Capitolo 2

I sacramenti

 

La dottrina dei teologi papisti

I sacramenti sono segni efficaci della grazia istituiti da Cristo, sono sette e conferiscono la grazia che rappresentano. Secondo i teologi papisti ‘i Sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci’(Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 430). Ma qual’è il significato di queste parole? Questo: ‘I Sacramenti sono segni della grazia, perché con la parte sensibile che hanno, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono; e ne sono segni efficaci, perché significando la grazia realmente la conferiscono’ (ibid., pag. 430). Ma quali sono per la chiesa romana questi sacramenti istituiti da Gesù Cristo? Questi: Il battesimo, la confermazione, l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimonio, quindi sono sette [1]. E per chi non li accetta tutti e ne nega l’efficacia ci sono i seguenti anatemi: ‘Se qualcuno afferma che i sacramenti della nuova legge non sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo, nostro signore, o che sono più o meno di sette, e cioè: il battesimo, la confermazione, l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimonio, o anche che qualcuno di questi sette non è veramente e propriamente un sacramento; sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 1) [2]; ‘Se qualcuno afferma che i sacramenti della nuova legge non contengono la grazia che significano, o che non conferiscono la stessa grazia a quelli che non frappongono ostacolo, quasi che essi siano solo segni esteriori della grazia o della giustizia già ricevuta mediante la fede, o note distintive della fede cristiana, per cui si distinguono nel mondo i fedeli dagli infedeli; sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 6) [3].

Confutazione

Cristo ha istituito due ordinamenti che non conferiscono la grazia

Cristo non ha istituito sette sacramenti ma solo due ordinamenti che sono il battesimo e la cena del Signore. E questi ordinamenti non sono la sorgente della grazia [4] perché la grazia procede da Dio e da Cristo Gesù infatti l’apostolo Paolo quando salutava le chiese all’inizio delle sue epistole diceva: "Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo" (1 Cor. 1:3; 2 Cor. 1:2; Gal. 1:3; Fil. 1:2; 2 Tess. 1:2), il che mostra che lui credeva che la grazia scaturiva da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo e non dagli ordinamenti dati da Cristo. Notate che assieme alla grazia è menzionata pure la pace, quindi come non si può dire che la pace scaturisce dagli ordinamenti così non si può dire che la grazia scaturisca dagli ordinamenti. Anche Giovanni ha confermato che la grazia si riceve da Dio per mezzo di Cristo e non per mezzo degli ordinamenti quando dice: "E’ della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo" (Giov. 1:16,17).

Come potete vedere, da ciò che insegna la Scrittura si deduce che è errato pensare che la grazia di Dio sia conferita dai sacramenti della chiesa romana. E i fatti confermano ciò, perché tanti nostri fratelli che prima erano Cattolici romani quantunque avevano ricevuto il battesimo cattolico, la cresima, la comunione, e si erano confessati al prete per anni, hanno ricevuto la grazia che procede da Dio quando si sono ravveduti ed hanno creduto nel Vangelo. Per essa sono stati salvati dai loro peccati, per essa sono stati perdonati appieno e purgati da ogni loro peccato. L’hanno dunque ricevuta senza compiere riti di nessun genere ma solo credendo in Cristo; direttamente da Dio per mezzo di Cristo. Si tenga però ben presente a proposito di quanto appena detto che sia il ravvedimento che si è prodotto in essi e la fede mediante cui essi sono stati perdonati e salvati da Dio, sono tutte cose che vengono concesse da Dio secondo il beneplacito della sua volontà a coloro che lui vuole, per cui il fatto che essi hanno potuto pentirsi e credere nel Signore Gesù Cristo sono una manifestazione della grazia di Dio verso di loro. In altre parole si deve dire che essi si sono ravveduti e hanno creduto per la grazia che Dio aveva innanzi i secoli deciso di manifestare verso di loro e che nella pienezza dei tempi ha manifestato dandogli il ravvedimento e la fede indispensabili per essere salvati. Cosicché si deve riconoscere che se è vero che per la sola fede in Cristo abbiamo ricevuto grazia sopra grazia da Dio, è altresì vero che la fede che abbiamo, essendo un dono di Dio e non qualcosa che viene da noi, è essa stessa una grazia, un favore di Dio da lui datoci nella sua grande misericordia perché così Egli aveva deciso a nostra insaputa senza che noi meritassimo alcunché da lui, altrimenti grazia non sarebbe più grazia. Ecco perché dobbiamo dire che non abbiamo nulla, quindi neppure la fede, che non abbiamo ricevuto da Dio nella sua grande misericordia; e perché non abbiamo nulla di che gloriarci davanti a Dio, perché la salvezza ricevuta è stata un opera interamente compiuta da lui in noi senza che noi sapessimo nulla di questo suo glorioso piano verso di noi e indipendentemente dalla nostra volontà. Come ben dice Paolo: "Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia" (Rom. 9:16). Ho voluto fare questo discorso per dimostrare che se è vero che per mezzo di Cristo "abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia" (Rom. 5:2), come dice Paolo, è altresì vero che abbiamo avuto accesso a questa grazia per la grazia di Dio perché la fede ce l’ha donata Dio. A Dio sia la lode e la gloria. Amen.

Quanto detto qui sopra quindi annulla tutta la dottrina cattolica sull’efficacia dei sacramenti; potremmo perciò fermarci qui, senza proseguire a confutare uno per uno i loro sacramenti. Ma vogliamo lo stesso farlo per dimostrare a tutti con le Scritture come, quantunque i teologi papisti prendono le sacre Scritture per sostenere che i loro sette sacramenti conferiscono la grazia, questi loro sacramenti non conferiscono nessuna grazia. Vogliamo così rendere giustizia alla Parola di Dio da loro male interpretata a danno di tante anime nel mondo.

 

IL BATTESIMO

La dottrina dei teologi papisti

Il battesimo rimette i peccati, fa nascere di nuovo chi lo riceve che diventa così un cristiano. Esso è assolutamente necessario alla salvezza. I neonati quindi lo devono ricevere al più presto perché senza il battesimo, in caso di morte, non possono andare in paradiso, ma vanno nel limbo. Il battesimo lo amministra il sacerdote versando l’acqua benedetta sul capo del battezzando. ‘Il Battesimo è il sacramento della remissione dei peccati e della rigenerazione. E’ di fede (...) Per disposizione divina, il Battesimo è assolutamente necessario a tutti gli uomini per la salvezza. E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, Teologia Dogmatica, vol. III, pag. 91, 96). In altre parole, il battesimo per i teologi papisti rimette i peccati all’uomo e a sostegno di ciò essi prendono le parole che Pietro disse ai Giudei il giorno della Pentecoste; "Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati" (Atti 2:38), e lo fa rinascere e diventare un figlio di Dio e per sostenere questo prendono le seguenti parole di Gesù: "In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (Giov. 3:5), e le seguenti parole di Paolo: "Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatte, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione..." (Tito 3:5). Questo potere di rigenerare, il battesimo lo possiede perché l’acqua usata nel ministrarlo è un’acqua del tutto speciale infatti viene ‘consacrata mediante una preghiera di Epiclesi (sia al momento stesso, sia nella notte di Pasqua). La Chiesa chiede a Dio che, per mezzo del suo Figlio, la potenza dello Spirito Santo discenda su quest’acqua, in modo che quanti vi saranno battezzati ‘nascano dall’acqua e dallo Spirito’...’ (Catechismo della chiesa cattolica, Città del Vaticano 1992, pag. 327). Essendo il battesimo indispensabile alla salvezza, i genitori devono portare il proprio bambino al battesimo non più tardi di otto o dieci giorni; per ‘assicurargli subito la grazia e la felicità eterna, potendo egli molto facilmente morire’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 461). Esso è amministrato dal sacerdote cattolico ‘versando l’acqua sul capo del battezzando e dicendo nello stesso tempo le parole della forma’ (ibid., pag. 453) che sono: Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo [5]. Nella cerimonia del battesimo, il bambino, siccome non può parlare e rispondere alle domande che fa’ il prete, viene rappresentato dai padrini. Il catechismo dice di costoro: ‘I padrini nel Battesimo sono quelli che presentano alla Chiesa il battezzando, rispondono in suo nome se è bambino, assumendosi, quali padri spirituali, la cura della sua educazione cristiana, se vi mancassero i genitori, e perciò debbono essere buoni cristiani’ (ibid., pag. 460). Perciò, quando il bambino diviene adulto ha il dovere di ‘mantenere le promesse fatte a suo nome dai padrini (ibid., pag. 461). Per sostenere il battesimo dei neonati i teologi papisti prendono le parole di Gesù di lasciare che i piccoli fanciulli vadano a lui (cfr. Mar. 10:13), poi le parole di Luca che dice che Lidia e il carceriere di Filippi furono battezzati con le rispettive famiglie (cfr. Atti 16:14,15,32-34), e la circoncisione dei neonati da farsi all’età di otto giorni secondo il comando di Dio (cfr. Gen. 17:12). Che succede nel caso il bambino muore senz’avere ricevuto il battesimo? Se egli muore non battezzato andrà nel limbo. Il catechismo infatti dice: ‘I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non é premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 171) [6]. Quantunque i teologi papisti dicano che il battesimo con acqua è assolutamente necessario per conseguire la salvezza, pure vi sono alcuni casi in cui per necessità, cioè per la ragione che la persona è impossibilitata a farsi battezzare, esso può essere sostituito da due altri battesimi: quello di sangue e quello di desiderio. Per quanto riguarda il battesimo di sangue essi dicono: ‘Il battesimo di sangue (baptisma sanguinis) dona la giustificazione come quello di acqua, ma non il carattere indelebile e quindi l’incorporazione nella chiesa e la capacità di ricevere gli altri sacramenti. Sono compresi come battesimo di sangue; la morte violenta o la tortura, che dovrebbe portare alla morte; il martirio per causa di Cristo (per la fede cristiana o per una virtù cristiana); la sopportazione fino in fondo di questi tormenti per amore di Cristo; almeno un dolore imperfetto per i propri peccati e la volontà di ricevere, alla prima occasione, il battesimo di acqua’ (Johann Auer e Joseph Ratzinger, I sacramenti della chiesa, Assisi 1974, pag. 88-89). Per confermare il battesimo di sangue i teologi papisti prendono le parole che Gesù rivolse a Giacomo e Giovanni: "Voi certo berrete il calice ch’io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato..." (Mar. 10:39). Per quanto riguarda il battesimo di desiderio essi affermano: ‘Se è moralmente o fisicamente impossibile la ricezione del battesimo di acqua, il battesimo di desiderio può conferire gli effetti della grazia del primo. Gli elementi costitutivi del battesimo di desiderio sono: il desiderio sincero del battesimo, il dolore perfetto dei propri peccati e la ferma volontà di ricevere alla prima occasione il sacramento del battesimo di acqua. Esso è efficace quando a motivo di un fatto esterno (morte) non si è più in grado di ricevere il battesimo di acqua. Esso produce la giustificazione, ma non l’incorporazione nella chiesa visibile’ (Johann Auer e Joseph Ratzinger, op. cit., pag. 89).

Contro chi non accetta il battesimo della chiesa cattolica romana ci sono i seguenti anatemi lanciati dal concilio di Trento: ‘Se qualcuno afferma che nella chiesa romana (che è madre e maestra di tutte le chiese) non vi è la vera dottrina del battesimo: sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 3); ‘Chi nega che per la grazia del signore nostro Gesù Cristo, conferita nel battesimo, sia rimesso il peccato originale (...) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. V,5); ‘Chi nega che i fanciulli, appena nati debbano essere battezzati (....) sia anatema’ (Concilio di Trento. Sess. V,4); ‘Se qualcuno afferma che i bambini, poiché non hanno la capacità di credere, ricevuto il battesimo non devono essere considerati cristiani e quindi divenuti adulti, devono essere ribattezzati; o che è meglio omettere il loro battesimo, piuttosto che battezzarli nella fede della chiesa, senza un loro atto di fede; sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 13).

Confutazione

Il battesimo dev’essere ministrato a persone che hanno creduto e per immersione

Questa dottrina della chiesa romana sul battesimo é falsa perché innanzi tutto secondo la Scrittura il battesimo dev’essere ministrato a persone che si sono ravvedute dai loro peccati ed hanno creduto nel Signore Gesù Cristo, e perciò non può essere ministrato a degli infanti che ancora non discernono il bene dal male e che ancora non possono credere col cuore nel Signore. Le seguenti Scritture confermano che coloro che devono essere battezzati devono prima ravvedersi e credere nel Vangelo che viene loro annunziato, e perciò non possono essere battezzati dei neonati.

Ÿ "Or essi, udite queste cose, furon compunti nel cuore, e dissero a Pietro e agli altri apostoli: Fratelli, che dobbiam fare? E Pietro a loro: Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati.... Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati...." (Atti 2:37,38,41);

Ÿ "Ma quand’ebbero creduto a Filippo che annunziava loro la buona novella relativa al regno di Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne" (Atti 8:12);

Ÿ "E molti dei Corinzî, udendo Paolo, credevano, ed eran battezzati" (Atti 18:8).

Come potete ben vedere in questi tre passi le espressioni: "accettarono la sua parola", "quando ebbero creduto", e "credevano" precedono l’atto del battesimo, e attestano in maniera chiara che anticamente per ricevere il battesimo la persona doveva prima credere nel Vangelo. Tutto questo è in perfetta armonia con le parole di Gesù: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16). Il battesimo dunque è lecito che lo riceva solo chi ha creduto. Ma per potere credere la persona deve prima ascoltare la parola di Cristo perché Paolo dice che la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della parola di Cristo, ed anche: "Come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare?" (Rom. 10:14), e perciò ci deve essere chi predica il Cristo perché sempre Paolo dice: "Come udiranno, se non v’è chi predichi?" (Rom. 10:14). E questo è in perfetta armonia con le seguenti parole di Gesù: "Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:15,16); e: "Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli..." (Matt. 28:19). Notate infatti che la predicazione e l’ammaestramento precedono l’atto del battesimo perché gli apostoli prima dovevano predicare la Parola, e dopo dovevano battezzare coloro che avevano creduto in essa. Questo è l’ordine che gli apostoli seguirono, difatti il giorno della Pentecoste prima Pietro predicò, poi gli uditori accettarono la sua parola e gli apostoli li battezzarono secondo che è scritto: "Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati" (Atti 2:41). E questo è quello che avvenne anche a Filippi nel caso della famiglia di Lidia secondo che è scritto prima: "E postici a sedere, parlavamo alle donne ch’eran quivi radunate" (Atti 16:13), poi dopo che il Signore le aprì il cuore per renderla attenta alle cose dette da Paolo "fu battezzata con quei di casa" (Atti 16:15); ed anche nel caso della famiglia del carceriere secondo che è scritto, prima: "Poi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua" (Atti 16:32), e poi, che "fu battezzato lui con tutti i suoi" (Atti 16:33); ed a Corinto dove molti sentendo parlare Paolo credevano ed erano battezzati (cfr. Atti 18:8). E siccome che la predicazione del Vangelo non poteva essere rivolta a dei neonati (e da quest’ultimi accettata) perché essi quantunque potevano sentire non potevano però discernere quello che veniva detto e in loro non poteva dunque venire la fede, deduciamo che essi non venivano battezzati. Abbiamo dunque visto che anticamente il battesimo veniva, in obbedienza al comando di Cristo, ministrato solo a coloro che credevano, il che esclude che venissero battezzati anche dei neonati che non potevano ancora credere.

Oltre a ciò bisogna dire che il battesimo citato in queste Scritture consisteva nell’immergere nell’acqua chi aveva creduto, e non in un versamento di acqua sulla sua testa. D’altronde la stessa parola greca baptizo significa ‘immergere’, ‘tuffare’, e non versare o aspergere. Le seguenti Scritture attestano che il battesimo con acqua è per immersione e non per infusione.

Ÿ Giovanni il Battista battezzava per immersione (quantunque il suo battesimo fosse solo un battesimo di ravvedimento) secondo che é scritto: "Allora Gerusalemme e tutta la Giudea e tutto il paese d’intorno al Giordano presero ad accorrere a lui; ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati" (Matt. 3:5,6), ed anche: "Or anche Giovanni stava battezzando a Enon, presso Salim, perché c’era là molt’acqua; e la gente veniva a farsi battezzare" (Giov. 3:23);

Ÿ Gesù fu battezzato all’età di circa trenta anni; quando fu battezzato da Giovanni nel Giordano, fu immerso nell’acqua, secondo che é scritto in Matteo: "E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuor dell’acqua..." (Matt. 3:16); ed anche in Marco: "Fu battezzato da Giovanni nel Giordano. E ad un tratto, com’egli saliva fuori dell’acqua, vide fendersi i cieli, e lo Spirito scendere su di lui..." (Mar. 1:9,10);

Ÿ l’eunuco fu battezzato da Filippo per immersione secondo che é scritto: "E discesero ambedue nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. E quando furon saliti fuori dell’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo.." (Atti 8:38,39).

Che dire allora di quei ragionamenti papisti quali: ‘Il giorno della Pentecoste furono battezzate circa tremila persone e noi sappiamo che a Gerusalemme non c’è nessun fiume che permettesse un battesimo di immersione’, e: ‘Il carceriere fu battezzato con tutta la sua famiglia nel carcere e qui non c’era un fiume o una piscina per fare un battesimo per immersione; quindi in questi casi il battesimo fu ministrato per infusione’? Diremo che essi sono solo delle ciance che servono solo a gettare polvere negli occhi dei Cattolici che non conoscono le Scritture. Dio non era obbligato a fare trascrivere ogni volta dove e come venivano battezzati tutti coloro che accettavano il Vangelo. Una cosa è certa, in quei casi in cui Egli non ha voluto che fosse trascritto dove e come venne ministrato il battesimo ai credenti non è perché quel battesimo fu loro ministrato per infusione! E poi, seguendo questo modo di ragionare si dovrebbe anche dire che in quei casi dove non c’è scritto che dei credenti ricevettero il battesimo essi non furono per nulla battezzati come nel caso di quelle migliaia di persone che dopo che Pietro guarì lo zoppo a Gerusalemme credettero, dei Tessalonicesi, o di coloro che credettero ad Atene; per cui il battesimo non era necessario! Ma questo evidentemente significherebbe fare dire alla Parola ciò che essa non dice e costituirebbe una contraddizione.

Abbiamo quindi provato che il battesimo istituito da Cristo dev’essere ministrato a persone che si sono ravvedute ed hanno creduto ed anche che esso è per immersione e non per infusione. Quando dunque un Cattolico romano si ravvede e crede con il suo cuore nel Vangelo della grazia deve essere battezzato; non ribattezzato perché in realtà quello che lui ha ricevuto da fanciullo (o magari da adulto) nella chiesa cattolica romana non è affatto un battesimo ma un qualche cosa che ha solo il nome di battesimo.

Per quanto riguarda poi le parole da usare nel battesimo bisogna dire al battezzando: ‘Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo’ perché Gesù così ha comandato: "...battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo" (Matt. 28:19). Nel nome del Padre perché è Lui che lo ha attirato al suo Figliuolo (cfr. Giov. 6:37,44,65), nel nome del Figliuolo perché Lui lo ha accolto e gli ha rivelato il Padre (cfr. Luca 10:22), e nel nome dello Spirito Santo perché è Lui che lo ha convinto quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (cfr. Giov. 16:8).

Il battesimo non rigenera l’uomo

Le parole di Gesù (cfr. Giov. 3:5) e di Paolo (cfr. Tito 3:5) che i teologi papisti prendono per sostenere il potere di rigenerare del battesimo hanno un altro significato.

Gesù quando disse che bisogna nascere d’acqua intese dire che bisogna essere rigenerati dalla Parola di Dio perché l’acqua rappresenta la Parola di Dio (cfr. Is. 55:10,11). Di certo Egli non intese dire che l’acqua del battesimo rigenera o ha il potere di rigenerare il peccatore perché questo non corrisponde a verità, perché il potere di rigenerare il peccatore ce l’ha la Parola di Dio (cfr. 1 Piet. 1:23). E poi, se fosse così come dicono i Cattolici il ladrone convertitosi sulla croce in punto di morte non avrebbe potuto andare nel regno di Dio perché non nato d’acqua, cioè perché non battezzato. Ma allora come mai Gesù gli disse che in quel giorno sarebbe stato con lui in paradiso? Non è forse perché quell’uomo prima di morire sperimentò la nuova nascita, ovvero nacque d’acqua e di Spirito? Certo che è così, e non può essere altrimenti.

Per quanto riguarda le parole di Paolo a Tito, per lavacro della rigenerazione l’apostolo non intese dire la rigenerazione compiuta dal battesimo. E questo perché lui per lavacro non intendeva l’immersione nell’acqua di chi aveva creduto, ma la purificazione compiuta in lui dalla Parola di Dio difatti agli Efesini dice che "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola.." (Ef. 5:25,26). A conferma che Cristo ci ha lavati e nettati mediante la sua parola, e non mediante il battesimo in acqua che abbiamo ricevuto nel suo nome, citiamo le parole che Gesù disse ai suoi discepoli la notte in cui fu tradito: "Voi siete già mondi a motivo della parola che v’ho annunziata" (Giov. 15:3). Egli non disse loro che erano mondi a motivo del battesimo, ma a motivo della sua parola, che era la Parola di Dio secondo che egli disse: "La parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato" (Giov. 14:24). E se ciò non bastasse a dimostrare che Paolo dicendo che siamo stati salvati mediante il lavacro della rigenerazione non intese affatto dire che il battesimo in acqua ci ha rigenerati aggiungiamo anche la prova dei fatti. I Cattolici romani dicono di avere ricevuto il lavacro della rigenerazione ma non possono dire di essere stati salvati. Ora, noi diciamo: ‘Se i Cattolici avessero ricevuto il lavacro della rigenerazione di cui parla Paolo quando sono stati battezzati allora potrebbero dire di conseguenza anche loro: "Siamo stati salvati", ma questo non lo possono dire e non lo dicono. Come mai?’ Non è forse perché quel "lavacro della rigenerazione" non si riferisce affatto al battesimo (sia che esso sia stato erratamente ministrato per infusione o giustamente per immersione) ma al lavaggio operato dalla Parola di Dio nel cuore di colui che l’ha accettata per fede e loro questo lavaggio non l’hanno ancora sperimentato? Certo che è così. Ecco perché tutti coloro che dicono di essere dei Cristiani solo per il fatto che da piccoli sono stati battezzati nella chiesa cattolica romana non sono certi di essere salvati, e sono ancora morti nei loro falli; perché il loro battesimo non li ha rigenerati affatto quando essi lo hanno ricevuto da piccoli. Possiamo dire che essi sono stati ingannati mediante quel ‘battesimo’, ma non rigenerati ed incorporati mediante di esso nel corpo di Cristo.

I passi presi per sostenere il battesimo dei bambini non hanno il significato che gli danno i teologi papisti

Nella sacra Scrittura non ci sono a riguardo del battesimo in acqua dei passi che attestano che ai tempi di Gesù e ai tempi degli apostoli venivano battezzati anche i bambini. Nonostante ciò, come avete potuto vedere, i teologi papisti sostengono il battesimo degli infanti mediante dei passi delle Scritture. Vediamo dunque di dimostrare che i passi della Scrittura da loro citati non confermano affatto il battesimo degli infanti.

Ÿ In Matteo è scritto: "Allora gli furono presentati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli sgridarono coloro che glieli presentavano. Gesù però disse: Lasciate i piccoli fanciulli e non vietate loro di venire a me, perché di tali è il regno de’ cieli. E imposte loro le mani, si partì di là" (Matt. 19:13-15). I sostenitori del battesimo degli infanti (pedobattesimo) dicono che quel "non vietate loro di venire a me" significa che non si può negare il battesimo ai fanciulli, quantunque essi non siano consapevoli dell’atto a cui vengono sottoposti, perché Gesù ha detto di non impedirglielo. Questa interpretazione data alle suddette parole di Gesù è arbitraria per queste ragioni: coloro che presentavano i bambini a Gesù non glieli presentavano affinché lui li battezzasse per infusione o per immersione, ma, come dice Marco "perché li toccasse" (Mar. 10:13), quindi vedere il battesimo degli infanti in quelle parole di Gesù vuole dire sforzarsi di vederci quello che non c’è. Gesù quando i bambini andarono a lui li prese in braccio "ed imposte loro le mani, li benediceva" (Mar. 10:16), il che esclude che lui li abbia battezzati.

Ÿ "E una certa donna, di nome Lidia, negoziante di porpora, della città di Tiatiri, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare; e il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. E dopo che fu battezzata con quei di casa, ci pregò dicendo: Se mi avete giudicata fedele al Signore, entrate in casa mia, e dimoratevi. E ci fece forza" (Atti 16:14,15); "Poi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua. Ed egli, presili in quell’istessa ora della notte, lavò loro le piaghe; e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. E menatili su in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e giubilava con tutta la sua casa, perché avea creduto in Dio" (Atti 16:32-34). Ora, siccome che sia nel caso di Lidia, e sia nel caso del carceriere di Filippi è detto che essi furono battezzati con tutti quelli di casa loro, i teologi papisti deducono che anche i loro bambini furono battezzati dagli apostoli. Per confutare questo loro discorso diciamo solamente che le Scritture qui sopra esposte non dicono che c’erano dei neonati o dei piccoli bambini in quelle famiglie.

Ÿ "All’età d’otto giorni, ogni maschio sarà circonciso fra voi, di generazione in generazione" (Gen. 17:12). Per i teologi papisti, come il neonato entrava a fare parte inconsapevolmente del popolo d’Israele mediante quell’atto che gli veniva compiuto nella carne, così sotto il Nuovo Patto il bambino entra inconsapevolmente a fare parte del popolo di Dio quando gli viene ministrato il battesimo. Questo paragone non regge per i seguenti motivi: 1) sotto l’Antico Patto fu Dio a comandare di circoncidere l’ottavo giorno i bambini mentre sotto il Nuovo Patto non ha comandato affatto di battezzare i bambini, cosa che non avrebbe mancato di fare se egli avesse voluto che così si facesse; 2) la circoncisione sotto l’Antico Patto era ombra della vera circoncisione che doveva compiere Cristo nel cuore di molti uomini e di molte donne: e questa egli la compie in coloro che si ravvedono e credono in lui togliendogli il vecchio cuore di pietra e mettendogliene uno nuovo di carne, togliendogli i peccati.

I peccati vengono cancellati e si diventa figliuoli di Dio quando si crede in Gesù Cristo e non quando si viene battezzati

Ora, prescindendo dal fatto che il battesimo dei bambini amministrato in seno alla chiesa romana è nullo per le ragioni appena esposte, spieghiamo con la Scrittura perché il battesimo in acqua non cancella i peccati all’uomo e non lo fa diventare un figlio di Dio.

Pietro dice nella sua prima epistola che il battesimo non é "il nettamento delle sozzure della carne..." (1 Piet. 3:21); dove per sozzure della carne si intendono le opere morte della carne (i peccati) di cui l’uomo senza Dio è contaminato (cfr. Gal. 5:19-21. Quindi non è mediante di esso che vengono cancellati i peccati e si diventa figliuoli di Dio. Ma allora come vengono cancellati i peccati e come si diventa figliuoli di Dio?

Ÿ I peccati vengono cancellati mediante la fede, e non mediante il battesimo in acqua, secondo che é scritto: "Chiunque crede è giustificato di tutte le cose" (Atti 13:39), ed anche: "Chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome" (Atti 10:43). Ed a conferma di quello che stiamo dicendo citiamo le parole di Pietro all’assemblea di Gerusalemme a proposito della purificazione di quei Gentili che udirono il Vangelo dalla sua bocca: "E non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede" (Atti 15:9). Come potete vedere Pietro non disse che quei Gentili erano stati purificati dai loro peccati mediante il battesimo, che essi ricevettero per ordine suo dopo che lo Spirito Santo scese su loro, ma mediante la loro fede che aveva preceduto il battesimo in acqua. Che dire allora delle parole di Pietro il giorno della Pentecoste che i teologi papisti prendono per dire che il battesimo rimette i peccati? Non confermano forse esse che il battesimo rimette i peccati? No, non lo confermano affatto perché Pietro non disse loro: ‘Siate battezzati per la remissione dei vostri peccati’, il che avrebbe sì significato che per ottenere la remissione dei peccati era indispensabile per loro farsi battezzare; ma egli disse loro prima di ravvedersi e poi di farsi battezzare, e siccome che quando ci si ravvede si cambia modo di pensare e si crede nell’Evangelo nel quale non si è mai creduto prima, bisogna dire ancora una volta che il battesimo non lava il peccatore dai suoi peccati perché ciò che gli rimette i peccati è il nome di Cristo nel quale egli crede quando si ravvede. E che i peccati non vengono cancellati dal battesimo ma mediante la fede in Cristo è confermato anche dalle seguenti parole che sempre lo stesso Pietro rivolse ai Giudei dopo la guarigione dello zoppo alla porta del tempio detta ‘Bella’: "Ravvedetevi dunque e convertitevi, onde i vostri peccati siano cancellati..." (Atti 3:19). Notate infatti che qui Pietro dice ai Giudei che per ottenere la cancellazione dei loro peccati si devono solo ravvedere e convertire. Non gli dice: ‘Ravvedetevi e siate battezzati’, ma solo: "Ravvedetevi dunque e convertitevi"; del battesimo non gliene parla, ma annunzia loro lo stesso la cancellazione dei peccati.

Ÿ Si diventa figliuoli di Dio sempre mediante la fede e non mediante il battesimo secondo che é scritto: "A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome" (Giov. 1:12), ed anche: "Siete tutti figliuoli di Dio, per la fede in Cristo Gesù" (Gal. 3:26). Prendiamo per esempio ancora Cornelio ed i suoi; essi ricevettero lo Spirito Santo ancora prima di essere battezzati in acqua. Ora, noi sappiamo che lo Spirito Santo lo possono ricevere solo coloro che hanno creduto perché è scritto: "Or disse questo dello Spirito, che doveano ricevere quelli che crederebbero in lui" (Giov. 7:39), perciò essi avevano creduto e di conseguenza erano dei figliuoli di Dio. Inoltre la Scrittura dice: "Avete ricevuto lo spirito d’adozione, per il quale gridiamo: Abba! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio" (Rom. 8:15,16), quindi Cornelio ed i suoi potevano dire di essere dei figliuoli di Dio ancora prima di essere battezzati perché lo Spirito Santo glielo attestava con il loro spirito [7]. Come potete vedere tutto questo annulla la dottrina che il battesimo fa diventare figli di Dio. Ma prendiamo un altro esempio per confermare che non è mediante il battesimo che si diventa figliuoli di Dio; quello dei circa dodici discepoli di Efeso. Luca dice che Paolo quando giunse ad Efeso "trovati quivi alcuni discepoli, disse loro: Avete voi ricevuto lo Spirito Santo, dopo che avete creduto" (Atti 19:1,2 Diod.). E siccome che essi gli risposero che non avevano neppure sentito parlare dell’esistenza dello Spirito Santo, Paolo si informò da loro di quale battesimo erano stati battezzati. Essi gli risposero che erano stati battezzati del battesimo di Giovanni; al che Paolo li battezzò nel nome del Signore Gesù. Ora, la domanda che faccio è questa: ‘La Scrittura dice che questi circa dodici uomini erano dei discepoli ancora prima che fossero battezzati in acqua nel nome del Signore Gesù, quindi costoro avevano creduto nel Signore perché ogni qual volta nel libro degli Atti degli apostoli è menzionata la parola discepoli essa si riferisce a dei credenti, a dei figliuoli di Dio; ma allora come si spiega che essi, benché ancora non fossero stati battezzati nel nome del Signore Gesù, sono chiamati discepoli?’ Non è forse perché non è il battesimo nel nome del Signore Gesù che ci rende discepoli del Signore, ma la nostra fede in Cristo Gesù? Non bisogna forse arrivare ancora alla conclusione che il battesimo non fa gli uomini figli di Dio, perché figli di Dio si diventa credendo nel nome del Figliuol di Dio?

Con questi nostri discorsi non vogliamo dire affatto che il battesimo sia inutile o non necessario, e questo perché esso è stato ordinato dal Signore con queste parole: "Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo" (Matt. 28:19) ed anche: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16), ma solo che Gesù ha detto che "chi non avrà creduto sarà condannato" e non che colui che non sarà battezzato andrà all’inferno, come per esempio un uomo che crede in fin di vita senza avere punto il tempo di essere battezzato in acqua. Quindi il fine di questi discorsi è solo quello di dimostrare che non è l’acqua del battesimo che cancella i peccati ma il sangue di Cristo, e che non è il battesimo che fa diventare gli uomini figli di Dio ma la loro fede. Fermo restando che il battesimo ha valore, e che coloro che credono devono essere subito battezzati in ubbidienza all’ordine del Signore.

Che cosa è, e cosa fa il battesimo secondo la Scrittura

Dopo avere detto cosa il battesimo non è, e cosa il battesimo non fa vediamo che cosa è il battesimo e cosa esso fa.

L’apostolo Pietro dice che il battesimo è "la richiesta di una buona coscienza fatta a Dio" (1 Piet. 3:21) (questa è un ulteriore conferma che il battesimo non può essere amministrato a bambini perché i bambini appena nati non possono fare a Dio questa richiesta di buona coscienza che é il battesimo); quindi siccome che per mezzo del battesimo chi crede in Dio richiede di avere una buona coscienza nel suo cospetto, esso è necessario (d’altronde come avrebbe potuto Gesù istituire una cosa non necessaria per coloro che avrebbero creduto in lui?). E ciascuno di noi ha sperimentato le parole di Pietro perché dopo che abbiamo creduto nel Signore abbiamo sentito la necessità del battesimo perché sentivamo in noi per lo Spirito, che pur essendo dei figliuoli di Dio purificati con il sangue di Gesù Cristo, per avere una buona coscienza davanti a Dio dovevamo ubbidire all’ordine del battesimo. Certo, eravamo certi di essere salvati, di essere stati perdonati, ma nonostante ciò sentivamo che in ubbidienza a Cristo, il nostro Salvatore, dovevamo farci battezzare in acqua. Quindi, secondo la Scrittura, mediante il battesimo noi abbiamo ottenuto una buona coscienza davanti a Dio.

Oltre a questo noi, mediante il battesimo, siamo stati sepolti con Cristo secondo che è scritto: "O ignorate voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siam dunque stati con lui seppelliti mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita" (Rom. 6:3,4). E dato che vengono seppelliti i morti e non coloro che ancora sono vivi, noi possiamo dire che quando siamo stati seppelliti mediante il battesimo nella morte di Cristo eravamo già morti al peccato essendo che ci eravamo ravveduti ed avevamo creduto nel Vangelo. In altre parole che noi prima di essere battezzati in acqua eravamo nati di nuovo, perciò morti al peccato; e mediante il battesimo il nostro vecchio uomo è stato seppellito con Cristo. Come Cristo quando fu seppellito era già morto al peccato ("il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre" Rom. 6:10, dice Paolo), così anche noi quando siamo stati seppelliti con lui eravamo già morti al peccato mediante il corpo di Cristo. Possiamo anche esprimere questo concetto così: noi siamo stati salvati dai nostri peccati mediante la fede, e quindi ancora prima di essere battezzati in acqua eravamo salvati (perché l’atto del credere precede l’atto dell’essere immersi nell’acqua). Il nostro battesimo quindi si può definire un atto di ubbidienza a Dio che ha suggellato la giustificazione da noi ottenuta per fede prima del battesimo. Un po’ come il segno della circoncisione che Abramo ricevette "qual suggello della giustizia ottenuta per la fede che avea quand’era incirconciso" (Rom. 4:11). Perché anche Abramo era stato giustificato da Dio per fede prima di essere circonciso, e non fu quindi la circoncisione ad essergli messa in conto di giustizia ma la sua fede secondo che è scritto: "Noi diciamo che la fede fu ad Abramo messa in conto di giustizia" (Rom. 4:9). Nello stesso modo anche a noi non è stato il battesimo ad esserci messo in conto di giustizia (il che avrebbe significato che mediante il battesimo si ottiene la giustificazione) ma la nostra fede che abbiamo riposto in Cristo prima di essere battezzati in acqua.

Mediante il battesimo noi abbiamo anche testimoniato al diavolo e ai suoi ministri (come anche alle persone del mondo che erano presenti o che hanno udito del nostro battesimo) di essere diventati dei discepoli di Cristo Gesù, di non volere vivere più per noi stessi ma per Colui che è morto e risuscitato per noi, e perciò di avere rinunciato a noi stessi ed ai piaceri del peccato che ci offre il diavolo tramite questo mondo malvagio. Non si deve mai dimenticare infatti che quando noi siamo nati di nuovo siamo stati strappati da questo presente secolo malvagio che giace nel maligno e trasportati nel regno del Figliuolo di Dio; che prima della nuova nascita servivamo il peccato ma dopo abbiamo cominciato a servire la giustizia. E’ un atto dunque il battesimo con il quale noi abbiamo dichiarato di essere morti al peccato e al mondo. Come con la cena del Signore noi annunziamo periodicamente la morte del Signore al peccato una volta per sempre, così con il battesimo, che si riceve una volta sola nella vita, noi abbiamo annunziato la nostra morte al peccato, al mondo. E si tenga presente che come la cena del Signore non è la ripetizione della morte del Signore al peccato, il battesimo non è nemmeno esso l’atto con il quale noi moriamo al peccato perché la nostra morte al peccato è avvenuta prima del battesimo che ne è stato invece l’annuncio. Si tenga presente che il battesimo nel nome di Cristo in alcuni posti della terra rappresenta un pronunciare su se stessi la condanna a morte dei propri connazionali, e difatti molti di questi nostri fratelli battezzati in queste nazioni sono stati poi uccisi per avere manifestato pubblicamente con il battesimo la loro decisione di seguire Cristo. Questo a dimostrazione che per coloro che si sono sentiti traditi questo atto dell’immersione che subisce un credente (che per loro è un traditore) significa che quello che prima era della loro stessa religione ha deciso di rinunciare alla sua vecchia religione per abbracciarne un altra totalmente diversa per cui egli merita la morte come traditore.

Il battesimo è un atto con il quale noi abbiamo dichiarato di non vergognarci di Cristo ma di essere disposti a portare il suo vituperio in questo mondo di tenebre. Il fatto dunque che molti credenti hanno subito una forte opposizione dai loro familiari increduli prima di essere battezzati è dovuto al fatto che il diavolo cercò tramite alcuni che erano sotto la sua potestà di indurre in questa maniera il neoconvertito a vergognarsi del suo Salvatore. L’avversario infatti sa che Gesù ha affermato: "Se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figliuol dell’uomo si vergognerà di lui..." (Mar. 8:38).

Dopo avere detto ciò qualcuno dirà: "Ma allora, se non è tramite il battesimo che si viene salvati (perché è mediante la fede che si viene salvati), perché Pietro dice del battesimo: "Il quale ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo" (1 Piet. 3:21)? Perché è così, ma Pietro non ha voluto dire con queste parole che il battesimo ci ha salvati. Perché non è il battesimo in acqua che salva l’uomo dalla schiavitù del peccato ma la sua fede in Cristo Gesù. Non è il battesimo in acqua che salva l’uomo dall’inferno ma la sua fede, e di ciò ne abbiamo una conferma nell’episodio della conversione di uno dei ladroni che furono crocifissi con Cristo al quale Gesù disse: "Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso" (Luca 23:43). Come potete vedere quell’uomo non poté ricevere il battesimo eppure andò in paradiso. A conferma di quanto detto sopra vi faccio notare che Pietro non ha detto che ‘il battesimo ci ha salvati pure a noi mediante la risurrezione di Gesù Cristo’ perché se avesse detto così questo avrebbe significato che Pietro credeva che si nasce di nuovo quando si viene battezzati e non quando ci si ravvede e si crede nel Figliuolo di Dio. Ma egli ha detto che il battesimo "salva ancora noi, per la risurrezione di Gesù Cristo" (1 Piet. 3:21 Diod.), cioè che il battesimo nella sua morte ci salva dall’ira a venire; ma in che maniera? Con la fede nella risurrezione di Gesù Cristo perché Gesù ha detto: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16), e non senza. Ma questo non significa affatto che è stato mediante il battesimo che siamo stati rigenerati; tanto è vero che lo stesso apostolo Pietro all’inizio della sua prima epistola dice: "Benedetto sia l’Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua gran misericordia ci ha fatti rinascere, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti..." (1 Piet. 1:3); lo vedete? Pietro non dice che Dio ci ha fatti rinascere mediante il battesimo (come dice la chiesa cattolica romana) ma mediante la risurrezione di Gesù Cristo ossia mediante la fede nella risurrezione di Gesù Cristo, il che è differente. Anche l’apostolo Paolo conferma che è mediante la fede nella risurrezione di Cristo che noi siamo stati rigenerati e non mediante il battesimo quando dice ai Colossesi: "Essendo stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti" (Col. 2:12). Notate l’espressione "mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti" che messa in quel contesto in cui si parla del battesimo dimostra chiaramente che è la fede nella risurrezione di Cristo che ci ha rigenerati e non il battesimo. E difatti Paolo predicava alle persone del mondo la fede in Cristo come mezzo per rinascere e non il battesimo; perché egli sapeva che era soltanto mediante la fede che esse potevano essere rigenerate. Ecco perché ai Corinzi l’apostolo disse: "Cristo non mi ha mandato a battezzare ma ad evangelizzare..." (1 Cor. 1:17), perché agli occhi del Signore l’evangelizzare era ed è più importante del battezzare, cosa che Gesù stesso nei giorni della sua carne lo dimostrò evangelizzando ma non battezzando alcuno.

Quindi, riassumendo, mediante la fede nella risurrezione di Gesù Cristo siamo stati salvati, rigenerati, e purificati dai nostri peccati; mediante il battesimo siamo stati seppelliti; ed esso ci salva mediante la risurrezione di Gesù Cristo, ossia se conserviamo la fede nella risurrezione di Cristo. In altre parole, noi saremo salvati dall’ira a venire a condizione che riteniamo ferma fino alla fine la fede che abbiamo riposto in Dio al principio; nel caso contrario il battesimo in acqua ricevuto dopo avere creduto non ci servirà proprio a nulla. Vi spiego questo facendovi degli esempi. Se Noè, o qualcuno dei suoi che erano nell’arca, avesse deciso mentre pioveva a dirotto sulla terra di gettarsi dalla finestra che Dio aveva ordinato a Noè di costruire nell’arca, di certo non sarebbe scampato al diluvio ma sarebbe perito pure lui assieme ai ribelli. Se un Israelita che aveva appena finito di passare il mare a piedi asciutti avesse deciso di tornare sui suoi passi (prima che Dio dicesse a Mosè di stendere la sua mano sul mare affinché le acque ritornassero sugli Egiziani), certamente egli sarebbe perito con gli Egiziani. Così anche noi che siamo in Cristo mediante la fede, dobbiamo studiarci di rimanere in Cristo se vogliamo essere salvati dall’ira a venire. Quindi dobbiamo continuare a credere in lui e guardarci dal gettare via la nostra franchezza, perché questo costituirebbe una specie di suicidio spirituale.

Infine ci tengo a sottolineare che l’apostolo Pietro e l’apostolo Paolo (cito loro perché ho citato le loro parole a riguardo del battesimo) battezzavano subito coloro che credevano; questo ve lo ricordo per farvi capire come per loro il battesimo doveva seguire immediatamente la fede e non doveva avvenire settimane o mesi o anni dopo. A dimostrazione che per loro, quantunque non fosse il battesimo che rigenerasse, esso era un atto importante perché comandato da Cristo da fare subito. Purtroppo però il loro esempio oggi non è seguito in mezzo alla maggior parte delle chiese per tanti motivi che non trovano nessun appoggio nella Scrittura (il numero consistente, la stagione calda, ecc.). E questo non può non rattristare. Io dico che se i preti comandano ai genitori di fare ‘battezzare’ i loro neonati pochi giorni dopo la loro nascita naturale perché pensano che con quell’acqua versata sul loro capo essi rinasceranno e diventeranno figli di Dio, i ministri del Vangelo devono comandare che i neonati spirituali siano battezzati subito sapendo che il battesimo è una richiesta di buona coscienza fatta a Dio e non il mezzo tramite cui si rinasce e si diventa figli di Dio. Perché un morto con Cristo deve aspettare giorni, settimane o mesi prima di essere seppellito? Che impedisce che venga seppellito subito? Non è forse vero che Cristo quando morì fu seppellito subito? Perché dunque quando uno muore con Cristo non deve essere seppellito subito? Se nel campo naturale appena uno muore si pensa subito a seppellirlo, perché mai nel campo spirituale appena uno muore al peccato perché ha accettato Cristo non deve essere seppellito subito? Perciò o ministri del Vangelo non indugiate a battezzare coloro che hanno veramente creduto nel Vangelo.

Voglio pure cogliere l’occasione per esortare coloro che hanno sì creduto ma ancora indugiano a farsi battezzare. A costoro dico: ‘Che aspettate? perché indugiate? Levatevi e siate battezzati’. Badate a non vergognarvi del battesimo perché è un atto prescritto da Cristo Gesù, un comandamento a cui dovete ubbidire. Non fatevi ingannare dal diavolo che con la sua astuzia cerca di tenervi lontani dal battesimo. Resistetegli mediante lo scudo della fede e sottomettevi a Cristo.

Il limbo non esiste

Di questo luogo chiamato ‘limbo’ nel quale andrebbero i bambini morti senza battesimo la Scrittura non ne parla. Essa parla del seno d’Abramo, ma esso era un luogo dove andavano i giusti che morivano prima della risurrezione di Cristo e adesso non esiste più perché i giusti che vi erano sono stati menati in cielo da Cristo (cfr. Ef. 4:8). E’ quindi inutile credere sia nell’esistenza del limbo e sia che i bambini morti senza battesimo vadano a dimorarvi.

Il battesimo di sangue e quello di desiderio non esistono

Il battesimo di sangue e quello di desiderio sono scaturiti dalla errata dottrina che il battesimo con acqua conferisce la giustificazione ed è quindi indispensabile per la salvezza; infatti tutte e due donano la giustificazione a chi o a motivo del martirio e di altra causa non ha potuto farsi battezzare con l’acqua. Quindi per confutare questi due battesimi basta ribadire che è per la sola fede in Cristo che si viene giustificati e non per il battesimo con acqua; il battesimo con acqua quantunque sia importante non giustifica chi si fa battezzare perché egli, dato che ha già creduto, è già giustificato dai suoi peccati secondo che è scritto: "Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio..." (Rom. 5:1), ed anche: "Il giusto vivrà per fede" (Rom. 1:17). Di conseguenza, dato che il battesimo non giustifica, chi ha creduto e muore senza ricevere il battesimo in acqua o per morte naturale improvvisa o a motivo del martirio, muore giustificato da Dio e se ne va in paradiso. Come il ladrone pentitosi sulla croce prima di morire per esempio; egli non fu giustificato e salvato perché desiderò essere battezzato, ma solo perché si pentì e credette in Cristo. Non c’è proprio bisogno di nominare il battesimo di sangue o quello di desiderio perché essi sono dei battesimi inesistenti che i teologi papisti hanno fatto spuntare fuori per rimpiazzare in una certa misura il loro indispensabile battesimo con acqua nei casi in cui esso non può essere ricevuto. Insomma per la chiesa romana senza uno dei suoi battesimi non si può essere salvati; non è più senza la fede che non si può essere salvati ma senza uno di questi battesimi, ossia battesimo con acqua per infusione, battesimo di sangue e battesimo di desiderio. Ancora una volta emerge in maniera chiara come la salvezza mediante la sola fede in Cristo è stata annullata dai sofismi dei teologi papisti. E come la negazione della dottrina della giustificazione per sola fede produce ogni sorta di strane dottrine.

Che dire allora delle parole di Gesù da loro citate per confermare il battesimo di sangue? Diciamo solamente questo: Gesù parlò di questo battesimo nella morte a dei suoi apostoli già perdonati e già battezzati in acqua, quindi ad esso non gli si può dare per nulla il significato datogli dalla curia romana.

 

LA CRESIMA (O CONFERMAZIONE)

La dottrina dei teologi papisti

La cresima fa ricevere lo Spirito Santo in una misura abbondante. Viene ministrata dal vescovo con l’imposizione delle mani sui cresimandi, e con l’unzione fatta con il sacro crisma sulla fronte dei cresimandi. I bambini la devono ricevere quando giungono all’età della discrezione.La Cresima o Confermazione è il Sacramento che ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo, e ce ne imprime il carattere’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 463). Detto in altre parole la cresima per i Cattolici romani è il sacramento che completa e rende perfetta l’inserzione del cristiano nel corpo mistico di Cristo operata dal battesimo perché il cresimato riceve l’abbondanza dello Spirito Santo che lo fortifica interiormente e gli dà la grazia di testimoniare nel mondo il Vangelo di Cristo. Secondo loro infatti mediante la cresima avviene l’effusione dello Spirito Santo sui cresimandi come il giorno della Pentecoste avvenne sui discepoli del Signore. Rino Fisichella ha affermato: ‘Risulta dalla celebrazione che l’effetto del sacramento della Confermazione è la piena effusione dello Spirito Santo, come già fu concessa agli Apostoli il giorno di Pentecoste’ (Rino Fisichella, Il Catechismo della Chiesa cattolica, Casale Monferrato 1993, pag. 257) [8]. Questo loro sacramento viene ministrato dal vescovo (per gravi motivi il vescovo può concedere la facoltà di amministrare la cresima a dei sacerdoti), il quale, stese le mani sopra i cresimandi, invoca lo Spirito Santo, poi col sacro Crisma [9] (olio d’oliva mischiato con balsamo, consacrato dal vescovo il giovedì santo) unge in forma di croce la fronte di ciascuno, pronunziando le parole della forma (che sono per l’occasione: ‘Ricevi il sigillo del dono dello Spirito Santo’) e alla fine benedice solennemente tutti i cresimati. Per sostenere biblicamente l’imposizione delle mani del vescovo i teologi papisti prendono i passi della Scrittura che si riferiscono all’imposizione delle mani che gli apostoli facevano sui credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo. In particolare essi prendono questi versetti degli Atti degli apostoli: "Allora imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo" (Atti 8:17); "E dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro..." (Atti 19:6). L’età più conveniente per ricevere la cresima, secondo il catechismo cattolico, è quella di sette anni circa. Il concilio di Trento, ritenuto infallibile dalla teologia romana, ha decretato quanto segue in difesa della cresima: ‘Se qualcuno afferma che la confermazione dei battezzati è una vana cerimonia, e non, invece, un vero e proprio sacramento (....) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 1).

Confutazione

La cresima non fa ricevere al cresimando lo Spirito Santo perché non ha nulla a che fare con il battesimo con lo Spirito Santo promesso da Gesù Cristo, e con l’imposizione delle mani compiuta dagli apostoli sui credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo

Come abbiamo visto i teologi papisti sostengono che la cresima è il battesimo con lo Spirito Santo perché paragonano gli effetti della cresima a quelli verificatesi sui discepoli il giorno della Pentecoste quando essi furono battezzati con lo Spirito Santo. Ma questo è falso e lo dimostreremo subito parlando della dottrina del battesimo con lo Spirito Santo dato che l’effusione dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste è il battesimo con lo Spirito Santo che Gesù aveva promesso ai suoi prima di andare in cielo dicendo: "Voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni" (Atti 1:5). Secondo questa specifica dottrina di Dio quando il credente viene battezzato con lo Spirito Santo (o riceve lo Spirito Santo), come lo furono gli apostoli e i discepoli il giorno di Pentecoste e molti altri in seguito, viene rivestito di potenza per testimoniare di Cristo, riceve una misura maggiore di Spirito Santo perché viene riempito di esso (possiamo dire anche che egli viene confermato dal Signore mediante il battesimo con lo Spirito Santo); e nel momento in cui viene riempito di Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito Santo gli dà di esprimersi. Le seguenti Scritture confermano questi aspetti che caratterizzano il battesimo con lo Spirito Santo.

Ÿ Rivestimento di potenza. Gesù disse ai suoi discepoli: "Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza" (Luca 24:49), ed ancora: "Voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra" (Atti 1:8).

Ÿ Riempimento dello Spirito Santo. "E tutti furon ripieni dello Spirito Santo..." (Atti 2:4) (è da tenere presente in questo caso che i discepoli prima di essere riempiti di Spirito Santo in quel giorno avevano una misura di Spirito Santo perché Gesù quando era apparso loro aveva detto loro: "Ricevete lo Spirito Santo" [Giov. 20:22]); "Fratello Saulo, il Signore, cioè Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale tu venivi, mi ha mandato perché tu ricuperi la vista e sii ripieno dello Spirito Santo" (Atti 9:17).

Ÿ Il mettersi a parlare in altre lingue quando si viene riempiti di Spirito Santo. "E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:4); "Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio" (Atti 10:44-46); "E dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro, e parlavano in altre lingue, e profetizzavano" (Atti 19:6).

Per ciò che riguarda la maniera in cui i credenti ricevevano lo Spirito Santo ai giorni degli apostoli, la Scrittura ci insegna che il giorno della Pentecoste i discepoli raunati ricevettero lo Spirito Santo senza l’imposizione delle mani di nessuno, e così lo ricevettero anche Cornelio e quelli di casa sua mentre Pietro annunziava loro l’Evangelo; ma essa ci insegna anche che lo Spirito Santo veniva comunicato ai credenti mediante l’imposizione delle mani degli apostoli che avevano questo dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, e di ciò abbiamo un esempio in quello che avvenne a Samaria dove Pietro e Giovanni imposero le mani ai Samaritani che avevano creduto "ed essi ricevettero lo Spirito Santo" (Atti 8:17), e in quello che avvenne ad Efeso, dove, dopo che Paolo ebbe imposto le mani a quei circa dodici discepoli "lo Spirito Santo scese su loro" (Atti 19:6). Ancora oggi in mezzo al popolo di Dio lo Spirito Santo taluni lo ricevono senza l’imposizione delle mani di altri fratelli; mentre altri lo ricevono mediante l’imposizione delle mani di fratelli che hanno lo specifico dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevano lo Spirito Santo.

Come abbiamo anche visto, l’imposizione delle mani che il vescovo cattolico compie sui cresimandi viene sostenuta con l’imposizione delle mani degli apostoli sui credenti per fargli ricevere lo Spirito Santo, in altre parole essa corrisponderebbe all’imposizione delle mani fatta dagli apostoli sui credenti. Ma anche in questo caso si deve dire che ciò che essi affermano è falso: i motivi sono i seguenti. Gli apostoli non ungevano i credenti con nessun olio santo (‘il crisma’) quando gl’imponevano le mani affinché ricevessero lo Spirito Santo, come fa invece il vescovo cattolico sui cresimandi; gli apostoli avevano questo dono da Dio di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo, infatti i credenti lo ricevevano quando essi gli imponevano le mani, ma i vescovi cattolici romani non ce l’hanno questo dono, difatti coloro a cui loro impongono le mani invocando lo Spirito Santo su di loro non ricevono il dono dello Spirito Santo come invece lo ricevevano quei credenti. E poi bisogna sempre tenere presente che gli apostoli imponevano le mani a persone che avevano creduto ed erano state battezzate, e non a bambini quando questi raggiungevano l’età di sette anni circa come invece fa il vescovo cattolico. In altri termini gli apostoli non seguivano la regola di imporre le mani a dei bambini di circa sette anni perché loro imponevano le mani su coloro che avevano creduto ed avevano ricevuto il battesimo. Ed anche qui occorre dire che essi questo atto lo facevano poco tempo dopo che le persone erano state battezzate.

In conclusione; noi non accettiamo la cresima della chiesa cattolica romana per queste ragioni.

Ÿ Perché non è stata istituita da Gesù Cristo come non è stato istituito da Cristo il battesimo degli infanti. E dato che con il battesimo per infusione il neonato non diventa un figlio di Dio e non riceve una certa misura di Spirito Santo, come avviene invece quando una persona cosciente si pente dei suoi peccati e crede in Gesù Cristo, l’imposizione delle mani fattagli all’età di circa sette anni non viene fatta su un figlio di Dio al fine di fargli ricevere la pienezza dello Spirito Santo, come invece avviene quando l’imposizione delle mani in vista della ricezione del dono dello Spirito Santo viene fatta da un ministro del Vangelo su una persona che ha creduto ed è stata battezzata.

Ÿ Perché il vescovo cattolico non essendo neppure un credente ma solo un idolatra che corre dietro agli idoli muti, non può avere il dono di imporre le mani sulle persone affinché ricevano lo Spirito Santo.

Ÿ Perché siccome che lo Spirito Santo si riceve mediante la fede, non è possibile che delle persone senza fede (mi riferisco sia ai bambini che agli adulti ‘battezzati’ dal prete) che si sottopongono a questo rito ricevano lo Spirito Santo perché Gesù ha detto che il mondo non può riceverlo.

Ÿ Perché i fatti confermano che i cresimati non ricevono lo Spirito Santo.

Se tutti coloro che vengono cresimati ricevessero veramente lo Spirito Santo dovrebbero essere sicuri di essere dei figliuoli di Dio secondo che é scritto: "Avete ricevuto lo spirito d’adozione, per il quale gridiamo: Abba! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio; e se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo" (Rom. 8:15-17); e perciò sarebbero pure sicuri di avere la vita eterna. Ma parlando con i cresimati ci si accorge che essi non sono dei figliuoli di Dio perché non sono ancora nati da Dio e non sono perciò sicuri di essere salvati e di avere la vita eterna.

Se i cresimati ricevessero lo Spirito Santo si metterebbero a parlare in altre lingue perché quando si riceve lo Spirito Santo si comincia a parlare in altre lingue, e coloro a cui il vescovo cattolico impone le mani affinché ricevano lo Spirito Santo non cominciano a parlare in altre lingue. Le lingue sono il segno esteriore che attesta che il credente ha ricevuto lo Spirito Santo perciò in sua assenza non si può affermare che egli ha ricevuto la pienezza dello Spirito Santo. E di conseguenza, egli, non avendo ricevuto ancora la pienezza dello Spirito, non ha ancora ricevuto potenza dall’alto.

Se i cresimati ricevessero lo Spirito Santo con la cresima per certo si vedrebbe il frutto dello Spirito Santo nella loro vita (cfr. Gal. 5:22), ma esso rimane assente del tutto in loro appunto perché in loro rimane assente lo Spirito di Dio.

Essi dicono che con la cresima si diventa soldati di Gesù Cristo in grado di testimoniare al mondo del Vangelo: ma dobbiamo dire che tutto questo non è manifesto nei cresimati. Un soldato di Gesù Cristo rivestito della potenza dello Spirito Santo è una lampada ardente e splendente in questo mondo di tenebre; é un uomo che combatte il buon combattimento della fede, é un uomo che si leva in difesa del Vangelo e che testimonia di ciò che Cristo ha compiuto per lui secondo che disse Gesù ai suoi: "Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni.." (Atti 1:8). Dov’é tutto questo nei Cattolici romani cresimati? Non ardono per Cristo Gesù ma per Maria; difatti li si sente parlare molto più di Maria, delle sue cosiddette apparizioni, dei suoi cosiddetti miracoli e delle sue cosiddette grazie che del Signore Gesù Cristo, della sua espiazione, della sua vita e delle sue parole, e di tutto ciò che lo concerne! Anzi a taluni cresimati non li si sente mai parlare di Gesù Cristo, ma solo di sua madre! Ma quali soldati di Cristo sono che combattono loro stessi contro il Vangelo e non per il Vangelo, contro la fede e non per la fede? Ma quali soldati di Cristo sono che molti di loro quando ci sentono parlare di Cristo Gesù si stancano, si arrabbiano, non ci prendono nessun piacere quasi che stessimo parlando di un Gesù diverso da quello del Vangelo, o di un impostore, e ci calunniano pure definendoci dei fanatici perché parliamo sempre di Gesù esaltandolo e celebrandolo? E di chi altro dovremmo parlare? Noi siamo dei Cristiani lavati con il sangue di Cristo Gesù; lui ci ha amati e ha dato se stesso per noi, che eravamo dei peccatori, affrancandoci dai nostri peccati e dandoci la vita eterna. Noi lo abbiamo conosciuto e l’amore di Cristo ci costringe a parlare di lui e di ciò che ha fatto per ciascuno di noi. La ragione per cui essi ci definiscono dei fanatici per Gesù? Gesù per loro non è ancora quello che è per noi perché non lo hanno conosciuto.

O Cattolici, se conosceste Gesù Cristo non parlereste di Maria come ancora fate, non la preghereste e non l’adorereste perché vorreste parlare solo di lui; allora sì che combattereste per Cristo! I fatti dunque parlano chiaro e dimostrano quanto sia inutile questo loro sacramento della cresima amministrato da peccatori ad altri peccatori.

 

L’EUCARESTIA (LA MESSA)

La dottrina dei teologi papisti

La cena del Signore è chiamata eucarestia; quando il prete consacra il pane e il vino avviene un mutamento di sostanza degli elementi per cui il pane e il vino diventano il vero corpo e sangue di Cristo. Il pane quindi va adorato con il culto di latria. L’eucarestia va servita al popolo solo sotto la specie del pane. I comunicanti devono prendere l’eucarestia a digiuno. L’eucarestia è anche la messa ossia la ripetizione del sacrificio di Cristo; sacrificio che viene offerto per i vivi e per i morti per la propiziazione dei loro peccati. La messa va offerta anche in onore dei santi. L’eucarestia rimette i peccati veniali e preserva da quelli mortali. I Cattolici romani chiamano la cena del Signore eucarestia, che viene dal greco eucharistia che significa ‘ringraziamento’, a ricordo del ringraziamento fatto da Gesù Cristo prima di rompere il pane e di distribuire il calice nella notte in cui fu tradito [10]. I teologi papisti a proposito di questo sacramento affermano: ‘L’Eucarestia è il Sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signore Gesù Cristo per nutrimento delle anime’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 471), e questo perché secondo la teologia romana l’ostia che viene usata nella comunione, nelle mani del prete, diventa il corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo (questa dottrina è chiamata transustanziazione). Voglio a tale proposito citare le parole del Perardi, per farvi comprendere che cosa viene insegnato ai Cattolici romani riguardo all’eucarestia: ‘Ministro dell’Eucarestia è il sacerdote; egli pronunciando, nella Messa le parole di Gesù Cristo, cioè della consacrazione, sul pane e sul vino, applicando cioè la forma alla materia, cambia il pane nel Corpo e il vino nel Sangue di Gesù Cristo’ (ibid., pag. 474); ‘Dopo la consacrazione, l’ostia non è più pane; il pane è mutato nel vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo. (...) L’ostia sembra pane, o meglio sembra ostia; ma dell’ostia-pane non vi è più la sostanza ma solo le specie, le apparenze esterne; in realtà essa è il corpo di Gesù Cristo, vivo e vero. Nel calice prima della consacrazione si contiene vino con alcune gocce d’acqua (...) Dopo la consacrazione, nel calice non vi è più vino; invece, sotto le specie del vino, vi è il vero e reale Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Il vino si è convertito nel Sangue di Gesù Cristo (...) Perciò come al pronunziarsi della divina parola, nella creazione, le cose che prima non erano, furono; così al pronunziarsi delle parole della consacrazione, quello che era pane, diviene Corpo di Nostro Signore, e quello che era vino, suo Sangue’ (ibid., pag. 483-484). Il dogma della transustanziazione (termine che significa ‘cambiamento di sostanza’) fu proclamato dal concilio Laterano IV nel 1215 sotto il papato di Innocenzo III, e il concilio di Trento ha lanciato il seguente anatema contro chi non l’accetta: ‘Se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucarestia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIII, can. 1). A sostegno di questo dogma i teologi papisti prendono le parole di Gesù: "Questo è il mio corpo" (Matt. 26:26) e: "Questo è il mio sangue" (Matt. 26:28) da lui pronunciate dopo avere reso grazie per il pane e il calice nella notte in cui fu tradito. Va tenuto presente però che, quantunque nell’eucarestia vengano consacrati sia il pane che il vino, l’eucarestia viene servita al popolo solo sotto la specie del pane perché la curia romana vieta il calice a quelli chiamati laici (i preti possono invece comunicarsi sia con il calice che con l’ostia) rifacendosi alla decisione di vietarlo presa dal concilio di Costanza nel 1415, confermata dal seguente decreto del concilio di Trento: ‘Poiché, anche se Cristo signore, nell’ultima cena istituì e diede agli apostoli questo sacramento sotto le specie del pane e del vino, non è detto, però, che quella istituzione e quella consegna voglia significare che tutti i fedeli per istituzione del Signore siano obbligati a ricevere l’una e l’altra specie’ (Concilio di Trento, Sess. XXI, cap. 1). E per difendere questa soppressione essa ha lanciato l’ennesimo anatema contro chi dirà che tutti i fedeli devono prendere il calice con le seguenti parole: ‘Se qualcuno dirà che tutti e singoli i fedeli cristiani devono ricevere l’una e l’altra specie del santissimo sacramento dell’eucarestia per divino precetto (....) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 1). Ma quali sono le giustificazioni addotte dalla curia romana a questa mutilazione? Le seguenti: 1) Gesù diede il calice solo agli apostoli; 2) quando negli Atti degli apostoli è detto che i discepoli rompevano il pane non è detto che si beveva il vino; 3) il calice è inutile perché il sangue di Cristo si prende già nel pane eucaristico.

Va poi fatto notare che l’eucarestia deve essere presa a digiuno perché nel 1415 il concilio di Costanza decretò quanto segue: ‘...sebbene Cristo abbia istituito questo venerando sacramento dopo la cena e lo abbia distribuito ai suoi apostoli sotto entrambe le specie del pane e del vino, ciò non ostante, la lodevole autorità dei sacri canoni e la consuetudine autorevole della chiesa ha ritenuto e ritiene che questo sacramento non debba celebrarsi dopo la cena né essere ricevuto da fedeli non digiuni, eccetto il caso di infermità o di altra necessità, concesso o approvato dal diritto o dalla chiesa’ (Concilio di Costanza, Sess. XIII). Questo digiuno imposto ai comunicanti è chiamato eucaristico e secondo il Codice di diritto canonico consiste nell’astensione da qualsiasi cibo o bevanda eccetto l’acqua naturale per almeno un’ora prima di prendere l’eucarestia.

Secondo il catechismo cattolico ‘l’Eucarestia non è solo un Sacramento, ma è anche il sacrificio permanente del Nuovo Testamento, e come tale si chiama la santa Messa (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 507) [11]. In altre parole, l’eucarestia, chiamata dai Cattolici anche santa messa, é la ripetizione del sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce, infatti il catechismo cattolico dice a proposito della messa: ‘La santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull’altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce’ (ibid., pag. 509) [12]. Secondo la teologia romana quindi il sacerdote che ha ricevuto l’ordine, sotto le specie del pane e del vino, offre a Dio sull’altare il sacrificio del corpo di Cristo. Questa è la ragione per cui essi affermano che ‘durante la Messa l’altare è come il Calvario’ (ibid., pag. 507)! E sempre questa è la ragione per cui è stato dato il nome di ostia a quella cosa che il prete consacra perché hostia è una parola latina che significa ‘vittima’. Qualcuno dirà: ‘Ma questo sacrificio è anche propiziatorio per la teologia romana?’ Certo; infatti il concilio di Trento ha decretato quanto segue: ‘Il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso - se di vero cuore e con retta fede, con timore e riverenza ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti - noi possiamo ottenere misericordia e trovare grazia in un aiuto propizio. Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe anche gravi’ (Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. II). I passi che i teologi papisti prendono per sostenere questa dottrina sul sacrificio espiatorio della messa offerto dai sacerdoti cattolici a Dio sono i seguenti: "Poiché ogni sommo sacerdote, preso di fra gli uomini, é costituito a pro degli uomini, nelle cose concernenti Dio, affinché offra doni e sacrificî per i peccati" (Ebr. 5:1); e: "Poiché dal sol levante fino al ponente grande é il mio nome fra le nazioni, e in ogni luogo s’offrono al mio nome profumo e oblazioni pure.." (Mal. 1:11). Secondo la loro interpretazione data a questi passi i loro sacerdoti sono stati presi fra gli uomini per offrire il sacrificio della messa a Dio per i peccati del popolo e così facendo essi offrono a Dio un oblazione pura che è quella che, secondo loro, il profeta Malachia dice che si offre a Dio in ogni luogo. Contro coloro che non riconosceranno nella messa la ripetizione del sacrificio di Cristo il concilio di Trento ha lanciato i suoi anatemi infatti ha detto: ‘Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 1); ed anche: ‘Se qualcuno dirà che col sacrificio della messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 4).

La messa, secondo la teologia romana, fa parte del cosiddetto suffragio che i viventi devono compiere a pro delle anime che sono nel purgatorio infatti nel catechismo romano troviamo scritto: ‘I mezzi principali con cui possiamo sollevare le anime del Purgatorio sono quelli che il Catechismo ci ha ricordati: cioè; Le preghiere, le Indulgenze, le elemosine, le opere buone e soprattutto la santa Messa. Il frutto di queste opere, applicato alle anime del Purgatorio, prende il nome di suffragio, perché suffraga, cioè allevia le pene delle anime del Purgatorio e ne affretta la liberazione’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 173). Mediante questo loro suffragio, essi ottengono come contraccambio le preghiere e le intercessioni delle anime che secondo loro sono nel purgatorio! E per sostenere tutto ciò, i teologi papisti si rifanno al fatto descritto nel libro dei Maccabei, secondo il quale Giuda il Maccabeo fece raccogliere del denaro e lo mandò a Gerusalemme affinché venisse offerto un sacrificio per i peccati di alcuni caduti in guerra (cfr. 2 Maccabei 12:38-45).

La messa viene offerta pure in onore ai santi. A tale riguardo così si espresse il concilio di Trento: ‘E quantunque la chiesa usi talvolta offrire messe in onore e in memoria dei santi, essa, tuttavia, insegna che non ad essi viene offerto il sacrificio, ma solo a Dio, che li ha coronati. Per cui, il sacerdote non è solito dire: Offro a te il sacrificio, Pietro e Paolo; ma, ringrazio Dio per le loro vittorie, chiede il loro aiuto; perché vogliano intercedere per noi in cielo, coloro di cui celebriamo la memoria qui, sulla terra’ (Concilio di Trento, Sess. XXII, cap. III), e: ‘Chi dirà che celebrare messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un impostura, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXII, can. 5).

La dottrina della transustanziazione ha dato luogo all’introduzione della dottrina che dice che l’ostia é degna di essere adorata. L’adorazione dell’ostia fu introdotta da Onorio III nel 1220, e fu confermata dal concilio di Trento nel 1551 con queste parole: ‘Non vi è, dunque, alcun dubbio che tutti i fedeli cristiani secondo l’uso sempre ritenuto nella chiesa cattolica, debbano rendere a questo santissimo sacramento nella loro venerazione il culto di latria, dovuto al vero Dio’ (Concilio di Trento, Sess. XIII, cap. V), e così i teologi cattolici insegnano al popolo che l’Eucarestia si conserva nei luoghi di culto [13] della chiesa cattolica perché i fedeli l’adorino. Le conseguenze? Ci sono milioni di persone nel mondo che si inginocchiano davanti all’ostia e l’adorano credendo che essa sia Gesù Cristo stesso e perciò Dio. Anche per difendere il dogma dell’adorazione dell’ostia il concilio di Trento ha lanciato il suo ennesimo anatema contro coloro che non l’accettano. Eccolo: ‘Se qualcuno dirà che nel santo sacramento dell’eucarestia Cristo, unigenito figlio di Dio, non debba essere adorato con culto di latria, anche esterno; e, quindi, che non debba neppure essere venerato con qualche particolare festività; ed essere portato solennemente nelle processioni, secondo il lodevole ed universale rito e consuetudine della santa chiesa; o che non debba essere esposto alla pubblica venerazione del popolo, perché sia adorato; e che i suoi adoratori sono degli idolatri, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIII, can. 6).

Per ciò che riguarda gli effetti della eucarestia su coloro che la prendono degnamente leggiamo quanto segue: ‘L’Eucarestia, in chi la riceve degnamente, conserva e accresce la grazia, che è la vita dell’anima, come fa il cibo per la vita del corpo; rimette i peccati veniali e preserva dai mortali; dà spirituale consolazione e conforto, accrescendo la carità e la speranza della vita eterna di cui è pegno’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 503).

Ora, nella chiesa romana il sacramento dell’eucarestia non viene reputato assolutamente necessario alla salvezza infatti il Bartmann afferma: ‘Quantunque gli adulti siano strettamente obbligati per legge divina e precetto ecclesiastico a ricevere l’Eucarestia, tuttavia essa non è indispensabile per la salvezza. - E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 192). E questo perché secondo la teologia romana i sacramenti necessari alla salvezza sono il battesimo e la penitenza per chi è caduto in peccati ‘mortali’ dopo il battesimo. Occorre dire però che nella chiesa romana il sacramento dell’eucarestia un tempo era reputato indispensabile alla salvezza infatti sia Innocenzo I (401-417) che Gelasio I (492-496) insegnavano che i bambini non potevano salvarsi senza questo sacramento. Anche Agostino affermava l’assoluta necessità del sacramento dell’eucarestia per la salvezza infatti disse: ‘Se tante e così importanti testimonianze concordano, nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore può sperare la salvezza e la vita eterna, invano, senza questi sacramenti, la vita eterna è promessa ai bambini’ (Citato da Bernardo Bartmann in op. cit., pag. 193). Questa assoluta necessità del sacramento dell’eucarestia per la salvezza dei bambini è stata poi condannata dal concilio di Trento in questi termini: ‘Se qualcuno dirà che la comunione eucaristica è necessaria ai bambini anche prima che abbiano raggiunto l’età di ragione, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXI, can. 4). Ora, benché, secondo quello che il concilio di Trento ha decretato, questo sacramento non è indispensabile alla salvezza, Giuseppe Perardi nel Nuovo Manuale del Catechista ne parla in maniera da attribuirgli il potere di salvare infatti afferma: ‘Dovendo l’infermo in pericolo di morte, fare la comunione, anche i parenti, i congiunti, hanno dovere e ben grave di avvertirlo del suo stato e di aiutarlo a provvedere per tempo al suo dovere e al suo bisogno; hanno anzi responsabilità dell’anima sua. Da loro può dipendere che si salvi o si perda, secondo che riceve o no i Sacramenti [comunione ed estrema unzione]’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 497); e parlando di quelli che per vani pretesti non fanno la comunione dice: ‘Verrà l’ora della pena, della tentazione, della morte; avrebbero bisogno della comunione per conforto, per aiuto, per salvezza; ma o non la faranno, o, generalmente, non la faranno bene. Infelici in vita coloro che non frequentano la comunione; più infelici nell’eternità!’ (ibid., pag. 501). E sempre questo teologo per sostenere che prendere la comunione significa ricevere la vita eterna in se stessi perché si riceve la carne ed il sangue di Cristo cita le seguenti parole di Gesù: "In verità, in verità io vi dico che se non mangiate la carne del Figliuol dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui. Come il vivente Padre mi ha mandato e io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a cagion di me... chi mangia di questo pane vivrà in eterno" (Giov. 6:53-57,58); e le commenta dicendo: ‘Gesù promette la risurrezione finale e la vita eterna a chi mangia la sua carne e minaccia la privazione della vita eterna a chi non mangia la sua carne..’ (ibid., pag. 481), ed anche: ‘Gli Ebrei mangiarono la manna e morirono; chi mangia l’eucarestia vivrà eternamente’ (ibid., pag. 505). Badate che queste parole del Vangelo scritto da Giovanni erano prese anche da Innocenzo I, Gelasio I e Agostino per sostenere l’assoluta necessità del sacramento dell’eucarestia per la salvezza.

Confutazione

La cena del Signore va ministrata a tutti i credenti sia con il pane che con il calice

La decisione che ha soppresso la distribuzione del calice ai Cattolici va apertamente contro la Parola di Dio che dice: "Il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane; e dopo aver rese grazie, lo ruppe e disse: Questo é il mio corpo che é dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimente, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice é il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me" (1 Cor. 11:23-25). Come si può ben vedere Gesù istituì la santa cena con del pane e del vino e non solamente con del pane, quindi assieme al pane dev’essere distribuito a tutti i fedeli anche il calice del Signore contenente il frutto della vigna secondo che è scritto in un altro luogo: "Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti..." (Matt. 26:27).

Ora dimostriamo la falsità delle ragioni addotte dai papisti alla soppressione del calice. In risposta alla prima ragione diciamo: è vero che Gesù diede il calice solo ai suoi apostoli, ma questo perché egli volle mangiare la Pasqua solo assieme a loro e non assieme a tutti i suoi discepoli. E non perché aveva classificato i suoi discepoli in due classi. E poi è altresì vero che anche il pane Gesù lo diede solo ai suoi apostoli; come mai dunque i preti lo danno anche ai ‘laici’? In risposta alla seconda diciamo: il fatto che negli Atti degli apostoli è scritto che i discepoli rompevano il pane ma non bevevano il calice non significa che essi non bevevano il calice del Signore, anzi siamo sicuri che assieme al pane essi bevevano il vino, in ubbidienza all’ordine di Cristo dato ai suoi apostoli. Gli apostoli insegnavano tutte le cose che Gesù aveva loro ordinato di insegnare, tra cui anche il bere il calice assieme al mangiare il pane. E poi, ai Corinzi, Paolo parlando ai santi dice: "Or provi l’uomo se stesso, e così mangi del pane e beva del calice" (1 Cor. 11:28); il che conferma che tutti i credenti, dopo essersi esaminati, possono bere del calice, e non solo una parte di essi. Infine, in risposta alla terza asserzione che dice che il sangue è contenuto già nel pane, diciamo: Ma allora se è così perché i preti bevono anche il calice oltre che mangiare il pane? Che fanno dunque? Si comunicano con il sangue di Cristo due volte e non una sola? Ed ancora: ‘Non può essere come dicono i teologi papisti perché altrimenti Gesù avrebbe dato solo il pane ai suoi discepoli e non anche il vino’.

Ecco dimostrata la falsità delle giustificazioni papiste fatte per giustificare la soppressione del calice. Poi, oltre a tutto ciò, bisogna dire che non é vero che nel momento in cui i fedeli mangiano il pane e bevono del calice del Signore mangiano il vero corpo del Signore e il vero sangue del Signore, e questo perché, sia dalle parole di Gesù che da quelle di Paolo sulla cena emerge che essi sono dei simboli che rappresentano il pane ed il sangue del Signore.

Quindi, per concludere questa parte, la cena del Signore deve essere ministrata ai credenti sotto le due specie del pane e del vino, come fece Gesù.

Quando si benedicono il pane e il calice del Signore non avviene nessun cambiamento di sostanza degli elementi

Noi credenti rigettiamo la transustanziazione; le ragioni di questo nostro rifiuto sono le seguenti che proviamo con le Scritture.

Ÿ Gesù ha detto circa la santa cena da lui istituita: "Fate questo in memoria di me" (1 Cor. 11:24); quindi Egli non può essere presente realmente e sostanzialmente nel pane e nel vino con il suo corpo, il suo sangue assieme alla sua anima e alla Divinità perché altrimenti si sarebbe contraddetto.

Ÿ Noi mangiando il pane e bevendo il vino alla santa cena annunziamo la morte del Signore "finch’egli venga" (1 Cor. 11:26); quindi egli ha da venire e non viene a dimorare nel pane e nel vino dopo che viene fatta la benedizione.

Ÿ Quando Gesù prese il calice rese grazie e poi lo diede ai suoi discepoli, affinché ne bevessero, disse loro: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue...." (Matt. 26:28), e subito dopo disse loro: "Io vi dico che d’ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" (Matt. 26:29). Quindi la sostanza del vino rimase intatta ed esso non fu transunstanziato in sangue come dicono i teologi cattolici, perché Gesù dopo avere benedetto il calice lo chiamò "frutto della vigna".

Ÿ Quando si benedice il calice della benedizione contenente il frutto della vigna la sostanza del vino non cambia per nulla; non avviene un miracolo mediante il quale il vino viene cangiato in sangue. Un miracolo di mutamento di sostanza avvenne in Egitto quando le acque d’Egitto furono cangiate in sangue (cfr. Es. 7:14-21); allora sì che l’acqua per diversi giorni fu vero sangue. Un altro miracolo di sostanza avvenne in Cana di Galilea quando Gesù mutò l’acqua in vino (cfr. Giov. 2:1-10). Ma di certo non possiamo dire che una cosa del genere avvenga al vino contenuto nel calice del Signore.

Ÿ Luca, a proposito dell’istituzione della santa Cena operata da Gesù Cristo, dice che Gesù "dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi" (Luca 22:20); quindi egli chiamò quel calice il Nuovo Patto. Ora, noi sappiamo che il Nuovo Patto è un alleanza che Dio ha fatto con noi mediante il sangue del Cristo e non un calice, perciò con quelle parole Gesù volle dire che quel calice raffigurava il Nuovo Patto nel suo sangue. La stessa cosa quindi va detta delle parole di Gesù: "Questo è il mio sangue" (Mar. 14:24), in riferimento al vino del calice. Gesù non intese dire che quel vino era il suo vero sangue, che peraltro non aveva ancora sparso, ma un simbolo del suo sangue. In conclusione, il vino nel calice rappresenta sia il Nuovo Patto che il sangue di Cristo.

Ÿ Paolo dice ai Corinzi: "Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo?" (1 Cor. 10:16); quindi noi, quando beviamo il calice del Signore abbiamo comunione col sangue di Cristo, e quando mangiamo il pane abbiamo comunione col corpo di Cristo. Questo esclude che il vino ed il pane possano essere il vero sangue di Cristo ed il vero corpo di Cristo, come dicono i teologi cattolici romani. Questo lo si può dedurre anche dal paragone che più avanti fa l’apostolo. Paolo dice: "Guardate l’Israele secondo la carne; quelli che mangiano i sacrificî non hanno essi comunione con l’altare?" (1 Cor. 10:18); il che significa che gli Israeliti mangiando i sacrifici offerti sull’altare avevano comunione con l’altare che era santissimo. Ma non per questo affermiamo che i sacrifici che essi mangiavano erano l’altare, perché questo sarebbe assurdo. Quindi anche nel caso del pane e del vino che sono gli elementi che vengono benedetti alla cena del Signore, non si può affermare che a motivo del fatto che coloro che li ingeriscono hanno comunione con il corpo ed il sangue di Cristo essi siano veramente e sostanzialmente la carne ed il sangue di Cristo. Essi quando vengono benedetti non mutano sostanza, ma rimangono tali e quali erano prima che fossero benedetti, e coloro che li assimilano si mettono in comunione col corpo di Cristo. Ma ditemi: Se quegli elementi cambiassero sostanza e diventassero il vero corpo e sangue di Cristo come potrebbero continuare ad essere ancora soggetti alla decomposizione? Come potrebbe il pane ancora ammuffirsi e fare i vermi, e il vino diventare aceto?

Ÿ Pietro disse che il cielo deve tenere accolto Gesù "fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose" (Atti 3:21); quindi Cristo è in cielo. Ma il prete pretende con la messa di farlo scendere dal cielo nell’ostia; questa è follia!

Ÿ Gesù disse ai suoi: "I poveri li avete sempre con voi; ma me non mi avete sempre" (Matt. 26:11); quindi è irragionevole che Cristo sia presente corporalmente nell’ostia consacrata perché questo significherebbe che Cristo sarebbe sempre corporalmente con noi. A conferma del fatto che Cristo non può essere sostanzialmente, realmente e corporalmente nel pane che si spezza alla cena del Signore citiamo le parole di Paolo che disse ai Corinzi: "Sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore" (2 Cor. 5:6), e quelle che disse ai Filippesi: "Ho il desiderio di partire e d’esser con Cristo" (Fil. 1:23). Quindi pure Paolo quando mangiava il pane e beveva del calice del Signore sapeva di essere assente dal Signore, e che il Signore era assente corporalmente; infatti lui desiderava di dipartirsi dal corpo per andare con Cristo in cielo. I teologi cattolici invece insegnano che quel medesimo Gesù che è ora glorioso in cielo che nacque da Maria e che morì sulla croce è nell’eucarestia, e difatti asseriscono che in essa ‘vi è Gesù in persona’. E così fanno credere alle persone che Gesù si trova corporalmente nell’ostia conservata nel tabernacolo del loro luogo di culto, e le invitano ad andarlo a visitare infatti così si esprime il Perardi: ‘Visitate spesso Gesù nell’Eucarestia’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 489). Ecco quali menzogne ha partorito la dottrina della transustanziazione! e la gente ci crede.

Ÿ Gesù ha detto: "Dovunque due o tre son raunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro" (Matt. 18:20), ed ancora: "Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente" (Matt. 28:20). Quindi Gesù Cristo è in mezzo ai credenti e coi credenti dovunque essi si riuniscono nel suo nome ed anche quando non sono riuniti per rompere il pane per annunziare la sua morte. Queste parole di Gesù annullano la presuntuosa dottrina dei teologi papisti perché ci fanno comprendere quanto falsa essa sia e quanto inutile sia credere alla dottrina della transustanziazione e alle dottrine ad essa collegate, infatti vi domando: ‘Se Gesù è sempre e dovunque con noi che bisogno c’é di credere nella transustanziazione?’ Che bisogno c’é di credere che Gesù si trovi in persona nel pane della comunione? Può forse il pane consolarci come fa il Consolatore mandato da Cristo? Può forse il pane essere sempre vicino a noi? Che assistenza può darci il pane che noi rompiamo? Eppure, sembrerà incredibile questo, ai Cattolici l’ostia del prete viene fatta passare per Gesù stesso!

Ÿ Il fatto che Gesù quando istituì la santa cena disse del pane: "Questo è il mio corpo", e del vino: "Questo è il mio sangue" non deve trarre in inganno nessuno. Il verbo essere in questo caso vuole dire ‘significa’ o ‘rappresenta’ il mio corpo e il mio sangue. Abbiamo alcuni esempi nella Scrittura che confermano ciò: Quando Daniele interpretò al re il sogno che lui aveva fatto gli disse: "La testa d’oro sei tu.." (Dan. 2:38), intendendo con questo che la testa d’oro di quella statua rappresentava il regno di Babilonia che era nelle mani di Nebucadnetsar. Quando Giuseppe interpretò i sogni al coppiere e al panettiere di Faraone disse loro: "I tre tralci sono tre giorni... I tre canestri sono tre giorni" (Gen. 40:12,18); anche in questo caso quel "sono" sta per ‘significano’. Il pane e il vino quindi quantunque siano chiamati il corpo ed il sangue di Cristo simboleggiano il corpo ed il sangue di Cristo, e perciò sono solo dei simboli. Questo comunque non deve portare nessuno a sprezzare questi simboli, perché chi li sprezza viene giudicato da Dio secondo che é scritto nella epistola di Paolo ai Corinzi: "Chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore" (1 Cor. 11:27). Mangiare del pane e bere del calice indegnamente significa non discernere in quegli elementi il corpo ed il sangue del Signore secondo che é scritto: "Chi mangia e beve, mangia e beve un giudicio su se stesso, se non discerne il corpo del Signore" (1 Cor. 11:29).

Per concludere diciamo quindi che la transustanziazione è una delle tante menzogne presenti nella chiesa cattolica romana che i teologi cattolici romani cercano di fare apparire vera interpretando a loro capriccio le Scritture.

Spiegazione delle parole di Gesù: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna"

Ora, queste parole del Signore devono essere intese spiritualmente e non letteralmente perché Gesù poco dopo disse pure: "Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita" (Giov. 6:63), quindi esse non significano che se uno prende la comunione ha la vita eterna mentre se non la prende andrà in perdizione. Le seguenti riflessioni e considerazioni, fatte servendoci di altre Scritture, confermano che le suddette parole che Gesù rivolse nella sinagoga di Capernaum hanno un significato puramente spirituale.

Ÿ Confrontando queste parole di Gesù: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (Giov. 6:54), con queste altre: "Poiché questa é la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (Giov. 6:40), si intende che mangiare la carne di Gesù e bere il suo sangue significa contemplarlo e credere in lui, perciò per ricevere la vita eterna si deve credere.

Ÿ Confrontando queste parole di Gesù: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui" (Giov. 6:56), con queste parole di Giovanni: "E questo é il suo comandamento: che crediamo nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri, com’Egli ce ne ha dato il comandamento. E chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui, ed Egli in esso" (1 Giov. 3:23-24) é evidente che chi mangia la carne di Gesù e beve il suo sangue é chi crede nel suo nome ed osserva i suoi comandamenti.

Ÿ Se per ricevere la vita eterna bisognasse mangiare il pane e bere il calice del Signore, la vita eterna non sarebbe più il dono di Dio, ma bensì qualcosa che la si può ricevere in cambio di una opera buona quale il mangiare la cena del Signore. In questo caso sarebbe annullata la grazia e sarebbe resa vana la promessa della vita eterna basata sulla fede. Se fosse così non ci sarebbe bisogno di esortare i peccatori a ravvedersi e a credere nel nome del Signore Gesù, perché basterebbe dargli il pane ed il vino che secondo alcuni sono veramente la carne ed il sangue di Gesù. Ma non si può accettare una simile dottrina perché non é confermata dalla Scrittura e neppure dai fatti. Quali fatti? Questi. In seno alla chiesa romana i peccatori, gli adulteri, i ladri, gli avari, gli idolatri mangiano l’ostia ed alcuni bevono anche il calice e non hanno la vita eterna in loro stessi, infatti essi dicono che non ce l’hanno. Ma non solo, essi ci accusano di presunzione perché noi diciamo di avere la vita eterna per la grazia di Dio. Nel mezzo delle chiese di Dio alcuni conduttori che non hanno abbastanza discernimento fanno prendere la cena del Signore pure a persone che non sono ancora nate di nuovo, ma esse, siccome che non si sono ancora ravvedute e non hanno ancora creduto con il loro cuore nel Vangelo, senza vita sono prima di mangiare la cena e senza vita sono dopo avere mangiato il pane e bevuto del calice del Signore; a dimostrazione questo, che il mangiare e bere questi elementi non conferisce la vita eterna a coloro che la prendono.

Ÿ Il Signore quando in quella notte disse ai suoi: "Bevetene tutti, perché questo é il mio sangue, il sangue del patto, il quale é sparso per molti per la remissione dei peccati" (Matt. 26:28), non era ancora stato crocifisso sulla croce, e perciò ancora non aveva sparso il suo sangue, eppure chiamò il frutto della vigna il suo sangue. Di conseguenza le parole di Gesù erano spirituali. Certo, noi riconosciamo che vi sono diverse cose attorno alla cena del Signore che sono imperscrutabili e perciò incomprensibili, tra cui appunto il fatto che Gesù chiamò il frutto della vigna il suo sangue ed il pane il suo corpo, e che quando noi mangiamo del pane e beviamo del calice del Signore abbiamo comunione con il corpo ed il sangue del Signore, ma è necessario vegliare per non cadere nell’errore nel quale sono caduti i teologi cattolici romani in seguito ad arbitrarie interpretazioni scritturali.

Ÿ Gesù spesso parlò in similitudini infatti disse di lui: "Io son la porta delle pecore... Io son la porta; se uno entra per me, sarà salvato.." (Giov. 10:7,9), e: "Io son la via..." (Giov. 14:6); e dopo essere risorto, quando apparve a Giovanni gli disse: "Io son la radice e la progenie di Davide, la lucente stella mattutina" (Ap. 22:16). Quindi non c’é da meravigliarsi se nei giorni della sua carne il Figlio di Dio disse: "La mia carne é vero cibo e il mio sangue é vera bevanda" (Giov. 6:55), e: "Se non mangiate la carne del Figliuol dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi" (Giov. 6:53). Certo, questo parlare é duro ma noi l’accettiamo, e non vogliamo essere come quei suoi discepoli che dissero: "Questo parlare é duro; chi lo può ascoltare?" (Giov. 6:60), e rimasero scandalizzati dalle sue parole. "Beato colui che non si sarà scandalizzato di me" (Matt. 11:6), disse Gesù, quindi non scandalizziamoci delle suddette parole del Signore perché esse sono verità, ma ricordatevi che esse sono da intendere spiritualmente secondo che disse Gesù: "Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita" (Giov. 6:63).

Gli effetti del mangiare il pane e del bere del calice del Signore secondo la Scrittura

Come abbiamo visto il catechismo cattolico afferma che l’eucarestia in chi la riceve degnamente opera delle cose miracolose, infatti accresce e conserva la grazia, rimette i peccati veniali e preserva dai mortali, consola e conforta e accresce la carità e la speranza della vita eterna. Era inevitabile, dobbiamo dire, che dando quell’errato significato alla cena del Signore, i teologi cattolici tirassero fuori pure tutti questi effetti straordinari. Ma che dice la Scrittura? La Scrittura non dice che la cena del Signore conserva e accresce la grazia, che rimette certi peccati e preserva da altri, e non dice neppure che dà conforto e accresce la carità e la speranza della vita eterna. Tutto quello che essa dice è che ogniqualvolta mangiamo quel pane e beviamo quel vino noi annunziamo la morte del Signore finché egli venga secondo che è scritto: "Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga" (1 Cor. 11:26); e che noi abbiamo comunione con il corpo ed il sangue di Cristo secondo che è scritto: "Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo?" (1 Cor. 10:16). Qualcuno dirà: Tutto qui? Sì, tutto qui. Naturalmente è superfluo dire che si prova gioia nel partecipare alla cena del Signore, appunto perché si ricorda la morte del Signore e quindi il suo grande amore verso di noi, e si ha comunione con il suo corpo ed il suo sangue.

L’adorazione dell’ostia è idolatria

La Scrittura non insegna affatto che noi dobbiamo adorare il pane che rompiamo alla cena del Signore; esso è pane e quindi non è degno di essere adorato. Gesù disse: "Iddio é spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in ispirito e verità" (Giov. 4:24). Anche Gesù è degno di essere adorato perché Dio dice: "Tutti gli angeli di Dio l’adorino" (Ebr. 1:6) ma anche Lui va adorato in ispirito e verità come il Padre suo. Che cosa costituisce quindi l’adorazione dell’ostia? L’adorazione dell’ostia non è altro che una delle tante forme di idolatria che é presente in questa pseudochiesa e che la curia romana ordina di perpetrare a danno di milioni di anime nel mondo.

Il digiuno imposto ai comunicanti va contro la Parola di Dio

L’ordine di prendere l’eucarestia a digiuno è contrario alla Parola di Dio perché Gesù distribuì il pane e il calice ai suoi discepoli mentre essi mangiavano; difatti Marco dice: "E mentre mangiavano, Gesù prese del pane; e fatta la benedizione, lo ruppe e lo diede loro e disse: Prendete, questo è il mio corpo. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. E disse loro: Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti.." (Mar. 14:22-24); e Luca afferma che Gesù distribuì ancora il calice dopo la cena dicendo: "Parimente ancora, dopo aver cenato, dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi" (Luca 22:20). Ancora una volta constatiamo chiaramente come alla curia romana della Parola di Dio non importa proprio nulla; quello che gli importa è la tradizione e nient’altro.

L’eucarestia non è affatto la ripetizione del sacrificio di Cristo e neppure un’offerta propiziatoria che il sacerdote cattolico offre a Dio per i peccati

Ora dimostreremo mediante le Scritture che Gesù Cristo non ha affatto istituito la messa, che i preti non sono affatto dei sacerdoti ordinati da Dio e che la messa che essi offrono non è il rinnovamento del sacrificio di Cristo.

Ÿ Se come dicono loro la messa è la ripetizione del sacrificio di Cristo ed è stata istituita da Cristo, che ripetizione di quale sacrificio era l’eucarestia istituita da Cristo dato che Cristo ancora non aveva offerto se stesso sulla croce? Non è forse questa una chiara contraddizione che annulla la messa come ripetizione del sacrificio di Cristo? Certamente che lo è perché seguendo la logica dei teologi papisti Gesù affinché la cena fosse dichiarata una ripetizione del suo sacrificio, avrebbe dovuto istituirla dopo la sua morte e non prima. E’ da escludersi quindi che la cena del Signore sia stata istituita da Cristo quale ripetizione del suo sacrificio perché Gesù Cristo, in quella notte, istituì la santa cena e disse ai suoi di compierla in sua memoria, quindi per ricordare il suo sacrificio che di lì a poco avrebbe compiuto una volta per sempre. Cosa che per altro i teologi non negano infatti affermano che Gesù istituì l’eucarestia anche a perpetuo ricordo della sua passione e morte; quindi non solo quale sacrificio permanente del Nuovo Testamento. Ma anche qui non possiamo non dire che si contraddicono di nuovo, perché non è ammissibile che la cena del Signore sia contemporaneamente l’annunzio della morte di Cristo e la morte stessa di Cristo. Sarebbe come dire che facendo una determinata cosa per ricordare un fatto compiuto da una persona, nello stesso tempo si ripete quel fatto compiuto da quella persona molto tempo prima!

Ÿ Gesù disse sia quando diede il pane e sia quando diede il calice ai suoi discepoli: "Fate questo in memoria di me" (1 Cor. 11:24); e Paolo dice: "Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga" (1 Cor. 11:26); quindi la celebrazione della cena del Signore é la ricordanza del sacrificio espiatorio di Cristo perché con essa viene annunziata la sua morte, e non è la ripetizione del sacrificio di Cristo perché esso é stato fatto una volta per sempre e non può essere ripetuto in nessuna maniera. Per comprendere come la cena del Signore è un atto fatto per ricordare il sacrificio di Cristo e non è il rinnovamento di esso è necessario ricordarsi della Pasqua giudaica. Ora la Pasqua venne istituita da Mosè per ordine di Dio mentre il popolo d’Israele era in Egitto; in essa i Giudei dovevano immolare un agnello senza difetto, arrostirlo al fuoco e mangiarlo con pane senza lievito e con delle erbe amare; e tutto ciò ogni anno. Ma perché dovevano annualmente fare questo rito? Per ricordare il giorno in cui Dio li aveva tratti fuori dall’Egitto dopo una schiavitù secolare, infatti Dio disse: "Quel giorno sarà per voi un giorno di ricordanza... E in quel giorno tu spiegherai la cosa al tuo figliuolo, dicendo: Si fa così, a motivo di quello che l’Eterno fece per me quand’uscii dall’Egitto" (Es. 12:14; 13:8). Ora, è chiaro che nessuno può dire che ogni qual volta i Giudei celebravano la Pasqua si rinnovava per loro la liberazione dall’Egitto perché essa era avvenuta tempo addietro in Egitto e non poteva essere in nessuna maniera rinnovata. Nella stessa maniera anche la cena del Signore fu istituita da Cristo per ordine di Dio per ricordare la sua morte, avvenuta una volta per sempre alla fine dei secoli, mediante la quale noi siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato. Ed anche qui bisogna dire che siccome che la cena del Signore si fa in ricordanza del sacrificio di Cristo e quindi anche in ricordanza della liberazione dal peccato da noi ricevuta mediante l’offerta del suo corpo e del suo sangue, essa non può essere la ripetizione del sacrificio di Cristo e di conseguenza non può essere neppure la ripetizione della nostra liberazione.

Ÿ Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre perché la Scrittura dice: "Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre" (Ebr. 10:10), ed anche che egli è entrato "nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi; e non per offrir se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; ché, in questo caso, avrebbe dovuto soffrir più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine de’ secoli, é stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio" (Ebr. 9:24-26). La messa che fa il prete quindi é un atto di presunzione in abominio a Dio e che inganna tutti coloro che ci credono, perché il prete pretende con la messa di rinnovare il sacrificio di Cristo, mentre la Scrittura insegna che Cristo Gesù nella pienezza dei tempi ha offerto se stesso per i nostri peccati una volta per sempre. Certo, il clero romano ammette che il sacrificio della messa è un sacrificio incruento in cui Cristo non versa il suo sangue, ma questo non giustifica affatto la messa. Cristo non l’ha comandata quindi non va fatta e basta. E’ un sacrificio incruento senza spargimento di sangue? Per noi non è né un sacrificio e neppure incruento; ma solo un rito in abominio a Dio. Ma dato che i teologi papisti parlano in questa maniera a riguardo della messa e dicono nello stesso tempo che essa viene offerta per placare Dio e dargli soddisfazione dei nostri peccati, e dato che la Scrittura dice che "senza spargimento di sangue non c’è remissione" (Ebr. 9:22), noi domandiamo loro: ‘Ma non vi rendete conto che vi contraddite da voi stessi? Dite: ‘Nel sacrificio della Messa Gesù placa per noi l’Eterno Padre, offrendogli se stesso, affinché dopo il peccato non ci punisca come avremmo meritato (...) e offre a soddisfazione per i nostri peccati’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 513), e nello stesso tempo dite che la messa è un sacrificio senza spargimento di sangue, quindi senza il potere di rimettervi i vostri peccati! E poi, ancora: ‘Ma come fate a dire che la vostra messa è il sacrificio di Cristo e poi nello stesso tempo dire che non avviene nessun spargimento di sangue quando la Scrittura insegna che quando Gesù offrì se stesso a Dio vi fu lo spargimento del suo sangue? Ma è o non è un sacrificio? Quante contraddizioni si notano nelle parole dei teologi papisti anche quando parlano della messa!

Ÿ I sacerdoti che furono presi da Dio di fra gli uomini per offrire sacrifici per i peccati del popolo erano Leviti, e precisamente dell’ordine di Aaronne. Oltre a ciò il loro sacerdozio era trasmissibile, infatti quando essi morivano passava ai loro figli. Cristo Gesù invece è stato sì anche lui preso di fra gli uomini, ma egli é stato costituito Sommo Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec, che è un ordine superiore a quello di Aaronne perché Melchisedec è superiore ad Aaronne. Egli, quale Sommo Sacerdote dei futuri beni, dopo avere offerto se stesso per i nostri peccati è risuscitato dai morti e non muore più. Per questa ragione, a differenza del sacerdozio levitico, il suo sacerdozio non é trasmissibile secondo che é scritto: "Quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché per la morte erano impediti di durare; ma questi, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette" (Ebr. 7:23,24); quindi possiamo dire che Egli sia stato l’ultimo Sacerdote legittimato da Dio ad offrire un sacrificio per il popolo. Con il sacerdozio di Cristo è stato annullato il sacerdozio levitico appunto perché ora non c’é più bisogno che essi offrano sacrifici d’espiazione per gli uomini. I sacerdoti cattolici quindi sono degli impostori che però riescono a farsi passare come sacerdoti istituiti da Dio a offrire il sacrifico della messa. Come se Dio avesse rinnegato la sua Parola per compiacere a questa razza di gente che si crede pura ma non é ancora lavata dalla sua sozzura! Questi seduttori hanno abilmente mischiato il sacerdozio levitico, i sacrifici espiatori della legge e l’altare dell’Antico Patto con il sacrificio di Cristo e la cena del Signore da fare con il pane e il vino e ne hanno fatto la messa. Che dire? Bisogna riconoscere che Satana é riuscito a sedurre moltitudini di persone facendo leva sulla Parola di Dio!

Ÿ I sacrifici espiatori che i sacerdoti secondo l’ordine di Aaronne dovevano offrire erano l’ombra del perfetto ed unico sacrificio espiatorio che Cristo avrebbe offerto nella pienezza dei tempi. Quindi essi erano imperfetti e difatti é scritto: "S’offron doni e sacrificî che non possono, quanto alla coscienza, render perfetto colui che offre il culto, poiché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo della riforma" (Ebr. 9:9,10), ed anche: "La legge, avendo un’ombra dei futuri beni, non la realtà stessa delle cose, non può mai con quegli stessi sacrificî, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, rendere perfetti quelli che s’accostano a Dio" (Ebr. 10:1), e: "Ogni sacerdote è in piè ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte gli stessi sacrificî che non possono mai togliere i peccati" (Ebr. 10:11). Ma ora che Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre per i nostri peccati, noi non abbiamo più bisogno di qualche sacerdote che sulla terra offra un sacrificio per i nostri peccati (la messa), perché Gesù ha adempiuto ogni cosa concernente l’espiazione dei peccati morendo sulla croce. I Cattolici quindi con la loro messa dimostrano di non considerare il sacrificio di Cristo perfetto e fatto una volta per sempre per i nostri peccati. Ma anche qui bisogna dire che i teologi cattolici romani cadono in un ennesima contraddizione perché da un lato affermano che il sacrificio di Cristo è stato sufficiente per compiere l’espiazione dei peccati e dall’altro affermano che la messa dato che è una ripetizione del sacrificio di Cristo soddisfa i peccati degli uomini! Insomma è come se qualcuno vi dicesse: ‘Qualcuno ha estinto i miei debiti che avevo con Tizio, perché ha pagato a Tizio tutta la somma che io gli dovevo; ma io voglio finire di pagargli tutti i miei debiti!’ Giudicate da voi stessi fratelli quello che dico.

Ÿ La messa che essi dicono essere un’oblazione pura offerta a Dio è invece un profumo in abominio a Dio perché essi mediante questo loro sacrificio sull’altare pretendono di fare morire Cristo e di offrirlo a Dio per i peccati del popolo. Il teologo Perardi infatti dice: ‘Il sacrificio della Messa è lo stesso sacrificio della Croce’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 510). E qui c’è bisogno di dire questo: secondo il catechismo cattolico il prete quale sacerdote di Dio offre sull’altare la vittima che è Gesù, quindi il prete come sacrificatore risulta superiore alla vittima che egli offre cioè a Gesù. Inoltre il prete, secondo l’aberrante teologia papista, ha potestà sul corpo di Cristo, difatti lo prende e lo porta dove vuole, lo dà a mangiare a chi vuole, lo chiude dove vuole; ma tutto questo è inaccettabile perché rappresenta un dispregio verso Colui che è al di sopra di tutti; tutto questo è veramente esecrabile, ripugnante. O Cattolici, rientrate in voi stessi; fino a quando andrete dietro alla vanità ed alla menzogna? Investigate le Scritture!

Ÿ Sotto la grazia tutti i credenti in Cristo Gesù, cioè tutti i membri della Chiesa di Dio, sono dei sacerdoti secondo che è scritto: "Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio.." (1 Piet. 2:9), ed ancora: "Tu sei degno di prendere il libro e d’aprirne i suggelli, perché sei stato immolato e hai comprato a Dio, col tuo sangue, gente d’ogni tribù e lingua e popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e de’ sacerdoti; e regneranno sulla terra" (Ap. 5:9,10). E siccome sono sacerdoti devono anche loro offrire a Dio dei sacrifici come li offrivano i sacerdoti leviti, ma essi non sono costituiti da vittime di animali da offrire su qualche altare in qualche santuario terreno, ma dalla lode, dalla preghiera e dalle offerte. Le seguenti Scritture attestano ciò: "Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1 Piet. 2:5); "La mia preghiera stia nel tuo cospetto come l’incenso.." (Sal. 141:2), e: "I ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi" (Ap. 5:8); "Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode; cioè, il frutto di labbra confessanti il suo nome! E non dimenticate di esercitar la beneficenza e di far parte agli altri de’ vostri beni; perché è di tali sacrificî che Dio si compiace" (Ebr. 13:15,16). Il passo di Malachia si riferisce appunto ai sacrifici spirituali che un giorno noi Gentili in Cristo Gesù avremmo offerto al nome del Signore, e non al sacrificio della messa che i sacerdoti cattolici avrebbero offerto a Dio dai quattro canti della terra!

Le messe per i morti sono funzioni vane

Abbiamo visto che i teologi papisti per confermare che sia lecito offrire la messa per coloro che sono morti e sono nel purgatorio prendono il gesto compiuto da Giuda Maccabeo che fece offrire un sacrificio per il peccato di quei Giudei caduti in battaglia. Ma noi riteniamo che questo fatto non conferma affatto la messa in favore dei defunti, ma conferma che Giuda il Maccabeo ha compiuto qualcosa di antiscritturale perché nella legge di Mosè non sta scritto da nessuna parte che Dio ordinò agli Israeliti di offrire sacrifici espiatori per i morti, ma solo per i vivi. Quindi a prescindere dal fatto che il purgatorio non esiste, e che la messa non è un sacrificio, dinanzi alla Parola di Dio crolla anche il sostegno su cui si poggia la messa per i morti.

Ma la messa, benché sia un rito inutile e sacrilego, rimane ancora in piedi nella chiesa romana con tutta la sua pompa; essa rappresenta il momento più solenne del culto cattolico romano, a cui il clero romano è molto attaccato. E i teologi papisti la difendono strenuamente facendo acrobazie esegetiche di ogni genere e discorsi vani di ogni genere che si vanno ad infrangere contro la Parola di Dio e cadono a terra. Ma perché la messa è difesa strenuamente dalla chiesa romana e rappresenta qualcosa di irrinunciabile per la chiesa romana? Perché se venisse a mancare verrebbe a mancare una delle principali miniere di denaro da cui il clero romano attinge i suoi capitali. Le messe hanno un prezzo (attenzione però, perché i Cattolici si difendono dicendo che le messe non sono in vendita; a parole questo, ma non nei fatti). Messa è sinonimo di soldi per i preti e per il papato; e nello stesso tempo rappresenta una consolazione per i Cattolici: le cose messe assieme riescono ancora dopo secoli a reggersi in piedi.

Le messe in onore dei santi sono funzione vane

Come abbiamo visto coloro che si riunirono a Trento in quel concilio con un abile gioco di parole hanno cercato di fare passare le messe che essi offrono nella realtà ai santi (prendiamo per esempio i santi apostoli Paolo e Pietro) come dei sacrifici rivolti a Dio e non ai santi, per evitare l’accusa di idolatria. Perché dico gioco di parole? Perché non si capisce affatto cosa significa offrire a Dio un sacrificio in onore di terzi. In altre parole viene di domandarsi, ma allora l’onore a chi lo rivolgono? A Dio o ai santi? Ma come fanno a dire che offrono un sacrificio in onore a Dio e nello stesso tempo in onore di creature morte da tempo che sono nel cielo con lui? Ma allora vogliono dire che onorando il padrone onorano anche i suoi servi che sono in cielo? Ma non è qualcosa di illogico tutto ciò? Eppure questo è l’insegnamento che viene rivolto a milioni di anime sparse per il mondo! O uomini che siete stati ingannati da questi precetti d’uomini privati della verità, rientrate in voi stessi e uscite da questa falsa chiesa!

La Scrittura ci insegna che noi credenti dobbiamo offrire dei sacrifici spirituali (da cui è esclusa la messa) ma questi sacrifici li dobbiamo offrire a Dio, solo a lui e non ai santi apostoli che sono in cielo. Ecco le Scritture che lo confermano: "Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale" (Rom. 12:1); "Siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1 Piet. 2:5); "Per mezzo di lui, dunque, offriam del continuo a Dio un sacrificio di lode" (Ebr. 13:15).

 

LA PENITENZA (O CONFESSIONE)

La dottrina dei teologi papisti

Mediante la penitenza vengono rimessi dal prete, che ne è il ministro, i peccati mortali commessi dopo il battesimo perché il prete ha ricevuto da Cristo il potere di rimettere i peccati. Questo sacramento è assolutamente necessario alla salvezza. Chi commette i peccati mortali e non si confessa va all’inferno. La confessione va fatta almeno una volta all’anno; e tra le altre cose vanno specificati al prete le specie e le circostanze dei peccati mortali. Il penitente però dopo avere ricevuto l’assoluzione deve fare delle opere di penitenza per ottenere piena assoluzione dei suoi misfatti. Ed inoltre egli deve lucrare le indulgenze per ottenere la remissione della pena temporanea dovuta per i suoi misfatti. ‘La Penitenza o Confessione è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 518). Per ciò che concerne il tempo nel quale la penitenza fu istituita da Cristo, il Perardi, sempre nel suo catechismo, afferma: ‘Il Sacramento della Penitenza fu istituito da Gesù Cristo quando disse agli Apostoli, e in essi ai loro successori: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi e saranno ritenuti a chi li riterrete’ (ibid., pag. 518). Oltre a queste parole di Gesù i teologi papisti prendono altri passi della Scrittura per confermare la penitenza; quello che dice che Dio aveva posto la parola della riconciliazione in Paolo e negli altri apostoli che erano con lui (cfr. 2 Cor. 5:19), quello che dice che le turbe andavano da Giovanni ed erano battezzate nel fiume Giordano confessando i loro peccati (cfr. Mar. 1:5), quello che dice che ad Efeso molti di coloro che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte (cfr. Atti 19:18), quello che dice di confessare i falli gli uni agli altri (cfr. Giac. 5:16), e le parole che Gesù pronunciò dopo avere risuscitato Lazzaro: "Scioglietelo, e lasciatelo andare" (Giov. 11:44). La ragione per cui questo sacramento è chiamato penitenza è ‘perché per ottenere il perdono dei peccati è necessario pentirsene e fare la penitenza che ingiunge il confessore’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 518); è chiamato confessione invece ‘perché è necessario confessare al sacerdote tutti i propri peccati mortali’ (ibid., pag. 518). E’ bene tenere presente che, secondo la teologia romana, la penitenza concerne soprattutto la confessione dei cosiddetti peccati mortali, perché per quelli cosiddetti veniali i Cattolici possono essere assolti anche senza di essa; e che l’assoluzione, ossia ‘la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia) è considerato un vero atto giuridico pronunziato da un giudice con il quale il peccatore viene assolto. E per chi non lo reputa tale c’è questo anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che l’assoluzione sacramentale del sacerdote non è un atto giudiziario (...) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 9).

Secondo quello che insegna il catechismo cattolico i Cattolici devono andare dal prete a fare la confessione dei loro peccati per averne l’assoluzione almeno una volta all’anno. Questo lo devono fare in base al seguente decreto del concilio Laterano IV del 1215: ‘Qualsiasi fedele dell’uno o dell’altro sesso, giunto all’età di ragione, confessi fedelmente, da solo, tutti i suoi peccati, al proprio parroco almeno una volta l’anno...’ (Concilio Laterano IV, Cost. XXI). E dato che abbiamo menzionato questo concilio, ricordiamo che fu proprio questo concilio ad introdurre il dogma della penitenza obbligatoria da farsi al prete nella chiesa romana; prima di quell’anno infatti, essa non era reputata obbligatoria [14].

Il catechismo romano afferma che: ‘Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose: 1) l’esame di coscienza; 2) il dolore dei peccati; 3) il proponimento di non commetterne più: 4) la confessione; 5) la soddisfazione o penitenza’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 521). Voglio ora soffermarmi brevemente su questi ultimi due aspetti di questo sacramento. Secondo la teologia romana chi va a confessarsi dal prete deve manifestare al sacerdote la specie dei peccati, il loro numero e le circostanze su ogni peccato commesso, infatti il concilio di Trento a tale proposito decretò: ‘E’ chiaro infatti, che i sacerdoti non avrebbero potuto esercitare questo giudizio senza conoscere la causa né imporre le penitenze con equità, se i penitenti avessero dichiarato i loro peccati solo genericamente, e non invece, nella loro specie ed uno per uno. Si conclude da ciò che è necessario che i penitenti manifestino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se essi sono del tutto nascosti e sono stati commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (...) Si deduce, inoltre, che nella confessione debbano manifestarsi anche quelle circostanze che mutano la specie del peccato; senza di esse, infatti, né il penitente espone completamente gli stessi peccati, né questi potrebbero venire conosciuti dai giudici e sarebbe impossibile ad essi percepire esattamente la gravità delle colpe ed imporre per essa ai penitenti la pena dovuta’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, cap. V). Il Perardi nel suo manuale conferma ciò dicendo: ‘Dobbiamo accusare i peccati mortali pienamente, senza farci vincere da una falsa vergogna a tacerne alcuno, dichiarandone la specie, il numero e anche le circostanze che aggiunsero una nuova grave malizia’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 535).

Per quanto riguarda la specie, i Cattolici devono confessare di che genere è il peccato; se è un furto, una percossa, una menzogna ecc. Per quanto riguarda il numero essi sono obbligati a confessarli tutti, senza celarne alcuno; per esempio se saltano la messa per tre volte devono dire di non essere andati a messa per tre volte ecc. Se nascondessero un solo peccato essi commetterebbero un sacrilegio e non farebbero una buona confessione! Per quanto riguarda infine le circostanze, secondo quello che scrisse Tommaso d’Aquino (un dottore della chiesa romana) sono queste: Chi, Che cosa, Dove, Con quali aiuti, Perché, Come, Quando. Per spiegarle ci serviremo d’un esempio. Un uomo che si é reso colpevole di un furto e va a confessarlo al prete deve specificargli le seguenti cose affinché il prete sappia ben giudicare e dare la sentenza.

1) Chi ha commesso il furto: se ricco, o povero; se padre di famiglia, o figlio; se secolare o prete.

2) Che cosa ha rubato: se denaro, e quanto; o oggetti da vestire, o viveri, o oggetti sacri, come calici ecc..

3) Dove ha commesso il furto: se in campagna, in città o in altro luogo.

4) Con quali aiuti: se ha avuto compagni, se ha scalato muri..

5) Perché ha rubato: se spinto dalla necessità, o per vendetta, o per altro qualsiasi motivo, come per esempio, per andare a divertirsi.

6) Come: se ha fatto violenza, o se si è introdotto di nascosto, e non sia stato veduto da nessuno.

7) Quando ha commesso il furto: se di giorno o di notte, ecc.

Quindi i teologi papisti insegnano ai Cattolici romani non solo che il prete ha il potere di assolverli, ma anche che per essere assolti devono confessargli la specie, il numero e le circostanze dei peccati.

Dopo che il Cattolico confessa al prete tutti questi particolari sui suoi peccati mortali il catechismo romano dice che il prete prima gli dà l’assoluzione dei peccati e poi gli dà la soddisfazione o penitenza sacramentale che ‘è l’opera buona imposta dal confessore a castigo e a correzione del peccato, e a sconto della pena temporanea meritata peccando’ (ibid., pag. 543). Perché questo? Perché ‘il Sacramento della Penitenza, applicando all’anima i meriti di Gesù Cristo, rimette la pena eterna, ma ne lascia ordinariamente una temporanea da scontare o in questa vita o nell’altra. Dio vuole che diamo anche noi una soddisfazione; non è giusto che Gesù Cristo solo debba espiare tutta la pena dei peccati del cristiano’ (ibid., pag. 543). Ma anche dopo avere fatto la penitenza sacramentale, che Perardi dice che se il prete non ha fissato quando farla, è da preferirsi fare ‘prima di uscire di chiesa o almeno il più presto che potete’ (ibid., pag. 544), rimane ancora qualcosa da fare per espiare la pena difatti Perardi dice: ‘La penitenza sacramentale non basta, d’ordinario, a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato, e perciò conviene supplire con altre opere di penitenza e di pietà e con indulgenze’ (ibid., pag. 544). In sostanza, secondo questa dottrina sulla soddisfazione, i peccati l’uomo li può espiare in parte affidandosi ai meriti di Cristo ed in parte compiendo appunto queste opere. Quindi ai Cattolici vengono insegnate diverse cose a riguardo dei peccati che commettono; la prima é che andandosi a confessare dal prete questi glieli rimetta con l’autorità divina, la seconda è che siccome la penitenza rimette la pena eterna ma ne lascia una temporanea da dover scontare - perché per ottenere subito la remissione di tutta la pena meritata per il peccato occorrerebbe una contrizione perfettissima - si deve dare a Dio la soddisfazione della pena temporanea. Questa si compie prima con la penitenza sacramentale, e poi con le opere di penitenza e di pietà, che secondo il Nuovo Manuale del Catechista sono: ‘I digiuni, le mortificazioni, gli atti di misericordia spirituale e corporale, le preghiere, e l’uso pio di quelle cose benedette e di quelle cerimonie sacre che si chiamano sacramentali, come l’acqua santa e le varie benedizioni’ (ibid., pag. 544). E anche per chi rigetta le opere di penitenza il concilio Tridentino ha lanciato l’ennesimo anatema: ‘Se qualcuno dirà che le soddisfazioni, con cui i penitenti per mezzo di Gesù Cristo cercano di riparare i peccati, non sono culto di Dio, ma tradizioni umane, che oscurano la dottrina della grazia e il vero culto di Dio e lo stesso beneficio della morte del Signore, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 14).

Ma alle opere di penitenza e di pietà, come abbiamo visto prima, vi si devono aggiungere pure le indulgenze. Che cosa è l’indulgenza? ‘E’ una remissione di pena temporanea dovuta per i peccati; che la Chiesa concede sotto certe condizioni a chi è in grazia, (applicandogli i meriti e le soddisfazioni sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi, le quali costituiscono il tesoro della Chiesa)’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 546). Essa può essere plenaria quando per mezzo di essa è rimessa tutta la pena temporanea dovuta per i peccati; parziale quando è solo una remissione parziale della suddetta pena. Ma perché la curia romana ha introdotto la pratica delle indulgenze? La ragione è questa: spiegata in questi termini: ‘Il fine che l’Autorità ecclesiastica si propone nella elargizione delle indulgenze, è non solo di aiutare i fedeli a scontare le pene del peccato, ma anche di spingere gli stessi a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità, specialmente quelle che giovano all’incremento della fede e al bene comune’ (Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina di Paolo VI, 8). Ed anche per coloro che non accettano le indulgenze c’è il relativo anatema tridentino che è il seguente: ‘La potestà di elargire indulgenze è stata concessa alla chiesa da Cristo ed essa ha usato di questo potere, ad essa divinamente concesso, fin dai tempi più antichi. Per questo il santo sinodo insegna e comanda di mantenere nella chiesa quest’uso, utilissimo al popolo cristiano e approvato dall’autorità dei sacri concili e colpisce di anatema quelli che asseriscono che esse sono inutili o che la chiesa non ha potere di concederle’ (Concilio di Trento, Sess. XXV, cap. XXI) [15].

Ora, le indulgenze possono essere acquistate dai Cattolici facendo delle opere; vediamo ora quali sono alcune di queste opere di fatica che fanno lucrare l’indulgenza plenaria della chiesa, tenendo presente che secondo la norma sei della Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina l’indulgenza plenaria si può acquistare una sola volta al giorno.

Ÿ L’adorazione del SS.mo Sacramento per almeno mezz’ora;

Ÿ la pia lettura della S. Scrittura per almeno mezzora;

Ÿ il pio esercizio della Via Crucis (Sessolo Giovanni, L’aggiornamento delle indulgenze, Milano 1968, pag. 61);

Ÿ la recita del Rosario mariano in chiesa o pubblico oratorio, oppure in famiglia, in una Comunità religiosa, in una pia Associazione (Sessolo Giovanni, op. cit., pag. 61).

Tra le indulgenze plenarie c’è anche quella chiamata Giubileo.

L’indulgenza parziale invece la può lucrare:

Ÿ chi recita la giaculatoria ‘Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono ecc..’;

Ÿ chi recita l’Angelus Domini, le Litanie, la Salve, Regina (ibid., pag. 18);

Ÿ il fedele che devotamente usa un oggetto di pietà (crocifisso, croce, corona, scapolare, medaglia), benedetto da un sacerdote qualsiasi (Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina, norma 17).

Ci sono altre opere o cerimonie sacramentali mediante le quali i Cattolici possono acquistare sia indulgenze plenarie che indulgenze parziali, ma mi fermo qui con le indulgenze [16].

A questo punto ci si domanderà: ‘Ma il Cattolico allora dopo essersi confessato in maniera regolare, e fatto le opere di penitenza per espiare i suoi peccati, e dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, è sicuro di andare in paradiso?’ In teoria sì, dovrebbe esserne perfettamente sicuro, ma nella pratica non lo è, e non può esserlo affatto, perché dice Perardi: ‘Potremmo sperare di trovarci, in punto di morte, così puri, così santi da meritare subito il Paradiso?’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 175). D’altronde - dicono loro - nessuno è perfetto, qualche imperfezione ce l’hanno tutti, qualche peccato veniale lo si contrae anche dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, e perciò, chi può dire di andare subito in paradiso! Quindi, prima di andare in paradiso bisogna andare a sostare per qualche tempo in purgatorio per purgarsi del residuo di colpa che rimane, mediante delle pene molto severe; allora e solo allora si potrà andare in paradiso, perché si sarà santi e puri. Nessuno dunque si permetta di dire che quando morirà andrà subito in cielo perché questa è presunzione che offende la giustizia di Dio!

Per quanto riguarda la necessità di questo sacramento, secondo la teologia romana, esso è indispensabile per ottenere la salvezza, nella stessa maniera in cui è indispensabile il battesimo per essere rigenerati: ‘Il sacramento della Penitenza è assolutamente necessario alla salvezza per tutti coloro che hanno peccato gravemente dopo il Battesimo. - E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 311). Ciò significa che se per esempio un Cattolico muore senz’avere confessato i suoi cosiddetti peccati mortali al prete, viene dichiarato essere andato all’inferno.

Per la chiesa romana quindi la confessione è un sacramento molto importante e per coloro che non l’accettano c’è il seguente anatema del concilio di Trento: ‘Se qualcuno dirà che nella chiesa cattolica la penitenza non è un vero e proprio sacramento istituito dal signore nostro Gesù Cristo, per riconciliare i fedeli con Dio, ogni volta che cadono nei peccati dopo il battesimo, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 1).

Confutazione

La Scrittura non conferma la confessione fatta al prete

Ora, i teologi papisti asseriscono che i preti hanno ricevuto il potere di rimettere i peccati da Cristo perché é scritto che Gesù ha detto agli apostoli: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Giov. 20:23)! Ma stanno le cose proprio così? Affatto. Innanzi tutto dobbiamo dire che se Cristo con quelle parole avesse istituito questo sacramento della confessione così come lo possiede la chiesa cattolica romana dovrebbero esserci a tale proposito delle conferme ben precise sia negli Atti degli apostoli che nelle epistole degli apostoli tenendo presente anche il fatto che esso è reputato indispensabile per conseguire la salvezza perché tramite esso vengono rimessi i peccati ‘mortali’ commessi dopo il battesimo. Ma dobbiamo dire che in tutti questi scritti del Nuovo Testamento non c’è nessuna traccia di questo cosiddetto sacramento amministrato dagli apostoli ai credenti. Difatti non una volta, dico nemmeno una volta, si trova che gli apostoli richiesero che i credenti si andassero a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati. Una chiara conferma che gli apostoli non richiedevano ai credenti di andarsi a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati e quindi che essi non avevano quell’autorità di riconciliare i credenti con Dio (che invece pretendono avere i preti) l’abbiamo nel caso di Simone, negli Atti degli apostoli. Luca dice che "Simone credette anch’egli; ed essendo stato battezzato, stava sempre con Filippo..." (Atti 8:13), quindi era diventato anche lui un credente. Ma quando gli apostoli Pietro e Giovanni vennero a Samaria a pregare per i credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo avvenne che egli "vedendo che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo, offerse loro del danaro, dicendo: Date anche a me questa potestà, che colui al quale io imponga le mani riceva lo Spirito Santo" (Atti 8:18,19). Ecco dunque un credente che dopo il battesimo cade in un peccato (secondo la teologia romana un peccato ‘mortale’ perché simonia [17] e quindi egli aveva l’obbligo di confessarsi agli apostoli per ottenerne la remissione), quindi, dato che Pietro e Giovanni erano là, quello che ci si aspetterebbe è che essi gli dicano di pentirsi e di venire a confessarsi da loro. Ma non avviene nulla di tutto ciò perché Pietro gli dice: "Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se é possibile, ti sia perdonato il pensiero del tuo cuore.." (Atti 8:22). Notate che Pietro in questo caso disse a Simone (che aveva anch’egli creduto) di ravvedersi e di pregare il Signore affinché gli fosse perdonato il suo peccato. L’apostolo non gli disse: ‘Ravvediti e poi vieni a confessarti da noi, perché abbiamo il potere di rimettere i peccati da parte di Dio’, ma gli disse di ravvedersi e di pregare direttamente il Signore affinché lui gli perdonasse il suo peccato. Come potete vedere, da questo episodio citato da Luca si apprende in maniera inequivocabile che i credenti dopo il battesimo per ottenere la remissione dei loro falli dovevano confessarli direttamente a Dio senza la mediazione di nessun uomo sulla terra. Che la confessione dei peccati i credenti la dovevano fare direttamente a Dio ai giorni degli apostoli mentre loro erano in vita lo si deduce chiaramente anche dall’epistola di Giovanni, uno degli apostoli a cui Gesù disse: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi" (Giov. 20:23). Nella sua prima epistola egli afferma: "Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità" (1 Giov. 1:9). Ma a chi li dovevano confessare quei peccati? A Dio certamente, perché egli dice che se essi - quindi lui si includeva - li confessavano a Dio egli nella sua fedeltà e giustizia glieli avrebbe rimessi e li avrebbe purificati da ogni iniquità. Non può essere altrimenti perché Giovanni sapeva che Gesù aveva loro detto che quando pregavano dovevano dire: "Padre nostro che sei nei cieli... rimettici i nostri debiti" (Matt. 6:9,12) e quindi si dovevano rivolgere direttamente a Dio. Più avanti Giovanni afferma: "Figliuoletti miei, io vi scrivo queste cose affinché non pecchiate; e se alcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo, il giusto; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati..." (1 Giov. 2:1,2): notate che egli non disse: ‘Se qualcuno ha peccato avete gli apostoli del Signore, o gli anziani delegati da loro a rimettere i peccati’; no, ma "noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo". Questo significa che Giovanni credeva che quand’anche un credente avesse peccato egli avrebbe trovato perdono presso Dio Padre andando direttamente a lui nel nome del suo Figliuolo.

Veniamo a Giacomo, il fratello del Signore: egli scrisse una lettera alle dodici tribù della dispersione nella quale disse le seguenti cose: "Donde vengon le guerre e le contese fra voi? Non è egli da questo: cioè dalle vostre voluttà che guerreggiano nelle vostre membra? Voi bramate e non avete; voi uccidete ed invidiate e non potete ottenere; voi contendete e guerreggiate... O gente adultera, non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio...." (Giac. 4:1,2,4). Ora, secondo la teologia romana quei credenti dopo il battesimo s’erano resi colpevoli di peccati ‘mortali’, uccidevano, invidiavano, erano diventati amici del mondo e nemici di Dio. Ci si aspetterebbe dunque che Giacomo dicesse loro di andarsi a confessare dagli apostoli o dagli anziani della Chiesa. Ma ancora una volta di questa confessione non c’è il minimo accenno, infatti l’apostolo scrive subito dopo: "Appressatevi a Dio, ed Egli si appresserà a voi. Nettate le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti e fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegrezza in mestizia! Umiliatevi nel cospetto del Signore, ed Egli vi innalzerà" (Giac. 4:8-10). Ecco ancora una volta una esortazione a rivolgersi direttamente a Dio, ad andare a confessare i propri peccati a Dio direttamente e non a un ministro di Dio.

Tutti questi esempi appena visti attestano in maniera chiara che Cristo non diede agli apostoli la potestà di rimettere i peccati agli uomini, infatti essi non richiesero mai che i credenti caduti nel peccato si andassero a confessare da loro. Anche allora i credenti quando peccavano erano esortati a confessare i loro peccati a Dio per ottenerne la remissione. D’altronde c’erano anche le Scritture dell’Antico Patto che confermavano loro che questa confessione essi la dovevano fare a Dio e non a degli uomini, quantunque uomini santi che erano stati con Gesù. Citiamo per esempio queste eloquenti parole di Davide: "Io t’ho dichiarato il mio peccato, non ho coperta la mia iniquità. Io ho detto: Confesserò le mie trasgressioni all’Eterno; e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato" (Sal. 32:5). Non erano anche per loro una chiara prova che essi dovevano confessarsi a Dio solo? Ma domandiamoci: ‘Ma non sarebbero stati confusi gli stessi apostoli se avessero ordinato ai credenti di andare a dichiarare i loro peccati a loro e non direttamente a Dio, quando le Scritture dell’Antico Patto ordinavano di andare a confessarsi a Dio direttamente. Ma come avrebbero potuto gli apostoli affermare di avere il potere di rimettere i peccati che i credenti commettevano contro Dio senza essere ripresi per la loro arroganza?

Infine, per confermare ulteriormente che la confessione delle proprie iniquità, secondo la Scrittura, va fatta a Dio e non a dei presunti intermediari quali i preti cattolici, citiamo due confessioni trascritte nell’Antico Testamento, quella di Esdra e quella di Daniele.

Nel libro di Esdra è scritto: "E al momento dell’oblazione della sera, m’alzai dalla mia umiliazione, colle vesti e col mantello stracciati; caddi in ginocchio; stesi le mani verso l’Eterno, il mio Dio, e dissi: ‘O mio Dio, io son confuso; e mi vergogno, o mio Dio, d’alzare a te la mia faccia; poiché le nostre iniquità si son moltiplicate fino al di sopra del nostro capo, e la nostra colpa è sì grande che arriva al cielo. Dal tempo de’ nostri padri fino al dì d’oggi siamo stati grandemente colpevoli..." (Esd. 9:5-7).

Nel libro di Daniele è scritto: "E feci la mia preghiera e la mia confessione all’Eterno, al mio Dio, dicendo: ‘O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e continui la benignità a quelli che t’amano e osservano i tuoi comandamenti! Noi abbiamo peccato, ci siam condotti iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati, e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni, non abbiam dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri, e a tutto il popolo del paese..." (Dan. 9:4-6).

Ecco dunque dei membri del popolo di Dio sotto l’Antico Patto che si confessarono direttamente a Dio per ottenere il suo perdono. Per riassumere: nella Scrittura non c’è la benché minima menzione di una confessione da farsi ad un sacerdote per ottenere il perdono dei peccati; non c’è nell’Antico Patto e non c’è neppure nel Nuovo Patto perché gli apostoli nelle loro epistole non ne parlano.

Forse qualcuno penserà che gli apostoli in virtù di quelle parole che Gesù disse loro cioè: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Giov. 20:23), richiedessero che i peccatori andassero da loro a dichiarare i loro peccati per ottenere la remissione di essi. Ma anche qui si deve dire che di una simile confessione non esiste la benché minima traccia nella Scrittura. Perché questo? Perché gli apostoli avevano ricevuto l’ordine di predicare la remissione dei peccati secondo che aveva loro detto Gesù: "Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remission dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme" (Luca 24:46,47) e non la potestà di assolvere i peccatori penitenti perché questa la possiede solo Dio, il giusto Giudice. Questo é confermato dai seguenti episodi trascritti nel libro degli Atti degli apostoli.

Ÿ A Gerusalemme il giorno della Pentecoste, quando i Giudei che udirono la predicazione di Pietro, dissero a Pietro e agli altri apostoli: "Fratelli, che dobbiam fare?" (Atti 2:37), Pietro rispose loro dicendo: "Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati..." (Atti 2:38). Notate che cosa Pietro disse di fare a quei Giudei per ottenere la remissione dei loro peccati; egli disse loro di ravvedersi e di farsi battezzare. Pietro assieme agli altri apostoli non dissero loro: ‘Venite a confessarvi da noi e noi vi rimetteremo i vostri peccati perché abbiamo ricevuto da Cristo il potere di farlo’. Questa é una chiara dimostrazione di come gli apostoli non intesero malamente le parole del Signore Gesù come invece hanno fatto i teologi cattolici romani.

Ÿ A casa di Cornelio, Pietro predicò la remissione dei peccati nel nome di Cristo infatti disse: "Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome" (Atti 10:43). Anche in questo caso Pietro non pretese che Cornelio ed i suoi andassero da lui a confessargli i loro peccati appunto perché l’apostolo non aveva il potere di rimettere a nessuno i peccati da parte di Dio ma quello di predicare la remissione dei peccati il che è differente.

Ÿ Sempre a casa di Cornelio, Pietro disse: "Ed egli ci ha comandato di predicare al popolo e di testimoniare ch’egli è quello che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti" (Atti 10:42); quindi è Cristo, essendo il Giudice di tutti, ad avere il potere di assolvere e non degli uomini costituiti da lui. I peccatori quindi per ottenere misericordia da Dio devono confessare le loro iniquità a Cristo che è il Giudice che può assolvere o condannare (e non a degli uomini). Gesù stesso ha confermato che il peccatore per essere assolto è sufficiente che si confessi direttamente a Dio quando disse in una parabola che un pubblicano, salito al tempio per pregare, "non ardiva neppure alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii placato verso me peccatore!" (Luca 18:13); questo pubblicano non andò a confessarsi dai sacerdoti che erano nel tempio ma direttamente da Dio, ed ottenne la remissione dei suoi peccati secondo che Gesù disse: "Io vi dico che questi scese a casa sua giustificato" (Luca 18:14).

Ÿ Quando gli apostoli comparvero davanti al Sinedrio, Pietro e gli altri dissero: "L’Iddio de’ nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo al legno. Esso ha Iddio esaltato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e remission dei peccati" (Atti 5:30,31). Anche in questo caso gli apostoli non si attribuirono affatto il potere di rimettere i peccati agli uomini perché fecero capire chiaramente con le loro parole che è Dio colui che dà la remissione dei peccati come anche il ravvedimento. Ora, noi sappiamo che il ravvedimento è Dio a darlo agli uomini perché è scritto che quelli della circoncisione dopo che Pietro raccontò loro come Dio lo aveva mandato dai Gentili a predicare il Vangelo e come essi avevano ricevuto lo Spirito Santo, dissero: "Iddio dunque ha dato il ravvedimento anche ai Gentili affinché abbiano vita" (Atti 11:18); quindi come gli apostoli non avevano il potere di dare il ravvedimento a nessuno, ma solo l’ordine di predicare il ravvedimento a tutti, così essi non avevano neppure il potere di dare la remissione dei peccati a nessuno perché quella la dava direttamente Dio al peccatore penitente; essi anche in questo caso avevano l’ordine di predicare la remissione dei peccati (cfr. Luca 24:47 per comprendere che gli apostoli avevano ricevuto l’ordine di predicare il ravvedimento e la remissione dei peccati).

Come potete vedere gli apostoli non confessavano i peccatori ma li esortavano a ravvedersi e a credere in Gesù Cristo per ottenere la remissione dei loro peccati; a lui dovevano confessare i loro peccati e non a loro. La penitenza cattolica romana che l’uomo deve fare al sacerdote quindi non ha nessun passo scritturale che la sostenga. E questo lo ha riconosciuto pure Bartmann che ha detto che nella Scrittura ‘non si trova alcun passo in cui si esiga esplicitamente che il peccatore confessi i suoi peccati gravi a un sacerdote per ottenerne il perdono’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 282). Ma allora, qualcuno dirà, come mai dinanzi all’evidenza i teologi difendono il dogma della penitenza? La ragione è perché devono compiacere al papa in ogni cosa e non possono permettersi di dissentire da lui se non vogliono incorrere in qualche provvedimento disciplinare. Nella chiesa romana funziona così: il papa detta la legge e i teologi devono ubbidirgli anche se la sua legge contrasta la verità e non può quindi essere sostenuta con la Parola di Dio.

Per concludere, tutte le suddette Scritture da noi citate confermano che la confessione dei propri peccati l’uomo, sia il peccatore che vuole essere salvato, che il credente che è già salvato, la deve fare al Signore affinché i suoi peccati gli vengano rimessi perché solo Dio ha il potere di perdonare i peccati all’uomo secondo che é scritto nei Salmi: "Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità" (Sal. 103:3).

Spiegazione dei passi presi per sostenere il sacramento della penitenza

Innanzi tutto vogliamo spiegare le parole di Gesù: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Giov. 20:23). Noi abbiamo il potere di rimettere i peccati a tutti coloro che peccano contro di noi infatti nella preghiera che Gesù insegnò ai suoi discepoli vi sono queste parole: "Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori" (Matt. 6:12). Come potete vedere noi possiamo rimettere i debiti ai nostri debitori, cioè a quelli che sono in debito verso noi. Ma noi non abbiamo il potere di rimettere i debiti che un uomo ha nei confronti di Dio, perché quello ce lo ha solo Dio [18]. Pure gli scribi lo sapevano questo infatti quando sentirono che Gesù disse a quel paralitico: "Figliuolo, sta’ di buon animo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (Matt. 9:2), dissero: "Perché parla costui in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati, se non un solo, cioè Dio?" (Mar. 2:7. Essi però non riconoscendo in Gesù Cristo l’Iddio d’Israele, sbagliarono nell’affermare che egli bestemmiava. Ma Gesù dimostrò loro di avere il potere di rimettere i peccati, e perciò di essere Dio, dicendo al paralitico di alzarsi, di prendere il suo lettuccio e di andarsene a casa sua (cfr. Mar. 2:9-12). I suoi discepoli però, quantunque lo videro e lo sentirono rimettere i peccati agli uomini, dopo che lui fu assunto in cielo non se ne andarono in giro a farsi confessare i peccati dai peccatori ed a rimetterglieli, e neppure a farsi confessare i peccati dai credenti per rimetterglieli, e questo perché non avevano inteso le parole che Gesù aveva loro rivolto nella maniera errata in cui hanno inteso alcuni in seguito. Abbiamo infatti dimostrato poco fa come non ci sono esempi o passi nel Nuovo Testamento che attestino una simile procedura.

La confessione auricolare fatta al prete è chiamata anche il sacramento della riconciliazione perché secondo il catechismo cattolico il prete mediante la sua assoluzione riconcilia l’uomo con Dio. Ma questa affermazione è falsa perché l’uomo può riconciliarsi con Dio direttamente mediante Cristo Gesù senza il bisogno di nessun mediatore terreno. I teologi papisti per sostenere che i preti hanno in loro la parola della riconciliazione per riconciliare gli uomini con Dio come l’avevano prima di loro gli apostoli prendono le seguenti parole di Paolo ai Corinzi: "Iddio... ha posta in noi la parola della riconciliazione" (2 Cor. 5:19); ma noi facciamo notare che questa parola della riconciliazione che avevano gli apostoli non si riferisce affatto alla formula assolutoria dei preti: ‘Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo’, che essi rivolgono ai confessanti dopo avere udito la loro confessione, perché gli apostoli non confessavano e non assolvevano né i peccatori e neppure i credenti quando essi si rendevano colpevoli ma li esortavano a ravvedersi e a fare pace con Dio. L’apostolo Paolo spiega in che consisteva questa parola della riconciliazione quando dice: "Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: Siate riconciliati con Dio" (2 Cor. 5:20). Gli apostoli quindi non obbligavano gli uomini a confessarsi a loro, come fanno i preti, ma li esortavano a riconciliarsi con Dio, il che è tutt’altra cosa! Loro facevano la loro ambasciata; mentre Colui che li aveva mandati assolveva coloro che accettavano le loro parole. Ma non è forse questa una ulteriore prova che la confessione auricolare al prete non ha fondamento scritturale e che per sostenerla i teologi cattolici romani fanno ricorso ad arbitrarie interpretazioni scritturali?

Veniamo ora agli altri passi del Nuovo Patto che a dire dei teologi cattolici romani confermano la confessione al prete; quello di Marco che dice: "Ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati" (Mar. 1:5); quello scritto negli Atti degli apostoli che dice: "E molti di coloro che aveano creduto, venivano a confessare e a dichiarare le cose che aveano fatte" (Atti 19:18); quello di Giacomo che dice: "Confessate dunque i falli gli uni agli altri" (Giac. 5:16); e quello che dice che dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro Gesù disse: "Scioglietelo, e lasciatelo andare" (Giov. 11:44). Ora, ma noi domandiamo ai teologi papisti: ‘Ma dov’è qui la confessione fatta all’uomo per ricevere l’assoluzione? Noi non la vediamo. Ma non la vediamo non perché abbiamo gli occhi chiusi, ma perché essa non c’è. Vediamo quindi ora di dimostrare come i suddetti passi non hanno nulla a che fare con la confessione al prete.

Nel caso del battesimo di Giovanni gli uomini si pentivano dei loro peccati e li confessavano a Dio e non a Giovanni. E poi, per rispondere come si conviene ai teologi papisti, diciamo anche che Giovanni non era un apostolo, e quella confessione quei Giudei la fecero prima di essere battezzati (mentre la confessione cattolica si deve fare dopo il battesimo), ed ancora prima che Gesù dicesse ai suoi discepoli; "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi" (Giov. 20:23), e la fecero pubblicamente e non privatamente come invece viene fatta la confessione al prete; tutte cose queste che annullano nella maniera più evidente la loro stessa interpretazione data a questo passo.

Nel caso di quei credenti che ad Efeso confessarono le cose che avevano fatte essi non le vennero a confessare agli apostoli per ottenere la remissione dei loro peccati, perché dato che avevano già creduto avevano già ottenuto la remissione di tutti i loro peccati mediante il nome di Gesù Cristo secondo che è scritto: "Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome" (Atti 10:43). Essi vennero per raccontare le cose malvagie che avevano fatte prima di credere nel Signore, per fare comprendere quanta misericordia Dio aveva usata verso di loro perdonandogli tutti quei loro peccati. Questo è quello che ancora oggi viene fatto in mezzo a noi da coloro che hanno creduto. Come potete vedere in questi suddetti passi non v’è la minima prova in favore della confessione privata fatta al prete e della sua obbligatorietà.

Per ciò che concerne le parole di Giacomo: "Confessate dunque i falli gli uni agli altri" (Giac. 5:16), esse sono in perfetta armonia con gli insegnamenti del nostro Signore, e non sono per nulla a favore della confessione al prete come invece sostengono molti teologi cattolici romani (non tutti perché c’è qualcuno che ha capito che le parole di Giacomo non si riferiscono alla confessione al prete), e questo perché Giacomo non ha detto ai fedeli di andarsi a confessare ad una casta sacerdotale per ottenere l’assoluzione divina; ma ha detto loro di confessare a vicenda i loro propri peccati infatti dice "gli uni agli altri". Le parole di Giacomo sono in armonia con le seguenti parole di Gesù: "Badate a voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e ti dice: Mi pento, perdonagli" (Luca 17:3,4); quindi é giusto che un fratello che pecca contro un altro fratello vada a confessare il proprio fallo al fratello a cui ha fatto torto chiedendogli il perdono perché questo ha fondamento scritturale. E’ giusto pure, secondo le parole di Giacomo, nel cospetto di altri fedeli riconoscere i propri falli per umiliarsi nel cospetto di Dio e davanti agli stessi fedeli. Infine occorre dire che talvolta un credente che vuole ricevere una parola di consolazione o di incoraggiamento dal proprio pastore può andargli a confessare un suo peccato; ma questo, lo ribadiamo, egli non lo fa perché pensa che il pastore ha il potere di assolverlo da parte di Dio, ma solo per aprire il suo cuore nel cospetto di un fratello maturo dal punto di vista spirituale che può dargli dei retti consigli e pregare assieme a lui.

Ed infine veniamo alle parole che Gesù rivolse ai Giudei dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro avendo i piedi e le mani legati da fasce e il viso coperto d’uno asciugatoio. Secondo i teologi papisti dopo che gli uomini risorgono dalla morte spirituale mediante il battesimo hanno bisogno di essere sciolti e slegati dai peccati che commettono. E questa potestà di sciogliere i loro peccati la possiede il prete in virtù delle parole che Gesù rivolse ai suoi discepoli: "Tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo.." (Matt. 18:18)! Ci limitiamo a dire che in quelle parole di Gesù noi non vediamo affatto il potere che hanno i sacerdoti cattolici di assolvere i peccatori dai loro peccati. Vederci la loro confessione sarebbe come vedere il papato nelle parole di Gesù a Pietro: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.." (Matt. 16:18). L’interpretazione che i teologi papisti danno a quel passo per sostenere il potere di rimettere i peccati che hanno i sacerdoti è falsa perché Colui che ha il potere di rimettere i peccati a coloro che sono risuscitati con Cristo è solo Dio.

La confessione della specie, del numero e delle circostanze dei peccati è inutile

Secondo la Scrittura per ottenere la remissione dei peccati da Dio non è affatto necessario specificare a Dio la specie, il numero e le circostanze dei peccati e di questo ne abbiamo una conferma nell’invocazione che il pubblicano fece nel tempio a Dio; egli disse solo: "O Dio, sii placato verso me peccatore" (Luca 18:13); e Dio lo perdonò perché egli scese a casa sua giustificato.

Anche la parabola del figliuol prodigo conferma che la confessione a Dio non ha bisogno della specificazione della specie, del numero esatto o approssimativo di essi, e delle circostanze dei peccati: il figliuol prodigo quando tornò dal padre gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno d’esser chiamato tuo figliuolo" (Luca 15:21), e il padre lo perdonò perché disse ai suoi servitori di rivestirlo con la veste più bella, di mettergli un anello al dito, di calzarlo e di menare fuori il vitello ingrassato e di ammazzarlo per mangiarlo. Nessuna confessione della specie e del numero e delle circostanze dei suoi peccati fu richiesta dal padre; eppure quel giovane aveva vissuto per molto tempo dissolutamente, aveva speso la sua sostanza con le meretrici, e ne aveva di peccati e di particolari da raccontare. Non ci fu bisogno di manifestarli; così anche il peccatore che si accosta a Dio non ha bisogno di confessare a Dio tutte le circostanze di ogni suo peccato, perché Dio non glielo richiede. Che egli lasci i suoi iniqui pensieri, che egli creda con il suo cuore nel Vangelo; e allora egli otterrà misericordia da Dio il quale gli cancellerà tutti i suoi peccati e non si ricorderà più di essi!

Nel Vangelo troviamo anche che Gesù rimise i peccati a dei peccatori senza che loro gli avessero fatto la lista di tutti i peccati che avevano commesso e le circostanze che li riguardavano, anzi, senza neppure che essi glieli avessero confessati. Alla donna colta in adulterio che i Farisei gli avevano menata Gesù disse: "Neppure io ti condanno; và e non peccar più" (Giov. 8:11); alla donna peccatrice che era in casa del Fariseo di nome Simone egli disse: "I tuoi peccati ti sono rimessi" (Luca 7:48), perché questa si umiliò davanti al Signore anche piangendo; all’uomo paralitico che gli portarono gli disse: "O uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (Luca 5:20) senza che questo gli enumerasse tutti i suoi peccati e tutte le circostanze che li accompagnavano.

Infine Gesù ci ha detto, a noi suoi discepoli, di dire al Padre: "Rimettici i nostri debiti" (Matt. 6:12), senza specificare uno per uno i peccati e tutte le cose che concernono i nostri peccati, perché quello che Dio richiede da noi è che noi ci pentiamo sinceramente davanti a lui e gli chiediamo perdono.

Noi ci siamo confessati a Dio ottenendo il perdono dei peccati

Davide, quando il profeta Nathan andò da lui per riprenderlo e annunziargli la punizione di Dio contro di lui, disse a Nathan: "Ho peccato contro l’Eterno" (2 Sam. 12:13), ma non gli confessò di avere peccato per essere da lui perdonato, ma perché riconobbe di avere fatto ciò che é male agli occhi di Dio. Davide fece la confessione delle sue iniquità a Dio, infatti leggiamo nel cinquantunesimo salmo che egli invocò Dio dicendogli: "Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua benignità; secondo la moltitudine delle tue compassioni, cancella i miei misfatti. Lavami del tutto della mia iniquità e nettami del mio peccato! Poiché io conosco i miei misfatti, e il mio peccato é del continuo davanti a me. Io ho peccato contro te, contro te solo, e ho fatto ciò ch’é male agli occhi tuoi; lo confesso, affinché tu sia riconosciuto giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi" (Sal. 51:1-4). Davide fu esaudito da Dio infatti Nathan gli disse: "E l’Eterno ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai" (2 Sam. 12:13), ma badate che non fu Nathan il profeta a rimettergli il suo peccato usando qualche formula ma fu Dio. Il profeta disse a Davide la parola che egli aveva ricevuto da Dio. Anche noi un giorno, come Davide, abbiamo confessato le nostre iniquità a Dio, e lui, nella sua fedeltà, ci ha perdonati purificandoci la nostra coscienza da tutte quelle opere morte di cui essa era contaminata. Questo lo diciamo per esperienza diretta; non ci fu bisogno di qualche mediatore terreno per ottenere la remissione dei nostri peccati, perché la ottenemmo direttamente da Dio mediante il Signore nostro Gesù Cristo che siede alla sua destra.

Coloro che invece vanno a confessare i loro peccati al prete, reputato da loro colui che fa il tramite tra Dio e loro, ricevono sì l’assoluzione che, secondo il catechismo cattolico ‘è la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, Così sia)’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 541), ma sta di fatto che i loro peccati non spariscono mai dalla loro coscienza; perché? Perché essi non li confessano a Dio ma ad un uomo che non può fare nulla per toglierglieli. Se molti Cattolici romani che osservano queste pratiche religiose nella loro ignoranza ma anche con sincerità d’animo mostrassero in Dio la stessa fiducia che mostrano nei preti allora sì che otterrebbero la remissione dei loro peccati e nuova vita dal Signore, e uscirebbero da questa organizzazione per unirsi ai riscattati, ma purtroppo essi, accecati da questa religione, vanno a confessarsi a chi non può fare nulla per loro.

O uomini e donne che giacete nelle tenebre e che venite guidati da gente che cammina nelle tenebre, rientrate in voi stessi, accostatevi al Signore confessandogli i vostri peccati e lui si avvicinerà a voi e vi purificherà la vostra coscienza dalle opere morte mediante il sangue dell’Agnello. Allora sì che sarete giustificati dalle vostre iniquità, e otterrete pace con Dio; allora sì che non vi sentirete più spinti ad andare a confessarvi dal prete!

La via per ottenere il perdono dei peccati da Dio sia per gli increduli che per i credenti

Come abbiamo potuto vedere quantunque venga detto che il sacramento della penitenza è di istituzione divina, pure l’uomo che lo riceve non potrà mai essere sicuro di essere perdonato, lavato appieno dai suoi peccati, e perciò non potrà giammai essere sicuro di andare in paradiso alla sua morte. Che religione vana è quella cattolica; dice ai suoi seguaci, credi queste verità rivelate da Dio e fai tutte queste cose che ti sono ordinate perché esse sono prescritte da Dio per il perdono dei tuoi peccati, e poi lancia l’anatema contro chi, dopo avergli ubbidito, ostenterà certezza di remissione dei suoi peccati, e ardirà dire di essere sicuro di essere salvato!! Non dovrebbe farvi seriamente riflettere o Cattolici romani tutto questo sull’opportunità di continuare ad andare a confessarvi dal prete e di appoggiarvi sulle opere di penitenza e sulle indulgenze? Ma quando è che rientrerete in voi stessi e capirete che questa via prescrittavi dai vostri preti per farvi riconciliare con Dio è vana perché non vi assicura la certezza assoluta del perdono di tutti i vostri peccati con la relativa certezza di andare in paradiso subito dopo morti, ma vi continua a lasciare nel buio più cupo?

La via per ottenere il perdono prescritta da Dio in Cristo Gesù è questa. Per i peccatori è sufficiente che si ravvedono e credano nel nome di Cristo. Gesù prima di morire disse: "E’ compiuto" (Giov. 19:30); quindi il prezzo del riscatto è stato da lui pagato appieno; al peccatore non rimane quindi nessuna opera di penitenza da fare per ottenere la remissione dei suoi peccati. Gli rimane solo di ravvedersi e di credere nel sacrificio di Cristo; questo è quello che gli rimane di fare. Egli non deve fare la Via Crucis, o visite a basiliche in giorni stabiliti, egli non deve recitare il rosario, egli non deve salire in ginocchio la cosiddetta scala santa di Roma, o fare qualche altra cosiddetta opera di penitenza perché codeste cose non giovano a nulla; servono solo a fargli perdere tempo e denaro! La pena per i nostri peccati l’ha scontata Cristo Gesù sulla croce del Calvario quando morì carico delle nostre iniquità perciò l’uomo se vuole ricevere il perdono dei suoi peccati deve soltanto chiederlo a Dio con un cuore rotto e lo otterrà. Come fece quel pubblicano nel tempio che si batteva il petto e diceva: "O Dio, sii placato verso me peccatore!" (Luca 18:13) e scese a casa sua giustificato. Quindi il perdono dei peccati è gratuito, totalmente gratuito in ragione della sovrabbondante grazia di Dio secondo che é scritto: "Tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù; il quale Iddio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel sangue d’esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo Egli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato.." (Rom. 3:23-25). Non c’é niente da pagare perché non c’é niente da guadagnarsi; non c’é niente che si possa meritare perché altrimenti "grazia non é più grazia" (Rom. 11:6). Ma la chiesa romana con la questione sulle penitenze e sulle indulgenze riesce a fare credere alle persone che i propri peccati possano essere espiati facendo delle opere; questo è grave perché così le persone credono che il sacrificio espiatorio di Cristo non sia sufficiente per ottenere la remissione dei propri peccati. Ah! Hanno annullato la grazia di Dio, hanno calpestato i meriti di Cristo; e perciò il Vangelo non è più la buona novella della pace in cui basta credere per essere riconciliati con Dio, ma un messaggio privato del suo potere salvifico, perché per ottenere la remissione dei peccati non è più sufficiente credere in esso, ma bisogna fare tante e tante cose; bisogna seguire insomma la via delle opere e non quella della fede.

Anche per coloro che invece sono stati già perdonati, se cadono in qualche fallo, è sufficiente che li confessino direttamente a Dio. Questo perché Cristo mediante la sua morte ha espiato già tutti i nostri peccati. Il prezzo lo ha già pagato appieno lui.

Adesso vogliamo citare alcune Scritture che attestano che il sacrificio di Cristo è perfetto e che non rimane nulla da espiare, nulla da soddisfare per coloro che hanno creduto in Lui.

Ÿ Paolo dice ai Colossesi: "E voi, che eravate morti ne’ falli e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Egli ha vivificati con lui, avendoci perdonato tutti i falli.." (Col. 2:13); ed ai Corinzi: "E tutto questo vien da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo" (2 Cor. 5:18).

Ÿ Lo scrittore agli Ebrei dice: "Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre" (Ebr. 10:10), ed anche: "Con un’unica offerta egli ha per sempre resi perfetti quelli che son santificati" (Ebr. 10:14).

Qualcuno dirà: Ma queste parole si riferiscono ai peccati commessi prima di credere in Cristo che ci sono stati rimessi mediante la sola fede in lui!’. E’ vero, ma rimane il fatto che è sempre in virtù del perdono acquistatoci da Cristo sulla croce che i peccati commessi dopo la nostra conversione ci vengono rimessi senza compiere nessuna soddisfazione sacramentale, ma solo confessandoli a Dio secondo che è scritto: "Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità" (1 Giov. 1:9). Al bando dunque la penitenza della chiesa cattolica romana; al bando dunque questa sua diavoleria, abilmente travestita da sacramento di Cristo, che non fa altro che fare passare il sacrificio di Cristo per inutile, per insufficiente. E poi parlano di fede, e poi parlano di grazia; ma noi diciamo: Ma dov’è la fede e la grazia in questa religione del fare, in questa religione che dice in sostanza fai da te tutto il possibile per salvarti e vedrai che Dio ti verrà incontro perché sarà costretto e obbligato a perdonarti? Avete compreso allora perché quando i teologi cattolici parlano di fede e di grazia, ne parlano sempre in maniera molto complicata, ambigua, e distorta, facendo capire che rimane sempre e ripeto sempre da fare qualcosa all’uomo? Perché essi alla fin fine devono sempre fare uscire da qualche parte le opere di penitenza, le indulgenze, ed il tesoro della Chiesa da cui appunto tira fuori queste infami indulgenze. A proposito di questo tesoro: avete notato che esso è formato oltre che dai meriti di Cristo anche dai meriti di Maria e dei santi? Ma ditemi: non è forse questa l’ulteriore prova che per loro i meriti acquistati da Cristo a caro prezzo sulla croce non sono sufficienti a salvarci? Non è abbastanza chiaro che per loro le sofferenze di Cristo non sono per nulla sufficienti da sole a rimettere i peccati agli uomini con tutta la loro pena eterna? Diffidate dunque di tutti i discorsi sulla fede e sulla grazia e sui meriti di Cristo tenuti dai teologi papisti; perché dietro di essi si nasconde un altro Vangelo, non quello della grazia. Essi predicano un altro Vangelo impotente a salvare; essi predicano una remissione dei peccati vana e illusoria. Perciò l’anatema lanciato dal santo apostolo Paolo: "Se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema" (Gal. 1:9 è diretto pure contro loro.

Il Giubileo e la Via Crucis sono invenzioni umane

Quando ho parlato delle indulgenze ho accennato al Giubileo e alla Via Crucis. E dato che di esse si sente sovente parlare (soprattutto del Giubileo in questi tempi) voglio brevemente spiegare in che cosa consistono e confutarle.

Il Giubileo cattolico romano, chiamato anche Anno Santo, è una solenne indulgenza plenaria che viene concessa dal papa. Esso fu inventato da Bonifacio VIII (1294-1303) nel 1300. Con una sua bolla decretò che ogni cento anni chi avesse visitato ‘la basilica di San Pietro e quella di San Paolo in Roma’, e fosse in grazia, cioè assolto dai peccati, avrebbe guadagnato il condono di tutta la pena che avrebbe dovuto soffrire in purgatorio per i peccati commessi. (Durante quel primo giubileo indetto da Bonifacio VIII i cronisti dicono che il denaro veniva raccolto con i rastrelli tanto era abbondante). Clemente VI (1342-1352) ridusse il Giubileo ad ogni cinquanta anni, e così il secondo Giubileo fu celebrato nel 1350. Urbano VI (1378-1389) lo ridusse ulteriormente a trentatré anni in memoria degli anni che Gesù visse in terra. Infine Paolo II (1464-1471) ordinò che il Giubileo si celebrasse ogni venticinque anni e tale è rimasto da quel tempo l’intervallo di tempo tra un Giubileo e l’altro. Secondo quello che dice l’Enciclopedia Cattolica le condizioni solite ad apporsi per l’acquisto del Giubileo ordinario sono la confessione, la comunione, la visita a determinati luoghi di culto della chiesa cattolica e la recita di alcune preghiere. Dal 1950 non è più indispensabile venire a Roma per lucrare questa indulgenza. Nel Dizionario storico del papato si legge infatti che in quell’anno la costituzione apostolica Par annum sacrum proclamò il carattere universale dell’indulgenza giubilare per cui ‘non fu più indispensabile compiere il viaggio a Roma, essendo gli ordinari autorizzati a designare in ciascuna città episcopale, per le visite prescritte, la cattedrale e due altre chiese od oratori in cui il culto si celebrava regolarmente’ (Dizionario storico del papato, Milano 1996, pag. 66). Per quanto riguarda il Giubileo occorre dire che benché nella legge di Mosè si parli di un giubileo ordinato da Dio, quello cattolico non ha nulla a che fare con esso. Ricordiamo in che cosa consisteva il giubileo giudaico. Dio disse a Mosè: "Santificherete il cinquantesimo anno, e proclamerete l’affrancamento nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognun di voi tornerà nella sua proprietà, e ognun di voi tornerà nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne non potate" (Lev. 25:10,11. In quell’anno quindi, secondo la legge, chi a motivo della sua povertà aveva negli anni precedenti venduto una sua proprietà, ritornava in possesso della sua proprietà; e parimente anche chi a motivo della povertà si era venduto come schiavo a uno dei suoi fratelli in quell’anno tornavo libero. Questo giubileo era l’ombra di ciò che doveva avvenire quando sarebbe venuto Cristo; perché come al giubileo lo schiavo tornava in libertà così con la venuta di Cristo coloro che erano venduti schiavi al peccato sarebbero stati affrancati dal peccato mediante l’Evangelo della pace. Ma i papi che sapevano come sfruttare le ombre della legge per arricchirsi, ecco che hanno preso il giubileo giudaico e ne hanno fatto un giubileo che da un lato libera il Cattolico da tutta la cosiddetta pena che deve scontare in purgatorio e dall’altro fa affluire nelle casse del papato ingentissime somme di denaro. Che inganno!

La devozione della Via Crucis fu inventata dai frati Francescani nel quindicesimo secolo, e divenne d’uso generale nel diciottesimo secolo quando i papi la permisero a tutte le chiese. La devozione consiste nel soffermarsi da soli o in processione davanti a quattordici quadri (chiamati stazioni e che sono appesi ai muri) uno dopo l’altro recitando certe preghiere stabilite. Le quattordici stazioni rievocano degli eventi accaduti a Gesù lungo la strada per il Calvario e la sua morte e sono così divise: 1) Processo e condanna a morte; 2) Gesù prende la croce; 3) Prima caduta; 4) Incontro con la Madre; 5) Simone di Cirene; 6) Incontro con la Veronica; 7) Seconda caduta; 8) Incontro con le pie donne; 9) Terza caduta; 10) Gesù è spogliato; 11) Crocifissione; 12) Morte di Gesù; 13) Deposizione dalla Croce; 14) Nel sepolcro. A riguardo di questo ‘pio’ esercizio si legge nel libro L’Aggiornamento delle Indulgenze: ‘Resta quindi valido e vivamente raccomandato il pio esercizio della Via Crucis. Fatto bene, produce frutti copiosi di fervore e di santità. Esso rinnova la memoria delle sofferenze che Cristo Signore ha sopportato, portando la Croce, lungo la via che dal pretorio di Pilato porta al monte Calvario, dove egli ha offerto la sua vita per la nostra redenzione. (...) Due sole cose sono obbligatorie per il pio esercizio: 1) passare da una ‘stazione’ all’altra; 2) meditare o considerare la Passione del Signore. Tutto il resto è lasciato alla pietà e devozione di ciascuno (...) L’aggiunta di qualche preghiera vocale, benché non sia prescritta, viene quasi spontanea ed è molto utile per preparare e per accompagnare la meditazione, in modo simile a quanto si fa nel S. Rosario. Chi fa il pio esercizio della Via Crucis può acquistare l’indulgenza plenaria. S’intende che, come per ogni altra indulgenza plenaria, deve anche adempiere le tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice’ (Sessolo Giovanni, op. cit., pag. 49,50). E’ scritturale questa devozione? Affatto, perché nella Scrittura non troviamo in verun luogo che i discepoli erano dati ad una simile pratica. E poi occorre dire che alcuni degli episodi rievocati in queste ‘stazioni’ che concernono la passione di Gesù e che i Cattolici quindi hanno impressi nella loro mente non sono scritti nella Parola di Dio e ci riferiamo ai numeri 3, 4, 6, 7, 9.

La confessione fatta al prete è una scuola di perversione

Tutti coloro che dopo avere fatto i preti nella chiesa cattolica romana sono usciti da essa perché Dio ha dato loro il ravvedimento e la remissione dei peccati, attestano in svariate maniere che la confessione è un pantano fangoso nel quale i preti si trastullano senza poterne uscire fuori; ma anche che essa fomenta ogni sorta di malvagità e di impurità sia nella vita dei preti che nella vita di coloro che vanno a confessarsi da loro, in special modo nelle penitenti sia esse nubili che sposate. Vediamo di esaminare le ragioni per cui la confessione al prete è dannosa sia al prete che a coloro che vanno a confessarsi da lui.

Il prete è celibe ed ha fatto il voto di castità prima di entrare nell’ordine sacerdotale; gli è stato detto che deve mantenersi puro e immacolato e che non può sposarsi perché la relazione carnale con una donna, quantunque sia la propria moglie, non s’addice ad una persona santa come è il sacerdote che fa da intermediario fra Dio e gli uomini che sono sulla terra! Ma che succede al prete una volta che egli si mette nel confessionale? Succede che egli secondo quello che gli viene ordinato dalla teologia romana deve domandare alle donne delle cose di cui non si deve parlare secondo che è scritto: "Ma come si conviene a dei santi, né fornicazione, né alcuna impurità, né avarizia, sia neppur nominata fra voi...." (Ef. 5:3), e per lui diventa impossibile mantenersi puro perché comincia a sentire tante cose turpi che suscitano in lui le più violente passioni. Ma perché egli deve fare loro tutte quelle domande impertinenti? Perché gli è stato detto che per dare l’assoluzione egli deve conoscere la specie, il numero e le circostanze dei peccati commessi dalla penitente! E quali sono perciò le funeste conseguenze di tutto ciò? Che i preti si abbandonano alla fornicazione e all’adulterio; fomentando scandali nelle loro parrocchie. Il tempo verrebbe meno se dovessimo parlare di tutti gli scandali che i preti, sotto la spinta della confessione, fomentano! Ci limitiamo a dire che molte giovani e molte donne sposate che andavano a confessarsi dai preti hanno subito delle violenze carnali proprio in seguito alle domande perverse che faceva loro il prete e a cui essi dovevano rispondere per fare, come prescrive il catechismo romano, una buona e completa confessione. Ma qui è bene precisare che quello che succede ai preti succederebbe anche a qualsiasi ministro del Vangelo sposato se cominciasse a sentirsi dire da delle donne le stesse cose che sentono i preti dalle loro penitenti. Perché? Perché la carne è debole, e all’udire certe cose viene eccitata a peccare. Sì, è vero che ai preti viene ordinato di essere prudenti e di venire incontro alle penitenti quando devono domandargli certe cose; ma in questi casi la prudenza, non importa quanto grande sia, non serve a nulla. Possiamo dire che queste raccomandazioni ecclesiastiche date a questi schiavi della chiesa romana possono essere paragonate alle raccomandazioni a non sporcarsi che una persona fa all’altra dopo averla gettata in un pantano fangoso! Inoltre che dire del grande imbarazzo nel quale si trovano le donne nel dover rispondere a certe domande del prete? E’ naturale che sia così perché l’uomo o la donna non gradisce affatto che gli vengano fatte certe domande. Ma esse si trovano ad un bivio: o rispondere e rivelare impurità ad un uomo celibe, o rifiutarsi di rispondere e venire così privati dell’assoluzione sacerdotale con la certezza di andare all’inferno in caso di morte! Solitamente esse optano per la prima decisione e aprono il loro cuore a questi uomini corrotti che non aspettano altro di entrare nel confessionale per pascersi di queste turpitudini che le loro penitenti gli vanno a dire! E ne mietono i frutti amari pure loro dopo; perché la loro confessione si rivela un peso gravoso e una grande vergogna per loro. Una cosa veramente deprimente! Si contaminano loro stesse, e contaminano la mente ed il corpo del loro interlocutore, che non essendo sposato comincia ad ardere ancora maggiormente nel sentirle parlare e cade in tentazione.

Ma la confessione fatta al prete è anche una forma di spionaggio che la chiesa romana esercita sui suoi membri. In questa maniera il prete viene a conoscere i segreti delle famiglie, perché con le sue domande riesce a sapere quello che molti non verrebbero mai a sapere su Tizio o su Caio. E’ come se il prete fosse del continuo dietro alla porta di casa a guardare dal buco della serratura; come se sentisse tutto quello che i loro penitenti dicono in casa loro per mezzo di microfoni spia, o come se vedesse tutto quello che fanno in privato per mezzo di una telecamera accesa giorno e notte!

Ma il prete nel confessionale oltre a dovere fare la spia per conto del Vaticano, deve pure dare dei suggerimenti alle persone che vanno da lui a confessarsi per fare sì che essi seguitino i precetti della chiesa romana senza sviarsene né a destra e né a sinistra. E così suggerirà alle giovani o ai giovani, in una maniera molto astuta e abile, di entrare negli ordini religiosi o in qualche istituto religioso della chiesa romana; ad altri suggerirà di sposarsi Tizio al posto di Caio; ad altri ancora dirà di votare quel politico anziché l’altro. Sì perché il confessionale è anche un luogo dove i preti fanno politica, cioè la politica del papa; la politica che conviene al papato per continuare a governare incontrastato su centinaia di milioni di persone.

Ed infine il confessionale serve alla curia romana per tenere lontane le persone dalla verità; è risaputo infatti che i preti, nei confessionali, mettono in guardia i loro penitenti da coloro che hanno conosciuto la verità, cioè da noi. ‘Sono una setta’, dicono loro; ‘Guardatevi dal frequentarli per non ritrovarvi all’inferno per l’eternità con loro’, proseguono. E così i Cattolici romani vengono tenuti lontani dalla verità!

Ecco che cosa è la confessione al prete; non un sacramento ma un inganno camuffato da sacramento! O Cattolici romani uscite dalle segrete; uscite dal mezzo di questa meretrice che si prostituisce coi popoli della terra; andate ai piedi del Signore e chiedetegli con un cuore rotto di perdonarvi e lui lo farà perché egli è pronto a perdonare. Sappiate che non potrete mai trovare la pace andandovi a confessare al prete; il riposo dell’anima è lungi da coloro che vanno dal prete a confessarsi. Gesù ha detto: "Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo" (Matt. 11:28); quindi è a lui che dovete venire se volete trovare il vero riposo alle anime vostre e a nessun altro. Chi ha orecchi da udire oda.

 

L’ESTREMA UNZIONE

La dottrina dei teologi papisti

L’estrema unzione è il sacramento per i malati gravi, con esso il malato riceve piena remissione di tutti i suoi peccati e viene guarito se questo rientra nel volere di Dio. Lo amministra il sacerdote con l’olio santo. ‘L’Estrema Unzione è un vero e proprio sacramento istituito da Cristo. - E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 328). Per quale motivo è stato istituito da Cristo? I teologi papisti affermano che ‘l’Estrema Unzione, detta pure Olio santo, è il Sacramento istituito a sollievo spirituale e anche corporale dei cristiani gravemente infermi’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 551). Secondo loro infatti mediante questo sacramento il malato che versa in gravi condizioni di salute riceve le grazie necessarie al suo stato, in modo particolare sollievo e conforto, la forza per vincere le insidie e gli assalti del diavolo, remissione completa di tutti i suoi peccati, la grazia di morire santamente e talora, se é nei disegni di Dio, anche la salute del corpo. Citiamo le parole del Perardi a proposito degli effetti di questo loro sacramento: ‘L’Estrema Unzione accresce la grazia santificante; cancella i peccati veniali e anche i mortali che l’infermo, attrito, non potesse confessare; dà forza per sopportare pazientemente il male, resistere alla tentazione e morire santamente e aiuta anche a recuperare la sanità, se è bene per l’anima’ (ibid., pag. 553). E per sostenere questo sacramento e i suoi effetti i teologi papisti s’appoggiano sulle seguenti parole di Marco: "E partiti, predicavano che la gente si ravvedesse; cacciavano molti demonî, ungevano d’olio molti infermi e li guarivano" (Mar. 6:12,13) e su quelle di Giacomo: "C’é qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa, e preghino essi su lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore; e la preghiera della fede salverà il malato, e il Signore lo ristabilirà; e s’egli ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi" (Giac. 5:14,15).

Colui che amministra questo loro sacramento è il sacerdote il quale unge in forma di croce, con l’olio benedetto dal vescovo (e quindi l’olio ha un certo potere), gli organi dei sensi dell’infermo e dice: Per questa unzione santa e per la sua pietosissima misericordia, il Signore ti perdoni ogni colpa commessa con la vista, con l’udito, ecc. Così sia’. Questo sacramento può essere ministrato solo a persone gravemente malate ed in certi casi anche a persone prive di sensi.

E per difendere questo sacramento il concilio di Trento ha lanciato il seguente anatema contro chi non l’accetta: ‘Se qualcuno dirà che il rito e l’uso dell’estrema unzione, così come lo pratica la chiesa cattolica, è in contrasto con quanto afferma san Giacomo apostolo e che, quindi, deve essere cambiato e che può essere tranquillamente disprezzato dai cristiani, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 3).

Confutazione

L’estrema unzione non corrisponde all’unzione dell’olio di cui parla il Nuovo Testamento

Cominciamo col dire che noi non possiamo affermare che l’unzione dell’olio sia un ordinamento istituito da Cristo Gesù al pari del battesimo e della santa cena. Certo, gli apostoli quando Cristo li mandò a predicare il regno "ungevano d’olio molti infermi e li guarivano" (Mar. 6:13), ma questo non ci porta a considerare l’unzione dell’olio che facevano gli apostoli sugli infermi un ordinamento istituito da Cristo durante la sua vita perché non ne abbiamo le prove. Vogliamo dire con questo che non c’è scritto che Gesù comandò ai suoi apostoli di guarire gli infermi ungendoli d’olio. Lui stesso non unse mai d’olio nessun infermo per guarirlo, ma solo imponeva loro le mani secondo che è scritto: "Egli li guariva, imponendo le mani a ciascuno" (Luca 4:40). E talvolta non impose neppure le mani sugli infermi per guarirli, come nel caso dei dieci lebbrosi, e di altri malati. Ma quand’anche gli apostoli unsero gli ammalati per ordine di Gesù, il che non possiamo escludere, l’unzione dell’olio fatta dagli apostoli sugli infermi era fatta esclusivamente per la loro guarigione fisica e non per recargli qualche sollievo spirituale o per la remissione dei loro peccati, o per sopportare pazientemente il male resistere alla tentazione e morire santamente, mentre per il catechismo cattolico l’unzione viene data principalmente per queste ultime ragioni, infatti la guarigione fisica è relegata all’ultimo posto negli effetti di questo loro sacramento; e non solo questo, gli apostoli non ungevano d’olio solo i malati molto gravi che erano in pericolo di morte ma tutti gli infermi non importa che malattia avessero, mentre ‘l’estrema unzione’ della chiesa cattolica romana viene data solo ai malati gravi, perché gli altri ne sono esclusi. Quindi non si può per nulla dire che questo loro sacramento sia stato istituito da Cristo Gesù in quell’occasione quando mandò i suoi apostoli a predicare e a guarire gli infermi. E Bartmann in questo si mostra d’accordo e spiega che in quelle parole di Marco sopra citate dove si dice che gli apostoli ungevano d’olio molti infermi e li guarivano ‘il Concilio di Trento (....) ravvisa una insinuazione, non l’istituzione del sacramento’; ma subito dopo dice ‘Senza dubbio Cristo l’ha istituito per lo meno durante i quaranta giorni precedenti l’Ascensione’ (Bernardo Bartmann, op. cit. pag. 329). Noi invece diciamo che non si può fare risalire l’istituzione di questo sacramento cattolico neppure a quei quaranta giorni, perché esso non è per nulla in armonia con la dottrina di Cristo e perciò non può essere proceduto da Cristo. Le parole di questo teologo mostrano l’imbarazzo dinanzi all’evidenza che Matteo, Marco, Luca e Giovanni, non parlano dell’istituzione dell’estrema unzione da parte di Cristo; ma dimostrano anche che egli, per l’ennesima volta, non si è arreso dinanzi all’evidenza ma è voluto ricorrere ad un espediente pure di fare risalire a tutti i costi questo sacramento a Cristo; si tratta dell’espediente dei quaranta giorni prima dell’ascensione di Cristo. Espediente a cui tanti nel corso del tempo hanno ricorso per fare risalire a Cristo pratiche e parole contrarie alle sue stesse parole.

Ma veniamo ora alle parole di Giacomo prima citate perché è su di esse che i teologi si appoggiano maggiormente. Per ciò che concerne le parole di Giacomo bisogna dire che all’ammalato viene comandato di chiamare gli anziani della Chiesa di cui lui é membro, e perciò dato che i sacerdoti cattolici non sono degli anziani costituiti dallo Spirito Santo sul gregge di Dio, ma degli uomini morti nei loro falli che conducono altri morti in perdizione, queste parole di Giacomo non si riferiscono affatto a loro. Il Bartmann nel suo libro Teologia Dogmatica cerca invece di dimostrare che gli anziani di cui parla Giacomo sono i sacerdoti della chiesa cattolica romana; ma non ci riesce perché il testo greco parla di presbiteri e non di sacerdoti [19]. In altre parole qui Giacomo non fa riferimento a persone di una casta sacerdotale ma solo agli anziani della Chiesa che sono, paragonati ai sacerdoti Cattolici, dei laici. Ma esaminando accuratamente queste parole di Giacomo e confrontandole con altre Scritture emerge che é inconcepibile che un uomo peccatore che versa in fin di vita possa ottenere la remissione dei suoi peccati mediante l’unzione dell’olio e la preghiera di un prete, e questo perché la remissione dei peccati il peccatore, anche se sta per morire, la può ottenere solo credendo con il suo cuore nel Figliuolo di Dio secondo che é scritto: "Chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome" (Atti 10:43), e in nessun’altra maniera. Bisogna riconoscere che i Cattolici romani prendendo questo passo per sostenere questa loro dottrina riescono a fare dire alla Scrittura quello che essi vogliono. Vi diciamo, o uomini, che se dal fondo del soggiorno dei morti potessero tornare sulla terra tutti quei Cattolici romani che prima di morire hanno ricevuta l’estrema unzione, essi testimonierebbero con grande franchezza che le parole di Giacomo non hanno per nulla il significato che gli dà la chiesa romana. E poi, lo ripeto questo, è bene che si sappia che secondo i teologi cattolici romani questo sacramento non può riceverlo qualsiasi malato, infatti il Perardi nel suo Manuale dice: ‘Il Sacramento è istituito solo per gli ammalati gravi; e che perciò un sano, anche se condannato a morte, o un ammalato che non è in istato grave, non può ricevere questo Sacramento’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 551); il che è in contrasto con le stesse parole di Giacomo (che essi prendono per sostenere questo sacramento) perché Giacomo non ha detto: ‘C’è fra voi qualcuno gravemente infermo? Chiami gli anziani...’, ma: "C’è qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa..." (Giac. 5:14). Perciò, può chiamare gli anziani della Chiesa, affinché essi preghino su lui ungendolo d’olio nel nome del Signore, anche chi ha la febbre, un male di gola, un male di denti, per citare solo alcune delle infermità non gravi. Come potete vedere i Cattolici per sostenere mediante la Scrittura il loro errato dogma dell’estrema unzione cadono in aperta contraddizione con la Scrittura stessa che non menziona nessuna estrema unzione ma solo l’unzione dell’olio per tutti gli ammalati.

Ora, per farvi comprendere come all’impenitente peccatore malato che versa in fine di vita l’estrema unzione non gli può conferire nessun sollievo e non può rimettergli i suoi peccati, vi ricordo queste parole di Elihu: "Se gli uomini son talora stretti da catene se son presi nei legami dell’afflizione, Dio fa lor conoscere la loro condotta, le loro trasgressioni, giacché si sono insuperbiti; egli apre così i loro orecchi ai suoi ammonimenti, e li esorta ad abbandonare il male. Se l’ascoltano, se si sottomettono, finiscono i loro giorni nel benessere, e gli anni loro nella gioia; ma, se non l’ascoltano, periscono trafitti dai suoi dardi, muoiono per mancanza d’intendimento... così muoiono nel fior degli anni, e la lor vita finisce come quella dei dissoluti" (Giob. 36:8-12,14). Quindi, il peccatore che si trova malato gravemente ed é vicino alla fossa può essere guarito da Dio ed ottenere la remissione dei suoi peccati, o solamente la remissione dei peccati, solo se lui si ravvede dei suoi peccati e si umilia davanti a Dio; nel caso contrario, cioè se lui non si sottomette a Dio, non può ottenere né guarigione e neppure remissione dei suoi peccati, ma perirà trafitto dai dardi di Dio. Sì, perché noi crediamo che Dio punisce i peccatori impenitenti facendoli morire anche nel fiore dei loro anni. Se essi non implorano Dio nella loro distretta, né l’estrema unzione e neppure qualche altro rito potrà scamparli dalla fossa, e più ancora dalle fiamme eterne: se fosse così come dicono i teologi cattolici romani che il peccatore ottiene la remissione dei suoi peccati prima di morire allora la Scrittura sarebbe annullata, perché al peccatore non sarebbe imposto né di ravvedersi e neppure di credere per essere perdonato, ma solo di essere unto con dell’olio ‘santo’ nel nome di Gesù. E poi, noi diciamo, come mai quantunque l’estrema unzione pretenda di rimettere sia i peccati veniali che quelli mortali, chi muore ricevendola deve pur sempre andarsene in purgatorio ad espiare le sue colpe? Non è forse questa la prova che essa non ha il potere che gli attribuiscono i papisti? Ah!.. quanti inganni la chiesa romana ha perpetrato e continua a perpetrare a danno della gente che ignora la verità. In verità, oggi, come allora, vi é una classe di guide cieche a capo di questa organizzazione mondiale (papa, cardinali, vescovi, preti, ecc.) che si può paragonare a quella che sedeva sulla cattedra di Mosè ai giorni di Gesù cioè agli scribi ed ai Farisei. Sì, il paragone è appropriato perché come gli scribi ed i Farisei serravano il regno dei cieli davanti alla gente, così anche costoro impediscono ai loro seguaci di entrare nel Regno di Dio. E poi costoro dicono che Gesù diede le chiavi del regno dei cieli a Pietro, volendo fare capire, che si entra nel regno dei cieli passando da loro perché loro hanno il successore di Pietro con le chiavi del regno dei cieli! Ma noi vi diciamo che né costui e né coloro che sono sotto la sua scia hanno le chiavi del regno dei cieli nelle loro mani; essi hanno il nome di guide, ma nella realtà invece di guidare le persone le traviano perché distruggono il sentiero retto per il quale le persone devono passare per essere salvate dai loro peccati. Sono delle guide cieche come lo erano gli scribi e i Farisei al tempo di Gesù, guide cieche che conducono altri ciechi in perdizione. Oggi ancora, a noi che abbiamo conosciuto la verità viene detto dalla Scrittura: "Salvateli, strappandoli dal fuoco" (Giuda 23). Sì, fratelli, avvertiamo i Cattolici romani annunziandogli il ravvedimento e la remissione dei peccati nel nome del Signore Gesù, pregando Dio affinché dia loro il ravvedimento per ottenere la vita e scampare così alle fiamme del fuoco eterno.

Noi accettiamo l’unzione dell’olio così come ci è insegnata dalla Scrittura

Noi crediamo nell’unzione dell’olio amministrata ai malati che ne fanno richiesta, e crediamo che ungendoli d’olio nel nome di Cristo Gesù e pregando su loro nel suo nome, essi vengono guariti dalla loro infermità. Innanzi tutto questa unzione va amministrata da parte degli anziani a tutti i malati che ne fanno richiesta; questo significa che non è solo il malato in grave condizioni o in fin di vita ad avere il dovere di chiamare gli anziani della Chiesa, ma qualsiasi malato, anche chi ha un semplice mal di testa, per fare un esempio. Per ciò che riguarda l’olio che si usa nell’amministrare l’unzione agli infermi esso è semplice olio d’oliva, che noi non chiamiamo santo perché la Scrittura non ci autorizza a chiamarlo in questa maniera, e non è stato portato ad essere benedetto da nessun ministro di Dio perché di tale benedizione da dare all’olio dell’unzione dei malati la Scrittura non ne parla. L’olio rappresenta lo Spirito Santo e in esso non c’è nessun potere di guarire l’infermo, infatti non è l’olio che guarisce l’infermo ma il Signore (come non c’è nell’acqua nella quale viene immerso il credente al battesimo il potere di cancellare i peccati).

A conferma di ciò ricordiamo che è scritto che è la preghiera della fede che salverà il malato, ossia la preghiera fatta con fede dagli anziani a Dio; e che è il Signore che lo ristabilirà. Ricordiamo a tale proposito che affinché la guarigione possa verificarsi è necessaria anche la fede del malato; il malato non deve punto dubitare per ricevere la guarigione divina. Diciamo questo perché talvolta si dimentica che non devono credere solo gli anziani che pregano sull’infermo, ma anche l’infermo stesso. Per questo si deve aspettare che sia l’infermo a chiamare gli anziani, e non viceversa; perché è solo quando l’infermo di sua spontanea volontà chiede agli anziani che si preghi su lui che si vede una sicura manifestazione di fede da parte sua. Anche le parole: "E s’egli ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi" (Giac. 5:15), sono vere perché oltre alla malattia il Signore fa scomparire dall’infermo anche quei peccati che possono essere la causa della malattia; ma esse, lo ripeto, sono indirizzate a dei credenti e non a degli increduli.

E poi occorre dire che non è l’unzione che rimette i peccati, ma il Signore; e che questa remissione dei peccati è sempre legata al pentimento e alla confessione dei peccati dell’ammalato perché è scritto: "Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità" (1 Giov. 1:9). Vogliamo dire con questo che il credente malato che chiede agli anziani di ungerlo d’olio, se ha commesso dei peccati, deve accostarsi a Dio con un cuore pentito per i suoi peccati per ottenere la remissione di essi, altrimenti quei peccati gli saranno ritenuti anziché rimessi.

Abbiamo fatto questo discorso per fare capire che l’unzione degli infermi non è un atto che possiede in sé il potere di guarire e di rimettere i peccati, ed è legato, affinché porti i frutti spiegati da Giacomo, alla fede del malato, degli anziani, e ad un sincero pentimento del malato se questi ha peccato. Nel caso poi un credente si trovi sul letto di infermità e Dio ha deciso di prenderlo con sé in gloria perché è giunta la sua ora, egli per certo sarà consolato dal Signore perché Egli è "l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione" (2 Cor. 1:3,4); sarà sempre il Signore che gli darà la forza per sopportare le sofferenze e lo guarderà dal maligno secondo che è scritto: "Ma il Signore è fedele, ed egli vi renderà saldi e vi guarderà dal maligno" (2 Tess. 3:3). Per certo un credente non si appoggia sull’unzione dell’olio per affrontare le ultime ore della sua vita e resistere al diavolo, ma egli si appoggerà sulla sua fede sapendo che è solo mediante lo scudo della fede che egli potrà spegnere tutti i dardi infuocati del diavolo (cfr. Ef. 6:16).

Per concludere; noi accettiamo l’unzione dell’olio ordinata dall’apostolo Giacomo, ma non come ordinamento istituito da Cristo perché la Scrittura non ci conferma che Cristo abbia detto di farla per ricordare o per significare qualche cosa già avvenuta (a differenza del battesimo e della santa cena); se dovessimo accettarla come ordinamento istituito da Cristo solo perché Giacomo ne parla, dovremmo pure accettare come sacramenti anche il pregare e il salmeggiare perché poco prima lo stesso Giacomo dice: "C’è fra voi qualcuno che soffre? Preghi. C’è qualcuno d’animo lieto? Salmeggi" (Giac. 5:13).

 

L’ORDINE

La dottrina dei teologi papisti

L’ordine è il sacramento con cui il prete riceve la potestà di ministrare l’eucarestia e di rimettere i peccati. Il prete che lo riceve non può sposarsi. Ci sono otto ordini nella Chiesa; quattro minori e quattro maggiori. Poi ci sono i cardinali, ed infine il papa; questa è la gerarchia ecclesiastica istituita da Cristo nella sua Chiesa. ‘L’Ordine è il Sacramento che dà la potestà di compiere le azioni sacre riguardanti l’Eucarestia e la salute delle anime, e imprime il carattere di ministri di Dio’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 556). Il significato di queste parole è che questo sacramento conferisce, a chi lo riceve, la potestà di ‘celebrare la S. Messa, di rimettere i peccati, ecc.’ (ibid., pag. 556). ‘Ministro dell’Ordine è il Vescovo, che dà lo Spirito Santo e la potestà sacra coll’imporre le mani e consegnare gli oggetti sacri propri dell’Ordine, dicendo le parole della forma prescritta’ (ibid., pag. 557); ‘Amministrando l’Ordine, il Vescovo impone le mani all’ordinando per esprimere che diviene cosa di Dio, e gli consegna gli oggetti sacri propri dell’Ordine, che pel prete sono il calice col vino e la patena coll’ostia, dicendo le parole della forma prescritta che pel prete sono: ‘Ricevi la potestà di offrire a Dio il Sacrificio pei vivi e pei morti.. Ricevi lo Spirito Santo; saranno perdonati i peccati a chi tu li perdonerai; e saranno ritenuti a chi tu li riterrai’ (ibid., pag. 558). Per sostenere il sacramento dell’ordine Bartmann afferma questo: ‘Cristo ha trasmesso agli Apostoli il potere di offrire il sacrificio e di perdonare i peccati e gli Apostoli l’hanno esercitato subito fin dall’inizio. Tuttavia non si può dimostrare che Cristo si sia servito di un rito esteriore per trasmettere tali poteri. Ciò d’altra parte non era necessario, perché Cristo non è legato ai suoi sacramenti; egli poteva produrne l’effetto con un semplice atto di volontà. Ha però prescritto un rito per questa trasmissione ai discepoli; lo prova il fatto che essi hanno subito adoperato tale rito - la preghiera e l’imposizione delle mani - il cui effetto era la comunicazione della grazia’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 347), e poi cita gli esempi dei sette diaconi i quali furono presentati agli apostoli i quali dopo avere pregato imposero loro le mani, l’esempio di Barnaba e Saulo ad Antiochia che ricevettero l’imposizione delle mani, degli anziani fatti eleggere da Paolo e Barnaba, dopo avere pregato e digiunato, al ritorno del loro viaggio missionario, e quello di Timoteo che aveva ricevuto il dono di Dio per l’imposizione delle mani di Paolo, e un dono quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani.

Anche qui il concilio tridentino ha lanciato i suoi anatemi contro chi non accetta questo rito; tre di questi dicono: ‘Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati (....) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIII, can. 1, ‘Se qualcuno dirà che l’ordine, cioè la sacra ordinazione, non è un sacramento in senso vero e proprio, istituito da Cristo signore (...) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIII, can. 3), ‘Se qualcuno dirà che con la sacra ordinazione non viene dato lo Spirito santo, e che quindi, inutilmente il vescovo dice: Ricevi lo Spirito santo, o che con essa non si imprime il carattere o che chi sia stato una volta sacerdote possa di nuovo diventare laico, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIII, can. 4). Quindi, per riassumere, i vescovi cattolici in virtù della successione apostolica, sono i successori degli apostoli, ed hanno quindi l’autorità di ordinare dei preti e dei diaconi e così via, e la loro ordinazione conferisce il carattere indelebile di ministro di Dio.

Ai preti e ai diaconi è imposto il celibato. Vediamo innanzi tutto come il celibato forzoso è stato introdotto nella Chiesa e poi qual’è la dottrina vigente sul celibato nella chiesa romana. Nella Chiesa primitiva non era affatto imposto il celibato né ai vescovi e neppure ai diaconi; anzi bisogna dire che uno dei requisiti che dovevano avere coloro che volevano essere assunti in questi uffici sacri era appunto quello di essere mariti di una sola moglie e di governare bene la propria famiglia. Ma pian piano in mezzo alla Chiesa facendosi strada la dottrina che la cena del Signore era pure il rinnovamento del sacrificio di Cristo, e che i presbiteri quando celebravano l’eucaristia offrivano a Dio la vittima immolata (il corpo di Cristo) per i loro stessi peccati e per quelli del popolo, si fece strada anche l’idea che i presbiteri sposati prima di celebrare l’eucarestia dovevano astenersi dai rapporti coniugali con le loro mogli per presentarsi puri all’eucaristia. Questa idea era sostenuta mediante l’esempio dei sacerdoti leviti sotto l’Antico Testamento, i quali, secondo la legge di Mosè, non potevano accostarsi alle cose sante in stato d’impurità, pena la morte, secondo che è scritto: "Qualunque uomo della vostra stirpe che nelle vostre future generazioni, trovandosi in stato d’impurità, s’accosterà alle cose sante che i figliuoli d’Israele consacrano all’Eterno, sarà sterminato dal mio cospetto" (Lev. 22:3), perché così facendo avrebbero profanato le cose sante. Essi dopo avere avuto rapporti coniugali con le loro mogli (e quindi dopo essersi resi impuri) potevano mangiare delle cose sante solo dopo essersi lavati nell’acqua, e dopo il tramonto del sole secondo che è scritto: "La persona che avrà avuto di tali contatti sarà impura fino alla sera, e non mangerà delle cose sante prima d’essersi lavato il corpo nell’acqua; dopo il tramonto del sole sarà pura, e potrà poi mangiare delle cose sante, perché sono il suo pane" (Lev. 22:6,7). E’ chiaro che quando l’eucaristia cominciò ad essere celebrata dai preti ogni giorno si finì coll’imporre l’astensione totale dai rapporti carnali con le mogli a coloro che erano già sposati. Questo risulta dai seguenti canoni del concilio di Elvira (= Granada) del 306: ‘Ai vescovi, ai preti e ai diaconi che vengono trovati colpevoli di incontinenza durante il periodo del loro ministerio non si deve nemmeno permettere di ricevere la comunione prima della morte, dato lo scandalo di una colpa così palese’ (Concilio di Elvira, can. 18; citato da Fausto Salvoni in Dal cristianesimo al cattolicesimo I, Genova 1974, pag. 107-108); ‘I vescovi, i preti e in generale tutti i chierici che devono compiere un servizio all’altare devono astenersi dai rapporti coniugali con le loro mogli e non è loro permesso generare dei figli. Se contravvengono a quanto detto essi perdono il diritto alla loro posizione gerarchica’ (Concilio di Elvira, can. 33; citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 108). Tutto ciò portò di conseguenza a questo; che coloro che erano sposati venivano ammessi all’ordinazione con il consenso della moglie che si distaccava dal marito, e che si cominciarono a cercare giovani disposti a farsi sacerdoti rimanendo celibi. Gregorio VII impose il celibato nel sinodo Romano del 1073. La legge del celibato fu ripetuta dal concilio Lateranense I del 1123 in questi termini: ‘Noi interdiciamo assolutamente ai preti, ai diaconi, ai suddiaconi e ai monaci di avere delle concubine o di contrarre matrimonio...’ (Concilio Lateranense I, can. 21), e confermata poi dal Lateranense II nell’anno 1139. Questi concili dichiararono nulli i matrimoni contratti dai chierici in sacris, creando così il cosiddetto impedimento dirimente dell’ordine sacro. Anche il concilio di Trento (1545-1563) ha confermato ulteriormente il celibato forzoso; e lo ha fatto lanciando il seguente anatema: ‘Se qualcuno dirà che i chierici costituiti negli ordini sacri o i religiosi che hanno emesso solennemente il voto di castità, possono contrarre matrimonio, e che questo, una volta contratto, sia valido, non ostante la legge ecclesiastica o il voto, e che sostenere l’opposto non sia altro che condannare il matrimonio; e che tutti quelli che sentono di non avere il dono della castità (anche se ne hanno fatto il voto) possono contrarre matrimonio, sia anatema. Dio, infatti, non nega questo dono a chi lo prega con retta intenzione e non permette che noi siamo tentati al di sopra di quello che possiamo’ (Concilio di Trento, Sess. XXIV, can. 9). L’imposizione del celibato ai chierici è stata confermata da Paolo VI nell’enciclica Sacerdotalis coelibatus del Giugno 1967, e dopo di lui anche da Giovanni Paolo II nelle sue catechesi alle udienze generali. La dottrina cattolica sul celibato dei preti e dei diaconi è esposta dal Codice di diritto canonico in questi termini: ‘Il promuovendo al diaconato permanente, che non sia sposato, e così pure il promuovendo al presbiterato, non siano ammessi all’ordine del diaconato se non hanno assunto, mediante il rito prescritto pubblicamente davanti a Dio e alla Chiesa, l’obbligo del celibato oppure non hanno emesso i voti perpetui in un istituto religioso’ (Codice di diritto canonico, Roma 1984, can. 1037); ‘I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò, sono vincolati al celibato, ché è un dono particolare di Dio...’ (ibid., can. 277 - § 1). Quindi riassumendo, il matrimonio, nella chiesa cattolica di rito latino, dopo l’ordinazione è vietato contrarlo sia ai preti che ai diaconi. Nelle chiese di rito orientale, invece, c’è una differenza infatti, pur rimanendo l’obbligo per i preti e i diaconi celibi di non sposarsi dopo la loro ordinazione; in esse ha valore il matrimonio contratto sia dai preti che dai diaconi prima della loro ordinazione. Quando però un prete sposato diventa vescovo allora il matrimonio deve terminare e la moglie entrare in convento.

Secondo il catechismo cattolico nella Chiesa c’é una gerarchia ecclesiastica costituita da tutti i gradi dei sacri ministri tra loro debitamente subordinati sino al supremo che è il papa [20]. Essi dicono che come in uno Stato vi sono diversi gradi di autorità così anche nella Chiesa vi sono vari gradi che sono uno subordinato all’altro. Vediamo ora quali sono questi gradi gerarchici secondo la teologia romana:

1) Gli ordini minori:

a) ostiariato,

b) lettorato,

c) esorcistato

d) accolitato.

Si dicono minori perché inferiori e perché dispongono più remotamente al sacerdozio; i loro uffici sono ora in gran parte esercitati da sacrestani e dai chierichetti.

2) Gli ordini maggiori: Il suddiaconato e il diaconato che preparano prossimamente al sacerdozio, il presbiterato e l’episcopato.

a) Il suddiacono si vincola alla chiesa coll’obbligo che assume di recitare il divino ufficio e..canta l’epistola nella messa solenne.

b) Il diacono riceve il potere di assistere immediatamente il sacerdote che offre il santo sacrificio, di predicare, comunicare, e nella messa solenne canta il vangelo, ecc. Secondo il Codice di diritto canonico può aspirare al diaconato permanente anche un uomo sposato, ma solo dopo avere compiuto i 35 anni di età e con il consenso della moglie (ibid., can. 1031).

c) Il presbiterato o sacerdozio, che dà le due facoltà essenziali; consacrare l’eucarestia e rimettere i peccati. I sacerdoti vengono consacrati dal vescovo.

d) L’episcopato o vescovato, che è la pienezza del sacerdozio, che dà la potestà di conferire gli ordini sacri, di consacrare il crisma e l’olio dell’estrema unzione, di ammaestrare e governare. ‘Per l’ordinazione legittima di un vescovo, oggi è richiesto un intervento speciale del Vescovo di Roma, per il fatto che egli è il supremo vincolo visibile della comunione delle Chiese particolari nell’unica Chiesa e il garante della loro libertà’ (Catechismo della chiesa cattolica, 1992, pag. 400) [21]. Ogni 5 anni il vescovo diocesano deve presentare al papa una relazione sullo stato della diocesi.

Questi qua sopra sono gli otto ordini; occorre dire però che i primi quattro ordini assieme al suddiaconato non sono riconosciuti dalla maggiore parte dei teologi cattolici romani come ordini sacramentali. Difatti, ‘nella loro amministrazione manca l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito Santo in una preghiera sacramentale’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 349), e ‘sono stati e sono ancora conferiti, in forza di una delegazione papale, da ministri non vescovi’ (ibid., pag. 360).

Questi sono i gradi gerarchici fino al vescovo. E per chi non li riconosce il concilio tridentino ha detto: ‘Se qualcuno dice che nella chiesa cattolica non vi è una gerarchia istituita per disposizione divina, e formata di vescovi, sacerdoti e ministri, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIII, can. 6).

Dato che siamo in tema di gerarchia ricordiamo anche che oltre a costoro vi sono pure i cardinali che sono creati dal papa, i quali sono i suoi più alti collaboratori e suoi consiglieri. Il loro numero era stato fissato da Sisto V a settanta, ma Paolo VI lo ha ampliato portandolo a oltre cento. Il papa viene scelto appunto tra il numero dei cardinali [22] e dai cardinali stessi (riuniti in conclave; termine che deriva dal latino cum clave che significa ‘chiuso a chiave’ e designa l’ambiente chiuso in cui si riuniscono i cardinali per l’elezione del nuovo papa) [23] perché il Codice di diritto canonico dice: ‘I Cardinali di Santa Romana Chiesa costituiscono un Collegio peculiare cui spetta provvedere all’elezione del Romano Pontefice, a norma del diritto peculiare..’ (Codice di diritto canonico, can. 349). Ed infine vi è il papa, che è il grado più alto della gerarchia.

Ecco quali sono i gradi gerarchici esistenti in seno alla chiesa romana!

Confutazione

Spiegazione delle Scritture prese a sostegno del sacramento dell’ordine

La sacra Scrittura insegna che Gesù fra tutti i suoi discepoli elesse dodici apostoli; è scritto infatti: "E quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli, e ne elesse dodici, ai quali dette anche il nome di apostoli" (Luca 6:13). Quando poi Giuda Iscariot abbandonò il suo ufficio per andarsene al suo luogo, dopo che Gesù fu assunto in cielo, al suo posto ne fu scelto un altro; la sorte cadde su Mattia che fu così associato agli undici. Ma non è che di apostoli esistessero solo quei dodici, perché Dio ne costituì degli altri nella sua Chiesa; come per esempio Paolo e Barnaba (cfr. Atti 14:14), Sila e Timoteo (cfr. 1 Tess. 2:6), Andronico e Giunio (cfr. Rom. 16:7). E’ bene precisare però che gli apostoli, sia quelli che furono costituiti mentre Cristo era sulla terra che quelli costituiti da Dio dopo l’assunzione di Gesù in cielo, non ricevettero mai da Cristo né la potestà di offrire il sacrificio della messa e neppure la potestà di rimettere i peccati agli uomini, così come la intende la teologia romana (vedi la confutazione della penitenza). Gli apostoli che Cristo scelse furono mandati a predicare l’Evangelo, a cacciare i demoni, a guarire gli infermi; e non per offrire il sacrificio della messa o a rimettere i peccati. Anche gli apostoli, che non erano nel novero dei dodici, cioè Paolo, Barnaba ed altri non ricevettero la potestà di offrire la messa o di rimettere i peccati; per quanto riguarda Paolo e Barnaba, furono mandati a predicare con l’autorità di guarire gli infermi, ma non a rimettere i peccati o ad offrire il sacrificio della messa. E’ falso dunque quello che dice Bartmann a riguardo degli apostoli quando dice che Cristo dette loro il potere di offrire il sacrificio e di rimettere i peccati.

Veniamo adesso all’ordinazione degli anziani che Bartmann dice essere l’ordinazione dei preti. La Scrittura ci dice che gli apostoli Paolo e Barnaba fecero eleggere degli anziani per le chiese secondo che é scritto: "E fatti eleggere per ciascuna chiesa degli anziani, dopo aver pregato e digiunato, raccomandarono i fratelli al Signore, nel quale aveano creduto" (Atti 14:23). Questo è vero, ma si deve tenere presente che essi non erano dei sacerdoti, come invece dicono i Cattolici, con la potestà di celebrare la messa e di rimettere i peccati, ma semplici credenti che avevano i requisiti necessari per assumere quell’ufficio di anziano. A questo proposito, cioè a proposito dell’elezione fatta dalla Chiesa, si potrebbe citare pure l’esempio dei sette a Gerusalemme i quali non furono scelti dagli apostoli ma dalla moltitudine dei credenti infatti gli apostoli dissero: "Perciò, fratelli, cercate di trovar fra voi sette uomini, de’ quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, e che noi incaricheremo di quest’opera... E questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani" (Atti 6:3,5,6). Notate che fu la moltitudine che scelse i sette in base ai requisiti stabiliti dagli apostoli, mentre gli apostoli li approvarono in quella opera pregando e imponendogli le mani. Quindi, nella Chiesa primitiva gli anziani (o vescovi) e i diaconi venivano eletti dalla Chiesa, e poi gli apostoli pregavano su di loro imponendogli le mani per raccomandarli alla grazia del Signore. Viene fatto questo nella chiesa cattolica? No, perché i preti vengono scelti non dal popolo, ma dai vescovi e da loro ordinati. Quindi i teologi cattolici vengono smentiti dagli stessi passi della Scrittura che essi prendono per sostenere questo loro sacramento dell’ordine.

Parliamo adesso dell’imposizione delle mani fatta dai profeti e dai dottori di Antiochia su Barnaba e Saulo dopo che parlò loro lo Spirito Santo. E’ scritto: "Or nella chiesa d’Antiochia v’eran dei profeti e dei dottori: Barnaba, Simeone chiamato Niger, Lucio di Cirene, Manaen, fratello di latte di Erode il tetrarca, e Saulo. E mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani, e li accomiatarono" (Atti 13:1-3). Innanzi tutto Barnaba e Saulo erano già dei ministri di Dio perché sono annoverati tra i profeti e i dottori che c’erano ad Antiochia. Quello che va dunque detto è che in quell’occasione per mezzo di quella rivelazione dello Spirito Santo essi furono appartati dagli altri per una particolare opera, cioè per quella opera di apostolato di cui Luca poi parla. Infatti da allora in poi sono chiamati apostoli. Lo Spirito Santo ordinò che si appartassero; e sempre lui li mandò perché subito dopo è scritto: "Essi dunque, mandati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia..." (Atti 13:4). Gli altri ministri invece pregarono per loro e imposero loro le mani ma non perché vedevano in quel rito un sacramento che avesse in se stesso il potere di conferire un carattere indelebile di apostolo, ma solo per raccomandarli in questa maniera al Signore per l’opera alla quale erano stati consacrati da Dio stesso. Vogliamo dire con questo che non fu mediante quell’imposizione di mani e quella preghiera che Barnaba e Saulo ricevettero la capacità di adempiere il ministerio di apostolo, perché quello di apostolo fu un ministerio che essi ricevettero per rivelazione. Ed anche in questo caso non si può scorgere questo sacramento dell’ordine.

Occupiamoci adesso dell’imposizione delle mani ricevuta da Timoteo. E’ scritto: "Non trascurare il dono che è in te, il quale ti fu dato per profezia quando ti furono imposte le mani dal collegio degli anziani" (1 Tim. 4:14), ed altrove: "Per questa ragione ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per la imposizione delle mie mani" (2 Tim. 1:6). Ora, per quanto riguarda il primo dono ricevuto da Timoteo occorre dire che esso gli fu dato per profezia, quindi in seguito ad un parlare dello Spirito Santo per bocca di qualcuno; l’occasione fu quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani. Ma non è che quello che accadde a Timoteo escluda che si possano ricevere doni da Dio senza l’imposizione delle mani di un collegio di anziani; tanto è vero che nella Scrittura ci sono esempi di uomini che hanno ricevuto dei doni di ministerio e dello Spirito Santo senza l’imposizione delle mani di nessuno (come per esempio Samuele, Eliseo, Isaia, Ezechiele, i dodici apostoli e Paolo). Rimane il fatto però che in qualsiasi caso, cioè sia che ci sia un’imposizione delle mani o sia che non ci sia; il dono lo si riceve da Dio in maniera soprannaturale. I doni di ministerio - che ricordiamo sono quello di apostolo, profeta, evangelista, pastore e dottore - si hanno in virtù di una vocazione celeste; e non in virtù di una vocazione umana. Essi sono conferiti dal Signore a chi vuole lui e nella maniera in cui vuole lui. Per esempio nel conferire i doni di ministerio il Signore si usa alcune volte di visioni, altre volte di sogni, altre volte ancora del dono di profezia. In alcuni casi poi il Signore opera potentemente nel credente in maniera da fargli sentire interiormente mediante il suo Spirito di averlo chiamato ad adempiere un particolare ministerio confermandolo poi in quel ministerio nel corso del tempo sia facendogli vedere il suo favore e concedendo a lui o ad altri delle rivelazioni a tale riguardo. Sia chiaro, comunque, che in qualsiasi maniera avvenga il conferimento di un ministero, sarà manifesto a tutti che quel credente ha ricevuto quel particolare ministerio perché Dio è con lui in quello che fa. Per quanto riguarda i doni dello Spirito Santo - che sono dono di parola di sapienza, di parola di conoscenza, di fede, doni di guarigioni, potenza d’operare miracoli, profezia, il discernimento degli spiriti, diversità delle lingue, interpretazione delle lingue - sono distribuiti dallo Spirito Santo a ciascuno in particolare come Egli vuole. Può avvenire anche in questo caso sia con l’imposizione delle mani (come avvenne ad Efeso a quei circa dodici discepoli) sia senza in virtù di una rivelazione di Dio o di una visitazione improvvisa da parte di Dio. Spiego questa ultima manifestazione; può succedere per esempio che mentre uno prega, all’improvviso lo Spirito Santo lo investe e lo fa cominciare a parlare in diverse lingue (mentre prima poteva pregare solo in una altra lingua), o a profetizzare, o gli comincia a fare vedere delle cose in visione che avverranno o che sono avvenute, o degli spiriti maligni che tormentano taluni. O si mette a pregare sugli ammalati spinto dalla potenza di Dio ed essi guariscono. Questo quando non c’è l’imposizione delle mani di nessuno e la distribuzione del dono o dei doni non è da Dio preannunziata né tramite visione né tramite un sogno.

Per quanto riguarda il dono di Dio che Timoteo ricevette in seguito all’imposizione delle mani di Paolo, crediamo che esso si tratti dello Spirito Santo. Paolo aveva infatti il dono di imporre le mani ai credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo; abbiamo un esempio nel caso di quei circa dodici discepoli di Efeso su cui scese lo Spirito Santo dopo che lui gli impose le mani (cfr. Atti 19:6,7). Anche in questo caso però non si vede nessun sacramento dell’ordine, come invece lo vedono i teologi cattolici. Non ci meravigliamo comunque che essi in questi passi qua sopra citati ci vedano il sacramento dell’ordine quando esso non c’è: di cose che non esistono ne vedono tante nella Bibbia!

I preti non possono essere i presbiteri di cui parla la Scrittura

Ma torniamo al cosiddetto presbiterato cattolico; i teologi papisti asseriscono che i preti sono dei presbiteri del Signore costituiti per pascere la Chiesa come lo erano anche coloro che furono fatti costituire dagli apostoli Paolo e Barnaba, ma questo non può corrispondere al vero innanzi tutto perché i preti sono delle persone morte nei loro falli mentre gli anziani fatti eleggere dagli apostoli erano dei credenti. Parlare con loro infatti o parlare con le prostitute o gli omicidi è la stessa cosa; perduti sono loro e perduti gli altri. Hanno dunque bisogno anche loro di nascere di nuovo. E che sia così lo confermano tutti quei nostri fratelli che prima di convertirsi erano dei preti; le loro testimonianze sono chiare a riguardo; ‘Ero perduto’, ‘Fossi morto da prete sarei andato diritto diritto all’inferno’, ‘Ero nel buio e nelle tenebre’ e così via. Potremmo fermarci qui nella nostra confutazione ma vogliamo proseguire al fine di dimostrare ulteriormente - se mai ce ne fosse il bisogno - quanto falsa sia l’affermazione che li definisce dei presbiteri. Gli anziani (presbiteri) che gli apostoli facevano eleggere per ciascuna Chiesa avevano delle caratteristiche che i preti non hanno. Gli anziani (o vescovi) secondo quello che dice Paolo, per essere costituiti sulla Chiesa dovevano essere irreprensibili, e tra le altre cose mariti di una sola moglie, dovevano governare bene le loro famiglie, ed oltre a ciò dovevano essere santi, giusti, ed attaccati alla fedel Parola. E queste erano le caratteristiche di quei vescovi fatti eleggere dagli apostoli nelle Chiese. Come possono quindi i teologi papisti affermare che i sacerdoti della chiesa romana sono i presbiteri che sono stati costituiti dal Signore nella sua Chiesa quando essi non sono né sposati, né santi né giusti e neppure attaccati alla Parola di Dio? Infatti sono forzatamente celibi (con le sue nefaste conseguenze), schiavi dei vizi e attaccati alla tradizione anziché alla Parola di Dio, come lo erano i Farisei e gli scribi del tempo di Gesù alla tradizione giudaica. Qualcuno dirà: ‘Ma guarda che oggi i preti parlano di più della Bibbia’. Sarà vero forse che alcuni di loro leggono di più la Bibbia, ma rimane il fatto che essi insegnano ancora oggi che la salvezza si ottiene compiendo opere buone, perché incoraggiano a guadagnarsi il paradiso come ci si guadagna il pane quotidiano; insegnano che i peccati sono cancellati dal battesimo, incoraggiano a pregare ed adorare Maria e i santi ed a prostrarsi davanti alle loro statue; essi pretendono di assolvere il peccatore che va da loro a confessargli i suoi peccati cosiddetti mortali perché credono di essere i rappresentati di Dio sulla terra; pretendono, quando fanno la messa, di ripetere il sacrificio di Cristo sulla croce; per citare solo alcune delle cose storte principali che dicono e fanno. Non basta forse tutto questo per comprendere che tra i preti papisti e i presbiteri fatti eleggere dagli apostoli c’è la differenza che passa tra il nero e il bianco?

I preti, quantunque siano chiamati sacerdoti, non sono dei veri sacerdoti cioè i sacerdoti di cui parla il Nuovo Testamento perché non sono ancora nati di nuovo e anche ciò lo dimostriamo mediante la Scrittura. Pietro scrisse ai fedeli rinati mediante la fede nella risurrezione di Cristo: "Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio... come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1 Piet. 2:9,5); e vi ricordo che tra coloro a cui Pietro scrisse queste parole vi erano pure le donne perché più avanti rivolge una esortazione alle mogli secondo che è scritto: "Mogli, siate soggette ai vostri mariti..." (1 Piet. 3:1), gli anziani, ossia i vescovi, che erano stati preposti dal Signore a pascere le sue pecore secondo che egli dice: "Io esorto dunque gli anziani che sono fra voi...." (1 Piet. 5:1), e i giovani secondo che è scritto: "Voi più giovani, siate soggetti agli anziani..." (1 Piet. 5:5). Dalle parole di Pietro quindi deduciamo in maniera chiara che, primo, sotto la grazia per diventare sacerdoti di Dio e di Cristo bisogna solo nascere di nuovo e non fare seminari teologici per dopo essere ordinati sacerdoti da qualcuno di grado superiore; secondo, che quindi tutti i credenti, dagli anziani, o vescovi, che devono pascere il gregge di Dio, alle donne e ai giovani, sono un real sacerdozio nel cospetto di Dio. Cambiano i compiti da adempiere perché ognuno è stato collocato nel corpo di Cristo nel posto voluto da Dio, ma non la posizione spirituale nel cospetto di Dio e degli altri credenti. E’ chiaro che i credenti per essere chiamati tutti quanti sacerdoti di Dio devono avere qualcosa da offrire, altrimenti questo nome non avrebbe ragione di essere loro dato dalla Scrittura; ebbene, i sacrifici che essi devono offrire sono la preghiera, la lode, le azioni di grazie, e le opere buone. Qualcuno dirà: Nessuno deve dunque offrire la messa, neppure i presbiteri? No, nessuno deve offrire la messa, neppure gli anziani; perché essa non è un sacrificio spirituale gradito a Dio, ma solo un’impostura che porta il nome di sacrificio.

Conclusione; tra il popolo di Dio non esiste una casta sacerdotale particolare che debba offrire a Dio la messa, perché tutti sono dei veri sacerdoti essendo stati fatti rinascere a nuova vita ed appartati per adempiere un sacerdozio spirituale. Dio, sotto il Nuovo Patto, non ha istituito nessuna casta sacerdotale privilegiata in seno alla Chiesa; questo è quello che ci insegna la Scrittura. Cristo Gesù ha detto ai suoi discepoli: "Ma voi non vi fate chiamar ‘Maestro’; perché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che é nei cieli. E non vi fate chiamar guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo" (Matt. 23:8-10); facendo chiaramente capire loro che tra di loro non c’erano credenti privilegiati ed appartati che potevano farsi chiamare ‘Maestro’ o ‘Guide’ o ‘Padre’, mentre da quello che insegna il catechismo cattolico emerge chiaramente che Dio avrebbe costituito una casta sacerdotale a fare le sue veci in mezzo al suo popolo. Il che è un’eresia, un’impostura, generata dal diavolo per tenere milioni di persone incatenate ai sacramenti della chiesa cattolica la cui amministrazione (parlo del battesimo, della penitenza, dell’estrema unzione, ma soprattutto dell’eucarestia) è affidata ai preti, dai quali nella pratica dipende la salvezza dei loro fedeli seguaci. Quindi il sacerdozio cattolico è strettamente legato ai sacramenti, e per questo costituisce uno dei fondamenti su cui si fonda la religione cattolica romana. Se voi considerate bene il potere spirituale che i preti hanno agli occhi dei loro parrocchiani vi renderete conto il perché di questo attaccamento a loro; ma anche vi renderete conto il perché il prete è temuto e rispettato da tanti quasi che fosse Dio sulla terra. Attenzione però ai sofismi teologici di cui fanno uso i difensori del papismo: essi non negano che tutti i membri della chiesa siano sacerdoti, ma distinguono le qualità sacerdotali. Ecco le loro parole: ‘Occorre distinguere accuratamente nella partecipazione dei membri della Chiesa al sacerdozio di Cristo una duplice qualità sacerdotale: quella conferita dal carattere sacramentale dell’ordine, da una parte; quella conferita dai caratteri sacramentali del battesimo o della cresima, dall’altra..’ (Citato da Bernardo Bartmann in op. cit., pag. 352). Ciance, solo ciance; non esiste questa duplice qualità sacerdotale sotto la grazia; tutti i credenti sono sacerdoti, non esiste un ministerio sacerdotale come quello conferito dall’ordine.

Ora, per farvi comprendere come per i Cattolici i loro sacerdoti sono una vera casta sacerdotale privilegiata e separata dal popolo sottopongo alla vostra attenzione queste parole del loro catechismo: ‘La dignità del Sacerdozio è grandissima per la sua potestà sul Corpo reale di Gesù Cristo che rende presente nell’Eucarestia, e sul Corpo mistico di Lui, la Chiesa che governa, con la sua missione sublime di condurre gli uomini alla santità e alla vita beata (...) Qual venerazione merita dunque il Sacerdozio! Non per i meriti che il sacerdote abbia come uomo, ma perché ministro di Gesù Cristo e dispensatore dei suoi misteri. Ricordate e pensate che i più grandi favori spirituali li avete ricevuti e li ricevete per mano del sacerdote. Egli vi ha battezzati e fatti cristiani; egli vi indirizza per la via del cielo, vi perdona quando avete peccato, vi dà Gesù stesso nella santa Comunione. Egli dovrà assistervi e confortarvi in morte, e benedire alla vostra salma portata al cimitero’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 561). Ecco quali sono le menzogne che vengono insegnate ai Cattolici sul conto dei loro sacerdoti! Quindi, la curia romana contorcendo con la sua abituale astuzia il significato delle Scritture ha creato nel suo seno una casta sacerdotale appartata dal popolo. Essa, come sapete, per sostenerla prende come esempio i sacerdoti Leviti i quali erano stati appartati da Dio di mezzo al popolo d’Israele per offrire sacrifici al suo nome a pro del popolo, per offrire il profumo sull’altare e per ammaestrare gli Israeliti. Ma nei fatti i sacerdoti cattolici romani, secondo il catechismo romano, sono superiori ai sacerdoti leviti perché essi sono stati investiti ‘di tutti i poteri divini’ (ibid., pag. 561) e fanno le veci di Dio sulla terra! Questa è la ragione per cui questa casta sacerdotale possiede questa alta stima in mezzo ai membri di questa organizzazione fino al punto che le persone li chiamano ‘Padre’, perché viene fatta passare come la casta sacerdotale istituita da Dio per offrire i sacrifici (le messe) per i peccati del popolo. Perardi ardisce persino dire che ‘senza prete un paese è moralmente morto’ (ibid., pag. 562)! Ma i fatti dimostrano che i paesi qui in Italia anche con i preti sono moralmente e spiritualmente morti; e questo perché essi stessi sono morti spiritualmente: i loro discorsi sono discorsi vuoti che non conferiscono grazia a chi li ascolta, le loro pompose funzioni sono opere morte, vi si può odorare l’odore dell’incenso ma non l’odore della vita; vi si può odorare il fetore che emanano le loro eresie ma non il profumo della conoscenza di Dio! Andiamo alla loro vita privata: essi hanno una condotta scandalosa essendo intemperanti ed insubordinati, molti di loro sono infatti sodomiti, fornicatori; ed hanno un parlare fuori dal loro luogo di culto che assomiglia a quello della gente più volgare che esiste; taluni bestemmiano Dio e insultano pure Maria con ogni sorta di male parole (e poi ci vengono a dire che noi disprezziamo Maria!), e raccontano facezie scurrili; è vero che non tutti tra loro raggiungono gli stessi eccessi di dissolutezza, ma bisogna dire che comunque tutti sono schiavi dell’iniquità perché ancora non hanno ubbidito al Vangelo. Parlando con loro ci si rende conto di come essi siano lontani da Dio, senza Cristo, morti nei loro falli e nelle loro trasgressioni; parlando con loro ci si rende conto come essi siano stati sedotti dai loro superiori. Povere anime! Devono diventare dei Cristiani ma pretendono di fare diventare gli altri dei Cristiani; sono sulla via della perdizione e quelli che si lasciano guidare da loro vanno in perdizione, ma pretendono di indirizzare le anime per la via del cielo; hanno bisogno di ravvedersi e di confessare le loro iniquità al Signore e pretendono di rimettere i peccati al popolo! Sono stati sedotti e seducono, ma d’altronde l’apostolo lo dice chiaramente: "I malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, seducendo ed essendo sedotti" (2 Tim. 3:13). O preti cattolici, rientrate in voi stessi; pentitevi dei vostri peccati, e invocate Cristo Gesù affinché vi cancelli tutti i vostri peccati, e troverete riposo alle anime vostre. E uscitevene subito dalla chiesa cattolica romana per non essere partecipi dei suoi peccati.

La testimonianza di un ex-prete

Ecco come il fratello Fumagalli che ha fatto il prete cattolico per diversi anni, e quindi aveva ricevuto l’ordinazione da parte del vescovo in base al sacramento dell’ordine, parla del suo passato nella chiesa cattolica e cosa dice a proposito della maniera in cui ha conosciuto il Signore (Queste sue parole le ho trascritte da una registrazione sonora su audiocassetta).

Il Signore ‘ha operato una grande, una grande cosa nella mia vita, mi ha salvato, mi ha fatto un suo figlio, e mi ha riempito la vita, il mio cuore di gioia, di pace, quello che non avevo mai avuto nella mia vita. Io ho fatto il prete cattolico per quindici anni, quindi ho imparato, ho studiato tutte le dottrine cattoliche, non solo, ma poi da prete ero stato mandato in seminario per due anni, io ho fatto professore di seminario per cinque anni, ho fatto direttore spirituale di seminario per due anni, ho aperto un collegio teologico a Londra, ma la mia vita era nel buio e nelle tenebre e brancolavo nel buio. Ricordo che dopo essere stato ordinato prete avevo guardato quei libri sui quali avevo studiato per lunghi anni, tutti libri, grossi libri, scritti in latino di teologia, di dogmatica, di morale e sentivo come dentro di me una voce che mi diceva: ‘Ma non ti rendi conto che tante cose che sono scritte in quei libri non possono essere vere?’ Il Signore stava già parlando al mio cuore anche se ero cieco, anche se ero stato indottrinato in tante cose che non avevano niente a che fare con la verità della Parola di Dio. E ricordo che presi tutti quei libri e li andai a buttare nella carta straccia. Però c’era in me un vuoto, la verità non la conoscevo. Avevo la Bibbia ma ero cieco e non la potevo intendere; non la potevo intendere perché mi era stato insegnato che per intendere la Bibbia dovevo fondarmi sul magistero della chiesa cattolica. Ora, la Bibbia è l’unico libro al mondo che non si può avvicinare con la ragione, con l’intelletto e meno che meno con la filosofia e la teologia. La Bibbia è l’unico libro che ha come autore suo lo Spirito Santo, Dio stesso, gloria a Gesù. Ora, la Bibbia dice anche che l’unico modo per intenderlo si può solo fare questo quando lo Spirito di Dio apre la mente a intendere queste cose. Gloria al Signore. Ora, ricordo che dopo avere qui in Italia passato sette anni come professore di seminario, come direttore di seminario chiesi ai miei superiori di mandarmi in Africa nelle missioni. Credevo forse di trovarmi più realizzato in terra di missione, lavorando in un ambiente totalmente estraneo, diverso da quello qui in Italia. Ma i miei superiori mi proposero di andare negli Stati Uniti per altri studi. Io accettai la proposta, e così, dopo avere passato alcuni mesi in Inghilterra, Londra, dove ero stato mandato per aprire un collegio teologico, varcai l’oceano nel gennaio del 1969, e nel settembre dello stesso anno, sempre come prete, iniziai a studiare all’università statale di New York, a Buffalo. Iniziai a studiare antropologia, una disciplina complessa che studia l’uomo dalle sue origini fino ai problemi di maggiore attualità del giorno d’oggi. E così iniziai a studiare anche l’uomo come è presentato dalla cosiddetta scienza, che l’uomo deriva dalla scimmia, è evoluto dalla scimmia e da forme ancora inferiori a questa. Ora, come prete cattolico, io non avevo nessun problema di coscienza a studiare queste cose perché la dottrina cattolica dice questo, nella enciclica Humani Generis di Pio XII scritta nel 1950, che noi possiamo accettare, cioè la chiesa cattolica, che l’uomo è venuto da forme inferiori; per cui anche se avevo delle riserve nella mia mente mi trovai un giorno a credere l’evoluzione in modo completo. Non solo, ma arrivai anche ad insegnarla all’università. Io credevo, siccome mi ero reso conto di non avere trovato la risposta a tanti problemi nella mia mente nella dottrina cattolica, credevo di trovarla nella scienza, studiando, ricercando, investigando, ma mi rendevo conto che quanto più ricercavo, quanto più la verità si allontanava da me, quanto più mi vedevo come sprofondare in un pantano o nelle sabbie mobili, non avevo alcun posto in cui mettere i miei piedi al sicuro. E siccome non trovavo niente che mi appagasse, allora iniziai a ricercare e a studiare anche nell’occulto, nella parapsicologia, in altre religioni, nelle religioni orientali, studiare e investigare sugli ufo, praticavo yoga, leggevo e mi interessavo di astrologia, tutte queste cose, e non sapevo che tutti questi campi sono campi che appartengono a Satana. Ero cieco, non conoscevo la Parola di Dio; strano, ho fatto il prete quindici anni ma non conoscevo la Parola di Dio. Per cui non potevo ovviamente né insegnarla e meno che meno praticarla. Per cui continuai a ricercare; poi andai in Africa. In Africa sarei dovuto andare per compiere una ricerca. Però prima di andare in Africa, ricordo che passai da Roma e richiesi ai miei superiori di darmi un po’ di tempo libero per riflettere, per decidere sul futuro della mia vita, perché onestamente non mi sentivo più di fare il prete. Mi ero reso conto che troppe cose non potevano essere vere, erano storte, nella chiesa cattolica, ma i miei superiori mi invitarono a tramandare la mia decisione ultima, a riflettere di nuovo. In questo stato d’animo andai in Africa, in Kenya, e qui mi fermai per diciassette mesi. Compii questa ricerca in mezzo ad una popolazione di pastori nomadi nel Kenya settentrionale, e credo proprio che il Signore mi dava l’opportunità in questo ambiente, un ambiente al di fuori di tutte le pressioni nelle quali ero vissuto fino allora, perché di lavoro me ne facevano fare, e quanto più ne facevo, quanto più me ne davano da fare. Ma non avevo tempo neppure per riflettere alle cose più importanti, diciamo che riguardavano la mia vita. E qui ricordo, alla sera, anche se lavorai seriamente per questa ricerca, avevo tempo, tempo per riflettere, per pensare, soprattutto per dare ascolto a tutte quelle onde tumultuose della mia anima che affioravano e che mi facevano vedere che la mia vita era un vita da ipocrita, una vita da disonesto, perché oramai avevo visto, avevo realizzato, mi ero reso conto che troppe cose nella chiesa cattolica erano storte e io ero ancora dentro. Per cui riconobbi e mi resi conto che potevo fare un unica scelta onesta, ed era quella di lasciare la chiesa cattolica, di lasciare di fare il prete, sapevo che mi sarei messo contro i miei superiori, i miei colleghi, i miei parenti, i miei amici, un po’ tutti, ma onestamente a questo punto più non mi interessava e decisi; decisi che me ne sarei andato. E a questo punto accadde una cosa strana, ma meravigliosa nella mia vita. Fino ad allora, da quando ero entrato in seminario, m’avevano detto: ‘Se tu lasci la chiesa cattolica, se tu non diventi prete, mi dicevano allora, Dio non può che maledire la tua vita. Certo, questo è un modo molto... è ... io ero entrato in seminario a nove anni, sono cose tristi, ma la verità bisogna dirla perché oggi troppe ipocrisie sono predicate un po’ da tutti i pulpiti e anche dai mezzi, diciamo, i mass media. Ma la verità è l’unica che può liberare l’uomo, e la verità è una persona, è Gesù Cristo, gloria al suo santo nome, alleluia. Ora, decisi, anche se m’avevano detto che il Signore m’avrebbe maledetto, che non sarei più potuto vivere in pace, io quando decisi di uscirmene dalla chiesa cattolica provai una pace così profonda e così grande che non avevo mai conosciuto prima. Non solo, ma mi sentii liberato in quel momento, liberato da un oppressione, da catene che gravavano sopra di me e ora intendo il significato di tutto questo. Io credo che per la prima volta in vita avevo dato ascolto alla voce di Dio che mi diceva: ‘Esci, esci da dove sei’. E avevo per la prima volta ubbidito alla voce di Dio senza guardare né a destra né a sinistra, senza guardare a quello che avrebbero potuto dire colleghi, superiori, parenti o amici, gloria al Signore, ed ero stato liberato anche in quel momento da uno dei più grandi gioghi, il giogo della religione organizzata, nel caso mio della religione cattolica romana. Terminata la mia ricerca in Africa tornai negli Stati Uniti, in America, e qui mi trovai da solo, però tutto questo non mi scoraggiava perché mi sentivo perlomeno libero da questo giogo. Mi adattai a fare un po’ di tutto, poi ottenni un posto d’insegnamento part-time all’università. E così decisi che avrei perseguito nel mondo una carriera come professore di università. Terminai i miei studi, ottenni il grado accademico più alto che danno le università americane, e credevo in questo modo di farmi una carriera nel mondo, di farmi un nome, ma grazie al Signore che egli aveva un piano molto più grande per me. Divenni agnostico, non credevo quasi più a niente, buttai a mare quasi tutto quello in cui credevo prima. Però c’era un vuoto in me, e soprattutto certi momenti, anche quando avevo cercato di trovare nei piaceri o in altro, soddisfazione, io sentivo come un vuoto, un vuoto che mi schiacciava, un vuoto che mi opprimeva (...) finché un giorno comprai un libro, un libro che è stato tradotto anche in italiano, dal titolo Addio terra, ultimo pianeta, di Hal Lindsey. Iniziai a leggere questo libro con senso molto critico, questo era all’inizio del 1979, ma poi mi dovetti fermare. Mi trovavo di fronte per la prima volta in vita a un qualche cosa che la mia ragione non poteva spiegare e cioè delle profezie che scritte 2500, 2600 anni fa si avveravano ora sotto i mie occhi e con la mia ragione non potevo spiegare queste cose. Io conoscevo dalla scienza che neppure il più grande scienziato del mondo può prevedere con certezza quello che può accadere all’indomani. Sapevo quindi che nessun uomo al mondo poteva fare questo, per cui in quel momento il Signore mi mise come con le spalle al muro, io dovetti ammettere in quel momento che la Bibbia doveva per forza di cose essere vera e che poteva venire solo da Dio. I preti non credono alla Bibbia, io non credevo alla Bibbia, perché mi avevano indottrinato a mettere la tradizione cattolica, i dogmi cattolici, le dottrine cattoliche, teoricamente, si dice, alla pari della Bibbia, ma praticamente e di fatto sono al di sopra della Bibbia. E questo lo so perché ho fatto il prete quindici anni. E’ una cosa molto triste questa. Ecco perché Satana è riuscito a tenere incatenate tante anime nelle tenebre, nella menzogna, perché la verità è vietata loro. E anche quando si accostano alla Bibbia si accostano sempre indottrinati da filosofie e dottrine umane. Ora, in quello stesso momento il Signore ebbe misericordia di me, e aprì la mia mente e toccò il mio cuore e in quel momento io mi vidi quello che ero, ero un peccatore ed ero perduto, per me non ci sarebbe, non c’era speranza di salvezza, anche se volevo fare del mio meglio per contribuire nel mondo della ricerca, dell’insegnamento e pubblicazione, a migliorare situazioni di popoli, soprattutto di popolazioni del terzo mondo. Lo Spirito Santo mi convinse di peccato, di giustizia e di giudizio, ero perduto, e c’era un’unica possibilità di salvezza per me, Gesù Cristo che era andato a morire alla croce per i miei peccati. E in quel momento intesi che dovevo fare una scelta, o gridare a Gesù o andare in perdizione. E in quel momento uscì dal mio cuore una preghiera: ‘Gesù, perdona tutti i miei peccati ed entra nel mio cuore come mio Signore e Salvatore’. E in quel momento sperimentai veramente una cosa meravigliosa, in quel momento mi sentii pulito da ogni peccato, mi sentii lavato da tutte quelle colpe, peccati che gravavano su di me, che pesavano su di me. Li avevo confessati tante volte, ma erano sempre con me; avevo fatto confessioni generali tante volte, ma quei peccati nessuno me li aveva tolti perché solo uno può togliere i nostri peccati, è Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, gloria al suo santo nome, Alleluia Gesù, alleluia. E in quel momento io mi sentii nascere di nuovo. In me entrò una gioia così grande che dovetti inginocchiarmi e piangendo di gioia, veramente assaporare l’opera grande che Gesù aveva compiuto in me in quel momento, mi aveva salvato, per grazia, per quella fede che avevo posto in lui, egli mi aveva salvato e in me entrò la certezza che ero stato salvato in quel momento. Da prete io mi domandavo: ‘La salvezza che cosa è? Non lo sapevo. E io sono andato da tanti preti dopo che il Signore mi ha salvato a parlare di Gesù, della salvezza, della necessità della nuova nascita, e i preti non lo sanno, non sanno, non sanno cosa significa salvezza, non sanno cosa significa nuova nascita. Questo è triste (...) io vi confesso che detesto il sistema della religione cattolica romana perché porta in perdizione tante anime (...). Sì, in quel momento io ebbi la certezza che ero salvato e ricordo che la prima cosa che dissi a me quando tornai al mio tavolo di studio, io mi dissi: ‘La salvezza è così semplice, come mai nessuno mi ha mai parlato di queste cose prima?’ Gloria al Signore, alleluia (...) da quel giorno che accettai Gesù nel mio cuore lo Spirito di Dio è entrato in me ed egli mi ha aperto gli occhi e sapevo ora con certezza che la verità era la Bibbia, la Parola di Dio. Per cui iniziai a studiare la Parola di Dio, e ora intendevo, la capivo, quello che prima invece non intendevo (...) poi richiesi il battesimo in acqua; dopo due mesi circa che il Signore mi aveva salvato il Signore mi battezzò di Spirito Santo (...) Il Signore presto tornerà; ma sei tu pronto? Questo, sei tu pronto? Io non ero pronto. Ho fatto quindici anni il prete, avevo studiato tanto, fossi morto da prete sarei andato diritto in perdizione, diritto, perché non c’è il purgatorio. Il purgatorio è un’invenzione dei preti, sono stati ingannati loro, ingannano gli altri. La Scrittura dice chiaramente è stato stabilito che gli uomini muoiano una volta sola e poi viene il giudizio; ora, se uno ha accettato Gesù Cristo come suo personale Signore e Salvatore Gesù lo lava dai suoi peccati, se lo lava dai suoi peccati quale pena c’è da pagare? Ha già pagato tutto lui; alla croce, il Signore ha fatto l’opera completa, prima di morire ha detto: ‘E’ compiuto!’ E’ compiuto!’ E’ compiuto!’ Gloria al Signore, alleluia! (...) Il Signore è stato buono con me ...’.

La gerarchia ecclesiastica romana a confronto con la Scrittura

Che dice la Scrittura? Conferma o smentisce questa gerarchia ecclesiastica esistente in seno alla chiesa romana? Innanzi tutto essa dice che in seno alla Chiesa non c’é nessuna casta dominante suddivisa in gradi gerarchici come c’é tra i Cattolici e le religioni orientali, perché tutti i credenti, benché abbiano dei doni differenti secondo la grazia che Dio ha dato loro, hanno uguale importanza davanti a Dio. Nessuno infatti può dire di essere tenuto da Dio in maggiore considerazione di un altro. A conferma di ciò vi ricordo che Paolo ai Galati, parlando di coloro che godevano di particolare considerazione fra la Chiesa (cioè Giacomo, Cefa e Giovanni), dice: "Quali già siano stati a me non importa; Iddio non ha riguardi personali" (Gal. 2:6). Come ho detto prima i credenti hanno dei doni differenti, e questo perché "il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra" (1 Cor. 12:14) che hanno delle funzioni diverse a secondo della misura del dono largito da Cristo.

Vediamo quindi quali siano gli uffici stabiliti da Dio nella sua Chiesa: Paolo dice ai Corinzi: "Dio ha costituito nella Chiesa primieramente degli apostoli; in secondo luogo dei profeti; in terzo luogo de’ dottori; poi, i miracoli; poi i doni di guarigione, le assistenze, i doni di governo, la diversità delle lingue" (1 Cor. 12:28), ed agli Efesini: "Ed é lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo" (Ef. 4:11,12).

Gli apostoli sono coloro che vengono mandati dallo Spirito Santo a predicare in altre nazioni (il termine greco apostolos significa ‘messaggero’), essi fondano delle chiese e fanno eleggere per ciascuna Chiesa degli anziani.

I profeti sono coloro che hanno ricevuto il dono di profezia e dei doni di rivelazione (che sono: dono di parola di sapienza, dono di parola di conoscenza, e dono del discernimento degli spiriti).

I dottori sono coloro che insegnano accuratamente le dottrine contenute nella Scrittura.

Gli evangelisti (evangelista deriva dal greco euaggelistes che significa ‘portatore di buone notizie’). sono coloro che vanno di città in città ad annunziare l’Evangelo con i doni di guarigioni, e cacciano i demoni nel nome di Gesù.

I pastori sono coloro che devono pascere il gregge di Dio, assieme agli anziani (che vengono chiamati in greco presbyteros e corrispondono ai vescovi); essi si prendono cura delle pecore e le ammaestrano. (Il termine anziano (in greco presbyteros) sta ad indicare l’età matura del credente, mentre il termine vescovo l’ufficio che egli ricopre perché la parola greca episkopos significa ‘sorvegliante’ o ‘guardiano’).

I diaconi (il termine deriva dal greco diakonos che significa ‘servitore’), sono preposti a svolgere servizi assistenziali di vario genere a pro dei pastori e degli anziani e dei poveri e delle vedove. Essi non devono avere la capacità di insegnare per ricoprire questo ufficio, e perciò questo ufficio può essere ricoperto anche da delle donne.

Come potete vedere non sono menzionati né l’ostiariato, né il lettorato, né l’esorcistato, né l’accolitato, e neppure il suddiaconato, e neppure il cardinalato, e meno che meno il papa.

Per quanto riguarda poi il presbiterato cattolico occorre dire che esso non è quello della Scrittura, perché oltre alle ragioni sopra esposte, la Scrittura non fa distinzione tra presbiteri e vescovi; infatti i vescovi sono i presbiteri, e i presbiteri sono i vescovi. Quindi anche questi termini, quando usati dai teologi cattolici, non si riferiscono all’ufficio di cui parla la Scrittura. Per quanto riguarda il diaconato bisogna dire una cosa simile; il nome dell’ufficio è scritturale, ma, oltre a dire che i loro diaconi sono increduli come i loro preti, i diaconi cattolici non adempiono affatto le funzioni che deve esercitare un vero diacono. Basta ricordare che devono servire il sacerdote nella messa solenne per rendersi conto che divario esista tra il diaconato biblico e quello del cattolicesimo.

Le accuse rivolteci confutate

Vediamo ora di confutare le accuse che ci lanciano i Cattolici.

La prima accusa che i Cattolici romani ci lanciano è questa: ‘I Protestanti non hanno veri vescovi anche se ne portano il nome e quindi neppure veri sacerdoti’. Così dicendo essi mostrano di non conoscere le Scritture. Ora, le Chiese di Dio hanno degli anziani a pascerle i quali vengono anche chiamati vescovi; questo è quello che si deduce dal fatto che Paolo quando vennero a lui gli anziani della Chiesa di Efeso che lui aveva mandato a chiamare da Mileto, li chiamò vescovi secondo che é scritto: "Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio..." (Atti 20:28). Quindi l’anziano ricopre l’ufficio di vescovo. Ma oltre a ciò bisogna dire che colui che ambisce all’ufficio di vescovo nella Chiesa deve avere dei particolari requisiti senza i quali non può ricoprire quest’ufficio. Paolo spiega questo a Timoteo quando gli dice: "Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, assennato, costumato, ospitale, atto ad insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non amante del danaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figliuoli in sottomissione e in tutta riverenza (che se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia novizio, affinché, divenuto gonfio d’orgoglio, non cada nella condanna del diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, affinché non cada in vituperio e nel laccio del diavolo" (1 Tim. 3:2-7). Quindi non ha nessun fondamento l’accusa rivoltaci, appunto perché quei credenti che sono stati eletti dalla Chiesa anziani perché possedenti tutte le caratteristiche enumerate da Paolo sono dei vescovi che sono stati costituiti tali dallo Spirito Santo. Essi portano il nome di vescovi perché lo sono secondo l’insegnamento della Scrittura.

Un’altra calunnia lanciataci dai Cattolici è che noi non abbiamo veri sacerdoti. Essa si fonda sul significato errato che essi danno alla parola sacerdote sotto il Nuovo Patto. Per loro un sacerdote è uno che offre sacrifici per i peccati del popolo come facevano i sacerdoti Giudei (perciò chi ministra la messa) e che possiede ‘il potere di rimettere i peccati’. Ma noi non abbiamo di questi sacerdoti e neppure ne vogliamo perché sappiamo che non ce n’è affatto bisogno nella Chiesa di Dio dato che il sacrificio di Cristo è stato offerto una volta per sempre per i nostri peccati e che nessuno ha il potere di rimetterci i peccati che commettiamo all’infuori di Dio stesso. Si tengano i loro sacerdoti; quanto a noi riconosciamo come sacerdoti tutti i figliuoli di Dio lavati con il sangue dell’Agnello perché essi lo sono perché offrono sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo (badate che questi sacrifici non vengono offerti né per espiazione e neppure per meritarsi il perdono di Dio, ma come segno di riconoscenza in verso Dio essendo il frutto portato dalla Parola di Dio piantata in noi).

Per concludere: la chiesa romana possiede una gerarchia cosiddetta sacra che appare maestosa ed affascinante a tutti coloro che non conoscono la verità; bisogna riconoscere che essa riesce a colpire le persone con tutti quei riti di iniziazione che la concernono e con tutti i suoi abiti sacerdotali, ma nonostante tutto ciò bisogna dire che essa non trova riscontro nella Parola di Dio. Lo so, sembra tutto vero nella chiesa romana, anche la gerarchia di cui essa è composta a prima vista sembra ordinata da Dio, ma questa è solo una vana apparenza perché essa non è stata istituita da Cristo Gesù. I teologi papisti cercano pure di spiegare il tutto con le Scritture ma i loro ragionamenti non vengono affatto confermati dalle Scritture ma vengono smentiti da esse. Quindi, noi non riconosciamo il papa quale successore di Pietro, non riconosciamo il cardinalato come istituzione divina, non riconosciamo i vescovi cattolici come veri vescovi, non riconosciamo i preti come veri presbiteri, non riconosciamo i loro diaconi come veri diaconi, e non riconosciamo neppure gli altri loro ordini come il suddiaconato, l’ostiariato, il lettorato, l’esorcistato, e l’accolitato. In altre parole non riconosciamo la gerarchia cattolica come una gerarchia voluta e ordinata da Dio per il suo popolo.

L’imposizione del celibato ai chierici è una dottrina di demoni

Vediamo ora di confutare mediante le Scritture la dottrina del celibato forzoso. Paolo disse a Timoteo: "Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demonî per via della ipocrisia di uomini che proferiranno menzogna, segnati di un marchio nella loro propria coscienza; i quali vieteranno il matrimonio...." (1 Tim. 4:1-3). Quindi la dottrina che vieta il matrimonio ai preti e ai diaconi è diabolica! Ma perché il dogma che nega ai preti e ai diaconi di sposarsi é una dottrina di demoni che contrasta la verità? Perché quello di non sposarsi, ossia il celibato, é un dono che procede da Dio e non qualcosa che degli uomini hanno il diritto di imporre ad altri, infatti Gesù ha detto che "non tutti son capaci di praticare questa parola" (quella di non prendere moglie) "ma quelli soltanto ai quali é dato" (Matt. 19:11), e Paolo ha detto: "Io vorrei che tutti gli uomini fossero come son io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l’uno in un modo, l’altro in un altro" (1 Cor. 7:7).

Qual’è il risultato che porta l’imposizione del celibato ai preti? Questo; che i preti si abbandonano all’impurità ed alla fornicazione scandalizzando così le persone; ma d’altronde Paolo lo ha detto chiaramente perché l’uomo deve sposarsi: "Per evitar le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie..." (1 Cor. 7:2). Non c’é dunque da meravigliarsi se poi coloro a cui viene imposto il celibato si abbandonano all’impurità ed alla fornicazione. Noi siamo giunti alla conclusione che siccome Paolo dice ai celibi: "Ma se non si contengono, sposino; perché è meglio sposarsi che ardere" (1 Cor. 7:9), la chiesa romana con il suo dogma sul celibato non fa altro che affermare che per i preti è meglio ardere che sposarsi [24]. Per l’ennesima volta la curia romana ha voltato le spalle alla verità! Ma quello che riscontriamo ancora una volta nel parlare della curia romana sul celibato è l’ennesimo parlare contraddittorio. Perché? Perché da un lato essa afferma che il celibato è un dono che viene da Dio (lo chiamano dono di castità) e dall’altro afferma che la chiesa lo esige da tutti coloro che ambiscono al sacerdozio e che sono entrati nel sacerdozio! Ma se il celibato è un dono perché imporlo e non lasciarlo facoltativo? Imporre a qualcuno un dono di Dio, come nella realtà fa la curia romana con i suoi sofismi, è una cosa assurda: è come dire a qualcuno che non ha il dono di potenza di operare miracoli che deve fare miracoli! E’ come dire a un credente che non ha il dono di profezia che deve per forza di cose profetizzare perché questo è un dono di Dio! Ma Paolo ha detto ai Romani: "Se abbiamo dono di profezia, profetizziamo..." (Rom. 12:6), quindi se non abbiamo il dono di profezia non possiamo metterci a profetizzare. Nella stessa maniera, se uno ha il dono di non sposarsi non si sposi, ma chi non ce l’ha si sposi per non cadere nella fornicazione. Ma noi vogliamo anche dire a tale proposito che la facoltà di non sposarsi non viene data da Dio ad alcuni perché questi la chiedono a Dio, ma indipendentemente dalla loro volontà ossia perché Dio ha decretato di non farli sposare. Ma poniamo anche il caso che uno domandi a Dio il dono di non sposarsi: chi ha detto che Dio per forza di cose glielo concederà? La Scrittura dice che "questa è la confidanza che abbiamo in lui: che se domandiamo qualcosa secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce; e se sappiamo ch’Egli ci esaudisce in quel che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo domandate" (1 Giov. 5:14,15); quindi, quand’anche un credente chiedesse a Dio il dono di non sposarsi, egli sarà esaudito solo se questa è la volontà di Dio in verso lui. Ma non così insegna la curia romana che afferma che Dio non glielo negherà. Ma la falsità di questa affermazione è evidente: i sacerdoti cattolici sono entrati nell’ordine pensando di avere il dono del celibato perché Dio glielo aveva concesso per svolgere le loro funzioni sacerdotali, e poi essi si sono resi conto di essere privi di questo dono. Ecco le prove che questa affermazione è l’ennesima menzogna nella quale la curia romana induce milioni di persone a credere!

Ma vediamo ora di esaminare mediante le Scritture la ragione addotta a favore dell’imposizione del celibato; e cioè che il celibato sia necessario ai sacerdoti, o meglio indispensabile per servire Dio in maniera fedele e santa. Prescindendo dal fatto che i sacerdoti cattolici non servono a Dio e che è diabolico imporgli il celibato, noi, da quello che insegna la Scrittura deduciamo in maniera evidente che si può servire Dio nella Chiesa degnamente anche da sposati e non solo da celibi (ossia con il dono del celibato ricevuto da Dio). Se così non fosse, Paolo non avrebbe mai detto a Timoteo che sia i vescovi che i diaconi devono essere mariti di una sola moglie e devono governare bene le loro famiglie, (facendo implicitamente intendere che essi devono essere sposati). Ma poi c’è un’altra cosa da dire; Paolo a Tito ha detto che l’anziano (ossia il vescovo) oltre che marito di una sola moglie, per essere assunto in questo ufficio, deve essere anche giusto, santo, e temperante; ciò significa che il vescovo anche da sposato può essere giusto, santo e temperato in ogni cosa, e che il matrimonio non è qualcosa che lo terrebbe di conseguenza lontano dalla giustizia e dalla santità e dalla temperanza. Certamente, se il vescovo doveva essere celibe e non sposato, perché questo suo stato sarebbe stato indispensabile per essere giusto santo e temperato, Paolo non avrebbe detto tali cose a Tito. Sempre per confermare ciò ricordiamo che Paolo a Timoteo quando gli parla di come devono essere i vescovi e i diaconi per essere assunti gli dice: "Anche questi siano prima provati; poi assumano l’ufficio di diaconi se sono irreprensibili" (1 Tim. 3:10); il che significa che i candidati (sposati) al vescovato e al diaconato, dopo che sono stati provati per un certo tempo possono essere trovati irreprensibili, cioè senza colpa, e questo quantunque siano sposati e abbiano famiglia. Tutto ciò fa capire che il matrimonio non è una distrazione tale da fare di conseguenza vivere in maniera ingiusta e empia e intemperante chi lo ha contratto e perciò chi è sposato non può assumere l’ufficio di vescovo o diacono nella Chiesa di Dio. E poi anche gli apostoli erano sposati (tranne che Paolo e Barnaba) secondo che dice Paolo ai Corinzi: "Non abbiamo noi il diritto di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede, siccome fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?" (1 Cor. 9:5). Che Pietro fosse sposato lo attesta anche Matteo quando parla della guarigione di sua suocera: "Poi Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva in letto con la febbre; ed egli le toccò la mano e la febbre la lasciò" (Matt. 8:14). Eppure gli apostoli erano degli uomini santi perché si santificavano nel timore di Dio e non davano motivo di scandalo in cosa alcuna! Questa è un ulteriore conferma che essere sposati ed avere relazioni carnali con la propria moglie non significa camminare secondo la carne e non potere piacere a Dio.

Ma a queste Scritture del Nuovo Patto che sono nettamente in favore del matrimonio pure dei vescovi e dei diaconi, vogliamo pure aggiungere altre Scritture dell’Antico Patto che confermano la stessa cosa; e cioè che si può essere sposati ed essere dei fedeli e santi servitori di Dio nella sua casa.

Noè, che Pietro chiama, predicatore di giustizia, e che la Scrittura dice che "fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi" (Gen. 6:9), era sposato con figli.

Mosè che era profeta e che lo scrittore agli Ebrei dice che "fu bensì fedele in tutta la casa di Dio come servitore per testimoniar delle cose che dovevano esser dette" (Ebr. 3:5), era sposato e aveva dei figli.

Aaronne, il sommo sacerdote era sposato secondo che è scritto: "Aaronne prese per moglie Elisceba, figliuola di Amminadab, sorella di Nahashon; ed ella gli partorì Nadab, Abihu, Eleazar e Ithamar" (Es. 6:23). Secondo la legge il sommo sacerdote si poteva sposare. Ricordiamo che il sommo sacerdote era l’unico che poteva entrare nel luogo santissimo, cioè nel luogo al di là del velo dove si trovava l’arca; che vi entrava una volta all’anno e che vi entrava con il sangue che doveva servire a fare l’espiazione dei peccati del popolo.

Isaia, anche lui profeta, era sposato perché è scritto: "M’accostai pure alla profetessa, ed ella concepì e partorì un figliuolo" (Is. 8:3).

Osea, anche lui profeta, era sposato perché è scritto: "Quando l’Eterno cominciò a parlare a Osea, l’Eterno disse ad Osea: Và, prenditi per moglie una meretrice, e genera dei figliuoli di prostituzione..." (Os. 1:2).

Il profeta Ezechiele era pure lui sposato secondo che è scritto: "La mattina parlai al popolo, e la sera mi morì la moglie..." (Ez. 24:18).

Vogliamo concludere dicendo questo; la curia romana afferma che i sacerdoti cattolici romani sono come i sacerdoti leviti dell’Antico Patto in un certo senso, ma essi dimenticano volontariamente che anche i sacerdoti leviti, che offrivano i sacrifici a pro del popolo, erano sposati e si potevano sposare. Ricordiamo a proposito dei sacerdoti, che Zaccaria, il padre di Giovanni il Battista, era un sacerdote della muta di Abia e che era sposato con Elisabetta che era delle figlie d’Aaronne. Ed "erano ambedue giusti nel cospetto di Dio, camminando irreprensibili in tutti i comandamenti e precetti del Signore" (Luca 1:6). Vedete? Egli era un sacerdote sotto l’Antico Patto, era sposato eppure camminava irreprensibile in tutti i precetti del Signore.

Adesso spieghiamo alcune Scritture prese dalla curia romana a sostegno del celibato forzoso.

Per quanto riguarda il fatto che Dio vietò a Geremia di sposarsi secondo che è scritto: "La parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: Non ti prender moglie e non aver figliuoli né figliuole in questo luogo" (Ger. 16:1,2), bisogna dire innanzi tutto che fu Dio a vietargli di sposarsi e non il sommo sacerdote del tempo o qualcun altro, e poi che questo ordine specifico di Dio in verso lui aveva la seguente motivazione: "Poiché così parla l’Eterno riguardo ai figliuoli e alle figliuole che nascono in questo paese, e alle madri che li partoriscono, e ai padri che li generano in questo paese: Essi morranno consunti dalle malattie, non saranno rimpianti, e non avranno sepoltura; serviranno di letame sulla faccia del suolo; saranno consumati dalla spada e dalla fame, e i loro cadaveri saran pasto agli uccelli del cielo, e alle bestie della terra" (Ger. 16:3,4). Quindi Dio vietando a Geremia di sposarsi e di avere figli volle risparmiargli altre afflizioni.

Vogliamo dire anche qualcosa attorno alle parole di Gesù: "Figliuole di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figliuoli. Perché ecco, vengono i giorni nei quali si dirà: Beate le sterili, e i seni che non han partorito, e le mammelle che non hanno allattato..." (Luca 23:28,29). Con queste parole Gesù non ordinò alle vergini di non maritarsi e neppure proclamò beate le donne che erano sterili perché altrimenti avrebbe contraddetto la verità dato che secondo la legge la donna era libera di sposarsi e colei che era sterile non era considerata una donna beata. Gesù volle dire solo che quando Gerusalemme sarebbe stata atterrata dalle legioni romane sarebbe avvenuto che per il fatto che le donne che avevano partorito figli e figlie sarebbero rimaste prive dei loro figli, allora in quei giorni le sterili che non avevano potuto partorire e allattare sarebbero state proclamate felici perché non avrebbero subito quella privazione dolorosa.

Per quanto riguarda le parole di Paolo: "Chi non è ammogliato ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe piacere al Signore; ma colui che è ammogliato, ha cura delle cose del mondo, del come potrebbe piacere alla moglie" (1 Cor. 7:32,33), parole che vengono prese per esaltare il celibato e disprezzare il matrimonio, vogliamo dire che Paolo con esse ha voluto soltanto dire che chi non è ammogliato è privo di quelle sollecitudini che sono presenti invece in colui che è ammogliato; e perciò può dedicare maggiore tempo alle cose del Signore non avendo moglie e figli di cui prendersi cura. Certo, per esempio chi non è ammogliato nei viaggi che fa a motivo del Vangelo è più libero di uno che viaggia per lo stesso motivo con moglie e figli; e nelle persecuzioni non ha da pensare anche alla sorte della sua moglie e dei suoi figli; ma questo non fa del celibe una persona più santa di colui che è sposato o una persona più felice di colui che è ammogliato. Un’altra ragione per cui Paolo consigliava ai celibi di rimanere in quello stato era per risparmiargli la tribolazione nella carne che avrebbero patito se si fossero sposati infatti dice: "Tali persone avranno tribolazione nella carne, e io vorrei risparmiarvela" (1 Cor. 7:28); ma anche qui bisogna dire che la tribolazione nella carne presente in coloro che si sposano non è qualcosa che degrada il matrimonio rispetto al celibato. Lungi da noi il pensare che il matrimonio sia da disprezzare perché procura tribolazione nella carne a chi lo contrae, o perché, "colui che è ammogliato, ha cura delle cose del mondo, del come potrebbe piacere alla moglie" (1 Cor. 7:33) (motivo che viene vanamente addotto a sostegno del celibato forzoso); perché è altresì scritto: "Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti" (Ebr. 13:4). Quindi anche il matrimonio dei ministri di Dio, dei vescovi e dei diaconi, deve essere tenuto in onore. Per concludere, rimane il fatto che Paolo non ha imposto il celibato a nessuno, ma ha detto di non prendere moglie a chi ha ricevuto il dono di non sposarsi, e di sposarsi a chi arde e sente di non avere il dono di non sposarsi assicurandogli che, così facendo, egli non peccherà secondo che è scritto: "Se però prendi moglie, non pecchi" (1 Cor. 7:28).

Quanto a voi, o preti intemperanti che ardete, convertitevi dagli idoli al Signore, uscite da questo pseudosacerdozio cristiano e sposatevi; allora sarete dei veri sacerdoti nel cospetto di Dio e smetterete di ardere.

Infine, dobbiamo dire che il celibato è sempre stato argomento di viva discussione in seno alla chiesa romana perché non tutti sono stati d’accordo sull’opportunità di imporlo. Ci sono molti prelati oggi nella chiesa latina che vorrebbero che il celibato fosse reso facoltativo. Ma fino a quest’oggi ha prevalso l’imposizione che ha prodotto scandali di ogni genere in seno alla chiesa romana da che è stata assunta. Ma che fanno molti preti costretti a vivere celibi contro la loro volontà? Chiedono la dispensa per potersi sposare; preferendo sposarsi e lasciare il sacerdozio cattolico anziché continuare ad abbandonarsi alla fornicazione ed all’impurità. Tra il 1963 e il 1969, sotto Paolo VI, più di ottomila sacerdoti chiesero la dispensa dai voti, mentre altri tremila lasciarono il sacerdozio senza aspettare il permesso. Anche sotto Giovanni Paolo II molti preti hanno abbandonato il sacerdozio per potersi sposare. Ora, viene di domandarsi: Ma perché dinanzi a tutti gli scandali operati dai preti, molti dei quali vivono con la propria concubina, e dinanzi a tutte le richieste di dispensa che ogni anno vengono inoltrate da tanti preti, e dinanzi all’abbandono del sacerdozio da parte di molti preti senza aspettare il permesso, la curia romana continua a imporre il celibato? Che utile ne ricava? Non va a suo danno? Certo che va a suo danno per molti versi, ma non bisogna dimenticarsi che la chiesa papale mediante il celibato forzoso difende i suoi interessi economici e finanziari. Mi spiego meglio facendo questo esempio: perché la chiesa romana tollera che un prete vivi fornicando rimanendo nello stesso tempo al suo posto, mentre non tollera che un prete si possa sposare e rimanere a compiere il suo ufficio di sacerdote? La ragione è perché la concubina di un prete non può avanzare nessuna pretesa sui beni ecclesiastici alla morte del prelato, mentre una moglie sì. Quindi la chiesa romana si usa del celibato forzoso per mantenere la proprietà di tutti i suoi beni accumulati nel corso del tempo [25]. Ma un’altra ragione per cui la curia romana impone il celibato ai preti è perché essendo un sistema assolutistico necessita dei sudditi totalmente sottomessi ai loro superiori. E il celibato garantisce quella sottomissione incondizionata che vuole il papa. Insomma un prete celibe, per la curia romana, è molto più controllabile di uno sposato; un prete celibe è più leale di uno sposato. Quindi, nella realtà, il motivo che viene addotto al celibato, cioè quello di una vita più santa, è solo un pretesto; perché il celibato viene imposto per una questione di controllo.

 

IL MATRIMONIO

La dottrina dei teologi papisti

Il matrimonio fu elevato da Cristo al rango di sacramento; esso dà ai coniugi la grazia di vivere santamente e di allevare cristianamente i figli. Non si può contrarre un vero matrimonio fuori dal sacramento. Il controllo delle nascite è ammesso, ma senza fare uso di contraccettivi. Il matrimonio è indissolubile, ma in alcuni casi la chiesa, in virtù di un potere divino, lo può sciogliere e dare la facoltà di passare a seconde nozze. La chiesa ammette i matrimoni misti a certe condizioni. Secondo la dottrina della chiesa romana ‘il Matrimonio è il Sacramento che unisce l’uomo e la donna indissolubilmente, (come sono uniti Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa), e dà loro la grazia di santamente convivere e di educare cristianamente i figliuoli’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 569). Il matrimonio è un sacramento perché ‘Gesù Cristo lo elevò alla dignità di Sacramento che conferisce la grazia’ (ibid., pag. 569). Ma quando avvenne questa elevazione? Molti teologi non lo sanno dire; ma alcuni ritengono che questo avvenne alle nozze di Cana di Galilea dove Gesù mutò l’acqua in vino. A sostegno del matrimonio come sacramento i teologi papisti prendono le seguenti parole di Gesù: "Talché non son più due, ma una sola carne; quello dunque che Iddio ha congiunto, l’uomo nol separi" (Matt. 19:6), e quelle di Paolo: "Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola... Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero è grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa" (Ef. 5:25,26,31,32). E per chi non lo accetta come sacramento c’è il seguente anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIV, can. 1).

Nel Nuovo Manuale del Catechista si legge: ‘Il Matrimonio, pei cristiani, è Sacramento di cui, se così possiamo esprimerci, è depositaria e amministratrice la Chiesa; per essi non c’è Matrimonio legittimo o vero fuori del Sacramento. Perciò i fedeli non possono contrarre vero Matrimonio fuori del Sacramento’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 578). Queste cose il Perardi le dice per affermare che dato che il matrimonio amministrato dalla chiesa cattolica è riconosciuto dallo Stato Italiano anche agli effetti civili, i Cattolici non devono né prima né dopo il matrimonio religioso andare a fare l’atto civile, perché il matrimonio religioso è completo, e un simile atto ‘sarebbe contrario alla Dottrina cristiana e grave irriverenza al Sacramento stesso e a Gesù Cristo che lo volle Sacramento e come tale lo affidò alla sua Chiesa’ (ibid., pag. 578). Ma proseguendo il Perardi afferma pure: ‘Più colpevoli ancora sarebbero quei cristiani che non si sposassero in chiesa, ma solo in municipio. In tale modo essi 1) Rinnegherebbero praticamente la Dottrina cristiana; - 2) Farebbero un Matrimonio nullo, per cui non sarebbero sposati e convivrebbero in istato di peccato e quindi non potrebbero neppure accostarsi ai Sacramenti, incapaci dell’assoluzione sinché non regolarizzano col Sacramento la loro condizione; - 3) Costituirebbero una famiglia sul peccato e la farebbero vivere nel peccato come su fondamento; - 4) In tali condizioni essi sarebbero pubblici peccatori ai quali, in caso di morte, dovrebbe essere negata anche la sepoltura religiosa’ (ibid., pag. 578). [26]

La chiesa cattolica romana è a favore del controllo delle nascite (che essa chiama ‘paternità responsabile’). Ecco che cosa si legge nel libro Compendio della morale cattolica: ‘Durante un certo numero di giorni al mese, prima e dopo l’ovulazione femminile, è impossibile la fecondazione e dunque la finalità procreatrice non può esser realizzata. In questo lasso di tempo (la cui determinazione esatta è difficile da stabilire), la Chiesa ha ammesso che fosse del tutto legittimo ricercare la finalità propria dell’amore con rapporti sessuali di per sé infecondi (...) La Chiesa non è per la procreazione ad ogni costo: essa lascia interamente la decisione ai coniugi: Pio XII l’aveva ricordato in un celebre discorso del 1951: gli sposi possono essere dispensati ‘da quella prestazione positiva obbligatoria (quella di procreare), anche per lungo tempo, anzi per l’intera durata del matrimonio, per seri motivi, come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta ‘indicazione’ medica, eugenica, economica e sociale (...) La regola da seguire è allora questa: se gli sposi non vogliono figli (per ragioni serie), sono liberi di non averne, ma possono avere relazioni sessuali solo nei periodi di naturale non fecondità; devono invece astenersi durante il periodo fecondo, cioè nei giorni in cui avviene l’ovulazione (...) Al contrario sono dichiarati illeciti, gravemente proibiti, i mezzi contraccettivi che intervengono nello svolgimento del ciclo femminile’ (Jean-Marie Aubert. Compendio della morale cattolica, Cinisello Balsamo 1989, pag. 354,355) [27]. Dopo avere letto queste parole non dovrebbe sorprendere un gran che se in questa nazione così cattolica, così influenzata dai preti, la media di bambini per famiglia è così bassa perché i papi hanno decretato essere cosa legittima per le coppie di sposi non volere avere famiglie numerose. Il magistero in sostanza dice: Non volete avere molti figli? Non vi preoccupate, non commettete peccato, basta che vi appoggiate ai mezzi che vi suggeriamo noi e non fate ricorso ai contraccettivi, all’aborto ed altro. Si noti però che il magistero insegna pure che in certi casi la coppia può decidere di non avere per nulla dei figli.

Nel Codice di diritto canonico si legge: ‘Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento’ (Codice di diritto canonico, can. 1056); ed ancora: ‘Il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte’ (ibid., can. 1141). La chiesa romana dunque proclama la indissolubilità del matrimonio e difatti essa dice che nessuno dei coniugi ‘finché l’altro vive, può passare ad altre nozze’. Nemmeno in caso uno dei due commette adulterio, difatti in questo caso ammette la separazione perpetua tra i due ma non il passaggio a nuove nozze (c’è un anatema tridentino - Sess. XXIV, can. 7 - contro chi dirà che la chiesa sbaglia nell’insegnare che in caso di adulterio marito e moglie non possono contrarre un altro matrimonio finché l’altro vive) [28]. Ma la chiesa romana afferma anche che ella può sciogliere il matrimonio in alcuni casi; e difatti la sede pontificia in diversi casi scioglie a suo piacimento i matrimoni. Ma vediamo di esaminare da vicino questa dottrina della chiesa romana. Nel libro a cura di Cappellini Ernesto Corso di Diritto Canonico II, (che possiede l’Imprimatur) del 1976 è scritto: ‘Lo scioglimento del vincolo, d’altra parte, è operato dalla Chiesa solo eccezionalmente in determinati casi, sulla linea di una dottrina che la stessa Chiesa ha sempre sostenuto. La Chiesa, infatti, ha sempre sostenuto l’indissolubilità intrinseca del matrimonio, cioè l’assoluta impossibilità che gli stessi coniugi sciolgano il loro matrimonio. Ritiene, invece, che la indissolubilità estrinseca, ossia quella derivante da autorità divina, non è di carattere assoluto e ammette eccezioni. In questo senso, quindi, lo scioglimento del matrimonio, operato dalla Chiesa in determinate circostanze, come vedremo, non corrisponde a potestà ‘propria’ in quanto pura società umana, ma a potestà ‘vicaria’, concretizzata in nome di Cristo, e che presuppone una speciale concessione divina’ (Cappellini Ernesto, Corso di Diritto Canonico II, Brescia 1976, pag. 161-162). Come potete vedere, per quanto riguarda questa indissolubilità estrinseca essa non è assoluta; ci sono infatti delle eccezioni perché il papa in certe circostanze può sciogliere il matrimonio da parte di Dio. Qualcuno dirà: ‘Ma come può permettersi il papa di fare una tale cosa?’ La risposta è: ‘In virtù del potere di sciogliere e di legare che lui dice di avere ricevuto da Dio’! Quindi, quello che si dice il successore di Pietro può sciogliere, in certi casi, persino il matrimonio! Prima di proseguire e dire quali sono questi casi in cui la chiesa romana può sciogliere il matrimonio è bene fare presente che la legislazione canonica quando parla di divorzio non adopera il termine divorzio ma il termine ‘scioglimento del vincolo’; tutto questo, è evidente, per non fare apparire che la chiesa cattolica romana, in alcuni casi, è a favore del divorzio quindi contro l’indissolubilità del matrimonio [29]. Le circostanze in cui, secondo la legislazione canonica, la chiesa romana può sciogliere il vincolo matrimoniale sono chiamate impedimenti dirimenti ed annullano il matrimonio tra battezzati, il matrimonio di non battezzati e il matrimonio misto.

Esse sono le seguenti.

1) L’inconsumazione: ‘Il matrimonio non consumato fra battezzati o tra una parte battezzata e una non battezzata, per una giusta causa può essere sciolto dal Romano Pontefice, su richiesta di entrambi le parti o di una delle due, anche se l’altra fosse contraria’ (Codice di diritto canonico, can. 1142). Le ragioni della inconsumazione possono essere diverse, tra cui anche quella di impotenza da parte di uno e di entrambi i coniugi perché, come dice il Codice di diritto canonico: ‘L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio’ (ibid., can. 1084 - § 1. La sterilità della donna invece non dirime il matrimonio: ‘La sterilità né proibisce né dirime il matrimonio...’ (can. 1084 - § 3).

2) L’ordine sacro: ‘Attentano invalidamente il matrimonio coloro che sono costituiti nei sacri ordini’ (ibid., can. 1087), ciò significa che nel caso l’uomo diventi un prete, l’uso delle nozze già contratte diventa illecito e di conseguenza il matrimonio viene sciolto.

3) Il voto solenne: il Codice di diritto canonico afferma quanto segue: ‘Attentano invalidamente il matrimonio coloro che sono vincolati dal voto pubblico perpetuo di castità emesso in un istituto religioso’ (ibid., can. 1088). Quindi chi entra nei Francescani o nei Benedettini, per esempio, rende nullo il suo matrimonio.

4) Il privilegio della fede: ‘Il matrimonio celebrato tra due non battezzati, per il privilegio paolino si scioglie in favore della fede della parte che ha ricevuto il battesimo, per lo stesso fatto che questa contrae un nuovo matrimonio, purché si separi la parte non battezzata. § 2. Si ritiene che la parte non battezzata si separa se non vuole coabitare con la parte battezzata o non vuole coabitare pacificamente senza offesa al Creatore, eccetto che sia stata questa a darle, dopo il battesimo, una giusta causa per separarsi’ (ibid., can. 1143). Questo privilegio viene chiamato privilegio paolino perché la curia romana dice che è stato promulgato da Paolo quando ha detto: "Ma agli altri dico io, non il Signore: Se un fratello ha una moglie non credente ed ella è contenta di abitar con lui, non la lasci; e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitar con lei, non lasci il marito; perché il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altrimenti i vostri figliuoli sarebbero impuri, mentre ora sono santi. Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati..." (1 Cor. 7:12-15). Secondo l’interpretazione data dai teologi papisti a queste parole, se uno dei coniugi (che si sono sposati da non battezzati) si ‘converte’ e si fa battezzare nella chiesa cattolica romana mentre l’altro non vuole ‘convertirsi’ né coabitare pacificamente, il loro matrimonio viene sciolto; e la parte cattolica, con la dispensa pontificia, può passare a nuove nozze con una parte cattolica (cfr. can. 1146) [30]. Secondo la curia romana lo scopo della dispensa per privilegio paolino è quello di salvare e preservare la fede del coniuge convertito al cattolicesimo.

5) In favore della fede di uno dei coniugi; in questo caso, per gravi situazioni coniugali, la chiesa cattolica romana, per proteggere la fede del coniuge cattolico scioglie il matrimonio celebrato (con dispensa o meno dall’impedimento di disparità di culto) tra la parte cattolica e la parte non battezzata, ossia essa scioglie un matrimonio misto. Alcuni casi di scioglimento fra parte cattolica e parte non battezzata: Pio XII, 18 e 24 luglio 1947, 30 Gennaio 1950; Giovanni XXIII, 21 Febbraio e 1 Agosto 1959 (cfr. Ernesto Cappellini, op. cit., pag. 175). C’è un’altra situazione in cui il papa ritiene di potere sciogliere il matrimonio in favore della fede di uno dei due coniugi ed è quello del matrimonio celebrato tra una parte battezzata non cattolica e l’altra non battezzata. Alcuni casi di scioglimento fra parte battezzata non cattolica e parte non battezzata: Pio XI, 2 aprile, 10 luglio e 5 novembre 1924; Pio XII, 1 maggio 1950. La giustificazione che viene addotta a questo agire del papa è questa: ‘La competenza è giustificata non solo nel caso in cui la parte è cattolica ma anche nell’altro caso in cui la parte battezzata non è cattolica, in quanto la Chiesa considera sudditi tutti quelli che hanno ricevuto un battesimo valido in qualsiasi Chiesa cristiana, proprio in virtù della sua unità fondamentale voluta da Cristo nel momento in cui costituì una sola Chiesa; unità affidata da Cristo all’apostolo Pietro e ai successori. La Chiesa li considera sudditi, soprattutto per quanto riguarda la concessione di diritti e privilegi o grazie, benché escluda i battezzati non cattolici da determinati doveri’ (ibid., pag. 176) [31]. Ma c’è di più, il papa ritiene di avere la potestà di sciogliere anche dei matrimoni tra non battezzati senza previa conversione di nessuno dei due coniugi ma solo in favore della fede di terza persona. In altre parole può sciogliere pure il matrimonio tra Maomettani, tra Ebrei, ecc [32].

6) Il ratto: ‘Non è possibile costituire un valido matrimonio tra l’uomo e la donna rapita o almeno trattenuta allo scopo di contrarre matrimonio con essa, se non dopo che la donna, separata dal rapitore e posta in un luogo sicuro e libero, scelga spontaneamente il matrimonio’ (Codice di diritto canonico, can. 1089).

7) Il delitto: ‘Chi, allo scopo di celebrare il matrimonio con una determinata persona, uccide il coniuge di questa o il proprio, attenta invalidamente tale matrimonio’ (ibid., can. 1090 - § 1) [33].

Quindi, come potete vedere, la chiesa romana proclama sia la indissolubilità del matrimonio che la sua dissolubilità in alcuni casi; come mettere d’accordo le due cose? E’ impossibile farlo, ma come al solito i teologi cattolici romani con i loro sofismi riescono a fare apparire due cose apertamente contraddittorie tra di loro ambedue vere! E per chi rifiuta questi impedimenti dirimenti stabiliti dalla chiesa cattolica romana c’è il seguente anatema: ‘Se qualcuno dirà che la chiesa non poteva stabilire degli impedimenti dirimenti il matrimonio, o che stabilendoli ha errato, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIV, can. 4).

La chiesa cattolica romana permette i matrimoni misti, cioè permette ai suoi fedeli di sposarsi quelli che essa chiama i Protestanti [34]. E questo anche perché li ritiene dei mezzi che possono contribuire ad avvicinare le Chiese evangeliche a quella cattolica ossia che possono giovare all’ecumenismo che è in corso. In un documento dal titolo Testo comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti sottoscritto il 16 Giugno 1997 si legge che ‘la coppia interconfessionale può contribuire ad avvicinare le comunità, creando occasioni di incontro, dialogo, scambio e, se possibile, momenti di comunione. Le comunità, a loro volta, possono aiutare le coppie interconfessionali promuovendo lo spirito ecumenico ciascuna al proprio interno e nei loro reciproci rapporti, e offrire occasione per rimuovere - per quanto possibile - impedimenti e ostacoli di varia natura (teologica, giuridica, psicologica) che rendono difficile, a coniugi di diversa confessione, vivere insieme la loro vocazione cristiana’ (Il Regno-documenti 13/’97, pag. 430-431). Fino ad alcuni anni fa la chiesa cattolica se un Cattolico si voleva sposare con un Evangelico imponeva ad ambedue, per il rilascio della dispensa di disparità di culto (dato che la diversità di confessione religiosa era considerata un impedimento), delle condizioni contenute in un documento intitolato Cauzioni che debbono essere date da entrambi gli sposi per ottenere la dispensa dall’impedimento di mista religione o di disparità di culto, che gli sposi dovevano firmare; eccole.

Ÿ Per la parte cattolica:

Io sottoscritta di religione cattolica, prossima a contrarre matrimonio con... di religione... toccando il S. Vangelo dichiaro e giuro:

1) Farò battezzare ed educare nella religione cattolica tutti i figli e le figlie che avrò dalla mia unione con detto mio sposo;

2) Non mi presenterò né prima né poi per un simile atto di matrimonio dinanzi al ministro di culto non cattolico;

3) Esigerò piena libertà per me e per i miei figliuoli nel praticare la religione cattolica;

4) Procurerò per quanto potrò la conversione del mio sposo alla religione cattolica.

In fede di questa mia giurata promessa mi sottoscrivo....

Ÿ Per la parte non cattolica:

Io sottoscritto di religione...prossimo a contrarre matrimonio con... di religione cattolica, prometto con giuramento nel nome Santo di Dio:

1) di fare battezzare tutti i figli e tutte le figlie che avrò dalla mia unione con detta mia sposa.

2) di lasciare libera la mia sposa nella professione della sua fede cattolica;

3) di non presentarmi mai per questo mio matrimonio dinanzi al ministro di culto non cattolico.

Tanto prometto e giuro di osservare nel Nome Santo di Dio ed in fede di questa mia giurata promessa firmo il presente atto... (citato da Nisbet Roberto in Ma il Vangelo non dice così, Torino 1969, pag. 135-136).

Ma, ‘il nuovo Codice di diritto canonico ha tolto l’impedimento e, per quanto riguarda la coerenza religiosa e l’educazione dei figli, esige solo dalla parte cattolica l’impegno a comportarsi in conformità alla propria fede e il dovere di rendere noto tale impegno al proprio partner’ (Il Regno-documenti 13/’97, pag. 433). Ecco infatti quanto esso afferma a riguardo dei matrimoni misti: ‘Il matrimonio fra due persone battezzate, delle quali una sia battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta dopo il battesimo e non separata dalla medesima con atto formale, l’altra invece sia iscritta a una Chiesa o comunità ecclesiale non in piena comunione con la Chiesa cattolica, non può essere celebrato senza espressa licenza della competente autorità’ (Codice di diritto canonico, can. 1124), ed ancora: ‘L’Ordinario del luogo, se vi è una causa giusta e ragionevole, può concedere tale licenza; ma non la conceda se non dopo il compimento delle seguenti condizioni: 1° la parte cattolica si dichiari pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e prometta sinceramente di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica; 2° di queste promesse che deve fare la parte cattolica, sia tempestivamente informata l’altra parte, così che consti che questa è realmente consapevole della promessa e dell’obbligo della parte cattolica; 3° entrambe le parti siano istruite sui fini e le proprietà essenziali del matrimonio, che non devono essere escluse da nessuno dei due contraenti’ (ibid., can. 1125).

Confutazione

Il matrimonio non è un ordinamento istituito da Cristo

Noi non accettiamo il matrimonio come ordinamento istituito da Cristo, e questo perché il matrimonio non é stato istituito da Gesù Cristo (come invece lo sono stati il battesimo e la cena del Signore) ma è stato da lui solo confermato perché esso fu istituito da Dio al principio della creazione quando Dio fece con una costola dell’uomo una donna e la menò all’uomo e disse: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie, e saranno una stessa carne" (Gen. 2:24). Certo, esso è una cosa santa e giusta istituita da Dio ma non possiamo accettarlo come un ordinamento cioè come un rito ordinato da Cristo al pari della cena del Signore e del battesimo, anche perché dall’insegnamento del Signore Gesù e da quello dell’apostolo Paolo emerge che il rito del matrimonio non é imposto a tutti coloro che hanno creduto come invece lo sono il rito del battesimo e quello della cena del Signore. Il battesimo é obbligatorio perché Gesù ha detto ai suoi discepoli: "Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo..." (Matt. 28:19), e: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16); e così pure la cena del Signore è obbligatoria perché Gesù nella notte in cui fu tradito, sia quando diede il pane che quando diede il calice ai suoi discepoli disse: "Fate questo in memoria di me" (1 Cor. 11:24,25): Ma la stessa cosa non si può dire del matrimonio perché Gesù non ha ordinato a tutti di sposarsi perché ha ammesso che ci sono alcuni che hanno ricevuto da Dio la grazia di non contrarre matrimonio secondo che è scritto: "Non tutti son capaci di praticare questa parola, ma quelli soltanto ai quali é dato" (Matt. 19:11), ed anche "Chi é in grado di farlo, lo faccia" (Matt. 19:12); e questo lo ha confermato Paolo dicendo: "Io vorrei che tutti gli uomini fossero come son io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l’uno in un modo, l’altro in un altro" (1 Cor. 7:7).

Il fatto poi che le Scritture rappresentano l’unione tra Cristo e la Chiesa con il matrimonio tra l’uomo e la donna non giustifica affatto la definizione di sacramento data dai Cattolici al matrimonio. Perché esso non viene contratto per ricordare o per significare l’unione tra Cristo e la Chiesa, ma solo perché due persone si amano e decidono di volere vivere assieme. E questo lo ricordiamo risale ancora a prima della venuta di Cristo. Se è per questo allora bisognerebbe stabilire come ordinamenti molte altre cose tra cui anche la festa della Pasqua perché essa rappresenta la nostra pasqua, cioè Cristo, la quale é stata immolata per noi. E chi potrebbe obbiettare qualcosa al fatto che Gesù mangiò la Pasqua con i suoi discepoli? Ma noi non ci permettiamo di stabilire ordinamento una festa giudaica come la Pasqua (che fu istituita da Dio come ombra di qualcosa che doveva avvenire) solo per il fatto che essa abbia un inequivocabile significato spirituale e perché Gesù stesso la celebrò in osservanza alla legge mosaica.

Ma vi è da dire pure questa cosa, e cioè, che il fatto che i Cattolici abbiano chiamato il matrimonio sacramento é dovuto ad un errore di traduzione esistente nella Vulgata, ossia nella traduzione latina della Bibbia fatta da Girolamo, che è bene ricordare il concilio di Trento decretò che ‘si debba ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione’ (Concilio di Trento, Sess. IV, secondo decreto). L’errore è il seguente: nella lettera di Paolo agli Efesini è scritto: "Chi ama sua moglie ama se stesso. Poiché niuno ebbe mai in odio la sua carne; anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la Chiesa, poiché noi siamo membra del suo corpo. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero é grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa" (Ef. 5:28-32), ma nella Vulgata la parola greca mysterion che significa mistero é stata tradotta con la parola latina sacramentum. E così i Cattolici romani, siccome che Paolo ha rappresentato l’amore che un marito deve avere verso la propria moglie con l’amore che Cristo manifesta verso la sua Chiesa che è il suo corpo, aiutati dalla parola sacramentum hanno fatto diventare il matrimonio un sacramento [35]. Questa è un’ulteriore prova di quanto possa influire negativamente sia la cattiva traduzione e sia la cattiva interpretazione di un solo termine della Parola di Dio!

Per quanto riguarda poi il fatto che essi dicano che il matrimonio conferisca una particolare grazia a chi lo contrae non è vero perché secondo la Scrittura il matrimonio in sé stesso, non avendola, non conferisce la grazia di convivere santamente e di allevare cristianamente i figli.

Vorrei fare ora delle considerazioni sul matrimonio.

Ÿ Come il battesimo dei fanciulli non conferisce nessuna grazia al neonato perché é risaputo che esso non nasce affatto di nuovo mediante quel versamento di acqua sul suo capo; così nella stessa maniera il matrimonio non conferisce la grazia, di cui i teologi papisti parlano, a coloro che lo contraggono.

Ÿ I Cattolici romani che sono stati battezzati per infusione non avendo ancora creduto nel Vangelo anche se si sposano non possono convivere santamente e non possono allevare cristianamente i loro figli appunto perché essi stessi non sono ancora dei Cristiani perché vivono senza Cristo. Sono senza Cristo, vivono senza Cristo, come possono adempiere quindi la Parola di Dio senza la grazia di Dio? Solo quando nasceranno di nuovo saranno in grado con la grazia di Dio di vivere santamente e di allevare i loro figli in ammonizione del Signore e in ogni disciplina; non prima. A conferma di ciò vi sono tutte quelle testimonianze di quelle coppie (di ex-Cattolici romani) che si sono convertite al Signore e sono entrati così a fare parte della famiglia di Dio i quali ci hanno confermato di avere cominciato a vivere santamente e ad allevare i loro figli cristianamente solo dopo la loro conversione essendo stati impossibilitati a farlo prima a motivo del peccato che li dominava e della schiavitù della religione cattolica romana, falsamente chiamata cristiana.

I coniugi credenti devono convivere in modo degno del Vangelo perché questa è la volontà di Dio secondo che é scritto: "Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come si conviene nel Signore" (Col. 3:18), e: "Mariti, convivete con esse colla discrezione dovuta al vaso più debole che é il femminile. Portate loro onore, poiché sono anch’esse eredi con voi della grazia della vita, onde le vostre preghiere non siano impedite" (1 Piet. 3:7). E i padri devono allevare degnamente i loro figli secondo che é scritto: "E voi, padri, non provocate ad ira i vostri figliuoli, ma allevateli in disciplina e in ammonizione del Signore" (Ef. 6:4). Tutti questi sono comandamenti che essi devono osservare e li possono osservare solo con la grazia che procede da Dio. Dico che essi possono osservarli con la grazia che viene dal Signore perché Gesù ha detto: "Senza di me non potete far nulla" (Giov. 15:5). Per certo noi teniamo il matrimonio in onore come é giusto che sia, ma non gli attribuiamo nessuna grazia santificante o aiutante come fanno i Cattolici romani, appunto perché esso, non avendola in se stesso, non la conferisce. E poi, se il matrimonio è un sacramento, come i teologi papisti dicono, come mai la chiesa romana lo vieta ai preti? La risposta è: ai preti il matrimonio non conferirebbe nessuna grazia! Ma non è forse questa una delle tante contraddizioni in cui cade la curia romana interpretando a suo piacimento la Parola di Dio?

Una parola infine a riguardo dell’affermazione che Gesù elevò il matrimonio alla dignità di sacramento alle nozze di Cana di Galilea. Essa è una menzogna perché la Scrittura non dice nulla a tale riguardo; essa dice solo che Gesù fu invitato a quelle nozze con i suoi discepoli e che mentre vi partecipava fece il primo dei suoi miracoli, mutò l’acqua in vino. Ecco che cosa di certo Gesù fece a quelle nozze.

Diletti, come potete vedere i teologi papisti non si arrendono dinanzi al fatto che in nessun luogo del Nuovo Testamento viene detto che Gesù istituì il sacramento del matrimonio e attribuiscono a Gesù una cosa che egli non compì mai pur di sostenere la sacramentalità del matrimonio. Ancora una volta si deve dunque constatare quanto dannoso sia dare retta a insegnamenti errati perché ciò porta a fare dire alla Scrittura quello che essa non dice attribuendo a Gesù o agli apostoli parole e atti che essi giammai dissero e compierono mettendosi così contro la Parola di Dio.

Non è affatto vero che il matrimonio civile non è un vero matrimonio o è un matrimonio nullo

Era inevitabile che la chiesa cattolica romana elevando il matrimonio al rango di sacramento si mettesse a disprezzare il matrimonio compiuto solo civilmente senza il suo rito religioso ossia senza la sua funzione religiosa e benedizione. Lo abbiamo ben visto; per essa coloro che non si sposano in uno dei suoi luoghi di culto ma solo in municipio rinnegano apertamente la dottrina di Cristo, fanno un matrimonio nullo per cui si metterebbero a vivere nel peccato e costituirebbero una famiglia sul peccato, oltre che non potrebbero neppure accostarsi ai suoi sacramenti, e quando muoiono gli si dovrebbe negare la sepoltura religiosa.

Noi rigettiamo tutto quanto essi dicono a tale proposito perché procede dal diavolo che è padre della menzogna. Il matrimonio, non essendo un ordinamento o un rito religioso che Cristo ha istituito e di cui ne ha lasciato l’amministrazione alla sua Chiesa, come invece nel caso del battesimo e della santa cena, anche se viene compiuto solo in municipio ha tutto il valore di quello che viene compiuto in un luogo di culto della chiesa cattolica o in un locale di culto di una Chiesa evangelica. Dico nel luogo di culto della chiesa cattolica perché noi riconosciamo il matrimonio cattolico anche se non condividiamo la sua sacramentalità, e nel locale di culto di una Chiesa evangelica perché oggi molti pastori hanno l’autorizzazione da parte dello Stato di sposare e quantunque non condividiamo che un pastore ricerchi questa autorizzazione statale per mettersi a sposare i credenti noi riconosciamo come pienamente valido quel matrimonio.

L’autorità statale ha il potere di sposare due cittadini e siccome essa è stata ordinata da Dio secondo che è scritto: "Le autorità che esistono, sono ordinate da Dio" (Rom. 13:1) quando due persone vengono da essa sposate vengono unite da Dio e perciò il loro matrimonio è valido. Non importa proprio nulla se essi rifiuteranno di non andare davanti ad un prete o davanti ad un pastore a sposarsi, il loro matrimonio rimane valido e chi oserà sprezzarlo perché privo del rito religioso (sia cattolico che evangelico) o perché non fatto esclusivamente davanti ad un ministro di culto riconosciuto dallo Stato avente potere di sposare tiene un comportamento sbagliato davanti a Dio di cui si deve pentire. Avete dunque compreso perché molti Cattolici che non frequentano mai il loro luogo di culto quando si devono sposare ci tengono a farsi sposare dal prete? Perché nel caso contrario, cioè se decidessero di sposarsi solo civilmente, si attirerebbero l’inimicizia della chiesa papista e le male parole di quei Cattolici che reputano il matrimonio un sacramento istituito da Cristo per cui esso è sacro solo se ministrato da un prete. Anche il sacramento del matrimonio dunque serve alla curia romana per tenere schiave sotto di sé tante anime.

Il controllo delle nascite si oppone alla Parola di Dio perché Dio ha comandato all’uomo e alla donna di moltiplicare

La Scrittura dice: "Crescete e moltiplicate e riempite la terra" (Gen. 1:28), ed altrove che la donna "sarà salvata partorendo figliuoli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia" (1 Tim. 2:14,15). Queste parole fanno chiaramente capire che Dio ordina all’uomo di generare e alla donna di partorire figli. Avere figli perciò non è qualcosa di facoltativo ma di obbligatorio agli occhi di Dio. Quanti figli? Quanti ne vuole dare Dio; non sono marito e moglie quindi a decidere quanti figli avere ma Dio, questo significa che essi non devono fare nulla per impedire il concepimento. Si lasci a Dio di fare quello che Egli vuole; che sia lui a impedire che la donna rimanga incinta. Non si dimentichi mai che Dio oltre ad essere buono è saggio, giusto ed è in grado di supplire ad ogni bisogno e perciò quei coniugi che affidano interamente a lui la pianificazione della loro famiglia non avranno mai da pentirsi di essersi abbandonati nelle mani di Dio perché non rimarranno né confusi e neppure delusi. E’ vero, saranno probabilmente chiamati (da taluni che si reputano savi e intelligenti) ingenui, sprovveduti, bestie senza ragione, ecc. ma questo avverrà a motivo di giustizia e non perché essi sono dati al male. I figli sono un eredità che viene da Dio, e costituiscono un premio, e sono paragonati dalla Scrittura a delle frecce in mano di un prode. E coloro che ne hanno il turcasso pieno sono dichiarati beati (cfr. Sal. 127:3-5). Al bando dunque le ennesime ciance del magistero cattolico romano che ingannano le persone. O Cattolici romani fino a quando andrete dietro a questa dottrina perversa del magistero romano: convertitevi dalle vostre vie malvagie al Signore e mettetevi a fare figli (non vi opponete a Dio e non vi preoccupate perché sarà Dio stesso a regolare la loro nascita e a provvedere tutto ciò di cui essi hanno bisogno) e ad allevarli nel timore di Dio!

Il vincolo matrimoniale si scioglie solo con la morte di uno dei due; solo allora l’uomo o la donna possono contrarre un altro matrimonio senza rendersi colpevoli di adulterio

Gesù ha detto: "Non avete voi letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre e s’unirà con la sua moglie e i due saranno una sola carne? Talché non son più due, ma una sola carne; quello dunque che Iddio ha congiunto, l’uomo nol separi" (Matt. 19:4-6); facendo chiaramente capire che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito. Non è abbastanza chiaro? Ma che vanno dunque cianciando i papi quando dicono che essi hanno ricevuto da Dio la potestà di sciogliere i matrimoni? Il Figlio di Dio ha detto per ordine di Dio: "L’uomo nol separi", e il papa dei Cattolici dice che in nome di Cristo può sciogliere i matrimoni! A chi dobbiamo credere dunque? Al papa? Affatto; perché egli mente, come hanno mentito i suoi predecessori. Lui non ha ricevuto da Cristo nessun potere di sciogliere i matrimoni perché Cristo non può rinnegare se stesso. Cristo, dopo essere stato assunto in cielo, non cambiò idea sull’indissolubilità del matrimonio, e non rivelò a Pietro che egli aveva il potere di sciogliere persino i matrimoni in certi casi e che doveva trasmettere questa potestà ai suoi successori. Questa è la ragione per cui noi rigettiamo e dichiariamo una impostura l’affermazione papale che dice che il papa può sciogliere il matrimonio in virtù dell’autorità divina ricevuta da Cristo. Sì, lo sappiamo che il papa usa le parole che Gesù rivolse a Pietro: "Tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli" (Matt. 16:19) per difendere lo scioglimento del matrimonio che egli opera; ma non ci meravigliamo più di tanto di questo suo illegittimo uso di queste parole di Cristo. Basta considerare che nel passato ci sono stati papi come Gregorio VII e Innocenzo III che hanno preso queste parole per sostenere che il papa aveva ricevuto da Cristo il potere di stabilire e deporre i re e di sciogliere i loro sudditi dall’obbligo di fedeltà verso di loro (quando la Scrittura afferma di essere sottoposti alle autorità civili perché sono stabilite da Dio), per comprendere che non c’è da meravigliarsi di quello che essi dicono a riguardo del potere di sciogliere il matrimonio. Ma prescindendo dal fatto che il papa non ha il potere di sciogliere il matrimonio, ossia dal fatto che egli non ha ricevuto da Cristo l’autorità divina di concedere dispense per il divorzio nei casi prima citati, vogliamo dire alcune altre cose.

Innanzi tutto Gesù dice in Matteo che "chiunque manda via sua moglie, quando non sia per cagion di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio" (Matt. 19:9); ed in Luca: "Chiunque manda via la moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio" (Luca 16:18), il che significa che l’uomo ha il diritto di mandare via la propria moglie solo se questa le è infedele, e dopo averla mandata via, finché sua moglie è in vita, non ha il diritto di contrarre un nuovo matrimonio perché se lo facesse commetterebbe adulterio lui stesso. Quindi la sola causa legittima per mandare via la propria moglie è l’adulterio; non si può mandarla via per altre cause, perché chi lo fa, la fa essere adultera. Ma quantunque la moglie venga mandata via dal marito a giusta ragione in questo caso, il marito non può passare a seconde nozze, perché questo significherebbe per lui commettere adulterio. Nel caso poi la moglie si separa dal marito o perché questo le è stato infedele o per altre ragioni, dice Paolo: "Rimanga senza maritarsi o si riconcilî col marito" (1 Cor. 7:11). Naturalmente la riconciliazione (nel caso il marito le è stato infedele), che implica anche il ritorno a vivere con il marito, può avvenire solo nel caso il marito chiede perdono e abbandona il suo peccato. Le nuove nozze sono vietate alla donna che si separa dal marito anche nel caso questa separazione avviene a motivo dell’infedeltà del marito; e questo perché la Scrittura dice: "La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito" (1 Cor. 7:39), ed anche che "se mentre vive il marito ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera" (Rom. 7:3). Anche in questo caso solo la morte del marito scioglie il vincolo matrimoniale e permette alla donna di risposarsi secondo che è scritto: "Ma se il marito muore, ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se divien moglie d’un altro uomo" (Rom. 7:3). E’ la morte, e nient’altro che scioglie il matrimonio; quindi il papa dei Cattolici dà l’avvallo all’adulterio quando dà la dispensa per risposarsi a persone che hanno il coniuge ancora in vita.

Vediamo adesso di confutare alcuni di questi impedimenti dirimenti.

L’impotenza di uno dei coniugi non dà affatto all’altra parte né il diritto di mandare via l’altra parte, e neppure quello di sposarsi di nuovo, nella stessa maniera in cui non annulla il vincolo matrimoniale la sterilità della donna o dell’uomo. Ci troviamo davanti all’ennesimo precetto papista contraddittorio.

Anche il fatto di passare a un ordine maggiore della chiesa cattolica romana o in uno dei suoi istituti religiosi (quantunque sia errato volere entrare nell’ordine e negli istituti religiosi) non annulla il vincolo matrimoniale. La Scrittura non dice che se un credente sposato riceve dal Signore un particolare ministero da adempiere nella Chiesa, questi automaticamente è sciolto dal vincolo matrimoniale, o deve reputare illecito l’uso delle nozze dal momento che viene costituito dal Signore in quel ministero. L’apostolo Pietro quando fu stabilito apostolo dal Signore era sposato; ma non dichiarò il suo matrimonio nullo dal momento che ricevette da Cristo quel ministero. Egli fu costituito da Gesù anche vescovo perché Gesù gli ordinò di pascere le sue pecore e questo è confermato dal fatto che lui dice nella sua prima epistola di essere un anziano, ma non per questo il suo matrimonio fu annullato dall’ordine divino rivoltogli dal Signore, perché se lui avesse ripudiato la sua moglie per questa ragione lui l’avrebbe fatta adultera. La chiesa cattolica romana afferma che per servire efficacemente nella chiesa come prete, bisogna essere sciolti dal matrimonio già contratto; questa è una dottrina di demoni. La Scrittura non afferma affatto che un uomo non può servire efficacemente Dio nell’ufficio di vescovo, o in un particolare ministero, se è sposato; anzi dobbiamo dire che essa per quanto riguarda l’ufficio di vescovo afferma proprio il contrario, perché dice che il vescovo deve essere marito di una sola moglie e deve sapere governare bene la sua famiglia.

Per quanto riguarda il cosiddetto privilegio paolino diciamo che esso è una invenzione (di chi non sappiamo) perché non esiste. Paolo, dicendo ai Corinzi: "In tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati" (1 Cor. 7:15), non ha inteso dire che se il non credente si separa il credente è libero di sposarsi, ma ha detto solo che in questi casi, cioè nel caso il non credente non è più contento o disposto a coabitare con il credente e decide di separarsi dal credente, il credente non è obbligato più a non lasciare il non credente. Bisogna stare attenti a tutti questi privilegi che la curia romana ha fatto spuntare fuori dalla Bibbia nel corso del tempo dando arbitrarie interpretazioni alla Bibbia. Quanti privilegi hanno i preti! quanti privilegi hanno i vescovi! e quanti ancora più numerosi privilegi ha il papa! E tutti, a loro dire, sono scritti nella Bibbia.

Per quanto riguarda infine gli altri impedimenti dirimenti, siamo persuasi che, secondo quello che insegna la Scrittura, anche questi non rendono affatto nullo il matrimonio.

Nel caso del ratto possiamo citare un passo della legge che anche se non dice che l’uomo può sposare una donna rapita in vista del matrimonio, fa capire che anche un tale matrimonio è legittimo. E’ scritto infatti nel Deuteronomio: "Quando andrai alla guerra contro i tuoi nemici e l’Eterno, il tuo Dio, te li avrà dati nelle mani e tu avrai fatto dei prigionieri, se vedrai tra i prigionieri una donna bella d’aspetto, e le porrai affezione e vorrai prendertela per moglie, la menerai in casa tua; ella si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà il vestito che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua, e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; poi entrerai da lei, e tu sarai suo marito, ed ella tua moglie" (Deut. 21:10-13). Ma a tale riguardo vogliamo citare pure un episodio narrato nel libro dei Giudici che parla di matrimoni avvenuti con il rapimento della donna, al fine di dimostrare come il vincolo matrimoniale non è affatto sciolto dal ratto della donna. Vi era stata una guerra tra i figliuoli d’Israele e la tribù di Beniamino. Migliaia di Beniaminiti erano stati messi a morte e molte delle loro città erano state date alle fiamme (cfr. Giud. cap. 20). I figliuoli d’Israele avevano giurato di non dare le loro figliuole ai Beniaminiti (cfr. Giud. 21:1), ma dopo la guerra i figliuoli d’Israele si pentirono di quello che avevano fatto a Beniamino e si domandarono come avrebbero potuto provvedere delle donne ai superstiti di Beniamino dato che avevano giurato di non dare loro nessuna delle loro figliuole (cfr. Giud. 21:6,7). Scoprirono che tra coloro che erano saliti a Mitpsa non c’erano gli abitanti di Jabes di Galaad, e perciò mandarono a sterminare gli abitanti di quella città assieme alle donne che avevano avuto relazioni carnali con l’uomo. Tra gli abitanti di questa città trovarono quattrocento fanciulle che non avevano avuto relazioni carnali con l’uomo e le menarono al campo, a Sciloh, e poi le dettero ai Beniaminiti (cfr. Giud. 21:8-14). Ma siccome non ve ne erano abbastanza per tutti (cfr. Giud. 21:14), gli anziani della raunanza dettero quest’ordine ai figliuoli di Beniamino: "Andate, fate un’imboscata nelle vigne; state attenti, e quando le figliuole di Sciloh usciranno per danzare in coro, sbucherete dalle vigne, rapirete ciascuno una delle figliuole di Sciloh per farne vostra moglie, e ve ne andrete nel paese di Beniamino... E i figliuoli di Beniamino fecero a quel modo; si presero delle mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nella loro eredità..." (Giud. 21:20,21,23). Sia ben chiaro però che queste Scritture non autorizzano l’uomo a rapire la donna per sposarsela perché, come potete vedere, esse fanno riferimento a delle particolari circostanze, ma comunque riteniamo che esse annullano il precetto della chiesa romana relativo all’impedimento del ratto.

Nel caso del delitto occorre dire che nella Scrittura abbiamo un esempio di come persino l’omicidio contro il coniuge dell’altro non annulla il matrimonio stabilito tra l’omicida e il coniuge rimasto vedovo; è il caso dell’uccisione di Uria lo Hitteo da parte di Davide. La Scrittura dice che Davide dopo avere commesso adulterio con Bath-Sheba, la moglie di Uria lo Hitteo, gli fece morire il marito e se la prese per moglie (cfr. 2 Sam. 11:27). Rese nullo il suo matrimonio con Bath-Sheba il suo gesto criminale? Affatto. Attenzione; non per questo però possiamo dire che Davide fece bene, perché la Scrittura dice: "Quando la moglie di Uria udì che Uria suo marito era morto, lo pianse; e finito che ella ebbe il lutto, Davide la mandò a cercare e l’accolse in casa sua. Ella divenne sua moglie, e gli partorì un figliuolo. Ma quello che Davide avea fatto dispiacque all’Eterno" (2 Sam. 11:26,27). E di lì a poco Dio punì severamente Davide per l’adulterio e l’omicidio di cui lui si era reso colpevole; gli promise che la spada non si sarebbe mai allontanata dalla sua casa, che avrebbe suscitato una sciagura in casa sua, che avrebbe preso le sue mogli e le avrebbe date in mano di un suo prossimo, ed infine che il bambino che gli aveva partorito Bath-Sheba doveva morire. Quindi, quantunque il delitto di Davide non annullò il suo matrimonio, lui fu punito da Dio per esso. Dio è giusto, e lui vendica il sangue di tutti coloro che vengono uccisi a motivo della loro moglie.

Per terminare questo discorso sul divorzio cattolico ritengo sia necessario dire che i Cattolici romani per ottenere lo scioglimento del vincolo matrimoniale, e potere così passare a nuove nozze (non passano a nuove nozze solo i chierici), devono ottenere dalla chiesa romana la sentenza di nullità del matrimonio che costa alcuni milioni (a Roma 4 milioni e mezzo). In Italia la ‘Sacra Rota’ concede ogni anno cinquemila sentenze di nullità, mentre nell’intero mondo cattolico ogni anno ‘vengono giudicati nulli almeno 70 mila matrimoni’ (Il Messaggero, 6 Aprile 1997, pag. 10). Come potete vedere per il papato questa sua ‘potestà’ di sciogliere i matrimoni è una fonte di disonesto guadagno.

I matrimoni misti sono una trappola del diavolo per fare sviare dalla fede e dalla verità i santi

Per matrimonio misto o interconfessionale si intende un matrimonio tra un credente ed una incredula, in questo caso specifico tra un credente ed una cattolica romana. Naturalmente se colui che porta il nome di Evangelico o Protestante non è nato di nuovo neppure lui è ancora un credente e quindi il matrimonio con la cattolica romana sarà un matrimonio tra increduli. Sarebbe un matrimonio misto solo di nome ma non di fatto perché ambedue sono ancora sotto la potestà del diavolo quantunque dicano di appartenere a due confessioni religiose diverse.

Fratelli, sappiate che da quello che dice la Scrittura è vietato ad un credente di sposarsi un’incredula perché Paolo dice: "Non vi mettete con gl’infedeli sotto un giogo che non é per voi; perché qual comunanza v’è egli fra la giustizia e l’iniquità? O qual comunione fra la luce e le tenebre? E quale armonia fra Cristo e Beliar? O che v’è di comune tra il fedele e l’infedele? E quale accordo fra il tempio di Dio e gl’idoli? Poiché noi siamo il tempio dell’Iddio vivente.." (2 Cor. 6:14-16). Quindi vi esorto a voi che cercate moglie di cercarvela fra le figliuole di Dio e non fra le incredule perché questa è la volontà di Dio in verso voi. Ricordatevi che voi siete il tempio di Dio e che in voi dimora lo Spirito di Dio che vi brama fino alla gelosia, e che quindi non potete avere comunione con una donna che è ancora un tempio di idoli. Mi spiego: in voi dimora Dio perché é scritto: "Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1 Cor. 3:16), quindi siccome che tra il tempio di Dio e gli idoli quali Maria, Antonio, Giuseppe ed altri che una donna ha innalzato nel suo cuore non vi è nessuna comunione, voi per forza di cose non potete andare d’accordo con una cattolica romana che va dietro agli idoli muti. Uso un altro termine di paragone per farvi comprendere quanto sia illusorio pensare di sposarsi un’idolatra e condurre poi una vita felice con lei. Ora, voi sapete che il Padre di tutti coloro che hanno creduto in Cristo é Dio, ma voi sapete anche che il padre di tutti coloro che ancora non sono nati di nuovo è il diavolo. Quindi come Dio non va per nulla d’accordo con Satana che gli é avversario, così anche un figliuolo di Dio non può andare d’accordo con una donna che ancora è sotto la potestà di Satana, e questo perché essa, essendo sotto la sua potestà, é inclinata a fare il male ed a parlare male.

Vi ricordo anche che sotto la legge Dio ordinò ai figliuoli d’Israele di non sposarsi donne appartenenti ai popoli idolatri secondo che é scritto: "Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli e non prenderai le loro figliuole per i tuoi figliuoli, perché stornerebbero i tuoi figliuoli dal seguir me per farli servire a dèi stranieri, e l’ira dell’Eterno s’accenderebbe contro a voi..." (Deut. 7:3,4). Come potete vedere Dio sapeva che se i figliuoli d’Israele si fossero sposati delle donne straniere che andavano dietro agl’idoli esse poi li avrebbero fatti smettere di seguire e servire Dio, e perciò diede questo ordine. Ora, é vero che noi non siamo sotto la legge, é vero che le donne cattoliche non vanno dietro a Malcom, ad Astarte, o a Baal, ma è altresì vero che una donna cattolica romana và dietro ad idoli muti raffiguranti Maria ed altri personaggi del passato e li serve, quindi quest’ordine dato ai figliuoli d’Israele lo possiamo applicare anche a noi che siamo sotto la grazia. Lo ripeto: Dio non vuole che noi suoi figliuoli ci sposiamo delle adoratrici e delle serventi degli idoli della chiesa romana e questo perché sa che esse per certo pervertirebbero il nostro cuore e lo stornerebbero dal servire e seguire il Signore. Insomma farebbero nei nostri confronti quello che le mogli straniere fecero nei confronti del re Salomone secondo che è scritto che "le sue mogli gli pervertirono il cuore; cosicché, al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gl’inclinarono il cuore verso altri dèi; e il cuore di lui non appartenne tutto quanto all’Eterno, al suo Dio, come aveva fatto il cuore di Davide suo padre" (1 Re 11:3,4). E voi sapete che per questo motivo Dio si indignò contro Salomone e lo punì strappandogli il regno e dandolo al suo servo (cfr. 1 Re 11:9-13). Badate a voi stessi: non vi appoggiate sul vostro discernimento dicendo in cuore vostro: ‘Ma in fondo in fondo é una brava ragazza anche se ancora non é convertita; sono sicuro che col tempo poi si convertirà!’, perché questo stesso ragionamento perverso lo hanno fatto prima di voi quei credenti che hanno voluto seguire il loro cuore e non il Signore, sposandosi delle ragazze cattoliche romane, e adesso sono pieni di guai e dolori, e conducono una vita infelice. Sono scomparsi dalle raunanze della Chiesa perché hanno abbandonato la comune adunanza; si sono gettati alle loro spalle la Parola del Signore, e loro che pensavano di convertire la loro moglie al Signore si sono convertiti all’andazzo di questo mondo; sono tornati nelle sale da ballo, sono tornati nei cinema, sono tornati negli stadi ad acclamare la squadra di calcio, sono tornati ad agire perversamente, sono tornati al luogo di culto della chiesa cattolica ad assistere alle pompose funzioni religiose di questa pseudochiesa e tutto ciò a motivo di un matrimonio con una infedele, matrimonio che non avrebbero dovuto contrarre per il loro bene.

Se un prete è disposto a sposare una sua parrocchiana con un credente lavato con il sangue dell’Agnello, un pastore (colui che può, ai sensi della legge italiana, essendo la sua nomina di ministro di culto approvata dal Governo, celebrare matrimonio con effetti civili) non deve per nessuna ragione accettare di sposare una pecora del Signore affidata alla sua sorveglianza con una cattolica romana perché in questo caso acconsentirebbe a un matrimonio ingiusto che avrà nefaste conseguenze sulla vita del caparbio credente. In questa circostanza il pastore deve ubbidire al comando che Paolo diede a Timoteo: "Non partecipare ai peccati altrui; conservati puro" (1 Tim. 5:22) e perciò deve rifiutarsi di sposarli. Ma vogliamo anche dire che un pastore, che è tale veramente, deve dissuadere con parole persuasive i credenti celibi dallo sposarsi delle infedeli e questo per evitare che essi si mettano sotto un giogo che non é per loro. Il matrimonio non é qualcosa da prendere alla leggera come fanno molti, perché per mezzo di esso ci si unisce ad una donna carnalmente e si diventa una sola carne con lei; e poi perché esso si dissolve solo con la morte di uno dei due coniugi e in nessun’altra maniera. Il che equivale a dire che un credente che si sposa non può mettersi a pensare: ‘Ma tanto, anche se mi va male c’é il divorzio e mi posso risposare’, perché divorziare dalla propria moglie e sposarsi un’altra donna significa commettere adulterio.

Fratelli che siete preposti a pascere il gregge del Signore, suonate la tromba in seno alla Chiesa di Dio affinché i giovani credenti non rimangano ingannati dalle parole dolci e lusinghiere di quelle infedeli che Satana manda in mezzo al popolo di Dio per sedurre i figliuoli di Dio e farli allontanare dal Signore. E voi, fratelli celibi e sorelle nubili, abbiate piena fiducia nel Signore e domandate a lui il vostro coniuge; Egli é fedele e vi concederà pure il coniuge credente che fa giusto per voi. Ma vi scongiuro nel nome del Signore: ‘Non vi mettete con gli infedeli per il bene dell’anima vostra!’.

 

CONCLUSIONE

Come abbiamo potuto vedere la chiesa cattolica possiede una teologia sacramentaria tutta particolare. Riassumiamola per sommi capi. Il bambino dopo pochi giorni che nasce viene battezzato e fatto cristiano, mediante l’infusione di una acqua che ha il potere di cancellare i peccati; quest’acqua naturalmente opera la stessa cosa anche quando è versata su un battezzando adulto. Dopo il battesimo, viene la cresima con cui il battezzato riceve il sigillo dello Spirito Santo; questo perché un successore degli apostoli, vale a dire un vescovo, impone loro le mani e invoca sui battezzati lo Spirito Santo. Dopo di ciò il battezzato comincerà a prendere la comunione, che non è altro che Cristo stesso, perché il prete che ha ricevuto l’ordine trasforma con delle parole il pane in vero corpo sangue e divinità di Cristo. Quel pane ha il potere di rimettergli i cosiddetti peccati veniali e di preservarlo da quelli cosiddetti mortali. Ma oltre a ciò egli dovrà andarsi a confessare dal prete per ottenere la remissione dei peccati ‘mortali’ compiuti, perché senza l’assoluzione del prete andrebbe all’inferno. Il prete ha questa autorità perché conferitagli dal sacramento dell’ordine. Il Cattolico praticante dunque, impaurito, non mancherà di andare a confessarsi dal prete per ricevere la sua assoluzione. Ma dopo avere ricevuto l’assoluzione egli dovrà compiere opere di soddisfazione per ottenere piena remissione dei suoi peccati, e lucrare le indulgenze. E quindi, egli si darà da fare per guadagnarsi il perdono divino dando denaro alle missioni cattoliche, aiutando i preti nelle parrocchie, andando a fare pellegrinaggi, recitando preghiere ogni giorno, digiunando, ecc. Ma nonostante ciò egli non potrà giammai dire di essere salvato, di essere certo di avere i propri peccati rimessi, perché dire una simile cosa è presunzione. Con il sacramento del matrimonio, naturalmente per essere sacramento deve essere celebrato da un prete, il Cattolico riceverà la grazia di vivere santamente e di allevare cristianamente i suoi figli. Nel caso poi decidesse di rinunciare al matrimonio, per farsi prete, tanto meglio; perché sommamente importante è l’ufficio di prete. Quando poi si troverà malato grave ci sarà l’estrema unzione con cui gli verranno rimessi tutti i peccati, anche quelli che lui non avrà confessati, perché magari in coma profondo e irreversibile. Ma dopo tutto ciò non potrà andare subito in cielo dopo morto. Lo aspetta il purgatorio, luogo terribile, dove deve andare a scontare quel residuo di pena temporanea che ‘noi poveri peccatori’ - dicono i preti - abbiamo. Ma la chiesa lo rassicura; in purgatorio non ci starà per sempre, perché gli verrà in aiuto con la messa, vero sacrificio di Cristo che il prete compie ogni giorno in favore dei vivi e dei morti, e con elemosine, e con le indulgenze. Mediante queste cose gli saranno alleviate le pene, e poi sarà fatto uscire da quel carcere!

A questo punto io domando a voi che vi siete dati all’ecumenismo con i Cattolici: come pensate di andare d’accordo con i Cattolici sapendo tutte queste cose? Non vi rendete conto che da qualsiasi punto prendete il cattolicesimo la dottrina dei sacramenti, così concepita da loro, non la potrete giammai evitare perché la salvezza ‘romana’ passa per forza di cose per questa strada dei sacramenti quali segni efficaci della grazia che rappresentano e conferiscono? Non capite che, in virtù di questa loro dottrina sui sette sacramenti (cito solo questa perché basta solo questa), è impossibile pensare di camminare assieme con i Cattolici? Ma non vi rendete conto che avete a che fare con delle persone schiave di un sistema sacramentale che mena diritto diritto all’inferno e da cui quindi esse devono essere liberate se vogliono ereditare il regno di Dio?

 

 

NOTE

 

[1] La dottrina dei sette sacramenti risale al dodicesimo secolo quando Pietro Lombardo nelle sue sentenze enumerò i sette sacramenti. Per questo i teologi papisti non possono provare né con le Scritture e neppure con gli scritti dei loro padri (Agostino, Girolamo, ecc.) questa dottrina. Hanno però come al solito giustificato la mancanza di tali conferme con l’ennesimo sofisma. Il Bartmann per esempio afferma che ‘la ragione più profonda della deficienza nelle fonti cristiane primitive e patristiche circa il numero settenario dei sacramenti, ed anche circa una qualsiasi enumerazione di essi, consiste evidentemente nella mancanza di una elaborazione sistematica della dottrina sacramentale..’ (Bernardo Bartmann, Teologia dogmatica, vol. III, pag. 62). In altre parole gli apostoli (ed anche i cosiddetti padri della Chiesa) non avrebbero esposto la dottrina dei sette sacramenti perché non la elaborarono in maniera sistematica come fecero poi i sommi dottori papisti dal dodicesimo secolo in poi! [ç ]

 

[2] Facciamo notare che questo anatema colpisce persino alcuni cosiddetti padri della Chiesa come Ambrogio, Agostino e Crisostomo per i quali i sacramenti non erano sette ma meno. [ç ]

 

[3] A proposito del conferimento della grazia da parte dei sacramenti i teologi papisti usano l’espressione ex opere operato che viene spiegata dal Bartmann in questi termini: ‘I sacramenti operano non in virtù della santità di chi li amministra o dello sforzo morale e religioso di chi li riceve, ma ‘per intrinseca virtù, in quanto sono azioni di Cristo stesso, che comunica e diffonde la grazia del Capo divino nelle membra del Corpo mistico (Enc. Mediator Dei)’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 36). Ecco perché nella chiesa cattolica il battesimo viene ministrato ai neonati che non possono ancora capire o credere, e perché l’assoluzione e l’estrema unzione vengono date anche a coloro che sono ormai già privi di sensi; perché viene insegnato che quelle azioni conferiscono di per sé la grazia senza il bisogno dell’assenso di chi li riceve. E contro chi non accetterà questa dottrina c’è il seguente anatema tridentino: ‘Se qualcuno afferma che con i sacramenti della nuova legge la grazia non viene conferita ex opere operato, ma che è sufficiente la sola fede nella divina promessa per conseguire la grazia; sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VII, can. 8). [ç ]

 

[4] Il battesimo quindi non rigenera chi lo riceve perché egli è stato già rigenerato dalla Parola di Dio da lui ricevuta per fede prima di sottoporsi al battesimo e siccome ha bisogno di essere preceduto dalla fede del battezzando per essere valido non può essere ministrato a dei neonati. E la cena del Signore non accresce la grazia e non rimette nessun peccato perché con essa si ricorda la morte del Signore e si ha comunione con il suo corpo e il suo sangue. Anche in questo caso occorre la fede per poter partecipare alla cena del Signore e discernere il suo corpo per cui essa non si può dare a dei neonati che non hanno ancora la fede e non possono discernere il corpo del Signore. In tutti e due gli ordinamenti quindi si comprende come il concetto di ex opere operato (cioè che non è necessario l’assenso morale o religioso di chi li riceve) non sussiste perché essi non hanno quelle virtù che dicono i Cattolici e perché se manca l’assenso del ricevente l’ordinamento è nullo. Altra cosa invece è se il ricevente il battesimo o la cena del Signore ha la fede, e chi amministra il battesimo o la cena del Signore è un ministro che non si conduce in maniera degna del Vangelo (per esempio può essere un uomo che all’insaputa del credente commette fornicazione o adulterio o tiene fuori dal locale di culto una condotta riprovevole), perché in questo caso chi è stato battezzato o ha mangiato il pane ed il vino ha ricevuto gli ordinamenti in maniera valida essendo presente la fede in lui che li ha ricevuti. In altre parole la condotta indegna del ministro ministratore degli ordinamenti non invalida gli ordinamenti. [ç ]

 

[5] I bambini cominciarono ad essere battezzati nel secondo secolo in Egitto. Da lì con il passare del tempo questo uso si diffuse un po’ da per tutto. Nel V secolo il pedobattesimo (ossia il battesimo dei bambini) si consolidò grazie all’idea che ormai molti avevano del battesimo, e cioè che fosse una sorta di atto magico che operasse anche sui neonati che non potevano comprendere, ed anche all’insegnamento di Agostino di Ippona che affermava che, dato che il battesimo cancellava i peccati e i bambini nascevano col peccato in loro stessi, i bambini che morivano senza battesimo andavano all’inferno. [ç ]

 

[6] La dottrina del limbo come luogo dove sono destinati ad andare i bambini morti senza battesimo nacque nel medioevo e prese il posto di quella che diceva che essi andavano all’inferno. Il termine limbo deriva dal latino limbus che significa ‘orlo, estremità, lembo’. [ç ]

 

[7] Qualcuno forse dirà che in questo caso dato che per ricezione dello Spirito si deve intendere il battesimo con lo Spirito Santo, uno per essere definito un figlio di Dio prima di ricevere il battesimo con acqua deve essere battezzato con lo Spirito Santo. Ma ciò non corrisponde a verità perché uno che ha creduto, ancora prima di essere battezzato in acqua, ha una misura di Spirito Santo nel suo cuore che gli attesta con il suo spirito che egli è un figlio di Dio. Lo Spirito Santo infatti non importa in che misura è presente nel credente gli attesta la medesima cosa, e cioè che egli è diventato un figlio di Dio. Quando il credente viene battezzato con lo Spirito egli viene riempito di Spirito Santo ossia riceve una misura maggiore di Spirito Santo, ma la testimonianza dello Spirito in lui rimane la medesima. Ciò che cambia è che egli sarà in possesso di una potenza che prima non aveva perché non aveva ancora lo Spirito Santo nella sua pienezza. [ç ]

 

[8] Siccome dunque alla cresima avverrebbe l’effusione dello Spirito Santo sui cresimandi, per capire che cosa è il battesimo con lo Spirito Santo per i carismatici cattolici, molti dei quali affermano di aver cominciato a parlare in lingue quando lo hanno ricevuto da adulti molto tempo dopo la cresima, si veda la parte dove parlo della loro dottrina sul battesimo con lo Spirito Santo. [ç ]

 

[9] Il termine deriva dal greco chrisma che significa ‘unzione’, da cui è venuto il nome di cresima dato a questo loro rito. Nel Nuovo Testamento questo termine è presente in questo versetto: "Ma quant’è a voi, l’unzione (chrisma) che avete ricevuta da lui dimora in voi... ma siccome l’unzione (chrisma) sua v’insegna ogni cosa, ed è verace, e non è menzogna, dimorate in lui come essa vi ha insegnato" (1 Giov. 2:27). [ç ]

 

[10] "Poi, avendo preso del pane, rese grazie (verbo greco: eucharisteo) e lo ruppe...." (Luca 22:19); "Poi, preso un calice e rese grazie (verbo greco: eucharisteo), lo diede loro..." (Matt. 26:27). [ç ]

 

[11] Sacrificio istituito da Gesù Cristo stesso perché Perardi dice: ‘Gesù Cristo istituì l’Eucarestia, perché fosse nella Messa il sacrificio permanente del Nuovo Testamento’ (ibid., pag. 476). [ç ]

 

[12] Il nome messa deriva dal latino Missa (p. pass. di Mittere ‘mandare’) che era parte della formula di congedo con cui i sacerdoti pagani alla fine delle loro funzioni licenziavano il popolo: Ite, Missa, est che significava ‘Andate, è stata mandata’. [ç]

 

[13] Siccome che non tutti i luoghi di culto della chiesa cattolica si possono chiamare basiliche perché ‘le Basiliche sono Chiese celebri anche come importanza materiale, - che dal Papa furono onorate di tale titolo’ (Giuseppe Perardi, Manuale del Catechista, Padova 1962, pag. 643), e siccome che nessuno di essi si può chiamare neppure Chiesa perché la Scrittura insegna che la Chiesa è l’assemblea dei riscattati dal presente secolo malvagio e quindi un edificio non fatto di pietre, mattoni o cemento, ma un edificio spirituale che ha da servire di dimora a Dio (cfr. Ef. 2:22; Atti 12:5; Rom. 16:5) ho deciso di chiamarli semplicemente luoghi di culto e di tanto in tanto basiliche solo quando il titolo di basilica gli è riconosciuto dai Cattolici romani o mi riferisco ai luoghi di culto del periodo storico in cui venivano tutti denominati basiliche. [ç ]

 

[14] Tenendo presente che in quel tempo Innocenzo III (1198-1216) perseguitava a morte gli Albigesi, i Valdesi e i Catari, ed aveva ordinato di denunciarli sotto pena di scomunica, non sorprende un gran che se egli abbia pensato di rendere la confessione al prete obbligatoria. Perché in questa maniera egli poteva venire a sapere chi erano e dove abitavano coloro che dissentivano dalla chiesa cattolica per poterli sterminare. E che questa sia la ragione che spinse a rendere obbligatoria una cosa che fino a quel tempo era stata facoltativa ce lo dice il seguente fatto. Il concilio di Tolosa nel 1229 estese il precetto di Innocenzo III, ordinando che la confessione fosse fatta tre volte all’anno, dicendo che emanava quel decreto per potere più efficacemente distruggere l’eresia e che dichiarava sospetti d’eresia coloro che non si sarebbero confessati tre volte all’anno.

Per quanto riguarda la storia della confessione auricolare da farsi al prete eccola per sommi capi. Durante i primi secoli, nella Chiesa si cominciò a prescrivere che colui che fosse caduto in qualcuno dei peccati per i quali la Chiesa aveva stabilita una penitenza in segno di ravvedimento, confessasse il suo peccato nella raunanza e venisse poi sottoposto alla penitenza canonica. In altre parole inizialmente la confessione per alcuni peccati avveniva pubblicamente e dopo di essa il vescovo assegnava al penitente la penitenza prescritta dai canoni sinodali che variava a secondo del peccato commesso; e dopo che il penitente era passato per tutti i gradi della sua punizione (che poteva durare anche molti anni) veniva riconciliato con la Chiesa e ammesso alla cena del Signore. La riconciliazione avveniva mediante l’imposizione delle mani del vescovo sul penitente e la preghiera del vescovo a pro di lui affinché Dio accettasse la sua penitenza e lo restituisse alla Chiesa. Questa cerimonia non consisteva in un’assoluzione del penitente perché si riteneva che questi potesse essere assolto solo da Dio, solo lui infatti aveva il potere di perdonare i peccati; in altre parole il vescovo non assolveva il penitente come oggi si sa il prete fa nella confessione ma solo intercedeva presso Dio per lui. Ma col passare del tempo sviluppandosi la dottrina del potere delle chiavi questa intercessione diventerà assoluzione per cui verrà attribuito al vescovo il potere di riconciliare il penitente con Dio oltre che con la Chiesa. Come abbiamo detto innanzi la confessione era pubblica. Come dunque avvenne che da pubblica essa divenne privata? In questa maniera. Quando nella seconda metà del terzo secolo sorse la questione dei lapsi, ossia di coloro che erano caduti nell’idolatria durante la persecuzione che c’era stata sotto l’imperatore Decio, i quali chiedevano di essere riammessi alla comunione e la Chiesa accettò di riammetterli dopo che avessero fatto anche loro confessione pubblica del loro peccato, allora il numero dei penitenti divenne così grande che il culto doveva dilungarsi per molto tempo. I vescovi allora fecero in quell’occasione un canone nel quale ordinarono che si scegliesse fra gli anziani un uomo savio che ascoltasse le confessioni dei penitenti ed imponesse loro la penitenza stabilita dai canoni a secondo il peccato. Questo anziano fu chiamato penitenziere. Ecco dunque quali furono le circostanze in cui si ebbe il principio della confessione auricolare privata ad un uomo. Alla fine del quarto secolo però questa confessione venne abolita. Il motivo ce lo dice lo storico Socrate: ‘Nello stesso tempo (anno 383) piacque abolire i preti delle chiese, che presiedevano alla penitenza, e ciò per la seguente ragione. Dopochè i Novaziani si erano separati dalla Chiesa per non volere comunicare con quelli che nella persecuzione di Decio, avevano apostatato, da quel tempo i vescovi aggiunsero all’albo ecclesiastico un prete penitenziere; affinché coloro che avevano peccato dopo il battesimo, confessassero i loro peccati innanzi al prete a ciò stabilito. La quale istituzione anche ora si mantiene presso le altre sétte. I soli Homousiani (così venivano chiamati coloro che avevano accettato la definizione del concilio di Nicea intorno alla divinità di Cristo Gesù) ed i Novaziani che convengono nella fede di quelli, han rigettato il prete penitenziere. Anzi i Novaziani neppure da principio vollero ammettere quest’aggiunta. Ma gli Homousiani, i quali ora tengono le chiese, avendo per alcun tempo conservata questa istituzione, finalmente, ai tempi di Nettario vescovo, l’abrogarono a cagione di un certo delitto commesso nella chiesa’. Il delitto in questione fu il seguente. Una nobile signora di Costantinopoli confessò di avere compiuto adulterio con un certo diacono di quella chiesa; il fatto da lei confessato però venne a conoscenza di tutti, per cui si decise di abolire la confessione per il male che ne derivava. Questa abolizione della confessione privata da farsi al prete sta ad indicare come essa non era reputata dai vescovi di allora di istituzione divina e necessaria alla salvezza come invece viene fatto credere oggi. Ma verso il 450, il vescovo di Roma Leone I incominciò a introdurre nella chiesa romana l’uso della confessione al penitenziere. E col passare del tempo essa si andò sempre più diffondendosi in Occidente. Nel nono secolo, secondo diverse testimonianze cattoliche, la confessione auricolare al prete era semplicemente un uso ma non era ancora assolutamente obbligatoria e il prete non dava l’assoluzione che noi conosciamo oggi perché non veniva insegnato che egli avesse l’autorità di rimettere i peccati e quindi la confessione non era indispensabile alla salvezza. In un canone del concilio di Chalons tenutosi nel 813 si legge: ‘Alcuni dicono che bisogna confessare i propri peccati a Dio, altri dicono che bisogna confessarli ancora ai preti’. Nel dodicesimo secolo i teologi papisti passarono a fare della confessione al prete una dottrina insegnata dalla Scrittura ma tra di loro c’erano molte divergenze a riguardo della sua istituzione (alcuni dicevano che era di diritto divino mentre altri che fosse un precetto ecclesiastico), e del potere del prete (alcuni dicevano che il prete rimetteva i peccati mentre altri dicevano che egli li dichiarava solo rimessi da Dio). In altre parole non c’era ancora una dottrina stabilita sulla confessione; si andò comunque via via facendo strada e fortificandosi sempre di più l’idea che fosse stata istituita da Cristo e che il prete avesse il potere divino di rimettere i peccati, per cui essa era obbligatoria. La confessione, come abbiamo visto, diventerà obbligatoria nel tredicesimo secolo sotto Innocenzo III. Diventerà poi ufficialmente sacramento al concilio di Firenze del 1439 che la incluse tra i sacramenti istituiti da Gesù Cristo. [ç]

 

[15] Per capire l’uso che nel passato i papi hanno fatto dell’indulgenza plenaria citiamo i seguenti fatti storici. Al concilio di Clermont nel 1095 Urbano II per invogliare i Cattolici romani a partecipare alla prima crociata contro i Mussulmani, che controllavano i luoghi sacri in Terra Santa, proclamò che il pellegrinaggio armato in Terra Santa (in altre parole, compiuto col fine di strappare i luoghi sacri dalle mani dei Mussulmani) sarebbe equivalso ad una penitenza per tutti i peccati che i pellegrini avessero confessati e di cui si fossero pentiti. Questo equivalse a dire che i pellegrini potevano abbandonarsi a violenze e soprusi di ogni genere tanto alla fine avrebbero ottenuto dal loro papa il condono della penitenza meritata per tutti i loro misfatti: e difatti questo è quello che avvenne in quella prima crociata, i pellegrini durante il viaggio in terra Santa sterminarono migliaia di Ebrei (che assieme ai Mussulmani erano fortemente odiati dai papi) e giunti in Israele compirono sanguinosi massacri per liberare Gerusalemme dalla mano dei Turchi. Quando poi la chiesa cattolica romana, per sterminare gli ‘eretici’, istituì l’Inquisizione il papa concedeva l’indulgenza plenaria a coloro che portavano la legna per erigere il rogo destinato agli ‘eretici’. Il che voleva dire dichiarare la partecipazione alla morte di un ‘eretico’ un opera pia degna del più grande rispetto. [ç]

 

[16] Le indulgenze risalgono all’undicesimo secolo. In breve, la loro storia è questa. Anticamente la Chiesa cominciò ad infliggere una penitenza (delle punizioni) a coloro che cadevano in determinati peccati (idolatria, omicidio, fornicazione, adulterio) prima di ‘assolverli’ e riammetterli alla comunione. La durata della penitenza era proporzionata alla qualità di ogni colpa, e tale durata era divisa in vari stadii. Il primo stadio si chiamava fletus o pianto; il penitente vestito di sacco e coperto di cenere si doveva fermare davanti alla porta del locale di culto, perché non vi poteva entrare, e chiedere a coloro che vi entravano di pregare per lui. Il secondo stadio si chiamava auditio od ascoltare; il penitente poteva entrare nel locale di culto ma doveva starsene vicino alla porta e al termine della predicazione, prima che cominciassero le preghiere, doveva uscire dal locale di culto. Il terzo grado si chiamava substratio o chinato; il penitente doveva starsene in ginocchio tutto il tempo che si facevano delle preghiere per lui, e durante questo periodo doveva fare certi lavori come per esempio scopare il locale di culto. Il quarto stadio era chiamato consistentia o rimanenza; il penitente poteva entrare nel locale di culto e partecipare al culto, ma non alla cena del Signore. Dopo avere superato questo stadio il penitente veniva ammesso alla cena del Signore, in seguito alla cerimonia della riconciliazione compiuta dal vescovo mediante l’imposizione delle mani. A poco a poco a quei peccati visti sopra ve ne furono aggiunti altri con le relative penitenze da espiare. Si vennero così a formare i Canoni Penitenziali che erano la regola che doveva seguire il vescovo nell’infliggere le penitenze nei diversi casi che si presentavano. Per esempio secondo uno di questi canoni chi lavorava di Domenica doveva stare 3 giorni a pane ed acqua, un altro canone diceva che chi malediceva i genitori doveva stare a pane ed acqua per 40 giorni, un altro ancora che chi li percuoteva doveva fare 7 anni di penitenza, per chi compiva un ‘piccolo’ furto c’era 1 anno di penitenza, per chi testimoniava il falso c’erano 8 anni di penitenza e per chi non pagava le decime la punizione era che doveva pagare il quadruplo e stare a pane ed acqua per 20 giorni. Il vescovo però poteva a suo piacimento diminuire gli anni di penitenza a secondo della condotta del penitente; questo alleviamento di pena era chiamato indulgenza. Ma siccome che molti, a motivo di svariati loro peccati commessi, avevano accumulato così tanti anni di penitenza che non gli sarebbero bastate più vite sulla terra per espiarla, allora i vescovi pensarono di commutare la pena con denaro e siccome che in quel tempo nacquero le crociate contro i Turchi per andargli a togliere dalle mani i luoghi sacri chi prendeva le armi per andare a combattere i Turchi riceveva la remissione di tutta la pena da espiare mentre chi non poteva o non voleva andare a combattere poteva riscattare tutta la pena pagando del denaro che sarebbe servito alla crociata. Ma col passare del tempo si era fortificata la dottrina del purgatorio, che venne ufficializzata al concilio di Firenze (1439), per cui l’indulgenza cominciò ad essere applicata anche alle anime che si diceva fossero là ad espiare i loro peccati. Ecco sorgere quindi le indulgenze papali per i morti a metà del XV secolo. Nel 1457 Callisto III (1455-1458) concesse al re Enrico IV di Castiglia una indulgenza plenaria per i vivi, e per quelli che pagassero 200 maravedi per la crociata contro i Mori, una indulgenza per i defunti. E Sisto IV (1471-1484) nel 1476 concesse per la cattedrale di Saintes (Francia) una bolla, valevole per 10 anni, con indulgenza plenaria per i vivi e anche per i defunti. [ç]

 

[17] Per simonia i Cattolici intendono il traffico di cose sacre a scopo di lucro. Il simoniaco è colui che vende o compra ‘uffici sacri’, ecc. [ç ]

 

[18] D’altronde, se l’uomo ha contratto dei debiti con il Creatore, perché ha infranto la sua legge, è naturale e logico che egli debba andare direttamente da Lui a chiederne la remissione perché solo Lui glieli può rimettere. Come potrebbe una sua creatura, quantunque sia diventata in Cristo un suo figliuolo e magari anche un ministro del Vangelo, avere la potestà di rimettere ad un altra creatura quei suoi debiti che egli ha nei confronti del suo Creatore? [ç ]

 

[19] Il suo comportamento è da capire: ha temuto il seguente anatema del concilio di Trento: ‘Se qualcuno dirà che i presbiteri della chiesa, che il beato Giacomo apostolo esorta ad addurre presso l’infermo per ungerlo, non sono i sacerdoti consacrati dal vescovo, ma gli anziani di ogni comunità e che perciò ministro proprio dell’estrema unzione non è solo il sacerdote, sia anatema’ (Sess. XIV, can. 4). [ç ]

 

[20] Gerarchia è una parola greca che significa ‘sacro principato’. Coloro che ne fanno parte vengono detti chierici (da una parola greca che significa ‘sorte’), tutti gli altri invece vengono chiamati laici (da una parola greca che significa ‘popolo’). [ç ]

 

[21] Il candidato all’episcopato deve, tra le altre cose, avere almeno 35 anni di età ed essere da almeno 5 anni prete. Il vescovo è a capo di una diocesi che è composta di tante parrocchie affidate ai preti. [ç ]

 

[22] I cardinali sono degli elementi di primario valore nella curia papale. Ogni cardinale è ‘un principe ereditario’ perché è un potenziale futuro papa e dovunque si reca è oggetto di grandi onori. La curia papale è composta dalla Segreteria di Stato, dal Consiglio per gli affari pubblici della chiesa, dalle Congregazioni, dai Tribunali e da altri organismi. I primi due dicasteri sono quelli che collaborano di più con il papa sia per gli affari ecclesiastici sia per quelli diplomatici. Le Congregazioni (che sono delle commissioni stabili che assistono il papa, che fanno sostanzialmente capo alla Segreteria di Stato e in ognuna delle quali c’è un cardinale in veste di prefetto, assistito da un segretario e da un sottosegretario) sono: la Congregazione per la Dottrina della Fede (una volta chiamata, prima Santa Inquisizione e poi Sant’Ufficio) che si occupa della difesa della fede cattolica contro ogni dottrina o interpretazione che possa contaminarla; la Congregazione per le chiese orientali (sovrintende tutto quanto riguarda le diocesi di rito orientale); la Congregazione per i vescovi (nomina vescovi e prelati); la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (si occupa della disciplina dei sacramenti e della liturgia della chiesa di rito latino); la Congregazione per il clero (sovrintende al patrimonio artistico delle cosiddette chiese e provvede all’assistenza di preti vecchi e malati); la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (sovrintende alla disciplina, agli studi e in pratica alla vita quotidiana dei preti, dei frati e delle suore, promuovendo rinnovamenti anche nell’abito); la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli o ‘De Propaganda Fide’ (si occupa della diffusione del cattolicesimo nel mondo, presiede al governo delle missioni, reclutando missionari, raccogliendo e gestendo i fondi relativi); la Congregazione per le cause dei santi (esamina le cause di beatificazione e canonizzazione, controllando prove, testimonianze, miracoli inviando poi la documentazione al papa per la decisione finale); la Congregazione per l’educazione cattolica (presiede a tutte le scuole per la formazione della gioventù laica soggetta all’autorità ecclesiastica).

A queste congregazioni vanno aggiunti il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei Cristiani (che si occupa del dialogo ecumenico con i cosiddetti fratelli separati) che prima si chiamava Segretariato per l’Unione dei Cristiani; il Pontificio consiglio per il dialogo inter-religioso (che si occupa di favorire le relazioni amichevoli della chiesa cattolica verso i seguaci delle religioni non cristiane); ed altri Consigli Pontifici.

I Tribunali sono tre: il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (il tribunale supremo della chiesa; è una sorta di Corte di Cassazione della chiesa); il Tribunale della Rota Romana (il tribunale che tratta tutte le questioni riguardanti la nullità dei matrimoni); la Penitenzieria apostolica (che sovrintende a tutto ciò che spetta alle concessioni e all’uso delle indulgenze).

Ci sono poi anche le Commissioni, i Comitati, e poi gli Uffici amministrativi e le Istituzioni culturali (che tralascio di menzionare singolarmente). [ç ]

 

[23] Anticamente il vescovo di Roma era eletto dai preti in unione con i fedeli. Poi col passare del tempo, dato che la Chiesa finì con l’allearsi con il potere civile per avere privilegi e protezione, avvenne che le autorità civili si intromisero nell’elezione del papa. In alcuni casi fu l’imperatore ad eleggere il papa direttamente o indirettamente, facendo più o meno gli interessi dei nobili di Roma; altre volte il controllo sull’elezione lo prese il Senato della città, o un sovrano; venne meno così la partecipazione del popolo. Nel 1059 Nicolò II con la bolla In nomine Domini decretò che sarebbero stati i cardinali vescovi a scegliere il papa; gli altri porporati (i cardinali non vescovi) avrebbero dato la loro adesione. Il basso clero e il popolo avrebbero poi dato il loro consenso. Alessandro III dal 1179 estese il privilegio di eleggere il papa a tutti i cardinali cioè anche a quelli che non erano vescovi. Oltre a ciò questo papa stabilì che per essere eletti papa occorreva ricevere due terzi dei voti del collegio cardinalizio; regola che tuttora è vigente. Ma non è che i sovrani smisero di interferire nelle elezioni dei papi. Basti considerare per esempio che durante il conclave del 1903 per eleggere il successore di Leone XIII avvenne che un giorno ‘appena aperta la riunione, il cardinale Puzyna si alzò dal suo tronetto e leggendo uno scritto precedentemente stilato, dichiarò che l’imperatore d’Austria e Ungheria, Francesco Giuseppe, usando un suo antico privilegio metteva il veto all’elezione del cardinale Rampolla’ (che era il cardinale che negli scrutini aveva ricevuti più voti degli altri e pareva avviato alla vittoria). Queste cose le scrisse in un diario il cardinale Domenico Svampa, arcivescovo di Bologna, che fu presente a quel conclave. Sempre questo cardinale scrisse che durante quel conclave ricevette da Mosca un telegramma in un italiano incerto, firmato da Arturo Tchrep Spiridovitch, presidente della Società slava, che diceva: ‘Avendo fedeli agenti in tutte le città slave, ho l’onore di avvertire, come ferventissimo cattolico, che l’elezione a Santo Pontefice fra i cardinali protettori di Germania produrrà la rivolta di trenta milioni slavi cattolici. Tanto è grande l’ira contro tedeschi nemici mortali degli slavi’. Dopo l’intervento dell’imperatore austriaco avvenne che i cardinali temendo di perdere l’appoggio della più forte monarchia cattolica elessero papa il cardinale Sarto che prese il nome di Pio X. Quando poi stava per scoppiare la prima guerra mondiale in cui l’Austria avrebbe combattuto contro la Serbia, Pio X non nascose il suo appoggio e le sue simpatie verso l’impero austriaco. Ci sono diverse testimonianze che lo attestano chiaramente. Cito solo una di queste: il rappresentante della Baviera in Vaticano, barone von Pitter, il 26 luglio del 1914 informò Monaco dicendo: ‘Il papa consente una decisa azione dell’Austria contro la Serbia... il cardinale segretario di Stato esprime la speranza che questa volta l’Austria non farà concessioni’. Ancora oggi come nel passato, quando si tratta di eleggere un nuovo papa da parte dei cardinali avvengono in conclave manovre di ogni genere da parte delle differenti fazioni cardinalizie perché ogni fazione ha i suoi particolari interessi politici o finanziari nel volere l’elezione di un determinato papa e cerca di ottenerla in ogni maniera. Quando fu eletto Paolo VI per esempio, il cardinale Testa, appena uscito dal conclave affermò: ‘Sono accadute cose orripilanti’. Al popolo però viene fatto credere che l’elezione di ogni nuovo papa sia avvenuta per ispirazione dello Spirito Santo.

Per quanto riguarda le ‘fumate’ che escono dal fumaiolo sovrastante il tetto della cappella Sistina e che fanno capire alla folla riunita nella piazza S. Pietro l’esito delle votazioni, va detto che il fumo viene dalle schede usate nella votazione che vengono bruciate. Quando si ha una votazione nulla (cioè che nessun candidato ha raggiunto il quorum dei due terzi dei voti) il cardinale incaricato di bruciare le schede vi aggiunge della paglia umida ed in questo caso si ha la ‘fumata nera’; quando invece è stato eletto il nuovo papa allora brucia solo le schede ed in questo caso si ha la ‘fumata bianca’. [ç ]

  

[24] Si tenga presente che un prete che commetta fornicazione o che commetta regolarmente adulterio è malvisto nella chiesa romana ma può tranquillamente continuare a svolgere il suo ufficio, mentre se egli dovesse sposarsi allora non può più adempiere il suo ufficio di prete perché non c’è dispensa che gli possa permettere di avere moglie e fare nello stesso tempo il prete! Ecco come il loro papa Gregorio si è espresso: ‘Si dimanda, se i Presbiteri, avendo molte concubine, si devono considerare bigami? Risponde, che per avere più concubine non incorrono nell’irregolarità di bigamia, anzi il vescovo, come fa coi fornicatori, può concedere loro la dispensa, e così possono esercitare il loro ufficio. Nota, che colui che ha molte concubine, non incorre nell’irregolarità. Ed è cosa maravigliosa, che chi pecca in questo modo è dispensato, ma chi non pecca in quell’altro modo (cioè se prende moglie) non è dispensato’ (Decret. Gregor., lib. I, de Bigam., tit, 21, cap. 7, ‘Quia circa’). Non è questo un disprezzo verso il matrimonio? Certo che lo è perché si ritiene che la fornicazione e il matrimonio per un prete siano ambedue un male, anzi che la fornicazione sia un male minore del matrimonio perché non gli impedisce di continuare a fare il prete!! [ç ]

  

[25] Pelagio II (579-590), dopo che il concilio di Tours (567) aveva decretato che qualsiasi ecclesiastico che avrebbe avuto relazione carnale con sua moglie doveva essere scomunicato per un anno e ridotto allo stato laicale, si accontentava più o meno che gli ecclesiastici sposati non lasciassero i beni della chiesa alle mogli e ai figli. I sacerdoti dovevano quindi fare un inventario dei beni della chiesa quando assumevano l’ufficio e lasciare tutto intatto quando se ne andavano. Gregorio VII che in seguito costrinse molti sacerdoti sposati a cacciare via le loro mogli perché voleva che osservassero il celibato, espresse il motivo per cui voleva che i sacerdoti già sposati mandassero via le loro mogli quando disse: ‘La Chiesa non potrà sfuggire alla tirannia della laicità se prima i sacerdoti non sfuggiranno a quella delle proprie mogli’ (Non liberari potest Ecclesia a servitute laicorum nisi liberentur prius clerici ab uxoribus). In altre parole, il motivo era perché voleva che i vasti possedimenti della chiesa rimanessero intatti. Alla radice di questo suo diabolico insegnamento c’era quindi la cupidigia. [ç ]

 

[26] Pio IX nel Sillabo condannò la seguente proposizione: ‘In virtù del contratto meramente civile, può aver luogo tra i cristiani il vero matrimonio; ed è falso che o il contratto di matrimonio tra i cristiani è sempre sacramento, ovvero che il contratto è nullo se si esclude il sacramento’ (LXXIII). [ç ]

 

[27] Insegnando questo la chiesa cattolica romana contraddice Agostino il quale ebbe a dire: ‘Ci si domanda anche per solito se si deve parlare di matrimonio, quando un uomo e una donna, entrambi liberi da altri legami coniugali, si uniscono non per procreare figliuoli, ma solo per soddisfare la reciproca intemperanza ponendo però tra di loro la condizione che nessuno dei due abbia rapporti con altra persona. In un caso del genere forse parlare di matrimonio non sarebbe fuor di proposito, purché essi osservino vicendevolmente questa condizione fino alla morte di uno dei due o purché, anche non essendo uniti a questo scopo, tuttavia non abbiano escluso la prole, come avviene invece quando la nascita di figli non è desiderata o addirittura è evitata con qualche pratica riprovevole. Ma se mancano i due elementi della fedeltà e della prole, o anche uno solo di essi, non vedo in qual maniera potremo chiamare matrimonio simili unioni’ (Agostino, La dignità del matrimonio, Roma 1982, pag. 97). Anche se Agostino in questo caso fa riferimento ad un unione libera priva del vincolo matrimoniale, egli fa capire che secondo lui la prole in un matrimonio ci deve essere. Oltre a queste sue parole comunque si potrebbero citare altre sue parole in favore alla procreazione a tutti i costi. Quindi, lo ripeto, la chiesa cattolica romana essendo a favore della regolazione delle nascite contraddice il suo padre Agostino. [ç ]

 

[28] Insegnando questo, la chiesa cattolica romana annulla la sua tradizione perché Tertulliano, Lattanzio, e Cirillo d’Alessandria affermavano che l’adulterio era causa di divorzio e permettevano un altro matrimonio. E si è messa contro la chiesa orientale che, rifacendosi sempre ai padri, ammette il divorzio in caso di adulterio e permette alla parte innocente di passare a nuove nozze. [ç ]

 

[29] I teologi papisti per fare apparire che la chiesa cattolica romana è contro il divorzio citano quasi sempre il seguente fatto storico. Nel 1527 Enrico VIII re d’Inghilterra chiese all’allora papa Clemente VII la dispensa per potere divorziare da Caterina d’Aragona (il motivo era perché questa non gli aveva dato un figlio maschio) e sposarsi Anna Bolena. Ma a questa richiesta il papa non acconsentì. Ma si tenga ben presente questo: egli non acconsentì non perché fosse contro il divorzio (perché i papi di re ne hanno fatto divorziare e risposare nel corso del tempo), ma perché in quel tempo egli era sotto il controllo del potente imperatore Carlo V, nipote di Caterina, che da poco aveva fatto saccheggiare Roma ed aveva le sue truppe nei pressi di Roma, per cui il suo assenso alla richiesta di Enrico avrebbe dispiaciuto a Carlo V che si sarebbe vendicato del papa. Fu insomma la paura di una rappresaglia di Carlo V e non l’avversione al divorzio che indusse Clemente a rispondere di no al re d’Inghilterra. [ç ]

 

[30] In questa maniera, cioè permettendo alla parte cattolica di divorziare e di risposarsi, la chiesa cattolica romana si mette di nuovo apertamente contro il suo padre Agostino di Ippona, che lei reputa il più grande dei dottori, il quale non ammetteva che quando il coniuge credente veniva lasciato dal coniuge non credente, a motivo della sua fede, passasse a nuove nozze perché questo per lui significava commettere adulterio. Ed anche contro altri cosiddetti padri che erano a favore dell’indissolubilità del matrimonio assoluta, senza eccezioni, come Agostino. [ç ]

 

[31] Tradotto nella pratica significa che se un Protestante si sposa una Mussulmana e le cose arrivano a tal punto che lui decide di divorziare dalla moglie perché si vuole sposare una cattolica può recarsi dal papa che in virtù della sua autorità può sciogliere anche il suo matrimonio, e costui scioglierà il suo matrimonio per permettergli di sposare la cattolica. Insomma il papa crede di avere autorità su tutti i matrimoni di coloro che si dicono Cristiani e non solo su quelli dei Cattolici romani. Riconoscete dunque fratelli quanto arrogante sia quest’uomo. [ç ]

 

[32] Alcuni esempi di questo tipo di scioglimento operato dal papa. Il 12 marzo del 1957 Pio XII sciolse il matrimonio di due Maomettani: la ragazza, avendo divorziato civilmente, ebbe in custodia il figlio; il marito si recò in Francia dove si risposò nell’Ufficio di Stato Civile, poiché la sposa era cattolica. Siccome desiderava convertirsi, il Sant’Uffizio sotto la guida del cardinale Ottaviani consigliò di applicare il ‘privilegio di San Pietro’ (chiamato così perché i teologi papisti dicono che Pietro ricevette la potestà di sciogliere i matrimoni) perché richiedeva meno tempo di quello ‘paolino’ e così il papa sciolse quel matrimonio. Paolo VI invece concesse il divorzio a due Ebrei di Chicago il 7 febbraio 1964. Il marito, dopo il divorzio dalla moglie, aveva sposato una cattolica; non aveva alcun desiderio di ‘convertirsi’ e l’aveva ammesso, voleva solo tranquillizzare la sua nuova moglie. Il papa ‘mosso a pietà’ concesse il divorzio affinché il loro matrimonio fosse regolarizzato. [ç ]

 

[33] Oltre a questi enumerati ci sono altri impedimenti dirimenti che sono i seguenti: l’età: ‘L’uomo prima dei sedici anni compiuti, la donna prima dei quattordici pure compiuti, non possono celebrare un valido matrimonio’ (can. 1083 - § 1); il vincolo precedente: ‘Attenta invalidamente il matrimonio chi è legato dal vincolo di un matrimonio precedente, anche se non consumato’ (can. 1085 - § 1); la consanguineità: ‘Nella linea retta della consanguineità è nullo il matrimonio tra tutti gli ascendenti e i discendenti, sia legittimi che naturali’ (can. 1091 - § 1); l’affinità: ‘L’affinità nella linea retta rende nullo il matrimonio in qualunque grado’ (can. 1092); la pubblica onestà: ‘L’impedimento di pubblica onestà sorge dal matrimonio invalido in cui vi sia stata vita comune o da concubinato pubblico e notorio; e rende nulle le nozze nel primo grado della linea retta tra l’uomo e le consanguinee della donna, e viceversa’ (can. 1093); la parentela legale: ‘Non possono contrarre validamente il matrimonio tra loro nella linea retta o nel secondo grado della linea collaterale, quelli che sono uniti da parentela legale sorta dall’adozione’ (can. 1094); l’errore: ‘L’errore di persona rende invalido il matrimonio’ (can. 1097 - § 1); il dolo: ‘Chi celebra il matrimonio, raggirato con dolo ordito per ottenerne il consenso, circa una qualità dell’altra parte, che per sua natura può perturbare gravemente la comunità di vita coniugale, contrae invalidamente’ (can. 1098); la mancanza di consenso: ‘Ma se una o entrambe le parti escludono con un positivo atto di volontà il matrimonio stesso, oppure un suo elemento essenziale o una sua proprietà essenziale, contraggono invalidamente’ (can. 1101 - § 2), questo significa che se un Cattolico riesce a dimostrare, anche dopo molti anni di matrimonio, che sposandosi aveva posto come condizione di non avere figli o di divorziare nel caso il matrimonio si fosse rivelato un insuccesso allora otterrà lo scioglimento del matrimonio. Un esempio di matrimonio sciolto adducendo il difetto di consenso fu quello di Napoleone Bonaparte con Giuseppina. Nel 1810 infatti le autorità ecclesiastiche cattoliche della Francia (con il permesso di Pio VII) glielo annullarono (nel suo caso addussero anche il difetto di forma) e gli permisero di risposarsi con la nipote di Maria Antonietta, Maria Luisa di Austria. La mancanza del parroco e di due testimoni: ‘Sono validi soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza dell’Ordinario del luogo o del parroco o del sacerdote oppure diacono delegato da uno di essi che sono assistenti, nonché alla presenza di due testimoni...’ (can. 1108 - § 1); la violenza: ‘E’ invalido il matrimonio celebrato per violenza o timore grave incusso dall’esterno, anche non intenzionalmente, per liberarsi dal quale uno sia costretto a scegliere il matrimonio’ (can. 1103). [ç ]

  

[34] E non solo con i Protestanti che adesso lei non ritiene più (apparentemente) dei settari eretici, ma anche con i non Cristiani come i Mussulmani, gli Ebrei, ecc. Infatti quantunque essa dica che ‘è invalido il matrimonio tra due persone, di cui una sia battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta e non separata dalla medesima con atto formale, e l’altra non battezzata’ (can. 1086 - § 1) perché per essa la disparità di culto è un impedimento dirimente pure lo permette dietro dispensa infatti afferma: ‘Non si dispensi da questo impedimento se non dopo che siano state adempiute le condizioni di cui ai cann. 1125 e 1126’ (can. 1086 - § 2). La chiesa cattolica romana quindi sui matrimoni misti (dato che permette il matrimonio fra i Cattolici - che lei naturalmente definisce Cristiani - e Mussulmani, Ebrei, ecc.) contraddice i cosiddetti padri i quali definivano ‘fornicazione’ o ‘adulterio’ il matrimonio di un cristiano con un non cristiano, e molti teologi papisti del passato, tra cui Pietro Lombardo il loro maestro di sentenze, i quali affermavano che i matrimoni misti sono nulli. Anche questo è un esempio di come la chiesa cattolica romana quando lo ritiene opportuno è pronta ad annullare anche la sua ‘venerabile’ tradizione. [ç ]

  

[35] Faccio notare però che adesso nelle Bibbie cattoliche il termine mysterion in Ef. 5:32 è tradotto rettamente con mistero, come per esempio nelle edizioni Paoline del 1972, 1977, 1983 e 1990. Rimane il fatto però che questo passo viene tuttora preso per sostenere che il matrimonio è un sacramento. [ç ]

 

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