Capitolo 8

Dottrine e pratiche varie

 

LA FESTA DI NATALE

La dottrina dei teologi papisti

Il natale è una festa di precetto da santificare. Buona cosa è fare il presepio per natale. Tra le feste che la chiesa romana ordina di osservare vi è anche la festa di natale infatti essa, nel suo catechismo, è tra le cosiddette feste di precetto della Chiesa di cui essi devono ricordarsi per santificarla secondo il loro comandamento. Essa viene celebrata con tre messe di cui una a mezzanotte perché secondo la tradizione Gesù fu partorito da Maria in quell’ora. Alla festa del natale sono collegate molte consuetudini: una di queste è quella di fare il presepio. Esso consiste in una rappresentazione figurale fatta con statuette dell’evento della nascita di Gesù Cristo. Il catechismo cattolico riferisce l’origine del presepio in questi termini: ‘San Francesco d’Assisi aveva gran devozione al mistero del Natale del Salvatore. Si alzava spesso a mezzanotte per adorare Gesù nell’ora in cui fece la prima comparsa nel mondo. Più tardi, nel 1220, chiese ed ottenne dal papa, Onorio III, il permesso di fare il presepio durante la Messa della mezzanotte di Natale, e ciò in mezzo ad un bosco che era accanto al monastero di Greccio. Formò una specie di caverna con delle pietre, del muschio e rami d’alberi; vi pose una mangiatoia, v’introdusse anche un bue ed un giumento, e vi eresse l’altare per la celebrazione della Messa. Una gran folla di popolo accorse alla funzione illuminando la foresta con fiaccole. Più tardi si fece il presepio con le figurine, e dapprima nel napoletano verso il secolo XV, e poi in Sicilia ed in altre regioni d’Italia e dell’estero’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 143-144).

Storia del natale

Vediamo innanzi tutto come è nata questa festa. Originariamente la Chiesa non celebrava la nascita di Gesù. Col passare del tempo, tuttavia, i Cristiani d’Egitto cominciarono a considerare il 6 Gennaio come data della natività. L’usanza di celebrare la nascita di Gesù in quel giorno si andò diffondendo in tutto l’Oriente e risulta come data per acquisita all’inizio del IV secolo. Più o meno nella stessa epoca, la Chiesa d’Occidente, che non aveva mai riconosciuto il 6 Gennaio come il giorno della natività, assunse come data celebrativa il 25 Dicembre.

Essa fu successivamente adottata anche dalla chiesa d’Oriente. Le ragioni che spinsero molti vescovi a spostare la festa di natale dal 6 Gennaio al 25 Dicembre furono le seguenti: in quel giorno secondo una consuetudine pagana del tempo veniva celebrato ‘il dio sole’, o meglio la nascita del sole al quale si accendevano dei fuochi in segno di festa, e siccome molti che si erano convertiti al Cristianesimo prendevano pure loro parte a questa festa perché identificavano il sole con Gesù Cristo perché in Malachia egli é chiamato "il sole della giustizia" (Mal. 4:2), quando essi si resero conto che gli stessi Cristiani avevano una certa inclinazione per questa festa, tennero consiglio e deliberarono che la natività di Cristo fosse solennizzata in quel giorno e la festa dell’epifania il 6 Gennaio [1].

Confutazione

La festa di natale non va celebrata perché sotto la grazia noi non siamo chiamati a celebrare delle feste; oltre tutto la festa di natale non solo si fonda su una data di nascita di Gesù inventata ma è pure di origine pagana

Certamente la nascita di Gesù Cristo rappresenta uno dei più grandi avvenimenti della storia dell’umanità, questo é fuori di dubbio; però bisogna dire che di essa nella Scrittura non è menzionata né il giorno e né l’ora. Ma il fatto é che non solo non c’é scritto né il giorno e né l’ora in cui nacque, ma sia Matteo che Marco che Luca e Giovanni non danno sufficienti indizi per stabilire esattamente neppure il mese in cui egli nacque. Noi sappiamo che Gesù Cristo nacque sotto l’impero di Cesare Augusto perché Luca dice che fu Cesare Augusto a emanare il decreto secondo il quale si doveva fare il censimento di tutto l’impero (Giuseppe si trovava a Betleem con Maria quando ella partorì perché vi era andato a farsi registrare) (cfr. Luca 2:1-5); sappiamo anche che quando nacque Gesù regnava sulla Giudea Erode detto il grande (cfr. Matt. 2:1); sappiamo anche che nella stessa contrada dove nacque Gesù nella notte in cui egli venne al mondo vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano la guardia al loro gregge e che ad essi apparve un angelo del Signore per annunciare loro che in quel giorno era nato nella città di Davide un Salvatore, che era Cristo il Signore (cfr. Luca 2:8-14). Ma per ciò che concerne la data della sua nascita la Scrittura tace. Ora, ci deve pure essere una ragione per cui Dio non abbia, per mezzo del suo Spirito, sospinto nessuno a scrivere la data della nascita di Gesù Cristo; noi non vogliamo dire il motivo perché non lo conosciamo però vogliamo fare alcune considerazioni su di essa.

Essa di certo era conosciuta sia da Giuseppe che da Maria, che dai fratelli e dalle sorelle di Gesù; essa era di certo pure registrata all’anagrafe del tempo. Giacomo era il fratello del Signore ed era in grande considerazione nella Chiesa primitiva, e pur sapendo la data di nascita del Signore che secondo la carne era suo fratello maggiore non ritenne opportuno solennizzare il giorno della nascita di Gesù.

Nella Scrittura vi sono scritte tante date che si riferiscono sia a feste giudaiche che ad avvenimenti particolari avvenuti nella storia del popolo d’Israele; ne ricordiamo alcune:

Ÿ la Pasqua secondo la legge doveva essere celebrata il quattordicesimo giorno del mese di Abib perché fu in quel giorno che il Signore trasse dall’Egitto il popolo d’Israele dopo una schiavitù secolare (cfr. Es. 12:1-14);

Ÿ la festa della Pentecoste o delle primizie doveva essere celebrata sette settimane dopo la festa degli azzimi quindi il terzo giorno del terzo mese che corrispondeva al giorno in cui Dio scese in mezzo al fuoco sul monte Sinai e pronunziò il decalogo (cfr. Deut. 16:9-12; Es. 19:16).

Ÿ la festa delle Capanne doveva essere celebrata il quindicesimo giorno del settimo mese per ricordare che gli Israeliti avevano dimorato in tende durante il loro pellegrinaggio nel deserto (cfr. Deut. 16:13-15; Lev. 23:34);

Ÿ la festa delle Espiazioni doveva essere celebrata il decimo giorno del settimo mese; in quel giorno il sacerdote compiva l’espiazione dei suoi peccati e di quelli di tutto il popolo (cfr. Lev. 16:1-34);

Ÿ il settimo giorno del quinto mese del diciannovesimo anno di Nebucadnetsar, re di Babilonia, fu il giorno in cui Nebuzaradan, capitano della guardia del corpo, al servizio del re di Babilonia, giunse a Gerusalemme ed arse la casa dell’Eterno e la casa del re, e diede alle fiamme tutte le case di Gerusalemme (cfr. 2 Re 25:8,9);

Ÿ il terzo giorno del mese di Adar del sesto anno del regno di Dario fu il giorno in cui la ricostruzione del tempio a Gerusalemme fu portata a termine (Esd. 6:15);

Ÿ il quinto giorno del quarto mese del quinto anno della cattività del re Joiakin la Parola dell’Eterno fu espressamente rivolta al sacerdote Ezechiele, figliuolo di Buzi, nel paese dei Caldei presso al fiume Kebar (cfr. Ez. 1:1-3); nel libro del profeta Ezechiele vi sono scritte molte altre date che si riferiscono ai giorni in cui Dio rivelò la sua parola al profeta.

Queste sono alcune delle date scritte nella Parola di Dio; parrà strano, eppure fra le tante date registrate non c’é quella della nascita del Salvatore, ma questo non ci preoccupa e neppure ci turba perché sappiamo che "l’Eterno ha fatto ogni cosa per uno scopo" (Prov. 16:4), quindi siamo sicuri che anche questa volontaria omissione di questa data non é a caso. Ma come noi ben sappiamo, quello su cui tace la Parola di Dio è sempre fonte di speculazione per molti; e così, ecco che per le ragioni prima esposte gli uomini hanno pensato di prendere un giorno, nel quale poi veniva festeggiato il sole, per farlo diventare il giorno della nascita di Cristo. Riteniamo che non sia stato giusto da parte degli antichi prendere a proprio piacimento un giorno qualsiasi del calendario e affermare che in esso era nato Gesù, perché così essi hanno fatto credere la menzogna a moltitudini di persone. Ancora oggi molti sono convinti che Gesù sia nato il 25 Dicembre il che non può essere dimostrato in nessuna maniera! Badate che con questo non intendiamo dire che sia sbagliato ricordarsi della nascita di Gesù e di tutto quello che la Scrittura dice a riguardo; affatto, ma riteniamo che il ricordo di quel giorno non deve portare nessuno di noi ad inventarsi la data della natività di Gesù.

La chiesa romana ordina di santificare il giorno di natale non facendo in essa nessuna opera servile e partecipando alle sue messe; noi invece come credenti non ci sentiamo obbligati per nulla a santificare quel giorno perché non é un giorno che é stato santificato da Dio ma un giorno fatto diventare santo da una tradizione che bisogna dire nel corso del tempo ha santificato e benedetto tante e tante pratiche pagane che sono contrarie all’insegnamento del Signore.

Il presepio è una forma di idolatria; e perciò non va fatto

Fare il presepio a molti potrà sembrare un segno di grande devozione verso il Salvatore, potrà sembrare bello quanto si vuole, ma sta di fatto che si oppone alla Scrittura perché implica la trasgressione del comando di Dio di non farsi immagini e sculture alcune. Per questa ragione questa usanza va rigettata. Diletti, ricordatevi pure della nascita di Gesù Cristo, ma fatelo spesso e non una volta all’anno, e fatelo nella semplicità del cuore vostro meditando su tutti quei passi della Scrittura che ne parlano. Se infatti lo Spirito Santo ha sospinto sia Matteo che Luca a scrivere diverse cose sulla nascita di Gesù è anche perché Dio ha voluto in questa maniera che noi suoi figliuoli mantenessimo vivo il ricordo di quegli eventi che hanno caratterizzato la sua nascita. Ma più che della sua nascita, diletti, ricordatevi della sua morte e della sua resurrezione avvenuta per la nostra giustificazione. E parlate di questi due eventi sia tra di voi che a coloro che non conoscono Dio, tra cui ci sono i Cattolici romani, affinché credendo in essi con tutto il loro cuore siano affrancati dal peccato.

 

I SACRAMENTALI

La dottrina dei teologi papisti

I sacramentali sono cose o azioni che hanno degli effetti soprattutto spirituali; sono di istituzione ecclesiastica. Secondo quello che insegna la teologia romana i sacramentali sono cose o azioni, di cui la Chiesa, imitando in qualche modo i sacramenti si serve per raggiungere, in virtù della sua impetrazione, effetti soprattutto spirituali. La differenza che passa tra i sacramenti e i sacramentali, secondo i teologi papisti, è questa: i sacramenti producono la grazia santificante e sono di istituzione divina, mentre i sacramentali non conferiscono la grazia santificante e non sono di istituzione divina ma ecclesiastica.

Confutazione di alcuni di essi

Fra i sacramentali esamineremo e confuteremo l’acqua ‘santa’, le medaglie, lo scapolare, le candele, le campane, il crocifisso e il segno della croce [2].

L’acqua santa. Che cos’è l’acqua santa? Essa è, secondo l’Enciclopedia Cattolica, l’acqua benedetta ‘di cui si serve comunemente la Chiesa, confezionandola con una miscela di sale mentre si recitano apposite preghiere. Questa mescolanza di sale, simbolo di incorruttibilità, è stata ispirata, non tanto dal fatto biblico di Eliseo profeta che sanò col sale le acque di Gerico, quanto dalla diffusa credenza che il sale fosse dotato d’una virtù repulsiva contro i demoni. La preparazione dell’acqua santa, giusta le prescrizioni del rituale romano, comporta: a) un esorcismo sul sale e sull’acqua per purificarli da ogni influenza impura o nociva; b) una benedizione su entrambi, perché il sale ‘sia a tutti quanti ne gusteranno salute per l’anima e pel corpo’, e l’acqua ‘riceva la virtù della grazia divina di scacciare i demoni, di guarire le malattie, così che qualsiasi cosa nelle case e nei luoghi dei fedeli sarà stata aspersa con questa acqua, sia preservata da ogni sozzura e liberata da ogni male’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 1, 234). L’esorcismo operato sul sale è il seguente: ‘Io ti esorcizzo o creatura di sale, per l’Iddio vivo, per l’Iddio vero, per l’Iddio santo, il quale ordinò che, per mezzo del profeta Eliseo, fossi posto nell’acqua, acciò fosse sanata la sua sterilità: io ti esorcizzo acciò tu diventi sale esorcizzato a salvezza dei credenti, e sii la salvezza dell’anima e del corpo per tutti quelli che ti useranno’. Quest’acqua benedetta è contenuta in una conca o vasca, chiamata acquasantiera, che si trova all’ingresso dei templi d’idoli della chiesa romana; e con essa i Cattolici si aspergono la fronte. Essa viene anche portata dal prete qua e là in un secchio metallico munito di maniglia, quando con essa deve benedire le case. Come si può ben comprendere questo rito della benedizione fatta con quest’acqua è una delle tante superstizioni trapiantatasi in mezzo alla chiesa romana nel corso del tempo. Come si può infatti mettersi a credere che dell’acqua salata abbia la virtù di purificare l’anima delle persone da certi peccati e di tenere lontani i demoni se non a causa della grande ignoranza presente nei Cattolici e della loro cecità spirituale? Ecco che cosa insegna la curia romana ai Cattolici! A riporre la loro fiducia in un acqua salata! Ma questa loro fiducia nell’acqua santa è un illusione perché essa non solo non purifica la loro anima ma neppure tiene lontano da essi i demoni. Anzi dobbiamo dire che i templi d’idoli dei Cattolici sono infestati di spiriti seduttori e di ogni spirito d’immondo; in verità sono alberghi di demoni. E che dire dell’aspersione delle case private di coloro che le fanno aspergere con quest’acqua pensando di metterle al sicuro dall’opera dei demoni? Diremo che anche quest’aspersione è vana. Noi credenti siamo stati aspersi con il sangue prezioso di Cristo e in virtù della potenza purificatrice che possiede il sangue di Gesù siamo mondati da tutti i nostri peccati secondo che è scritto: "Il sangue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato" (1 Giov. 1:7), ed ancora: "Avendo i cuori aspersi di quell’aspersione che li purifica dalla mala coscienza" (Ebr. 10:22); per esso siamo stati santificati perché è scritto: "Perciò anche Gesù, per santificare il popolo col proprio sangue, soffrì fuor della porta" (Ebr. 13:12); sempre per esso abbiamo la redenzione secondo che è scritto: "In lui noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue" (Ef. 1:7), ed abbiamo vinto il diavolo secondo che è scritto: "Ma essi l’hanno vinto a cagion del sangue dell’Agnello..." (Ap. 12:11). Noi quindi non abbiamo bisogno di nessuna aspersione di nessun’acqua benedetta perché l’aspersione del sangue di Cristo che abbiamo ricevuto per la grazia di Dio ci è sufficiente. E non abbiamo bisogno neppure che il prete venga a benedirci la casa con l’acqua benedetta, per questo quando viene non accettiamo che asperga le nostre case. Colui che ci protegge è il Signore; noi in lui abbiamo riposto la nostra fiducia e riponiamo del continuo la nostra fiducia. A lui raccomandiamo le nostre anime, le nostre famiglie, i nostri beni materiali; siamo nelle mani di Dio e non ci può accadere nulla senza il permesso di Dio perché persino i capelli del nostro capo sono tutti contati. Al bando dunque questa superstizione cattolica romana sull’acqua santa; o Cattolici rientrate in voi stessi e fatevi aspergere anche voi da Dio con il sangue di Cristo per ottenere la salvezza dell’anima vostra, per essere santificati, per essere lavati da tutti i vostri peccati e per vincere così il diavolo. Vi scongiuriamo nel nome del Signore a farlo!

Le medaglie. Le medaglie sono delle piastre di metallo a forma di monete sulle quali sono raffigurate delle immagini, che generalmente sono quelle di Gesù, quelle di Maria e dei ‘santi’ della chiesa romana. Vengono preventivamente benedette dal parroco, dal vescovo, da cardinali, ed anche dal papa, e ad esse viene attribuito il potere di proteggere colui che le indossa e ad esse sono collegate molte grazie. Prendiamo per esempio la medaglia con l’effigie che rappresenta Cristoforo; i Cattolici credono che essa messa in macchina li protegga dagli incidenti; per questo quando cambiano macchina si premurano a prendere la medaglia ‘protettrice’ e a porla nell’automobile nuova. I Cattolici sono così attaccati a queste medaglie benedette che se le cuciono agli abiti, le baciano e le ribaciano durante le loro preghiere, le appendono al letto e alle pareti. D’altronde è comprensibile questo loro morboso attaccamento a queste medaglie; gli viene detto dalle loro guide cieche che esse hanno il potere di preservare dal male chi ce le ha e di assicurargli svariate grazie e loro ci credono, perciò se le tengono vicino! Ma tutto questo è solo una forma di superstizione radicatasi nel cuore di queste persone che vivono nelle tenebre; niente di più. Assomiglia molto alla superstizione di cui sono invasi molte popolazioni selvagge a riguardo dei loro amuleti. Ancora una volta riscontriamo nella chiesa romana evidenti forme di paganesimo abilmente camuffate. Noi riproviamo questi amuleti dei Cattolici assieme alle superstizioni collegate ad essi perché la Scrittura dice di non farsi immagine alcuna di cose che sono lassù in cielo o quaggiù sulla terra o sotto la terra e perché le credenze che accompagnano queste medaglie sono menzogne generate dal diavolo.

Lo scapolare. Lo scapolare è un oggetto formato da due rettangolini di lana, della grandezza di tre-quattro centimetri uniti da un cordoncino, che si mette sul collo. Lo scapolare è un segno di devozione, e spesso serve ad indicare una specie di partecipazione in ispirito ad un dato ordine monastico, dell’abito del quale lo scapolare prende il colore. Anche gli scapolari possiedono, secondo la tradizione romana, particolari virtù e conferiscono grazie e privilegi; ad essi sono annessi anche delle indulgenze. Il più famoso scapolare è quello Carmelitano che, la tradizione dice, Maria avrebbe conferito a Simon Stock, generale dell’ordine dei Carmelitani; chi lo indossa scampa all’inferno. Maria avrebbe pure promesso a Giovanni XXII che sarebbe andata lei stessa in purgatorio ogni sabato per trarne fuori tutti gli scapolaristi che sarebbero morti la settimana precedente e portarli direttamente in paradiso. Questo è stato garantito da Giovanni XXII nella sua bolla detta Sabbatina del 1322 e confermato da Alessandro V, Clemente VII, Pio V e Gregorio XIII [3]. Lo scapolare si può benissimo paragonare ad altri oggetti, quali il ferro di cavallo, il cornetto, i dadi ecc., considerati da molti dei portafortuna, perché anch’esso, viene detto, porta fortuna a chi lo porta. La Parola di Dio riprova questa pratica superstiziosa del portare lo scapolare perché essa affonda le sue radici nel paganesimo. Ma che bene può mai fare un oggetto del genere a chi lo indossa? Ah! come sono fitte le tenebre nelle quali i Cattolici romani brancolano. Preghiamo per loro affinché Dio li strappi dalla potestà delle tenebre e li porti a camminare nella luce.

Le campane. La campana è uno strumento di bronzo a forma di tazza capovolta, che suona quando le pareti ne sono percosse da un battaglio nell’interno o da un martello all’esterno. Le campane sono usate dalla chiesa romana per chiamare i Cattolici alle funzioni religiose, e ad esortarli alla preghiera in determinate ore del giorno come per esempio quando suona l’Angelus. In questo caso al suono della campana del mattino, del mezzogiorno e del tramonto i Cattolici sono invitati a recitare tre Ave Maria. Esse sono considerate delle cose sacre e vengono perciò consacrate e benedette. Anche alle campane sono attribuite particolari poteri; uno di questi è quello di allontanare la grandine. In alcuni paesi dell’Umbria per esempio è opinione diffusa fra la gente che se il campanaro è sollecito a suonare le campane prima che la grandine sia arrivata nel territorio della parrocchia, essa non potrà entrarvi. In Abruzzo non tutte le campane hanno gli stessi poteri, alcune infatti sono dotate di virtù superiori alle altre per allontanare la grandine, e di quali si tratta? Di quelle battezzate nel nome di un santo protettore contro la grandine! Ma che dice la Scrittura sulle campane? Diciamo che essa non ne parla minimamente; esse non erano in uso nella Chiesa primitiva. Gli apostoli non chiamavano al culto i fedeli e non esortavano i fedeli a pregare facendo suonare delle campane o qualche altro strumento. Per quanto riguarda la credenza che esse abbiano il potere di allontanare la grandine, diciamo semplicemente che è una menzogna. Possiamo dire che le campane dei Cattolici non possono allontanare la grandine dal territorio della parrocchia nella stessa maniera in cui gli dèi d’Egitto, ai giorni di Mosè, non poterono allontanare il flagello della grandine dal paese dell’Egitto.

Le candele. ‘Sono il mezzo più comune e obbligatorio dell’illuminazione liturgica nelle funzioni religiose’, dice l’Enciclopedia Cattolica (vol. 3, 519). E difatti esse si vedono sugli altari, e davanti alle immagini ed alle statue, e vengono poste anche sulle tombe. La Scrittura non dice che noi dobbiamo usare le candele nel culto che rendiamo a Dio. Certamente però le candele sono utili, nel caso va via la luce nelle nostre case, perché accese danno un pò di luce nel buio. Ricordiamo che l’uso della candela nella funzione religiosa è di origine pagana; l’imperatore per esempio nelle sue comparse era accompagnato con ceri accesi. Ed inoltre che le candele vengono usate dai maghi e dalle streghe nelle loro messe nere. Per quale motivo usano le candele? Perché esse creano l’atmosfera necessaria alle loro diaboliche funzioni.

Il crocifisso. Ecco cosa dice il Perardi nel suo Nuovo Manuale del Catechista a riguardo del crocifisso: ‘Siate devotissimi di Gesù crocifisso (...) portatene devotamente l’immagine al collo; baciate spesso il Crocifisso in vita per meritare di morire stringendolo devotamente tra le mani. - Sopra del letto ponete il Crocifisso; alla sera baciatene devotamente le piaghe’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 148). Come potete vedere ci troviamo davanti ad un’ennesima forma di idolatria perpetrata dalla curia romana a danno di coloro che gli vanno dietro. Cominciamo col dire che noi crediamo che Gesù Cristo fu crocifisso sulla croce per i nostri peccati, ma non solo lo crediamo, ma lo predichiamo pure perché in noi c’é "lo stesso spirito di fede, ch’è in quella parola della Scrittura: Ho creduto, perciò ho parlato" (2 Cor. 4:13). Noi ci gloriamo pure della croce del Signore nostro Gesù Cristo come faceva l’apostolo Paolo perché per mezzo di essa il mondo per noi é stato crocifisso e noi siamo stati crocifissi per il mondo (cfr. Gal. 6:14); ma noi non ci permettiamo di farci una croce né di legno e né di altro materiale, e neppure di attaccarci una statuetta raffigurante il nostro Signore mentre soffriva su di essa, e questo perché la Scrittura ci vieta di fare simili cose secondo che è scritto: "Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù ne’ cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servir loro..." (Es. 20:4,5). I Cattolici dicono che è la tradizione che dice loro di farsi il crocifisso e di portarselo con loro e di baciarlo e di attaccarlo alle pareti di casa loro o di qualche altro luogo; ma a noi non ci importa nulla della loro tradizione. Da come parlano i Cattolici c’é potenza nel crocifisso ma questo é falso perché la potenza é nel nome di Cristo Gesù e nella parola della croce e non in un pezzo di legno. Ma poi in questa maniera fanno apparire Gesù Cristo sempre sofferente, ed ancora in croce; ma egli non é più appeso alla croce perché da essa fu tirato giù e posto in un sepolcro da Giuseppe d’Arimatea. Ma più che questo Egli risuscitò dai morti e non muore più. Noi non sentiamo affatto il bisogno del crocifisso né appeso al nostro collo e neppure appeso alle pareti di casa nostra o dei nostri locali di culto per ricordarci di Gesù perché a noi basta leggere il Vangelo per ricordarci delle sofferenze che Cristo ha patito per noi, e perché noi siamo chiamati a ricordarci della morte del Signore mediante la cena istituita da Gesù Cristo e non con questo artifizio umano che é il crocifisso. E così la chiesa romana ha fatto spargere per il mondo intero crocifissi di ogni genere; qui in Italia ci sono crocifissi un po’ dovunque. Il crocifisso, da come parlano molti Cattolici, li fà sentire al sicuro; senza il crocifisso con loro invece non si sentono più sicuri, come se esso avesse il potere di proteggere quelli che se lo portano dietro o la casa dove é appeso! Ma "il giusto se ne sta sicuro come un leone" (Prov. 28:1) perché sa di essere stato riconciliato con Dio mediante il sangue di Cristo e perché sa che il Signore é il suo rifugio e male alcuno non lo coglierà secondo che é scritto: "Poiché tu hai detto: O Eterno, tu sei il mio rifugio; tu hai preso l’Altissimo per il tuo asilo, male alcuno non ti coglierà, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda. Poiché egli comanderà ai suoi angeli di guardarti in tutte le tue vie" (Sal. 91:9-11), per questo egli considera quella del crocifisso solo una superstizione che per altro serve a fare guadagnare non poco denaro ai costruttori di crocifissi.

Il segno della croce. I Cattolici si fanno il segno della croce portandosi la mando destra alla fronte, e dicendo: In nome del Padre: poi al petto, dicendo: e del Figliuolo; quindi alla spalla sinistra e alla destra, dicendo: e dello Spirito Santo. Questo perché è stato loro insegnato quanto segue: ‘Come cristiani abbiamo un segno esterno che ci distingue da quelli che non sono cristiani; esso é il segno della croce (....) Nel segno della Croce, con le parole esprimiamo l’Unità e Trinità di Dio, e con la figura della Croce la Passione e la Morte del Nostro Signor Gesù Cristo (....) Abbiate gran venerazione pel segno della Croce con cui esprimete i due misteri principali (...) E’ sempre bene fare il segno della Croce, ma specialmente prima e dopo ogni atto di religione, prima e dopo il cibo e il riposo, e nei pericoli dell’anima e del corpo’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 84, 85, 86, 87). Anche qui ci troviamo davanti a un insegnamento di cui non troviamo il benché minimo riscontro nelle Scritture. Noi crediamo che Dio é trino, cioè che la Divinità è composta da Dio Padre, da Dio Figliuolo e da Dio Spirito Santo e che i tre sono uno ab eterno e in eterno; noi crediamo in ciò che la Scrittura dice attorno alle sofferenze di Cristo, alla sua morte, ma per esprimere la nostra fede in queste cose non siamo chiamati a farci il segno della croce, ma bensì a testimoniarne con la nostra bocca come fecero prima di noi anticamente gli apostoli. E poi la Scrittura ci insegna a rendere grazie a Dio con le nostre parole prima di mangiare e non facendoci il segno della croce perché così hanno fatto sia Gesù che gli apostoli prima di noi secondo che é scritto: "Gesù quindi prese i pani; e dopo aver rese grazie, li distribuì alla gente seduta..." (Giov. 6:11), e: "Paolo... preso del pane, rese grazie a Dio, in presenza di tutti; poi, rottolo, cominciò a mangiare" (Atti 27:33,35). L’apostolo Paolo ha detto a Timoteo: "Poiché tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da riprovare, se usato con rendimento di grazie; perché é santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera" (1 Tim. 4:4,5); e non dal segno della croce. E poi ancora; ma dove mai sta scritto nella Parola di Dio che quando si é nella distretta ci si deve fare il segno della croce per invocare l’assistenza di Dio? Essa dice di invocare Dio con la nostra bocca, non con qualche segno particolare, infatti Dio dice: "Invocami nel giorno della distretta; io te ne trarrò fuori, e tu mi glorificherai" (Sal. 50:15).

 

IL GIURAMENTO

La dottrina dei teologi papisti

E’ lecito giurare. Il giuramento fatto agli eretici si può infrangere senza per questo commettere peccato. Il giuramento falso in certe circostanze è ammesso. La teologia romana ammette che si può giurare: nel Codice di diritto canonico è detto: ‘Il giuramento, ossia l’invocazione del nome di Dio a testimonianza della verità, non può essere prestato se non secondo verità, prudenza e giustizia’ (Codice di diritto canonico, can. 1199). Affinché nessuno rimanga ingannato da questi due ‘non’ di questo precetto, sappiate che essi messi l’uno dopo l’altro in questa maniera vogliono dire che giurare è lecito perché è come se ci fosse scritto: ‘Il giuramento può essere prestato secondo verità, prudenza e giustizia’. Che il giuramento è ammesso dalla chiesa cattolica romana è confermato anche da quello che dice il catechismo: ‘Non è lecito giurare senza grave motivo; non è lecito per cose da poco citare e offrire la testimonianza di Dio (...) solo se foste citati in giudizio come testimoni avreste giusta ragione di giurare’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 292).

La chiesa papista nel corso dei secoli ha dato prova molte volte di avere fatto sua la diabolica massima che dice che ‘il fine giustifica i mezzi’. Uno di questi mezzi giustificato perché con esso ci si propone una cosa buona, cioè la persecuzione degli eretici, è il non mantenere un giuramento fatto agli eretici. Ecco come si espresse il cardinale Osio: ‘Non ti fare scrupolo, per nessuna ragione, d’essere tenuto di osservare ciò che hai promesso (all’eretico), poiché il giuramento non debb’essere legame d’iniquità’ (Cardinale Osio, Epist. 202, ad Enrico re di Polonia sugli eretici: citato da Luigi Desanctis in Compendio di controversie, pag. 59). Una chiara prova di come la chiesa papista è stata pronta ad annullare o fare annullare una promessa di giuramento fatta ai suoi nemici l’abbiamo nel comportamento del concilio di Costanza che annullò il salvacondotto che il re Sigismondo aveva rilasciato a Giovanni Huss affinché questo potesse venire al concilio, stare e tornarsene (le parole esatte del salvacondotto dicevano: ‘Omni prorsus impedimento remoto, transire, stare, morari, et redire libere permittatis’). Difatti, quando Huss arrivò a Costanza fu arrestato, processato dal concilio e condannato ad essere arso. Il concilio in quell’occasione emanò il seguente decreto: ‘...nonostante tale salvacondotto, il giudice ecclesiastico può indagare sugli errori di tali persone, e procedere debitamente contro di essi e punirli ... persino se sono venuti al luogo del processo facendo assegnamento sul salvacondotto, ed altrimenti non sarebbero venuti’ (citato da Richard Frederick Littledale in Plain reasons against joining the church of Rome [Chiare ragioni contro l’unirsi alla chiesa di Roma], London 1886, pag. 128). E’ da notare che più di un secolo dopo, il concilio di Trento (1545-1563) offerse ai Protestanti un salvacondotto per presentarsi al concilio ed esporre le loro dottrine. Ma questo salvacondotto non fu accettato e perciò essi non si presentarono a Trento; l’esperienza di Huss aveva insegnato a non fidarsi delle promesse di quei cosiddetti venerabili padri [4].

La teologia cattolica insegna che si può fare un falso giuramento senza peccato, pur di aggiungere mentalmente alle parole del giuramento pronunziate qualche cosa che ne modifica il senso, la qual cosa viene chiamata riserva mentale. Per spiegare questo loro insegnamento citiamo un fatto storico. Durante il fascismo in Italia, tutti coloro che chiedevano la tessera del partito fascista dovevano giurare: ‘Giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di difendere con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della rivoluzione fascista’. Alla domanda che cosa si dovesse pensare di una tale formula di giuramento Pio XI nell’enciclica Non abbiamo bisogno del 29 giugno 1931 rispose: ‘La risposta dal punto di vista cattolico, ed anche puramente umano, è inevitabilmente una sola, e Noi, Venerabili Fratelli, non facciamo che confermare la risposta che già vi siete data: un tale giuramento, così come sta, non è lecito’ (Enciclica ‘Non abbiamo bisogno’ in Tutte le encicliche dei sommi pontefici, vol. 1, Milano 1979, pag. 973). Dopo una tale dichiarazione quindi ci si sarebbe aspettato che il papa dicesse ai Cattolici di non fare un simile giuramento (impedendo così a molti di entrare nel partito fascista) ma questo non avvenne perché Pio XI diede loro questo consiglio: ‘Conoscendo le difficoltà molteplici dell’ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane, per la vita, abbiamo cercato mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori. E Ci sembra potrebbe essere tal mezzo per i già tesserati fare essi davanti a Dio ed la propria coscienza la riserva: ‘salve le leggi di Dio e della Chiesa’, oppure ‘salvi i doveri di buon cristiano’, col fermo proposito di dichiarare anche esternamente una tale riserva, quando ne venisse il bisogno’ (ibid., pag. 973). In altre parole, il papa riconosceva che quel giuramento non si poteva fare ma nello stesso tempo disse che essi potevano giurare con riserva (ossia falsamente) per non compromettere le loro carriere, e la loro vita.

Confutazione

Sotto la grazia è proibito giurare

Che dice la Scrittura a proposito del giurare? In Matteo è scritto che Gesù disse: "Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti. Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero. Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno" (Matt. 5:33-37). Come potete vedere Gesù Cristo ha vietato di giurare; quindi il precetto che permette il giuramento che è trascritto nel Codice di diritto canonico è un precetto d’uomini che volta le spalle alla verità che è in Cristo Gesù. Ecco un’altra prova di come le guide cieche di questa organizzazione religiosa hanno annullato la parola di Cristo con le loro parole! Ma come fanno a sostenere i teologi cattolici romani che è lecito giurare ad un cristiano? Alla solita maniera, dando errate spiegazioni alla Scrittura. Ora, confuteremo i ragionamenti che essi fanno per sostenere il giuramento.

ŸGesù ha detto di non ispergiurare, cioè di non giurare il falso nel nome di Dio, ma non ha detto di non giurare in nessuna circostanza’. Ora, è vero che nella legge vi è il precetto: "Non giurerete il falso, usando il mio nome; ché profaneresti il nome del tuo Dio" (Lev. 19:12), ed il giuramento è ammesso perché è scritto: "Giura nel suo nome" (Deut. 10:20); ma Gesù è venuto per completare la legge infatti ha detto: "Del tutto non giurate" (Matt. 5:34), quindi Gesù ha detto non solo di non giurare il falso ma anche di non giurare affatto. Le parole di Gesù sono chiare; noi credenti non dobbiamo giurare in nessuna circostanza e per nessun motivo. Questo lo ha confermato anche Giacomo dicendo: "Ma, innanzi tutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con altro giuramento" (Giac. 5:12).

ŸGesù non ha detto di non giurare per Dio’. Gesù, dicendoci di non giurare per il cielo implicitamente ci ha detto di non giurare per Dio perché egli ha detto che "chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra" (Matt. 23:22); quindi è falso quanto dicono i teologi cattolici romani.

Ÿ Paolo ha giurato infatti ha detto ai Galati: "Ora, circa le cose che vi scrivo, ecco, nel cospetto di Dio vi dichiaro che non mentisco" (Gal. 1:20); ai Romani: "Iddio... mi è testimone ch’io non resto dal far menzione di voi in tutte le mie preghiere" (Rom. 1:9); ed ai Corinzi: "Or io chiamo Iddio a testimone sull’anima mia ch’egli è per risparmiarvi ch’io non son più venuto a Corinto" (2 Cor. 1:23). Ma dov’è in queste parole di Paolo il giuramento? Noi non lo vediamo. L’apostolo ha usato queste espressioni per attestare che egli diceva la verità perché Cristo parlava in lui. Ma non si mise mai a giurare nel nome di Dio che egli affermava il vero: come avrebbe potuto Paolo mettersi a giurare quando Gesù aveva detto: "Del tutto non giurate" (Matt. 5:34) e poi dire ai santi: "Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e vedute in me, fatele; e l’Iddio della pace sarà con voi" (Fil. 4:9)?

Ÿ Nell’epistola agli Ebrei è scritto che "gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro; e per essi il giuramento è la conferma che pone fine ad ogni contestazione" (Ebr. 6:16). Con queste parole non ci viene detto che noi possiamo giurare, innanzi tutto perché quando lo scrittore dice "gli uomini giurano" non si sta riferendo ai santi ma agli uomini del mondo che anche in quel tempo usavano giurare per qualcuno maggiore di loro; e poi perché questo discorso sul giuramento lo scrittore agli Ebrei lo fece per fare capire ai credenti Giudei che come gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro per porre fine ad ogni contestazione così anche Dio per "mostrare vie meglio agli eredi della promessa la immutabilità del suo consiglio, intervenne con un giuramento, affinché, mediante due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito, troviamo una potente consolazione noi, che abbiam cercato il nostro rifugio nell’afferrar saldamente la speranza che ci era posta dinanzi" (Ebr. 6:17,18). E siccome che Dio non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui giurò per se stesso. Il giuramento con il quale Dio è intervenuto per consolarci è quello che egli ha fatto al suo Figliuolo: "Il Signore l’ha giurato e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno" (Ebr. 7:21). Sappiamo che Dio non può mentire e mantiene i giuramenti fatti; per esempio quando egli promise con giuramento ad Abramo di benedirlo e moltiplicarlo grandemente, lui adempì la parola dettagli perché è scritto: "E così, avendo aspettato con pazienza, Abramo ottenne la promessa" (Ebr. 6:15).

ŸSotto la legge era ammesso giurare’. Sì, sotto la legge era ammesso giurare; ma sotto la legge erano ammesse tante altre cose quali per esempio la circoncisione nella carne, l’osservanza del sabato, che con la venuta di Cristo sono state annullate. Quindi non si può fare questo ragionamento per sostenere il giuramento sotto la legge di Cristo; Gesù lo ha detto chiaramente: "Del tutto non giurate" (Matt. 5:34). Il motivo per cui noi non dobbiamo giurare con nessun giuramento? Ce lo dice Giacomo: "Affinché non cadiate sotto giudicio" (Giac. 5:12).

Noi Cristiani siamo chiamati a dire la verità in ogni circostanza; sappiamo che Dio aborrisce la menzogna e che egli punisce il falso testimonio sia che dica la falsa testimonianza dopo avere giurato sia che la dica senza fare alcun giuramento, e questo ci incute timore.

Il non mantenere un giuramento fatto ai propri nemici è un atto condannato dalla legge di Dio

Il non mantenere un giuramento fatto è peccato davanti a Dio infatti nella legge è scritto: "Questo è quel che l’Eterno ha ordinato: Quand’uno... avrà con giuramento contratta una solenne obbligazione, non violerà la sua parola, ma metterà in esecuzione tutto quello che gli è uscito di bocca" (Num. 30:2); quindi se uno giura (anche se non è lecito sotto la grazia) deve mantenere la parola data, anche ad un nemico, se non vuole essere giudicato da Dio. Nei Salmi è scritto: "O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? chi abiterà sul monte della tua santità? Colui che cammina in integrità ed opera giustizia... Se ha giurato, foss’anche a suo danno, non muta" (Sal. 15:1,2,4). Ma non così la pensa la chiesa romana quando si tratta di difendere i propri interessi. In verità, della curia romana non ci si può fidare neppure quando giura in nome di Dio!

Il giuramento con riserva è condannato da Dio

Abbiamo visto che sotto la grazia giurare non è più lecito, che infrangere un giuramento fatto nei confronti dei propri nemici è peccato, vediamo ora perché il cosiddetto giuramento con riserva è condannato da Dio. Questo giuramento è un giuramento falso perché chi giura non lo fa sinceramente ma colla ferma intenzione di non osservare il giuramento fatto infatti aggiunge al giuramento una qualche riserva che secondo lui gli permetterà al momento opportuno di infrangere il giuramento fatto senza per questo commettere alcunché di male. Naturalmente chi lo ha sentito giurare pensa che egli abbia giurato sinceramente, ma questo perché non sapeva nulla della sua riserva mentale ammessa dalla teologia romana. La legge dice: "Non giurerete il falso, usando il mio nome; ché profaneresti il nome del tuo Dio. Io sono l’Eterno" (Lev. 19:12). Le cose sono chiare. Ecco ora quello che dice la Scrittura a proposito di questa gente che giura il falso. Dio dice in Malachia: "E io m’accosterò a voi per il giudizio, e, senza indugio, io sarò testimonio contro gl’incantatori, contro gli adulteri, contro quelli che giurano il falso" (Mal. 3:5), e in Geremia afferma: "Anche quando dicono: ‘Com’è vero che l’Eterno vive’, è certo che giurano il falso. O Eterno, gli occhi tuoi non cercano essi la fedeltà?" (Ger. 5:2,3). Quindi sappiano tutti coloro che giurano con l’intenzione di non mantenere il giuramento che si attirano sul loro capo l’ira e il giudizio di Dio. Un’osservazione finale che mi pare doverosa. Stando così le cose sul giuramento mi viene da domandare a coloro che sono a favore dell’ecumenismo: ‘Come potete fidarvi di tutte le belle promesse fatte dalla curia romana nei vostri confronti quando la loro teologia permette in taluni casi persino il falso giuramento?

 

L’OMICIDIO

La dottrina dei teologi papisti

E’ lecito uccidere per difendersi. Nel Dizionario di morale cattolica alla voce Difesa si legge: ‘Dato che ne siamo solo i depositari, noi abbiamo, davanti a Dio e davanti al prossimo, il dovere di difendere la nostra vita se è ingiustamente minacciata. Chi uccide il suo aggressore non disubbidisce alla legge divina: egli cerca di difendersi (atto volontario diretto) e non di uccidere (atto volontario indiretto)’ (Jean-Louis Bruguès, Dizionario di morale cattolica, Bologna 1994, pag. 122).

Confutazione

Uccidere il proprio aggressore è peccato

Ancora una volta dobbiamo riscontrare quanto la chiesa cattolica romana non tenga in nessuna considerazione la Parola di Dio perché afferma che non solo si deve usare violenza nei confronti del prossimo se questo ci assale ma anche che nel caso lo si uccida non si disubbidisce alla legge divina. Gesù lo ha detto chiaramente: "Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due" (Matt. 5:38-41). Quindi come suoi discepoli noi non dobbiamo rispondere alla violenza con la violenza perché un simile comportamento va sia contro le parole di Cristo Gesù e sia contro il suo esempio (e non potrebbe essere altrimenti perché Gesù quello che disse di fare agli altri lo fece lui stesso). La Parola di Dio infatti dice che lui "maltrattato, umiliò se stesso, e non aperse la bocca. Come l’agnello menato allo scannatoio, come la pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non aperse la bocca" (Is. 53:7). Egli non rispose mai con la violenza ai suoi aggressori e persecutori. Lo dimostrò quando fu percosso da una delle guardie mentre si trovava davanti al sommo sacerdote (cfr. Giov. 18:22) e quando fu percosso dai soldati del governatore (cfr. Matt. 27:27-31). E non solo, ma anche quando Pietro nell’orto del Getsemani sfoderò la sua spada e percosse il servo del sommo sacerdote in difesa del Maestro, infatti in quell’occasione Gesù ammonì Pietro dicendogli: "Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendon la spada, periscon per la spada" (Matt. 26:52). Egli dunque non permise neppure che i suoi discepoli combattessero per lui affinché non fosse dato nelle mani dei suoi nemici. Ma come abbiamo visto ai Cattolici romani, e per primo ai loro papi, non importa proprio nulla delle sante parole di Gesù e dell’esempio perfetto che ci ha lasciato Gesù. Basta considerare che le guardie preposte alla difesa dei papi hanno l’ordine di colpire a morte coloro che mettono a repentaglio la loro vita per rendersi conto di questo.

 

Il PAGAMENTO DEI TRIBUTI

La dottrina dei teologi papisti

Le chiese e gli ecclesiastici, in virtù di un privilegio che hanno per diritto divino, non sono obbligati a pagare dazi, imposte e gabelle alle autorità civili. ‘E’ proibito, sotto pena di scomunica, ai magistrati secolari d’imporre alle chiese pesi, come scavamenti, spedizioni, ed altri siffatti’ (Decretal. Tit. XLIX De imm. Eccl. cap. 4. Non minus); ‘Le collette pei militi, le ospitalità, ed altri pesi sulle Chiese, e luoghi pii, e sugli ecclesiastici, e le imposte ai loro beni, o frutti, anche pagati spontaneamente, sono proibiti ai laici, senza che l’autorità Apostolica lo permetta’ (Urbano VIII p., Bolla del 5 Giugno 1641); ‘Le Chiese non son tenute a pagare imposte; né i luoghi pii, né gli ecclesiastici, o Secolari o Regolari d’ambo i sessi. Non possono essere gravati, sia direttamente, sia indirettamente, di gabelle, tributi ed altri pesi, sui beni che possiedono, o in titolo della loro carica, o in qualsiasi altro modo, come p. es. a titolo di eredità, oppure di donazione ecc., poiché i diritti surriferiti parlano indistintamente’ (Felice Potestà, Exam. Eccl. tom. 1, part. 2, De primo praec. Decal. cap. 4). Ecco perché l’art. 16 del Trattato del Laterano esenta molti immobili del Vaticano (quelli citati negli articoli 13,14,15,16) ‘da tributi sia ordinari che straordinari tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente’ e l’art. 17 esenta da qualsiasi tributo verso lo Stato le retribuzioni dovute a dignitari, impiegati e salariati della ‘Santa Sede’ e dagli altri enti centrali della Chiesa, anche fuori di Roma [5]; e l’art. 20 esenta da tutti i dazi doganali le merci importate dalla Città del Vaticano e da istituzioni e uffici della ‘Santa Sede’ anche fuori di Roma; perché la chiesa cattolica ritiene di avere il diritto di non pagare i tributi e le gabelle ai governanti. Questo diritto fa parte delle immunità ecclesiastiche [6]. A sostegno di questo suo diritto (considerato di natura divino) di non pagare i tributi allo Stato la chiesa cattolica romana prende le parole di Gesù: "I figliuoli, dunque, ne sono esenti" (Matt. 17:26); e le seguenti parole scritte nella storia di Giuseppe: "Giuseppe ne fece una legge, che dura fino al dì d’oggi, secondo la quale un quinto del reddito delle terre d’Egitto era per Faraone; non ci furono che le terre dei sacerdoti che non furono di Faraone" (Gen. 47:26) [7].

Come il Vaticano può reagire se gli viene negato questo suo cosiddetto diritto

A proposito di questo suo cosiddetto diritto di non dovere pagare le tasse alle autorità voglio ricordare alcuni fatti verificatisi alcuni decenni fa che fanno capire come il Vaticano può reagire quando gli viene negato da parte del governo statale questo suo cosiddetto diritto.

Nel 1935 il governo fascista aveva imposto sui dividendi una tassa speciale, tassa che li colpiva all’origine. Le società, prima di distribuire agli azionisti i dividendi, dovevano detrarne la tassa in questione (il 10% in un primo momento, portata in seguito al 20%), versando direttamente al ministero delle Finanze la somma corrispondente. La tassa si chiamò ‘cedolare’ perché applicata alle cedole o cuponi. Il Vaticano che in quel tempo era piuttosto intimorito dal regime fascista non disse una parola e pagò regolarmente la tassa. Nel 1942 il ministero delle Finanze dava disposizione a tutti gli uffici competenti di esentare la ‘Santa Sede’ dal pagamento della ‘cedolare’. La circolare era firmata dall’allora Direttore Generale del ministero delle Finanze che si chiamava Buoncristiano, ed elencava le organizzazioni che facevano capo alla ‘Santa Sede’: il Sant’Uffizio, la Congregazione Concistoriale, quella del Concilio, la Congregazione per i Religiosi, Propaganda Fide, la Congregazione per le Università e i Seminari, la Fabbrica di San Pietro, i Tribunali Vaticani della Penitenziera Apostolica, della Segnatura Apostolica e della Sacra Rota, oltre ai seguenti uffici; la Cancelleria Apostolica, la Reverenda Camera Apostolica, la Segreteria di Stato, l’Amministrazione dei Beni della Santa Sede, l’Amministrazione Speciale e l’Istituto per le Opere di Religione. A riguardo di questo Istituto era detto tra parentesi ‘in quanto amministra fondi appartenenti alla Santa Sede’. Il 29 Dicembre 1962, il governo italiano applicò di nuovo una tassa del 15% sui cuponi, aumentandola in seguito sino al 30%. Questa tassa fu chiamata ‘cedolare secca’. Il Vaticano accettò ufficialmente l’imposizione della cedolare senza protestare, ma subito iniziò delle trattative segrete con il Governo italiano. Le trattative si conclusero nell’ottobre del 1963 con uno scambio di note tra il Segretario di Stato, cardinale Cicognani, e l’ambasciatore d’Italia presso la ‘Santa Sede’, Bartolomeo Migone. Ecco alcune parole del testo della nota del cardinale Cicognani datata 11 Ottobre 1963: ‘Nello spirito del nostro Concordato con riguardo alla citata legge n. 1745, sarebbe auspicabile anche ora il riconoscimento di un trattamento agevolativo alla Santa Sede. Pertanto propongo: che la ritenuta d’acconto o d’imposta istituita con la legge 29 dicembre 1962, non sia applicata, con decorrenza dalla istituzione della medesima, sugli utili in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione distribuiti dalle società e spettanti alla Santa Sede (..) Qualora il Governo italiano accettasse la proposta contenuta nella presente lettera, La pregherei di darmene cortese conferma’. Quello stesso giorno l’ambasciatore italiano rispondeva: ‘Eminenza Reverendissima, ho l’onore di accusare ricevuta della nota di Vostra Eminenza Reverendissima in data odierna, così concepita: (segue il testo completo della lettera del cardinale Cicognani). Ho l’onore di portare a conoscenza di Vostra Eminenza Reverendissima che il Governo italiano è d’accordo su quanto forma oggetto della Nota sopra riportata..’. Il governo di allora era un governo provvisorio ed era capeggiato da Giovanni Leone. La cosa però fu tenuta segreta; né il Parlamento e né l’opinione pubblica ne furono informati. Circa un mese dopo, il 13 novembre 1963, il ministro delle Finanze Mario Martinelli inviò una circolare all’Associazione fra le Società italiane per Azioni e all’Associazione fra le Banche, ordinando di non dedurre il 30% dai dividendi delle azioni di proprietà della Santa Sede. Questo documento fu emanato però in queste circostanze: lo scambio di note tra il cardinale Cicognani e l’ambasciatore Migone non era stato approvato dal Parlamento che non ne sapeva nulla, e il governo si era dimesso otto giorni prima che Martinelli firmasse la circolare, quando cioè Martinelli non era più ministro delle Finanze. Quando poi Aldo Moro formò il nuovo governo, Roberto Tremelloni prese il posto di Martinelli al dicastero delle Finanze. Scoperta l’esistenza della circolare Tremelloni ne fu sdegnato e minacciò di dimettersi se non fosse stata immediatamente annullata. Allora Moro propose un compromesso per risolvere l’imbarazzante situazione; il Governo italiano avrebbe presentato al Parlamento un progetto di legge per ratificare lo scambio delle Note, rendendo così legale la circolare di Martinelli anche se con effetto retroattivo. Il Vaticano, da parte sua, avrebbe informato il Governo italiano dell’esatto ammontare dei titoli azionari in suo possesso affinché il Governo potesse sapere e riferire al Parlamento quali valori venivano esentati dal pagamento della ‘cedolare’. Il compromesso però non fu accettato né dal cardinale Cicognani, il quale si rifiutò di svelare l’ammontare degli investimenti del Vaticano, né dai socialisti al Governo. Nel giugno 1964, caduto il Governo, Moro formò una seconda coalizione di governo. Allora il Vaticano minacciò, se le cose non si risolvevano come voleva, di buttare sul mercato tutti i titoli azionari in suo possesso. E dato che in quel tempo la Borsa era in crisi, se il Vaticano avesse messo in pratica la minaccia, il suo gesto avrebbe avuto delle conseguenze disastrose per l’economia italiana. Il Governo allora fu costretto ad arrendersi (certamente il partito democristiano non si arrese di malavoglia), e nell’ottobre del 1964 venne preparato un progetto di legge, che doveva ratificare lo scambio di Note tra il Governo e il Vaticano, avvenuto un anno prima. La legge fu approvata dal Consiglio dei Ministri; ma la cosa finì lì perché quella legge non venne presentata al Parlamento per essere approvata, respinta o modificata. Il Vaticano intanto continuava a non pagare la tassa; la stampa di sinistra allora nel 1967 attaccò il Governo, voleva sapere perché il Vaticano non pagava la tassa, quanto non pagava e quanti titoli possedeva in Italia. Cominciarono così a uscire dei dati. Nel gennaio del 1968 il Presidente del Consiglio Giovanni Leone dichiarò in Senato: ‘Il Governo non proporrà il disegno di legge di ratifica e pertanto la Santa Sede pagherà l’imposta secondo quanto stabilito dalla legge’. Il Vaticano allora si rassegnò e fece sapere che avrebbe pagato la cedolare e chiese la rateizzazione delle quote arretrate. Ma quanti titoli azionari possedeva il Vaticano in Italia in quel tempo? Ne possedeva per un valore di circa cento miliardi. Nel febbraio del 1968 infatti il ministro delle Finanze Preti, nel corso di un dibattito alla Commissione Parlamentare per gli Affari Esteri, disse che la Santa Sede possedeva titoli azionari italiani per un valore di circa cento miliardi, con un dividendo che oscillava dai tre ai quattro miliardi l’anno. Va detto però che il Vaticano pur accettando di pagare la cedolare continuò a protestare in linea di principio sostenendo che l’esenzione gli era dovuta sia giuridicamente in quanto ente morale ed ente internazionale sia in base alla Legge sulle Guarentigie e al Concordato.

Confutazione

Cristo quando fondò la sua Chiesa, e gli apostoli in seguito non affermarono mai che i beni materiali della Chiesa e coloro che in essa svolgono una particolare opera hanno il diritto divino di essere esentati dal pagamento dei tributi allo Stato

Gesù disse: "Rendete dunque a Cesare quel ch’è di Cesare, e a Dio quel ch’è di Dio" (Matt. 22:21). E si tenga presente che queste parole egli le disse ai Giudei che erano in quel tempo sotto la dominazione romana e perciò schiavi di un’altra nazione sul proprio territorio che Dio aveva dato ad Abrahamo come eredità perpetua. Paolo inoltre ha scritto ai santi di Roma: "Rendete a tutti quel che dovete loro: il tributo a chi dovete il tributo; la gabella a chi la gabella..." (Rom. 13:7).

Le cose sono chiare: tutti i credenti sono chiamati in qualunque nazione vivano a pagare allo Stato di cui fanno parte i tributi che esso impone loro. Questo obbligo si estende quindi anche ai ministri del Vangelo che sono a pieno tempo e quindi vivono del Vangelo non avendo un lavoro secolare. Nel loro caso però occorre tener presente la legislazione dello Stato in materia, perché in taluni casi lo Stato - quando il pastore (ecc.) di una Chiesa non avrà determinati requisiti, come quello di far parte di una chiesa riconosciuta da esso come ente giuridico - non esige il pagamento delle tasse sulle loro entrate (mi riferisco qui alle offerte o allo stipendio che riceve dalla chiesa in cui adempie il suo ministerio). Alla luce dell’insegnamento della Parola di Dio dunque, non vi è ministro del Vangelo nella Chiesa che può affermare di avere ricevuto da Dio il diritto di non pagare tasse sulle sue entrate per questo o per quell’altro motivo. Anche per quanto riguarda le proprietà che può possedere o ne entra in possesso il ministro del Vangelo, o una Chiesa, vale lo stesso discorso; non esiste un diritto basato sul Vangelo per cui queste proprietà hanno il diritto di essere esentasse. Considerando bene la cosa, dobbiamo dire che se Dio avesse dato questo diritto ad alcuni suoi servitori e alla sua Chiesa, il che avrebbe implicato che lo Stato aveva l’obbligo da parte di Dio di non imporre tasse ai ministri di Chiesa ed alle loro proprietà o alle proprietà della Chiesa (se questa ne fosse venuta in possesso), Egli si sarebbe reso colpevole di un’ingiustizia che avrebbe fatto biasimare la sua dottrina. Ma Dio è giusto e non può commettere ingiustizie di nessun genere; per questo non ha accordato ai suoi ministri ed alla sua Chiesa un tale diritto che si sarebbe rivelato nei confronti degli altri cittadini di una nazione una evidente ingiustizia. Errano dunque i teologi papisti nell’affermare che i ministri e le istituzioni della chiesa cattolica romana hanno il diritto di essere esentati dal pagare i tributi all’autorità civile in virtù di un privilegio concessogli da Dio. E come sempre avviene ogni qual volta degli uomini che si dicono Cristiani e ministri della Chiesa di Dio si arrogano nei confronti dello Stato dei diritti inesistenti, essi vengono biasimati. E difatti, per citare un esempio tra i tanti, in un libro che parla dei Patti Lateranensi, scritto da parte non cattolica, prima dell’inizio dell’esposizione del Trattato e del Concordato del 1929 si leggono queste parole di avvertimento: ‘Pochi italiani conoscono ancora i Patti Lateranensi. Quello che segue è il testo integrale. Le parti in neretto sono quelle particolarmente lesive per la Costituzione italiana ed evidenziano i grossi privilegi e le ingerenze della chiesa romana’. E tra le parti in neretto ci sono anche l’art. 17 e l’art. 20 del Trattato, e la lettera H dell’art. 29 del Concordato.

Per quanto riguarda le parole di Gesù a Pietro con cui il Signore affermò che i figli sono esenti dai tributi va detto che con quelle parole Gesù non conferì ai suoi discepoli nessun diritto di non pagare le tasse perché con quella risposta volle soltanto dire a Pietro che lui quale Figlio del Re d’Israele aveva il diritto di non pagare i tributi che ogni Israelita dai vent’anni in su doveva pagare per il mantenimento del culto a Dio. Ma questo diritto lo aveva solo lui, e non anche Pietro con lui. Ma pure, Gesù volle pagare il tributo impostogli dagli uomini per non scandalizzarli e per questo mandò Pietro al mare a gettare l’amo perché avrebbe trovato nella bocca del primo pesce pescato il denaro da dare a coloro che riscuotevano le didramme. E non solo il denaro che doveva pagare lui, ma anche quello che doveva pagare Pietro infatti Gesù gli disse: "... prendi il primo pesce che verrà su; e, apertagli la bocca, troverai uno statère. Prendilo, e dàllo loro per me e per te" (Matt. 17:27). Bell’esempio questo di Gesù di cosa significa non essere d’intoppo agli uomini. Per quanto riguarda infine il fatto dei sacerdoti d’Egitto le cui terre non furono acquistate da Giuseppe per Faraone (essi ricevevano infatti da Faraone una provvisione e vivevano di essa, per questo non venderono le loro terre), per cui essi non furono obbligati a pagare la quinta parte del reddito delle loro terre, si tenga presente che ciò concerneva dei sacerdoti pagani. Essi erano mantenuti da Faraone che era anche lui pagano. In quel comportamento di Faraone verso quei sacerdoti non si ravvisa nessun diritto divino, per i ministri del Vangelo o per le chiese, di non pagare le tasse sui propri beni.

 

IL FURTO

La dottrina dei teologi papisti

Il furto in alcuni casi non è un’ingiustizia. ‘Il furto in caso di necessità o il diritto dei poveri - E’ un problema classico e rivela bene lo spirito del cristianesimo, il quale rifiuta di dare un carattere assoluto al diritto di proprietà. Viene chiamato anche il diritto dei poveri. Bisogna distinguere due casi: la miseria e la semplice povertà. a) Vi è miseria quando mancano i beni necessari alla sopravvivenza e indispensabili per la vita fisica. Chi si trova in questa situazione ha la vita in pericolo. In questo caso, se non ha altri modi per uscire dalla miseria, non solo può, ma deve prendere il bene di cui ha immediatamente bisogno là dove si trova, salvo ovviamente presso chi è altrettanto o più misero di lui, senza commettere né furto, né ingiustizia. Addirittura, in questo caso, una terza persona può aiutare il bisognoso con i beni di un altro’ (Jean-Marie Aubert, op. cit., pag. 405).

Confutazione

Il furto è in abominio a Dio

La Scrittura dice: "Non rubare" (Es. 20:15). Questo lo dice al ricco e al povero, al savio e all’ignorante, ai Giudei e ai Gentili, insomma a tutti. Se da questo ordine fossero dispensati i miseri Dio avrebbe dei riguardi personali nei confronti dei miseri, ma il comando è anche per loro e se lo infrangono peccano perché il peccato è la trasgressione della legge. Certo, la Scrittura dice che "non si disprezza il ladro che ruba per saziarsi quand’ha fame" (Prov. 6:30), ma attenzione, la Scrittura non lo giustifica, perché subito dopo dice che "se è còlto, restituirà anche il settuplo, darà tutti i beni della sua casa" (Prov. 6:31). Questo significa che anche la coscienza di chi ruba per fame accusa il ladro; perché mai infatti egli sarebbe disposto a riparare il danno fatto restituendo il settuplo o tutti i beni della sua casa se venisse colto? Non è forse perché capisce, in virtù della voce della sua coscienza, che egli sta facendo qualcosa di male? E poi non dice forse la sapienza anche che "il pane frodato è dolce all’uomo; ma, dopo, avrà la bocca piena di ghiaia" (Prov. 20:17)? Quindi anche chi ruba il pane dell’altro per sfamarsi alla fine sentirà il rimorso della coscienza dentro di lui. E questo perché egli ha peccato contro Dio, ed il salario del peccato è la morte. Pensate a Gesù nel deserto dopo che ebbe passato quaranta giorni senza mangiare; egli ebbe fame. Secondo la teologia romana egli avrebbe potuto sfamarsi rubando a qualcuno quello che gli bisognava per sopravvivere senza commettere un’ingiustizia! Ma che fece Gesù? Confidò nel Padre suo e lo aspettò, ed Egli mandò i suoi angeli a servirlo. Gesù in quell’occasione non si sarebbe mai permesso di rubare neppure una briciola al suo prossimo perché egli temeva ed amava Dio. Se egli avesse ragionato come ragionano i papi egli avrebbe peccato e non avrebbe potuto redimerci. Ma come abbiamo visto per la teologia papista è lecito a qualcuno anche rubare per aiutare i bisognosi con ciò che ha rubato, perché anche questo non è un’ingiustizia. Ed anche qui dobbiamo dire che questa dottrina è dal diavolo e non da Dio perché il comando di non rubare vale in ogni circostanza della vita. Non si può rubare a qualcuno per potere supplire ai bisogni degli altri con la refurtiva perché la Scrittura dice: "Chi rubava non rubi più, ma s’affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, onde abbia di che far parte a colui che ha bisogno" (Ef. 4:28). Notate che è lavorando onestamente che si deve venire incontro ai bisognosi e non rubando agli altri. L’apostolo dice pure in un altro luogo che "se c’è la prontezza dell’animo, essa è gradita in ragione di quello che uno ha, e non di quello che non ha" (2 Cor. 8:12) o che ha per averlo rubato agli altri. In altre parole se siamo pronti ad aiutare il nostro prossimo la nostra prontezza sarà gradita agli occhi di Dio in base a quello che abbiamo ma anche che abbiamo ottenuto onestamente. Se nella legge era vietato di portare nella casa di Dio la mercede di una meretrice perché l’offerta era contaminata dal peccato (in questo caso dal peccato di fornicazione), perché mai dovrebbe essere gradita a Dio un offerta fatta al nostro prossimo bisognoso con del denaro o con altro rubato? Non sarebbe questa una contraddizione in cui sarebbe caduto Dio? No, Dio non è caduto in nessuna contraddizione perché vieta il rubare in qualsiasi circostanza e per qualsiasi motivo. Il fine non giustifica i mezzi per il cristiano. Vuoi aiutare il tuo prossimo, dice Iddio? Fallo onestamente, con i tuoi beni e non andare a rubare quelli degli altri. La Parola di Dio è chiara e non lascia spazio a opinioni di nessun genere. Ma noi vorremmo domandare a questi teologi papisti? Ma non avete mai letto che Dio ha detto: "Ama il tuo prossimo come te stesso" (Matt. 22:39) ed ancora che "l’amore non fa male alcuno al prossimo" (Rom. 13:10)? O che noi dobbiamo fare agli altri tutto quello che vogliamo che gli altri facciano a noi (cfr. Matt. 7:12)? Come potete dunque dire che rubare a qualcuno per aiutare i bisognosi sia lecito? E poi ancora: Ma non vi rendete conto che tenendo una simile condotta, anche se il fine è buono, non si finisce che far biasimare la dottrina e il nome di Dio? Ravvedetevi, smettete di ragionare in questa maniera perversa.

 

IL MONACHESIMO

La dottrina dei teologi papisti

E’ cosa buona e meritevole isolarsi dal mondo per darsi alla vita monastica. Per monachesimo si intende la vita ascetica in comune o vita cenobitica nata in Oriente nel secolo quarto la quale si diffuse quasi contemporaneamente anche in Occidente. Inizialmente il monachesimo era poco o male organizzato ma con Benedetto da Norcia esso ricevette una regola ben precisa, la cosiddetta regola di Benedetto che contribuì molto a sviluppare il monachesimo sia maschile che femminile. Lo stesso Benedetto costruì un monastero a Montecassino attorno al 529. Da questo monte, secondo Urbano II ‘quasi da paradisiaca fonte scaturì la veneranda istituzione dell’Ordine monastico’. Nel Medioevo questo monte arrivò ad essere paragonato al monte Sinai. Per ciò che concerne la regola di Benedetto da Norcia essa dice che il monaco deve rinunciare ad ogni bene materiale privato, rimanere casto e vivere nella più profonda povertà personale. Inoltre, per ciò che concerne le sue attività giornaliere esse sono la preghiera, la lettura e il lavoro.

Confutazione

Il monachesimo non è in armonia con l’insegnamento di Gesù Cristo

Il monachesimo non è biblico perché i credenti, secondo l’insegnamento del Signore, non sono chiamati a fare una vita da eremiti, nel deserto o su un monte, lontano dalle persone, ma sono invece chiamati a vivere in mezzo a questa generazione peccatrice risplendendo come luminari. Questo lo ha detto Gesù quando disse ai suoi: "Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio; anzi la si mette sul candeliere ed ella fa lume a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini, affinché veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è ne’ cieli" (Matt. 5:14-16). Gesù stesso che era la luce del mondo visse in mezzo alla gente di questo mondo, il suo ministerio non lo adempì in un cantuccio di questo mondo, ma pubblicamente in mezzo ai peccatori. Mangiò e bevve assieme ai pubblicani e ai peccatori, insegnò per le strade, per le piazze, sui monti, sulle rive del mare di Galilea, nelle sinagoghe e nel tempio che erano i luoghi dove i Giudei si radunavano per udire la legge e i profeti. Qualcuno dirà: ‘Ma anche Gesù si appartò sul monte con Giacomo, Giovanni e Pietro, anche lui si ritirava nei luoghi deserti!’ Sì, è vero, ma è altresì vero che in questi luoghi deserti egli non ci rimase tutta la sua vita come i monaci o le monache di clausura. Lui si ritirava in luoghi deserti per pregare secondo che è scritto: "Si ritirava ne’ luoghi deserti e pregava" (Luca 5:16), e: "Si ritirò in disparte sul monte per pregare" (Matt. 14:23), ma poco dopo tornava nei paesi e nelle città per predicare l’Evangelo e guarire coloro che avevano bisogno di guarigione. Anche noi siamo persuasi che è cosa buona di tanto in tanto appartarsi in luoghi solitari, lontani dal frastuono della città o del paese, per pregare o meditare o leggere la Parola di Dio; ma sentiamo sempre di dovere tornare in mezzo alla gente che non conosce il Signore per testimoniargli con le nostre parole e con le nostre opere l’Evangelo di Dio. A che serve la lampada se dopo essere stata accesa viene messa sotto il letto? A nulla. Nella stessa maniera, che utile ne avranno le persone del mondo se i discepoli di Cristo si rifugiano in qualche luogo sperduto della terra per vivere da eremiti? Nessuno.

Ricordiamo poi che sia nei monasteri dei monaci che nei conventi delle monache, il fatto che essi devono rinunciare a sposarsi per vivere da persone caste, alimenta sia la fornicazione che la sodomia. Vi sono abbondanti fatti che comprovano tutto ciò. Questa è una delle nefaste conseguenze del monachesimo. Tutto ciò ci insegna che ogni qual volta si viola la Parola di Dio e si stabiliscono precetti umani che voltano le spalle alla verità i frutti non possono che essere velenosi.

 

COLLANE, ANELLI, ORECCHINI, ECC.

La dottrina dei teologi papisti

E’ lecito alla donna mettersi addosso collane, anelli orecchini, ecc. ‘E’ vero che la Bibbia proibisce l’uso di collane, anelli, orecchini e qualsiasi altro tipo di ornamento? Non è vero. La Bibbia proibisce solamente l’uso degli ornamenti, che possono favorire l’orgoglio personale e il disprezzo dei poveri (Cfr Gn 41,42; Gdt 10,4)’ (Amatulli Flaviano, op. cit., pag. 166). Il passo citato dal libro di Giuditta dice: ‘Poi si mise (Giuditta) i sandali, si adornò di collane, di braccialetti, di anelli, di orecchini, di tutti i suoi gioielli; si fece così bella da invaghire ognuno che la guardasse’. Oltre a questi passi Amatulli cita - in favore dell’ornamento esteriore - il passo nel libro del Cantico dei cantici che dice: ‘Le tue guance sono belle in mezzo alle collane, e il tuo collo è bello tra i filari di perle" (Cant. 1:10); e quello che in Luca dice che il padre del figliuol prodigo al suo ritorno ordinò che si rivestisse con la veste più bella e gli si mettesse un anello al dito (Luca 15:22).

Confutazione

La Scrittura ordina che l’ornamento della donna non deve essere quello esteriore; perciò ella deve rigettare anelli, collane, orecchini, braccialetti, ecc.

L’apostolo Paolo dice a Timoteo: "Similmente che le donne si adornino d’abito convenevole, con verecondia e modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti sontuose, ma d’opere buone, come s’addice a donne che fanno professione di pietà" (1 Tim. 2:9,10), e l’apostolo Pietro dice alle mogli: "Il vostro ornamento non sia l’esteriore che consiste nell’intrecciatura dei capelli, nel mettersi attorno dei gioielli d’oro, nell’indossar vesti sontuose, ma l’essere occulto del cuore fregiato dell’ornamento incorruttibile dello spirito benigno e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran prezzo. E così infatti si adornavano una volta le sante donne speranti in Dio..." (1 Piet. 3:3-5). Come si può vedere Dio vuole che le donne non si mettano addosso né gioielli d’oro e né perle, e quindi condanna l’indossare collane, orecchini, braccialetti, anelli e così via. Non è abbastanza chiara la Scrittura a tale riguardo? Sono proprio questi ornamenti (collane, orecchini, anelli, braccialetti ecc.) che favoriscono l’orgoglio secondo che è scritto nel libro del profeta Ezechiele: "La bellezza dei loro ornamenti era per loro fonte d’orgoglio" (Ez. 7:20). Perciò, o donne che professate la religione cattolica romana, sappiate che quando una donna si ravvede dai suoi peccati e crede in Gesù Cristo, diventa una figlia di Sara, ed ella deve smettere di indossare ogni sorta di gioielli; anche l’anello nuziale, il cui uso, oltre tutto, si basa su una superstizione.

 

CAPELLI, PANTALONI, VELO, INSEGNAMENTO

La dottrina dei teologi papisti

La donna può mettersi i pantaloni, e può insegnare, e non è obbligata a mettersi il velo sul capo quando prega.Perché nella chiesa Cattolica le donne fanno cose che non vanno d’accordo con la Bibbia, come per esempio tagliarsi i capelli, usare i pantaloni, non coprirsi la testa con il velo, predicare, ecc.? Non tutto quello che si trova nella Bibbia è dottrina. La Bibbia contiene anche usanze, che non siamo obbligati a osservare’ (Amatulli Flaviano, op. cit., pag. 178) [8].

Confutazione

La Scrittura dice che la chioma è un onore per la donna, che si deve vestire da donna e con modestia e verecondia, che si deve coprire il capo quando prega o profetizza e che non le è permesso insegnare

Dalla risposta di Amatulli si evince chiaramente perché tutte quelle cose che le donne fanno nella chiesa cattolica romana e che sono vietate dalla Scrittura sono tranquillamente accettate. La Scrittura insegna che la chioma per la donna è un onore e quindi il tagliarsi i capelli è un disonorarsi, come per l’uomo è disonorarsi farsi crescere la chioma sul capo (cfr. 1 Cor. 11:15,6,14) [9]. La Scrittura dice che la donna deve avere sul capo, a motivo degli angeli, un segno dell’autorità da cui dipende, e che questo segno è il velo (cfr. 1 Cor. 11:10). Per questo è scritto che la donna che prega o profetizza a capo scoperto disonora il suo capo (cfr. 1 Cor. 11:5). Se l’uomo disonora il suo capo, cioè Cristo, pregando o profetizzando con il capo coperto; così la donna disonora il suo capo, cioè l’uomo, se prega o profetizza con il capo scoperto. La Scrittura insegna inoltre che la donna si deve vestire con verecondia e modestia; i pantaloni sono dei vestimenti indecenti per le donne. Nella legge è scritto che la donna non si deve vestire come l’uomo (cfr. Deut. 22:5). La Scrittura insegna infine che alla donna non è permesso insegnare infatti Paolo dice che non permette alla donna d’insegnare (cfr. 1 Tim. 2:11,12). Ricordiamo che Gesù scelse e mandò a predicare dodici uomini, e poi settanta; e non delle donne. Le donne lo seguivano e lo servivano (cfr. Luca 8:2,3). Chi ha orecchi da udire oda.

 

IL FUMO

La dottrina dei teologi papisti

Fumare non è peccato fino a che non si abusa del fumo.E’ peccato fumare? Nella misura in cui il fumare causa danno alla salute, è peccato. Dire che non si può fumare nemmeno una sigaretta, è un’esagerazione, che serve soltanto per ‘favorire il proprio orgoglio’ (Amatulli Flaviano, op. cit., pag. 182). In altre parole, per la chiesa cattolica romana abusare del fumo è peccato, non abusarne non è peccato. Questo è confermato anche dal catechismo che dice: ‘La virtù della temperanza dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e dei medicinali’ (Rino Fisichella, op. cit., pag. 423).

Confutazione

Fumare, o poco o tanto, è peccato

Questo insegnamento cattolico è falso perché Paolo dice ai Corinzi: "Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno guasta il tempio di Dio, Iddio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi" (1 Cor. 3:16,17), ed ancora: "E non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Poiché foste comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1 Cor. 6:19,20). Un credente dunque si deve astenere totalmente dal fumare per non contaminare e danneggiare il suo corpo che è il tempio dello Spirito Santo. Dire che un credente almeno una sigaretta al giorno la può fumare, ma cinquanta sigarette non le può fumare è come dire che una bugia al giorno la si può dire, ma cinquanta no, insomma che mentire è lecito ma abusare della menzogna no.

 

IL BALLO

La dottrina dei teologi papisti

Il ballo in un clima di sano divertimento è ammesso. ‘E’ vero che è peccato ballare?’ Tutto dipende di che tipo di ballo si tratta. Se si realizza in un clima di disordine morale, è peccato; se si fa in un clima di sano divertimento, è buono’ (Amatulli Flaviano, op. cit., pag. 155), dopo di che viene citato il passo della Scrittura in cui si dice che Davide e tutto Israele danzavano dinanzi a Dio a tutto potere.

Confutazione

Il ballo in un clima di ‘sano’ divertimento è una concupiscenza carnale da cui i santi si devono astenere

Questa risposta di Amatulli fa chiaramente capire che il ballo fatto in un clima di ‘sano’ divertimento è consentito dalla chiesa cattolica romana. Ma che cosa si intende per clima di sano divertimento? Ritengo che basta osservare il clima che in un qualsiasi paese d’Italia regna quando arriva il giorno della festa del ‘patrono’ del paese per rendersene conto. Non è forse vero che in quei giorni i Cattolici respirano aria di sano divertimento? Certo che è così. Basta recarsi o dentro le sale parrocchiali o in altri casi fuori da esse in luoghi vicini al luogo di culto della chiesa cattolica e si vedranno le feste con ballo organizzate dalla chiesa cattolica romana con i soldi raccolti nel paese in onore del loro cosiddetto santo patrono. Per alcuni giorni musicisti e cantanti si alternano in questo clima di sano divertimento per intrattenere gli abitanti del paese con musiche di ogni genere; e sulla pedana montata davanti a loro una folla di Cattolici romani, giovani e vecchi, ballano al suono delle loro musiche. Ecco dunque il ballo fatto in un clima di sano divertimento di cui parla Amatulli Flaviano. Ma noi diciamo: Ma come si fa a paragonare il ballo di Davide e del popolo d’Israele davanti a Dio compiuto in quell’occasione del trasporto dell’arca dell’Eterno con questo ballo a cui si abbandonano i Cattolici romani? Si deve essere per forza di cose ciechi per farlo. Quel ballo compiuto da Davide e dal popolo era un ballo che esprimeva la loro gioia, ma anche la loro riconoscenza verso Dio perché l’arca dopo molto tempo veniva trasportata a Gerusalemme. E che quel ballo fosse qualcosa di gradito a Dio lo si capisce anche dal fatto che a motivo del fatto che Mical, moglie di Davide, disprezzò Davide perché lo vide saltare e danzare davanti a Dio, Dio punì Mical privandola di figli fino alla sua morte (cfr. 2 Sam. 6:16-23). Ma la stessa cosa non si può dire del ballo a cui si abbandonano i Cattolici romani in queste feste patronali. Esso infatti è un ballo prodotto dalla lascivia e dalla lussuria, insomma dalle concupiscenze carnali, per nulla espressione di gioia e di lode a Dio. Questo ballo lo si può paragonare un po’ alle danze a cui si abbandonarono gli Israeliti quando si fecero il vitello d’oro secondo che è scritto che Mosè quando scese dal monte "vide il vitello e le danze" (Es. 32:19). Sì perché come quelle danze erano fatte in onore del loro idolo così anche le danze dei Cattolici romani sono fatte in onore dei loro idoli; che però non hanno la forma del vitello d’oro, ma la forma di un personaggio umano che è diverso a secondo del luogo. Come gli Israeliti si adagiarono per mangiare e bere e poi si alzarono per divertirsi, così fanno i Cattolici in queste occasioni; mangiano e bevono e poi si mettono a danzare a suon di musica rock, o disco, o altro, insomma si divertono come fecero gli Israeliti. Tutto ciò è in abominio a Dio perché non glorifica Dio. Per ballo in clima di sano divertimento tollerato dalla chiesa cattolica romana si deve intendere anche quello che ha fatto recentemente un prete di Napoli. Eccone il resoconto tratto da un periodico cattolico: ‘Altri preti vanno in discoteca per parlare di Dio con i giovani; lui ha preferito trasformare il salone parrocchiale in una sala da ballo, per sottrarre i ragazzi ai rischi del sabato sera e per avvicinarli alla vita della comunità. Padre Mario Rega, 58 anni, religioso dei Pii Operai Catechisti Rurali, è l’inventore di questa nuova strategia pastorale per superare la barriera tra Chiesa e nuove generazioni: un’idea che - assicura - ha già prodotto frutti insperati, riportando tra i banchi della chiesa o nelle sale della catechesi decine di ragazzi e ragazze che prima rimanevano a debita distanza dalle porte del tempio. Siamo nel centro di Napoli, in via Toledo, nella storica chiesa di San Nicola alla Carità. Zona di confine tra la city degli affari e i ‘Quartieri spagnoli’, priva di luoghi di aggregazione per i giovani ma densa di pericoli per chi dispone soltanto della strada come passatempo. ‘Vedevo i ragazzi trattenersi per ore sulle panchine’, racconta il sacerdote, ‘e mi chiedevo come poter stabilire con loro un contatto’. Poi l’intuizione: usare il salone parrocchiale per fare trascorrere ai giovani delle serate di divertimento sicure, lontano da droga, alcol, incidenti stradali. Padre Rega acquista le luci e l’impianto di amplificazione, chiede aiuto per l’organizzazione ai ragazzi che frequentano assiduamente la parrocchia. A fine novembre la discoteca debutta, ed è subito successo...’ (Jesus, Febbraio 1997, pag. 85). Ancora una volta dobbiamo constatare che per i preti vale sempre la massima dei Gesuiti ‘il fine giustifica i mezzi’. Mi pare che ogni confutazione sia superflua! Con questo nostro discorso abbiamo voluto dimostrare che la differenza tra i due tipi di balli che fa Amatulli Flaviano non esiste; è solo un sofisma per giustificare i balli organizzati dalla chiesa cattolica romana. Sia quelli in onore del loro ‘santo patrono’ di turno e sia quelli organizzati alla maniera di quel prete di Napoli e sia altri. D’altronde, la chiesa cattolica romana si deve pur cattivare in qualche maniera l’amicizia e il favore dei suoi fedeli che amano divertirsi, altrimenti questi non si faranno più vedere nei suoi luoghi di culto con grave danno economico per le sue casse. Quindi alla radice di questi vani ragionamenti c’è ancora una volta l’amore del denaro.

 

LE PRESCRIZIONI DELL’ASSEMBLEA DI GERUSALEMME

La dottrina dei teologi papisti

Le decisioni prese dall’assemblea di Gerusalemme sono cadute da sé e perciò non sono più valide. La chiesa cattolica romana insegna che la delibera dell’assemblea di Gerusalemme di doversi astenere dal sangue, dalle cose soffocate e dalle cose sacrificate agli idoli oggi non è più valida. Nel 1442 il concilio di Firenze ha infatti deliberato quanto segue: ‘Anche la proibizione degli apostoli delle cose immolate ai simulacri, del sangue e delle carni soffocate era adatta al tempo in cui dai giudei e gentili, che prima vivevano praticando diversi riti e secondo diversi costumi, sorgeva una sola chiesa. In tale modo giudei e gentili avevano osservanze in comune e l’occasione di trovarsi d’accordo in un solo culto e in una sola fede in Dio, e veniva tolta materia di dissenso (...) Ma quando la religione cristiana si fu talmente affermata da non esservi più in essa alcun Giudeo carnale, ma anzi tutti d’accordo erano passati alla chiesa, condividendo gli stessi riti e cerimonie del Vangelo, persuasi che per quelli che sono puri ogni cosa è pura, allora venne meno la causa di quella proibizione, e perciò anche l’effetto’ (Concilio di Firenze, Sess. XI del 4 Febbraio 1442). A questa dichiarazione aggiungiamo le seguenti conferme.

Nel periodico Alleluja Francis A. Sullivan (teologo del movimento carismatico cattolico) dopo avere esposto gli articoli di fede della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale così come sono esposti nel periodico Risveglio Pentecostale del Novembre 1953, tra i cui articoli vi è il seguente: ‘Noi crediamo che è necessario astenersi dalle cose sacrificate agli idoli, dal sangue, dalle cose soffocate e dalla fornicazione, in ossequio a quanto decretato dallo Spirito santo nel primo Concilio di Gerusalemme’, facendo notare le divergenze più importanti che esistono tra la fede pentecostale e quella cattolica afferma: ‘L’insistenza dei pentecostali sulla obbligatorietà permanente dei ‘decreti’ del Concilio di Gerusalemme è un esempio di interpretazione ‘fondamentalistica’ della Sacra Scrittura. Tali prescrizioni hanno avuto ragione nella situazione della chiesa primitiva, quando c’erano molti cristiani convertiti dal giudaismo che ancora osservavano la Legge Mosaica. Cambiata la situazione, non hanno più ragione o forza per quanto riguarda le prescrizioni dietetiche’ (Alleluja, Marzo-Aprile 1976, pag. 4-5).

Nella Bibbia cattolica (Ediz. Paoline del 1971) in una nota che parla dell’assemblea di Gerusalemme si legge: ‘Giacomo, dopo avere confermato le parole di Pietro con la Scrittura (Am. 9,11-12), propone delle prudenziali misure disciplinari che, avendo il fine provvisorio di rendere più facili le relazioni fra i Gentili e i Giudei, caddero da sé, quando la fusione fu completa’. Notate che in questo caso anche l’astensione dalla fornicazione è inclusa tra le misure disciplinari che caddero da sé; mentre nelle parole di Sullivan sopra esposte la fornicazione resta tuttora valida.

Nella New Catholic Encyclopedia (1967) alla voce ‘Gerusalemme, Concilio di’ si legge a riguardo delle ingiunzioni date a quel Concilio quanto segue: ‘Fuori dagli Atti nessuna menzione di esse è fatta; Paolo non si riferisce mai ad esse (cf. 1 Cor 8.1-10.30) nelle sue Epistole, un indicazione che esse erano solo di importanza locale e temporanea’.

Quindi, per ricapitolare; quello che parve bene allo Spirito Santo e agli apostoli e agli anziani di imporre a noi Gentili per il nostro bene non è più valido oggi perché le circostanze sono cambiate.

Confutazione

Le decisioni dell’assemblea di Gerusalemme devono essere ancora osservate da tutti i santi di fra i Gentili

L’insegnamento papista sopra esposto è falso; questo significa fare dire alla Parola di Dio quella che essa non dice. Ma che c’è da meravigliarsi di tutto ciò? La chiesa cattolica ci ha abituato a questo. Quello che fa indignare è che la decisione di un’assemblea che sappiamo con certezza essere giusta perché fu lo Spirito Santo a fargliela prendere venga reputata sorpassata (è da tenere presente che molti teologi papisti per la fornicazione da cui bisogna astenersi secondo l’assemblea di Gerusalemme intendono il matrimonio tra parenti prossimi o tra consanguinei) [10], mentre le decisioni dei loro passati e più recenti concili pieni di intrighi di ogni genere e da dove sono scaturite eresie di ogni genere quelle vengono proclamate ai quattro venti come infallibili, come stabili nei secoli dei secoli e vengono accompagnate dagli anatemi contro chi ardirà trasgredirle o disconoscerle. Basta prendere il testo del concilio di Trento che viene ancora citato a più non posso per rendersi conto di questo. Ecco quello a cui si assiste nella chiesa cattolica! Ma veniamo alla confutazione di quest’altra eresia della chiesa cattolica romana. Risponderemo punto per punto alle loro obbiezioni per dimostrare quanto vane esse siano.

1) Queste misure disciplinari caddero da sé quando la fusione fra Giudei e Gentili fu completa. Noi domandiamo: ‘E quando la fusione fu completa?’ E’ bene ricordare che la fusione tra Giudei e Gentili era già completa quando ci fu l’assemblea di Gerusalemme. Con ciò vogliamo dire che c’erano già chiese formate da Giudei convertiti e Gentili convertiti che con la grazia di Dio andavano avanti nelle vie di Dio. E questo perché Cristo mediante la sua morte aveva fatto dei due popoli uno solo ed aveva abbattuto il muro di separazione che c’era tra Giudei e Gentili con l’abolire nella sua carne la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti. Non è che si dovette aspettare l’assemblea di Gerusalemme per vedere Giudei credenti e Gentili credenti andare d’accordo; perché questo accordo c’era già in Cristo: essi erano fratelli membri di uno stesso corpo. Ad Antiochia di Siria per esempio c’erano sia Giudei che Gentili che avevano creduto (cfr. Atti 11:19-21); come anche ad Antiochia di Pisidia (cfr. Atti 13:43,48) ed Iconio (cfr. Atti 14:1) dove erano stati a predicare Paolo e Barnaba nel loro viaggio missionario. Ma allora per quale ragione si riunì quell’assemblea a Gerusalemme? Perché dopo che Paolo e Barnaba erano tornati ad Antiochia dalla loro missione in cui Dio aveva aperto la porta della fede ai Gentili, dei Giudei venuti dalla Giudea si misero a insegnare che senza la circoncisione secondo il rito di Mosè non si poteva essere salvati; al che ne nacque una grande discussione tra Paolo e Barnaba e costoro: il motivo è evidente. Insegnare la circoncisione significava annullare la grazia di Dio perché la salvezza non era più per grazia ma per opere. Fu deciso allora che Paolo e Barnaba e altri fratelli salissero a Gerusalemme per discutere la questione con gli apostoli e gli anziani. Allora in quell’incontro fu deciso che ai fratelli di fra i Gentili non si doveva imporre né la circoncisione e né l’osservanza della legge per esser salvati perché questo avrebbe significato tentare Dio, e porre sul collo dei discepoli un giogo pesante insopportabile al posto del giogo leggero di Gesù Cristo. Ma quantunque non fu imposta ai Gentili l’osservanza della legge per la loro salvezza, pure parve bene allo Spirito Santo imporre loro di astenersi dalla fornicazione, dove per fornicazione si intende il rapporto carnale illecito con una donna che non è la propria moglie (riteniamo comunque che anche lo sposarsi la propria sorella o la propria zia o nipote significa trasgredire la Parola di Dio), dalle cose soffocate, dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue; che erano tutte cose che erano contenute nella legge di Mosè. Vorrei fare notare che queste prescrizioni furono deliberate dallo Spirito Santo innanzi tutto perché gli apostoli dissero: "E’ parso bene allo Spirito Santo ed a noi..." (Atti 15:28), il che fa chiaramente capire che quelle prescrizioni non possono essere un giogo pesante per coloro che sono sotto la grazia, e difatti non lo sono. Noi Gentili di nascita non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscerlo. Va notato poi che il fatto che furono date ai Gentili solo queste prescrizioni contenute nella legge, non significa che altre prescrizioni come per esempio quella di non consultare gli spiriti, o gli indovini, ed altre di natura comportamentale o morale non dovessero essere osservate dai Gentili, ma solo che in quell’occasione lo Spirito Santo volle porre l’attenzione su quelle prescrizioni necessarie, probabilmente perché esse erano tra le più trasgredite fra i Gentili e perciò quando i Gentili si convertivano a Cristo erano tentati a continuare a trasgredirle con molta facilità. Ma c’è ancora qualcosa da dire: Prendiamo anche solamente le prescrizioni che riguardano l’alimentazione, dato che alcuni commentatori cattolici intendono la fornicazione bandita dall’assemblea come la intendiamo noi e ritengono perciò che il suo divieto sia ancora valido, per quale motivo oggi non dovrebbero essere più valide quando ancora oggi ci sono Giudei che credono e Gentili che credono e in qualsiasi Chiesa dove si trovano assieme possono sempre insinuarsi dei Giudei che dicono che se i Gentili non si fanno circoncidere e non osservano la legge di Mosè non possono essere salvati e si ripresenterebbero così le stesse circostanze che si verificarono ad Antiochia e a Gerusalemme? Non è forse questo un motivo per cui è errato ritenere cadute quelle prescrizioni dietetiche quando quelle stesse circostanze possono ripresentarsi in ogni tempo? Ed ancora: Ma perché ritenerle cadute quando ancora oggi molti tra i Gentili in tutto il mondo uccidono gli animali soffocandoli, sacrificano carni e altri cibi agli idoli, e mangiano il sangue esattamente come facevano i Gentili ai giorni degli apostoli? E’ vero che quelle prescrizioni dietetiche furono date ufficialmente ai Gentili in quella circostanza particolare per appianare la via dato che era venuto a crearsi quel grave problema ma forse che lo Spirito Santo volle dare quelle prescrizioni solo per un tempo in attesa di tempi ‘migliori’? Affatto; se fosse stato così lo avrebbe detto. Anche gli apostoli avrebbero sottolineato con forza che quelle prescrizioni dietetiche non avrebbero più avuto forza o ragione di essere quando Giudei e Gentili si sarebbero ben amalgamati. Ma ecco che sono arrivati i teologi cattolici romani e con un sofisma hanno cancellato la validità di quelle prescrizioni. Siamo fondamentalisti per loro perché interpretiamo la Scrittura in maniera fondamentalistica; ma se è per questo allora siamo in buona compagnia perché lo erano anche gli apostoli dei ‘fondamentalisti’. L’osservanza delle prescrizioni dietetiche date a Gerusalemme non è neppure qualcosa lasciata alla volontà dei credenti o come dicono altri ‘una questione di libertà cristiana’; perché esse non sono facoltative per cui chi vuole le può osservare e chi non vuole no; essa ci è imposta dallo Spirito Santo. Qui non si tratta di considerare personalmente la carne di coniglio impura e di astenersi da essa, o di non volere bere vino per delle opinioni personali, perché in questi casi uno è libero di agire in base alla sua convinzione personale e non deve essere giudicato (sempre che non lo imponga ad altri); qui si tratta di trasgredire dei comandamenti dati per mezzo dello Spirito Santo, che pur concernendo cibi sono molto importanti tanto che vengono messi assieme alla prescrizione di astenersi dalla fornicazione. Nessuno dunque vi inganni fratelli.

2) Quelle prescrizioni dietetiche avevano valore solo localmente. E’ vero che la lettera che gli apostoli e gli anziani scrissero fu indirizzata ai fratelli di fra i Gentili che si trovavano in Antiochia, in Siria e in Cilicia perché così dice il testo (cfr. Atti 15:23); ma questo non significa che il suo contenuto avesse valore solo per i credenti che abitavano in quelle zone. Sarebbe come dire che l’epistola di Paolo ai Colossesi era valida solo per i credenti di Colosse o quella ai Romani solo per i santi di Roma solo perché non c’è scritto che esse erano rivolte a tutti i santi sulla faccia della terra. E’ chiaro che quelle lettere furono scritte in una particolare circostanza a Chiese specifiche, ma il loro messaggio è valido per tutti i credenti di tutte le età: la stessa cosa va detta di quella lettera scritta a quei credenti di quelle zone sopra menzionate. E che sia così è confermato dal fatto che dopo che quella lettera fu portata ad Antiochia e letta là; quando Paolo e Sila partirono per visitare i fratelli nelle città dove erano stati precedentemente Paolo e Barnaba è scritto che "Passando essi per le città, trasmisero loro, perché le osservassero, le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani che erano a Gerusalemme" (Atti 16:4). Per quali città? Derba, Listra, Iconio, Antiochia di Pisidia, ed altre che non facevano parte né della Siria e né della Cilicia che sono le zone di cui si parla nella lettera redatta da quei di Gerusalemme. Abbiamo un’ulteriore conferma che quelle prescrizioni erano valide anche per i credenti di altre zone nel fatto che nella Chiesa di Tiatiri vi era una donna di nome Jezabel che insegnava e seduceva i servitori del Signore affinché mangiassero cose sacrificate agli idoli (cfr. Ap. 2:20), e nella Chiesa di Pergamo quelli che professavano la dottrina di Balaam insegnando a mangiare le cose sacrificate agli idoli (cfr. Ap. 2:14); in ambedue questi casi il Signore riprova il mangiare le cose sacrificate agli idoli da parte di suoi discepoli. E badate che Tiatiri e Pergamo erano delle città dell’Asia (cfr. Ap. 1:4,11), e non della Siria o della Cilicia. Le ragioni che adducono dunque i Cattolici per questo ‘cadere da sé’ delle prescrizioni dietetiche sono esse che non hanno forza, sono esse che non hanno ragione di essere. Ribadisco con forza che noi credenti in Cristo Gesù di fra i Gentili in ubbidienza allo Spirito Santo dobbiamo osservare e fare osservare ancora oggi le prescrizioni date per noi Gentili perché esse sono ancora valide, tali e quali come erano ai giorni dell’assemblea di Gerusalemme. Ma anche che in ubbidienza allo Spirito Santo dobbiamo rigettare tutti quei precetti dietetici e non dietetici che si oppongono alla Parola di Dio presi da tutti i concili della storia del cristianesimo, che sono tanti.

3) L’apostolo Paolo nelle sue epistole non si riferisce mai alle prescrizioni dietetiche dell’assemblea di Gerusalemme perciò esse debbono essere ritenute decadute. In particolare i sostenitori di questa tesi fanno presente il fatto che quando Paolo parla ai Corinzi delle cose sacrificate agli idoli egli permette ai credenti di quella città di mangiarle il che va apertamente contro il decreto di Gerusalemme. Ma le cose non stanno affatto così; perché leggendo attentamente le parole di Paolo ai Corinzi su questa specifica questione si noterà che egli non voleva che i credenti mangiassero le cose sacrificate agli idoli. Per confermare ciò facciamo notare le seguenti affermazioni di Paolo.

Ÿ "Alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quelle carni com’essendo cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata" (1 Cor. 8:7). Quindi nella Chiesa di Corinto c’erano alcuni credenti che continuavano a mangiare delle cose sacrificate agli idoli e la loro coscienza ne veniva contaminata da questo atto.

Ÿ "Io dico che le carni che i Gentili sacrificano, le sacrificano ai demonî e non a Dio; or io non voglio che abbiate comunione coi demonî" (1 Cor. 10:20); quindi Paolo era persuaso che per un credente mangiare delle carni sacrificate agli idoli significava avere comunione con i demoni perché quelle carni erano contaminate.

Per quanto riguarda le affermazioni di Paolo secondo le quali i credenti potevano mangiare tutto ciò che vendevano al macello e tutto quello che veniva posto davanti a loro dagli increduli se invitati presso di loro (cfr. 1 Cor. 10:23-30), diciamo questo: con esse Paolo non ha contrastato affatto il decreto di Gerusalemme perché egli ha detto solo di mangiare ciò che viene venduto al macello o che ci viene messo davanti da persone del mondo senza fare inchieste; notate il "senza fare inchieste" (1 Cor. 10:25,27); e quindi quand’anche quelle carni fossero state sacrificate agli idoli, noi non sapendo nulla di ciò, non abbiamo comunione con i demoni, perché ci accostiamo a quelle carni non come se fossero cose sacrificate agli idoli ma come un qualsiasi tipo di cibo. Altra cosa invece è se noi sapendo che quelle carni sono sacrificate agli idoli ci accostiamo ad esse ritenendo che quelle carni se mangiate possano esserci di qualche utilità spirituale; allora in quel caso noi avremmo comunione con i demoni e provocheremmo Dio a gelosia. Perciò è sbagliato pensare che Paolo con quelle parole abbia voluto dimostrare che il decreto di Gerusalemme riguardante le carni sacrificate agli idoli era stato solo circoscritto ad un tempo e ad un luogo.

 

LA CREAZIONE DELL’UOMO

La dottrina dei teologi papisti

L’uomo discende dai bruti. Pio XII (1939-1958) nell’enciclica Humani Generis (1950) affermò quanto segue: ‘Il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio)’. Come potete vedere in questa enciclica l’evoluzione non venne affatto condannata, ma venne implicitamente ammessa sia pure come ipotesi e con prudenza. Il fatto che anche i teologi furono incoraggiati a fare delle ricerche e a discuterne dimostrò certamente un certo favore della chiesa cattolica verso questa teoria dell’evoluzione. Sono passati quasi cinquanta anni da quella enciclica; come stanno oggi le cose? Stanno che la chiesa cattolica romana insegna l’evoluzione dell’uomo cioè che l’uomo deriva da esseri inferiori o da bruti. Ma non è un evoluzione che esclude l’atto creativo di Dio ma un evoluzione che presuppone la creazione. Ecco infatti quanto ha affermato Giovanni Paolo II in un Simposio su Fede cristiana e teoria dell’evoluzione: ‘Una fede rettamente compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso dell’evoluzione non creano ostacoli (...) L’evoluzione infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo - come una creatio continua - in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come creatore del cielo e della terra’ (L’Osservatore Romano 27 Aprile 1985). Questo tipo di evoluzione sostenuto dalla chiesa romana è chiamato evoluzionismo antropologico mitigato e si differenzia dall’evoluzionismo antropologico radicale di Lamarck, di Darwin e di Haeckel e professato da molti biologi, perché esso afferma che l’evoluzione è ristretta solo all’origine del corpo umano (giacché l’anima è creata direttamente da Dio) mentre quello radicale afferma che l’evoluzione dell’uomo comprende anche l’anima. Ma nella sostanza che cosa dice questo tipo di evoluzionismo sostenuto dalla chiesa romana? Questo; che Dio mediante uno speciale intervento sia causa principale del corpo umano, ma si è servito di un bruto come di materia e strumento. In altre parole, come dice Fiorenzo Facchini, ‘l’uomo è frutto, a un tempo, dell’evoluzione biologica e di un concorso particolare creativo di Dio’, perché si è evoluto da un essere inferiore creato da Dio. Uno studioso cattolico, per spiegare questo concetto, ha affermato: ‘Non discendiamo dai bruti, ma ascendiamo da essi’. Quindi a distanza di circa mezzo secolo dall’enciclica Humani Generis di Pio XII l’evoluzione non è più una semplice ipotesi ma una verità da abbracciare a braccia aperte che non si deve mettere in dubbio: ecco come recentemente Giovanni Paolo II ha posto fine ad ogni dubbio: ‘L’Enciclica Humani generis considerava la dottrina dell’’evoluzionismo’ un’ipotesi seria, degna di una ricerca e di una riflessione approfondite al pari dell’ipotesi opposta (...) Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell’Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. E’ degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere’ (L’Osservatore Romano, 24 Ottobre 1996).

Confutazione

L’uomo fu fatto da Dio a sua immagine e somiglianza, e quindi non fu mai un bruto

Siamo veramente disgustati nel vedere come questa chiesa, che si dice cristiana ed afferma di avere nel suo magistero un’interprete infallibile della Scrittura, cerchi di conciliare le ipotesi scientifiche con la Parola di Dio finendo così per dare un altro significato alla creazione dell’uomo così come è descritta ed insegnata dalla sacra Scrittura. Questo atteggiamento della chiesa cattolica romana nei confronti di questa dottrina diabolica che è l’evoluzionismo è l’ennesima dimostrazione del disprezzo che essa nutre verso la Parola di Dio. Passiamo ora alla distruzione di questi ragionamenti che si elevano contro la conoscenza di Dio.

Nel libro della Genesi è scritto: "E l’Eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l’uomo divenne un’anima vivente... L’Eterno Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino d’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. E l’Eterno Iddio diede all’uomo questo comandamento: Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai... E l’Eterno Iddio avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli dei cieli, li menò all’uomo per vedere come li chiamerebbe, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli darebbe. E l’uomo dette de’ nomi a tutto il bestiame, agli uccelli dei cieli e ad ogni animale dei campi.." (Gen. 2:7,15-17,19,20).

La Scrittura è chiara; Dio il sesto giorno fece l’uomo dalla polvere della terra. Non può essere vero quindi in nessuna maniera che l’uomo si sia evoluto con il tempo da dei bruti innanzi creati da Dio fino a diventare quell’essere che oggi noi conosciamo perché in questo caso Dio avrebbe formato l’uomo da della materia vivente e non più da materia inorganica come dice la Scrittura. In altre parole l’uomo non può essere il frutto di un evoluzione biologica da materia vivente perché la materia da cui Dio trasse l’uomo non era materia organica ma semplice polvere (ed in quella torna l’uomo quando muore secondo che disse Dio: "Mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai" [Gen. 3:19]). Inoltre va notato che benché anche gli animali della terra, e quindi anche tutte le specie di scimmie, furono anch’essi creati il sesto giorno l’uomo fu formato il sesto giorno con un atto creativo ben distinto; quindi la scimmia fu fatta scimmia, e l’uomo fu fatto uomo. A ciò aggiungiamo il fatto che Dio quando creò l’uomo disse: "Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza..." (Gen. 1:26); perché anche questo conferma che l’uomo non può in nessuna maniera derivare da un essere inferiore animale, perché appunto fu fatto ad immagine e somiglianza di Dio subito, all’istante. Non è quindi che prima Dio formò la scimmia e poi la fece evolvere, nel corso di non si sa quanti millenni o milioni di anni, fino a farla diventare uomo fatto a sua immagine e somiglianza; no, Dio fece subito l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ed infine aggiungiamo che Dio quando fece l’uomo gli parlò, quindi l’uomo aveva la facoltà di intendere, e poi che gli menò gli animali affinché lui li chiamasse per nome il che ci fa capire che egli era dotato di intelligenza. Questo ancora esclude qualsiasi forma di evoluzione. Ma veniamo al nocciolo della questione: perché voler negare che Dio abbia creato distintamente dagli esseri animali un essere umano tale e quale a quello che noi conosciamo oggi traendolo dalla polvere della terra in un tempo breve se non in pochi istanti? Perché volere affermare questa ‘creatio continua’? Noi riteniamo che la ragione per cui la chiesa cattolica romana si sia aperta alla teoria evolutiva è perché quello che è scritto nella Genesi sulla creazione dell’uomo è diventato all’improvviso, dinanzi alle ricerche scientifiche, troppo semplice per essere vero, ed in aperto contrasto con quello che dicono gli scienziati sulla origine dell’uomo, così in netto contrasto che se avesse continuato ad insegnare una creazione dell’uomo che escludeva qualsiasi forma di evoluzionismo avrebbe finito coll’essere dichiarata contraria alla ragione umana ed alla scienza, e così via. Perciò essa ha cercato il compromesso; che consiste da un lato in una negazione parziale dell’evoluzionismo (cioè di quello che dice che l’anima deriva dalla materia e non è stata infusa nell’uomo da Dio) e dall’altro nell’affermazione che Dio ha creato un essere inferiore, un bruto, da cui col tempo ha fatto evolvere l’essere umano; e tutto questo finisce coll’annullare il chiaro insegnamento della Parola di Dio. Ennesima chiara prova questa che quando si cerca di piacere agli uomini anziché a Dio, quando si decide di conformarsi al presente secolo, si finisce col mettersi contro la Parola di Dio e quindi contro Dio. Badate dunque a voi stessi fratelli affinché anche voi non cadiate nello stesso errore; rimanete attaccati alla Parola di Dio. Non cercate di adeguarla alle teorie degli uomini; ma credetela anche se le cose che essa dice vi paiono andare contro la ragione e contro la logica umana.

 

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE

La dottrina dei teologi papisti

I sei giorni della creazione sono ere geologiche. ‘Non dobbiamo già credere che Dio abbia creato il mondo in una settimana, che nel sesto giorno di questa settimana abbia creato l’uomo; Dio non creò il mondo in un attimo come ora lo vediamo, ma dopo creata la materia la fece ordinare e disporre nel corso di secoli innumerevoli, lunghi periodi geologici’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 36).

Confutazione

I sei giorni della creazione sono giorni di 24 ore

Anche questo insegnamento papista è falso perché la Scrittura ci dice chiaramente che i giorni della creazione sono letterali infatti essa dice alla fine di ognuno dei sei giorni: "Così fu sera, poi fu mattina" (Gen. 1:5,8,13,19,23,31), e non lunghe ere geologiche. Che poi le cose stanno così lo fece capire chiaramente Dio quando promulgò l’ordine di osservare il sabato; egli disse infatti: "Lavora sei giorni e fà in essi ogni opera tua; ma il settimo è giorno di riposo, sacro all’Eterno, ch’è l’Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno.... poiché in sei giorni l’Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi, e si riposò il settimo giorno..." (Es. 20:9-11).

 

IL RITORNO DI CRISTO

La dottrina dei teologi papisti

Al ritorno di Cristo i credenti viventi morranno e risorgeranno assieme a coloro che erano già morti, e non inizierà nessun regno millenario. Nel Nuovo Manuale del Catechista si legge: ‘Gesù Cristo tornerà visibilmente su questa terra alla fine del mondo per giudicare i vivi e i morti, ossia tutti gli uomini, buoni e cattivi (...) Insegnandoci che nostro Signore Gesù Cristo verrà a giudicare tutti, i vivi ed i morti, il Catechismo ci spiega pure che per morti qui intende i cattivi, e per vivi i buoni’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 164). Che cosa significa tutto ciò? Che secondo la dottrina cattolica quando Cristo tornerà, non inizierà il millennio durante il quale i santi regneranno con lui sulla terra; e difatti essi rigettano il millennio come periodo di mille anni durante il quale Cristo regnerà sulla terra con i suoi santi. Pasquale Lorenzin in Teologia dogmatica, parlando del millenarismo sorto nei primi tempi della Chiesa, lo chiama eresia. (Vedi la parte nella tradizione dove parlo di questo loro rigetto del millennio [accettato però da diversi loro cosiddetti padri]). Ma c’è un’altra cosa attorno al ritorno di Cristo che rigettano i Cattolici è cioè il fatto che al ritorno di Cristo i credenti viventi sulla terra non morranno. Ecco come si esprime Pasquale Lorenzin nel suo libro: ‘Tutte le ipotesi circa il tempo della venuta di Gesù sono senza fondamento. Una sola cosa è certa: alla venuta di Gesù non vi saranno uomini viventi in terra (..) Non vi è dubbio quindi che tutti i nati di Adamo pagheranno il tributo alla morte, e dalle ceneri dell’uomo disciolto, l’onnipotenza divina farà rinascere la nuova e gloriosa vita’ (Pasquale Lorenzin, Teologia Dogmatica, vol. II, pag. 789, 790). Quindi alla venuta di Cristo per i teologi papisti tutti i credenti moriranno fisicamente (faccio presente che questa dottrina è la ‘sentenza più comune’, a suo tempo sostenuta anche da Tommaso d’Aquino). E per sostenere ciò essi si appoggiano su Agostino che disse: ‘Riteniamo che anche quanti il Signore troverà vivi in quel breve spazio di tempo subiranno la morte e acquisteranno l’immortalità..’ (Agostino di Ippona, La città di Dio, Lib. XX, cap. 20, 2).

Confutazione

Quando Gesù tornerà i santi viventi non morranno ma saranno mutati, ed inizierà su questa terra un regno millenario

Nella lettera di Paolo ai Tessalonicesi è scritto: "Poiché questo vi diciamo per parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con potente grido, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risusciteranno i primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insiem con loro rapiti sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore" (1 Tess. 4:15-17). Ed in una lettera ai Corinzi si legge: "Non tutti morremo, ma tutti saremo mutati, in un momento, in un batter d’occhio, al suon dell’ultima tromba" (1 Cor. 15:52). E’ chiaro quindi come la luce del sole che alla venuta di Cristo i morti in Cristo risusciteranno, e i credenti viventi che saranno rimasti fino alla sua venuta non vedranno la morte ma saranno solo mutati. E’ decretato quindi che alla venuta di Cristo ci sia una parte della Chiesa di Dio che non gusterà la morte fisica. La venuta di Cristo precederà e darà inizio al millennio, cioè ad un regno millenario sulla terra durante il quale Cristo e i suoi regneranno. Nel libro dell’Apocalisse è scritto infatti: "E vidi le anime di quelli che erano stati decollati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non aveano adorata la bestia né la sua immagine, e non aveano preso il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano; ed essi tornarono in vita, e regnarono con Cristo mille anni. Il rimanente dei morti non tornò in vita prima che fosser compiti i mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su loro non ha potestà la morte seconda ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni" (Ap. 20:4-6). Dopo il millennio (durante il quale Satana sarà legato) Satana sarà sciolto e sedurrà le nazioni che si raduneranno contro il campo dei santi e la città diletta ma il fuoco di Dio scenderà dal cielo e le consumerà. Poi ci sarà la risurrezione degli empi che saranno giudicati secondo le loro opere (cfr. Ap. 20:7-15).

 

I NUOVI CIELI E LA NUOVA TERRA

La dottrina dei teologi papisti

Questo cielo e questa terra non saranno annichiliti, ma solo trasformati. I teologi papisti negano la distruzione di questo cielo e di questa terra difatti affermano; ‘Il mondo presente non sarà distrutto, ma rinnovato, per essere degna sede degli eletti... ‘ (Pasquale Lorenzin, op. cit., pag. 792). A sostegno di questa dottrina citano ancora una volta Agostino che ha detto: ‘Una volta compiuto questo giudizio, allora questo cielo e questa terra cesseranno d’esistere e cominceranno ad esistere un cielo nuovo e una terra nuova; infatti questo mondo passerà per una trasformazione delle cose, non per un totale annientamento’ (Agostino di Ippona, La Città di Dio, Lib. XX, cap. 14).

Confutazione

Questo cielo e questa terra si dissolveranno e al loro posto Dio ne creerà altri migliori

La Scrittura dice invece: "Ma il giorno del Signore verrà come un ladro; in esso i cieli passeranno stridendo, e gli elementi infiammati si dissolveranno, e la terra e le opere che sono in essa saranno arse. Poiché dunque tutte queste cose hanno da dissolversi, quali non dovete voi essere, per santità di condotta e per pietà, aspettando e affrettando la venuta del giorno di Dio, a cagion del quale i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si struggeranno? Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, ne’ quali abiti la giustizia" (2 Piet. 3:10-13). Quindi, questi cieli e questa terra, secondo Pietro, scompariranno un giorno perché verranno distrutti dal fuoco di Dio e ciò è in accordo con le parole di Gesù: "Il cielo e la terra passeranno..." (Matt. 24:35); essi si dissolveranno e al loro posto Dio farà venire all’esistenza un nuovo cielo e una nuova terra che rimarranno stabili in eterno. Giovanni in visione li vide difatti dice: "Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non era più" (Ap. 21:1). E noi aspettiamo l’adempimento di questa visione avuta da Giovanni sull’isola di Patmo. Ecco perché noi diciamo assieme a Paolo che "abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono (tra cui ci sono questo cielo e questa terra), ma a quelle che non si vedono: poiché le cose che si vedono sono solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne" (2 Cor. 4:18). A Dio sia la gloria in eterno. Amen.

 

CONCLUSIONE

Alla fine di questo capitolo dedicato alla confutazione di queste altre strane dottrine cattoliche non si può non riconoscere per l’ennesima volta che la chiesa cattolica romana ha in avversione la Parola di Dio. Quindi, oltre a predicare un altro Vangelo, la chiesa cattolica romana insegna altre dottrine che si oppongono al consiglio di Dio. Il quadro che emerge quindi è tragico, deprimente. Non si può proprio andare d’accordo con i Cattolici né sulla salvezza, né sui sacramenti, né sulla Chiesa e neppure su molte altre parti del consiglio di Dio. Ma ancora una volta, e non temo di ripetermi, voglio domandare agli ecumenici: ‘Ma come pensate di mettervi d’accordo con i Cattolici anche sulla creazione del mondo, dell’uomo, sul fumo, sulle prescrizioni dell’assemblea di Gerusalemme, sull’omicidio per ‘legittima difesa’, e gli altri punti sopra esposti? Vorrei una risposta anche a tale riguardo.

 

 

NOTE

 

[1] Il termine italiano epifania deriva dal greco epiphaneia che significa ‘apparizione’ e che nel Nuovo Testamento è presente per esempio anche in questo passo: "..la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù avanti i secoli, ma che è stata ora manifestata coll’apparizione (epiphaneia) del Salvator nostro Cristo Gesù" (2 Tim. 1:9,10). Ecco in breve come ebbe origine la festa dell’epifania. Inizialmente i seguaci dello gnostico Basilide, vissuto nel II secolo, festeggiavano il battesimo di Cristo il 10 o il 6 gennaio. Essi però, facendo distinzione tra il Cristo e Gesù, sostenevano che il Cristo fosse apparso per la prima volta sulla terra al battesimo di Gesù. Per cui l’epifania (l’apparizione) di Cristo per loro coincideva con il battesimo di Gesù. Ma perché i Basilidiani scelsero di festeggiare questa festa proprio il 6 gennaio? Perché in Alessandria (Basilide era alessandrino) si festeggiava in quel giorno la nascita di Eone dalla vergine Kore e quel giorno era anche consacrato a Osiride. Così i seguaci di Basilide scelsero proprio quella data per proclamare davanti ai pagani che Cristo era il vero Essere divino apparso sulla terra. Col passare del tempo però andò a finire che la chiesa d’Oriente assunse dagli eretici, da lei combattuti, l’usanza di celebrare l’epifania, e così troviamo che essa nella prima metà del IV secolo celebrava l’epifania il 6 gennaio, collegando tra loro, in tale festa, il battesimo e la nascita di Cristo, e questo perché per la Chiesa - a differenza degli eretici denominati Gnostici - l’apparizione di Cristo sulla terra aveva avuto luogo alla nascita di Gesù; essendo Gesù il Cristo di Dio. Quindi anche l’origine dell’epifania affonda le radici nel paganesimo. [ç ]

 

[2] Oltre a questi ci sono gli Agnus Dei, gli anelli (matrimoniali o religiosi), le ceneri quaresimali, i rami d’ulivo e le palme, le corone del rosario, e le cosiddette immagini sacre. [ç ]

 

[3] Se questi papi hanno garantito ciò in favore degli scapolaristi come mai le autorità ecclesiastiche cattoliche non ordinano a chiunque di portare questo scapolare e così strappare in brevissimo tempo ‘alle pene del purgatorio’ tante anime? La risposta è perché esse hanno tutto l’interesse a ‘mantenere’ sempre pieno il purgatorio; per cui più anime vi stanno e per più tempo possibile, e meglio è. L’interesse naturalmente è di tipo economico, perché per le anime che sono nel purgatorio i Cattolici devono far dire le messe che sono a pagamento. [ç ]

 

[4] Va fatto notare che il concilio di Trento, dopo avere offerto il salvacondotto ai Protestanti, dicendo che essi potevano venire liberamente nella città di Trento, rimanere in essa fare proposte, parlare trattare e discutere con lo stesso sinodo qualsiasi argomento, con l’assicurazione che sarebbero state prese tutte le precauzioni per salvaguardare le loro vite, affermò quanto segue: ‘Esclusa, inoltre, qualsiasi frode ed inganno, con la più sincera buona fede promette che il sinodo non cercherà alcuna occasione, palesemente o di nascosto, e non farà uso, in nessun modo, della sua autorità, del suo potere, di qualche suo diritto o statuto o privilegio di leggi e canoni o di qualsiasi concilio, specie quelli di Costanza e di Siena, che possa riuscire di qualche pregiudizio a questa fede pubblica, a questa solenne assicurazione e alla pubblica e libera udienza; e non permetterà che alcuno se ne serva, derogando per questa volta a tutte quelle disposizioni’. (Grassetto mio. Sess. XV del 25 Gennaio 1552). In questa maniera esso non condannò la infame decisione di Costanza di annullare il salvacondotto del re a Huss, ma disse solo che questa volta il concilio si sarebbe astenuto di appoggiarsi su leggi statuti o canoni di qualsiasi concilio, specialmente del concilio di Costanza, che permettevano al concilio di rompere fede agli eretici per il bene della chiesa. Giudicate da voi stessi le parole di quel concilio. [ç ]

 

[5] Ancora prima della stipulazione del Concordato la chiesa cattolica usufruiva di esenzioni fiscali. La disposizione contenuta nell’art. I n. I r.d. 13 febbraio 1927, n. 124. accordava l’esenzione dall’imposta sui celibi ai sacerdoti cattolici ed ai religiosi che avessero pronunciato i voti di castità. [ç ]

 

[6] Nel Nuovo Concordato del 1984 in materia di esenzioni fiscali le cose sono rimaste sostanzialmente invariate infatti l’art. 7 dice che ‘agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione’. Va segnalato però che lo stesso articolo dice subito dopo che ‘le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime’. La chiesa cattolica gode tuttora di svariate esenzioni fiscali anche in questa nazione. [ç ]

 

[7] Dato che le esenzioni tributarie concesse ai beni e agli ecclesiastici della chiesa cattolica sono da quest’ultima ritenute di diritto divino non è ammesso dire che esse trovano la loro origine nella legge civile. Pio IX (il papa che volle farsi dichiarare infallibile) condannò l’opinione secondo cui le immunità ecclesiastiche trovano la loro origine nella legge civile e che dipendono in tutto da questa, in quanto esse possono essere concesse od abrogate a discrezione dell’autorità civile, trovando il loro fondamento nel diritto positivo degli Stati. Questa sua condanna fu enunciata il 10 giugno 1851 nell’allocuzione Multiplices inter. Quindi, quando la chiesa cattolica si accinge a stipulare un concordato con uno Stato, essa ritiene che le esenzioni fiscali le sono dovute dallo Stato per diritto divino, e non che le possono essere o non essere concesse dall’autorità civile. In altre parole lo Stato ha il dovere di concedere questi privilegi fiscali alla chiesa cattolica perché Dio ha stabilito così! [ç ]

 

[8] Come mai invece le ‘usanze’ che si trovano nella loro tradizione e non nella Bibbia, secondo il magistero romano, si devono osservare? La risposta non può essere che questa: ‘Perché la tradizione è più importante della Bibbia’. [ç ]

 

[9] Ci sono delle donne con i capelli da uomo, che nel vedere degli uomini con la chioma, esclamano: ‘Vedi quell’uomo? Sembra una donna!’; ma si dimenticano che loro stesse agli occhi di coloro che temono Dio sembrano più degli uomini che delle donne. [ç ]

 

[10] Nella Bibbia edizioni Paoline del 1990 nella nota di Atti 15:13-21 si legge infatti che per fornicazione si intende ‘i matrimoni tra consanguinei’. Il fatto quindi che essi ritengono decaduta anche l’ingiunzione di non sposarsi parenti stretti spiega il perché la chiesa cattolica ritiene che un nipote si può sposare sua zia, cosa questa condannata dalla legge di Dio (cfr. Lev. 18). [ç ]

 

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