimase a riunirsi in casa per tutti gli anni ’50 e fino agli anni ’90. … Il locale di via Principe di Montaperto è rimasto chiuso e sfitto fino a qualche anno fa. Di recente è stato venduto e il ricavato è stato preso dalle A.D.I.’ (Ibid., pag. 35-36). E non solo questo, ma dopo qualche anno i credenti delle ADI hanno tolto pure il saluto ‘Pace’ a quei credenti che non vollero accettare lo Statuto. Ecco un episodio avvenuto di recente alla sorella Vincenza La Porta in Criscenti, che fa capire meglio come si rapportano quelli delle ADI con questi fratelli pentecostali di Raffadali: ‘Nel periodo estivo dell’anno 2005 mi era capitato di passare un giorno per le vie del paese di Raffadali, in via Porta Palermo, nella zona del Voltano. Mentre camminavo ho potuto scorgere una signora che lavorava fuori dalla porta della sua abitazione; stava “cugliennu li mennuli” . La cosa che più di tutti mi colpì fu quella che mentre essa lavorava stava ascoltando “Radioevangelo” dalla sua radiolina; programma che io conosco benissimo perché lo ascolto quasi ogni giorno e alla quale sono molto affezionata. Allora pensai tra me stessa: - Di certo deve essere una sorella! Fu così che, pur non conoscendola, la salutai col cuore con “Pace!”. Lei mi ha guardata e mi ha ricambiato il saluto dandomi la pace e accennando un gran sorriso amorevole mi ha accolta invitandomi a sedere un pochino. Io mi sono seduta e abbiamo avuto modo di conversare brevemente e di scambiarci qualche parola. Essendo una sorella che frequenta il locale di culto delle A.D.I. e sapendo che io ero una sorella in Cristo dello stesso paese lei mi chiese il perché non mi avesse mai vista nel locale. Io le spiegai che frequento la chiesa in casa, e del fatto che prima eravamo insieme e dei motivi che dottrinalmente ci hanno portato alla separazione, poi ci siamo congedate anche stavolta con la pace. A distanza di tempo ci siamo reincontrate in un’altra circostanza ma questa volta è successa una anomalia. Io le dissi subito: - Pace! Lei mi rispose seccata questa volta, dicendomi: - Senti un’ tà nichiari, ma quannu mi vidi si mi vò salutàri ma salutàri o cu lu ciau o manzennò cu lu bongiornu! Paci tra ‘nantri e ‘vantri un’cinnè e mancu ci ni po’ essiri, picchì vantri siti chiddi ca rumpistivu lu corpo di Cristu…e po’ picchì nantri un formamu lu stessu corpu e semu membra diversi” [Lett. “Ascolta, non te la devi prendere male, ma quando mi vedi se mi vuoi proprio salutare mi devi salutare o con ciao oppure con il buongiorno! Pace tra noi e voi non ce ne è, e nemmeno potrebbe essercene poiché voi siete quelli che avete rotto il corpo di Cristo (lett. La Chiesa, N.d.A.)… e poi perché non formiamo lo stesso corpo essendo membra diversi”.]. Detto questo se ne è andata subito e veloce ed io sono rimasta senza neanche una parola e senza poter dire la mia. A me sembra chiaro che dopo il nostro primo incontro lei abbia parlato con qualche responsabile della chiesa A.D.I. e che a sua volta sia stata vivamente ammaestrata e consigliata di dirmi quelle cose, e il fatto che non fosse farina del suo sacco è facilmente intuibile perché se avesse avuto chiare le convinzioni di quelle parole là me le avrebbe potuto dire la prima volta. Comunque a me dispiace che lei non sappia bene il perché tra di noi, come lei stessa ha detto, “pace non ve ne può essere” ma mi dispiace maggiormente che mi abbia “tolto” il saluto della pace che ci ha lasciato il nostro Signore Gesù” (Ibid., pag. 36-37).

 

 

Stampato ma non pubblicato

 

Lo Statuto e Regolamento Interno delle ADI è stato stampato ma non pubblicato. Così in questa maniera non si dà l’opportunità ai membri ‘comunicanti’ delle ADI come neppure ai membri ‘simpatizzanti’ – (i pastori però lo possiedono) – di possederne una copia e leggervi dentro in che maniera sono strutturate le ADI e quale siano tutte le regole che vigono nell’Associazione.

Considerate che quando un pastore ADI invita qualcuno già battezzato in una Chiesa non ADI a diventare membro comunicante gli presenta un modulo (vedi più avanti), in cui il richiedente si deve impegnare firmando ad ubbidire a tutte le regole vigenti nelle ADI, ma non gli presenta lo Statuto e il Regolamento Interno!!! (Vedi modulo - A)

La stessa cosa va detta quando un credente sta per essere battezzato in una Chiesa ADI; gli viene presentato un modulo da firmare, ma senza lo Statuto e il Regolamento Interno (Vedi modulo – B).

E’ molto strano tutto ciò, eppure è la triste realtà!! Questo atteggiamento delle ADI fa sì che tantissimi membri comunicanti delle ADI, sanno che esiste uno Statuto e Regolamento Interno (lo sanno perché ogni tanto sentono citare qualche articolo, soprattutto in occasione delle elezioni del Consiglio di Chiesa), ma non ne possiedono una copia. Altri invece non sanno neppure che esiste uno Stato e Regolamento interno!

Voi mi direte: ‘Ma se un membro comunicante vuole avere questo documento e lo chiede al suo pastore, lo otterrà?’ Non è scontata per nulla la cosa, io so di un membro comunicante che lo ha chiesto al pastore ma non lo ha ricevuto, e di uno che lo ha chiesto e si è visto rispondere dal pastore che però lo doveva leggere in presenza del pastore!!! Voi vi domanderete il perché lo Statuto e il Regolamento interno sono tenuti ‘nascosti’ dai pastori ADI persino ai membri comunicanti: bene, ve ne renderete conto fra poco, appena avrete finito di leggerlo. A proposito, ma questo fatto di dare una copia dello Statuto e del Regolamento Interno solo ai pastori, non è una ingiustizia? Non significa forse avere dei riguardi personali? Come mai una cosa così importante non viene data a tutti? Strano davvero, che le ADI ci accusano di presentare un Dio ingiusto perché dà la fede ad alcuni e la nega ad altri, accusa che come abbiamo dimostrato non è vera perché Dio è libero di fare di quello che possiede quello che Lui vuole, mentre proprio loro che stanno continuamente a dire che Dio non ha riguardi personali mostrano dei veri e propri riguardi personali dando solo ad una parte dei membri delle ADI un documento che riguarda TUTTI e che quindi TUTTI dovrebbero avere!!! Giudicate voi quello che dico fratelli.

E’ interessante notare per altro che mentre quando un singolo credente vuole essere ammesso come membro comunicante nelle ADI non ha bisogno di prendere conoscenza dello Statuto e del Regolamento Interno delle ADI, nonostante debba dichiarare di essere disposto ad accettarne tutte le regole vigenti, quando uno vuole essere ammesso alla ‘Casa Emmaus’, la Casa Evangelica di Riposo per persone in età avanzata con sede a Torlupara di Mentana (Roma), deve presentare – tra le altre cose - una dichiarazione ‘di aver preso conoscenza dello Statuto e del Regolamento interno dell’Asilo, ed impegno ad osservare le disposizioni’ (Statuto e Regolamento di Casa Emmaus, approvato dalla 16a Assemblea Generale, Reg. art. 2). Domandiamo dunque alle ADI: ‘Come mai questa differenza?’

 

 

 

 

 

 

 

Modulo A

 

 

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Modulo B

 

 

 

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