Capitolo 5

L’anima e il dopo la morte

 

La dottrina avventista

L’anima è l’essere umano nella sua interezza. Gli Avventisti del settimo giorno, come anche i cosiddetti Testimoni di Geova, negano in maniera esplicita l’esistenza di un’anima immortale all’interno del corpo umano. ‘Alla creazione l’uomo è stato dotato dell’immortalità condizionata; non crediamo che l’uomo possegga un’innata immortalità o un’anima immortale’ (G. De Meo op. cit., pag. 27) [1]. E nel Dizionario di dottrine bibliche alla voce ‘anima’ troviamo scritto: ‘Ebr: Néfesh, gr: Psyché (....) Antico Testamento (...) Molte volte ‘anima’ designa semplicemente l’essere vivente con le sue passioni e le sue emozioni e spesso si può tradurre con un pronome personale (...) néfesh designa l’essere vivente (...) Da tutto ciò che abbiamo detto risulta evidente che al pensiero dell’AT è totalmente estranea l’idea (greca) di un dualismo anima-corpo, cioè l’idea di un’anima spirituale e immortale, rinchiusa nel corpo, che si stacca da questo al momento della morte: secondo l’AT l’uomo non ‘ha’ un’anima, ma ‘è’ un’anima. In effetti, la néfesh è l’essere umano totale e quindi essa muore! (...) Nuovo Testamento. Il significato di psyché nel NT è equivalente a quello di néfesh nell’AT (...) E’ da notare tra l’altro l’uso di psyché nel senso di ‘persona’ in Atti 2:41: ‘circa tremila anime’…’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 17,18, 20). Come potete vedere da voi stessi gli Avventisti identificano l’anima con il corpo e negano che essa sia una parte dell’essere differente dal corpo che al momento della morte si diparte da esso.

Con la morte l’essere umano entra in uno stato di incoscienza. Gli Avventisti oltre a sostenere che l’uomo non possiede un anima immortale sostengono che l’uomo quando muore entra in uno stato di incoscienza. Per loro con la morte la persona si addormenta ed entra in un profondo sonno in attesa della risurrezione; questo vale sia per i giusti che per i peccatori. Il loro venticinquesimo articolo di fede dice: ‘Il salario del peccato è la morte. Dio, però che solo è immortale, accorderà la vita eterna ai suoi redenti. Fino a quel giorno, la morte è uno stato di inconsapevolezza per tutti...’ (G. De Meo, op. cit., pag. 237), e nel loro Dizionario alla voce ‘morte’ si legge: ‘La morte è un ‘addormentarsi’ (...) I morti non comunicano con il mondo dei vivi (Eccl 9:6). Essi dormono, sono in uno stato di incoscienza, ‘non conoscono nulla’ (Eccl 9:5)’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 252,253) [2]. La White a tale proposito affermò: ‘Per il cristiano la morte è soltanto un sonno, un riposo nel silenzio e nell’oscurità’ (Ellen G. White, La speranza dell’uomo, pag. 561). Ella infatti asseriva: ‘La dottrina dello stato cosciente dei morti si basa sull’errore dell’immortalità naturale, essa (…) è contraria all’insegnamento delle Scritture….’ (Ellen G. White, Il gran conflitto, pag. 398).

Confutazione

Noi adesso vogliamo dimostrare che l’uomo ha un’anima nel corpo che alla morte si diparte da esso e lo faremo innanzi tutto tramite delle Scritture dell’Antico Testamento al fine di dimostrare che mentono gli Avventisti quando dicono che al pensiero dell’Antico Testamento è del tutto estranea l’idea di un’anima spirituale e immortale rinchiusa nel corpo che si stacca da questo al momento della morte; e poi tramite delle Scritture del Nuovo Testamento.

L’essere umano ha un anima immortale all’interno del suo corpo

Antico Testamento. Cominciamo col dire che la parola ebraica nephesh ha diversi significati tra cui ‘creatura che respira’ o ‘anima che vive’, ‘uomo’ ‘persona’; e difatti è stata tradotta anche con ‘anima vivente’ come nella Genesi quando è scritto: "L’Eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l’uomo divenne un’anima vivente (nephesh)" (Gen. 2:7); e con ‘persona’ come per esempio nell’Esodo dove è detto a proposito della Pasqua: "...perché chiunque mangerà qualcosa di lievitato, quel tale (nephesh) sarà reciso dalla raunanza d’Israele" (Es. 12:19) (Diodati ha tradotto "quella persona"); o quando è detto nel Levitico: "Quando qualcuno (nephesh) avrà peccato per errore..." (Lev. 4:2) (Diodati ha tradotto "Quando alcuna persona..."); o quando nei Numeri è detto: "Ma la persona (nephesh) che agisce con proposito deliberato, sia nativo del paese o straniero, oltraggia l’Eterno; quella persona (nephesh) sarà sterminata di fra il suo popolo’ (Num. 15:30). Questa è la ragione per cui non ci si deve sorprendere se le persone nell’Antico Testamento vengono chiamate anche anime come per esempio quando Mosè dice che gli Israeliti batterono Sihon, re degli Amorei "coi suoi figliuoli e con tutto il suo popolo, in guisa che non gli rimase più anima viva" (Num. 21:35) (Diodati ha tradotto "alcuno in vita"), o quando in Giosuè è detto che "i figliuoli d’Israele si tennero per sé tutto il bottino di quelle città e il bestiame, ma misero a fil di spada tutti gli uomini fino al loro completo sterminio, senza lasciare anima viva" (Gios. 11:14) (Diodati ha tradotto "alcun’anima in vita"). D’altronde anche nella lingua italiana talvolta si usa il termine anima per indicare una persona. Ma oltre a ciò dobbiamo dire che la parola nephesh significa anche ‘anima’ cioè quella parte spirituale dell’uomo che è all’interno dell’uomo e che alla morte si diparte dal corpo. E difatti l’uomo sin dall’Antico Testamento veniva descritto come un’essere possedente un’anima spirituale e immortale all’interno del corpo che all’atto della morte si dipartiva da esso. Ecco alcuni passi che mostrano ciò. Isaia dice: "Con l’anima mia (nephesh) ti desidero, durante la notte" (Is. 26:9); Habacuc dice dell’empio che "l’anima sua (nephesh) è gonfia, non è retta in lui" (Hab. 2:4); quando Rebecca stava per morire in seguito al duro parto che ebbe, la Scrittura dice che "com’ella stava per render l’anima (perché morì), pose nome al bimbo Ben-Oni" (Gen. 35:18) (Diodati ha tradotto: "E come l’anima sua (nephesh) si partiva..."); quando la Scrittura descrive la morte dei fanciulli al tempo della distruzione di Gerusalemme per mano di Nebucadnetsar, essa dice che essi "venivano meno come de’ feriti a morte nelle piazze della città, e rendevano l’anima (nephesh) sul seno delle madri loro" (Lam. 2:12); quando Elia si inoltrò nel deserto e sotto quella ginestra espresse il desiderio di morire disse a Dio: "Basta! Prendi ora, o Eterno, l’anima mia (nephesh), poiché io non valgo meglio de’ miei padri" (1 Re 19:4); quando Elia pregò Dio di risuscitare il figlio della vedova, di cui lui era ospite, disse a Dio: "O Eterno, Iddio mio, torni ti prego, l’anima (nephesh) di questo fanciullo in lui!’ E l’Eterno esaudì la voce d’Elia: l’anima (nephesh) del fanciullo tornò in lui, ed ei fu reso alla vita" (1 Re 17:21-22); quando Giobbe parla della morte dell’empio dice: "Quale speranza rimane mai all’empio quando Iddio gli toglie, gli rapisce l’anima (nephesh)?" (Giob. 27:8). Sono quindi del tutto vani i ragionamenti che gli Avventisti fanno per sostenere che sotto l’Antico Testamento non è presente l’idea dell’esistenza di un’anima spirituale e immortale all’interno del corpo dell’uomo.

Nuovo Testamento. Ma passiamo ora a dimostrare che anche sotto il Nuovo Patto le cose non cambiano perché le Scritture del Nuovo Patto attestano ciò che attesta anche l’Antico Patto, e cioè che l’uomo oltre ad essere chiamato anima, possiede all’interno del suo corpo un’anima immortale che continua a vivere dopo la morte. Questo perché la parola greca psuche significa sia ‘persona’ che ‘anima razionale e immortale’. Vediamo innanzi tutto alcuni passi in cui la parola greca psuche è stata tradotta con ‘anima’ e indica l’intera persona e non una parte di essa. Negli Atti degli apostoli è detto che "Giuseppe mandò a chiamare Giacobbe suo padre, e tutto il suo parentado, che era di settantacinque anime (psuchas)" (Atti 7:14), che "ogni anima (psuche) era presa da timore" (Atti 2:43) e che "ogni anima (psuche) la quale non avrà ascoltato codesto profeta, sarà del tutto distrutta di fra il popolo" (Atti 3:23). Pietro dice nella sua prima epistola che nell’arca "poche anime (psuchas), cioè otto, furon salvate tra mezzo all’acqua" (1 Piet. 3:20); e nella seconda epistola egli dice che i falsi dottori "adescano le anime (psuchas) instabili" (2 Piet. 2:14). In altri passi sempre la parola psuche è stata tradotta con ‘persona’; come per esempio negli Atti quando è detto: "E in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone (psuchas)" (Atti 2:41); e: "Or eravamo sulla nave fra tutti, dugentosettantasei persone (psuchas)" (Atti 27:37), e ai Romani: "Ogni persona (psuche) sia sottoposta alle autorità superiori.." (Rom. 13:1), e questo perché questa parola greca significa anche ‘persona’. Dunque, in tutti questi passi qui sopra citati la parola greca psuche significa ‘persona’. Adesso vediamo quei passi del Nuovo Testamento dove la parola greca psuche significa ‘anima’ nel senso di parte spirituale razionale e immortale presente all’interno del corpo umano. "L’intero essere vostro, lo spirito, l’anima (psuche) ed il corpo, sia conservato irreprensibile, per la venuta del Signor nostro Gesù Cristo" (1 Tess. 5:23); "Perché la parola di Dio è vivente ed efficace, e più affilata di qualunque spada a due tagli, e penetra fino alla divisione dell’anima (psuche) e dello spirito.." (Ebr. 4:12); "Ma Paolo, sceso a basso, si buttò su di lui, e abbracciatolo, disse: Non fate tanto strepito, perché l’anima sua (psuche) è in lui" (Atti 20:10); "Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l’anima (psuche)" (Matt. 10:28). Alla luce di queste Scritture si rimane meravigliati nel sentire dire agli Avventisti che l’anima designa l’essere umano nel suo insieme e non una parte distinta dal corpo umano che è all’interno dell’uomo! Ecco ora altri passi del Nuovo Testamento che attestano chiaramente l’esistenza dell’anima nell’uomo e la sua immortalità e il suo distacco dal corpo alla morte. Cominciamo coll’apparizione di Mosè sul monte santo assieme ad Elia, la Scrittura dice: "Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che stavan conversando con lui" (Matt. 17:3), cioè con Gesù; quindi quella che apparve ai discepoli era l’anima di Mosè, non poteva essere il corpo perché esso era stato sepolto da Dio nella valle di Moab ed attendeva e attende la risurrezione. Ma gli Avventisti nel loro Dizionario hanno aggirato l’ostacolo usando la menzogna infatti affermano: ‘E’ Mosè, non il suo fantasma, Mosè dopo la sua morte resuscitato da Dio’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 336); e questo lo dicono rifacendosi alle seguenti parole di Ellen G. White: ‘Mosè subì la morte, ma non restò nella tomba. Cristo stesso lo richiamò alla vita...’ (Ellen G. White, La speranza delluomo, pag. 300), ed ancora: ‘Egli, comunque, non rimase a lungo nella tomba; Cristo stesso, con gli angeli che avevano seppellito Mosè, sarebbe sceso dal cielo per richiamarlo dal sonno dei santi (…) Il Salvatore non entrò in polemica con il tentatore, ma aprì una prima breccia nella fortezza del suo avversario, ridando la vita a Mosè. (…) egli, nel nome del Redentore ottenne la grazia e fu risorto a vita immortale; uscì dalla tomba glorificato…’ (Ellen G. White, Conquistatori di pace, pag. 378-379). Ma noi diciamo: ma come poteva Mosè essere risuscitato quando Cristo è il primogenito dei morti, cioè il primo uomo ad essere risuscitato con un corpo immortale? Ma come poteva essere risuscitato Mosè quando ancora la risurrezione dei giusti deve compiersi? Ma che vogliono dire gli Avventisti? Forse che Gesù mentì allora quando disse che "l’ora viene in cui tutti quelli che son nei sepolcri, udranno la sua voce e ne verranno fuori" (Giov. 5:28) perché avrebbe dovuto dire tutti meno Mosè che era già risuscitato? No, Gesù non ha mentito, ma hanno mentito sia Mario Maggiolini, l’autore dell’articolo dedicato alla risurrezione nel Dizionario di dottrine bibliche, che Ellen G. White nei suoi libri. E’ grave insegnare che quello che apparve ai discepoli assieme ad Elia era Mosè risorto, perché in questa maniera tante anime rimangono ingannate e credono che non fu l’anima di Mosè ad apparire ai discepoli. Che poi questo fatto di dire da parte degli Avventisti che Mosè risuscitò contraddice non solo la sacra Scrittura ma anche la dottrina del giudizio investigativo da loro stessi insegnata. Vediamo perché. Gli Avventisti dicono quanto segue a riguardo del giudizio investigativo: ‘La prima fase del giudizio riguarda la Chiesa o meglio tutti coloro che, a partire da Adamo, si sono addormentati nel Signore o che saranno viventi prima del ritorno di Gesù. Questo giudizio precede, quindi, il ritorno di Cristo (…). E’ una vasta inchiesta, o giudizio investigativo, avente come scopo di determinare coloro, tra gli uomini, che sono degni di avere parte alla risurrezione tra i morti, o prima risurrezione o che, essendo ancora in vita al momento del ritorno di Cristo, saranno trasformati senza passare per la morte’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 189). Ora, se il giudizio investigativo è cominciato solo il 22 ottobre 1844 e Mosè fu reputato degno di risuscitare a vita immortale molti secoli prima di quell’anno, perché mentre Gesù era sulla terra egli era già risorto, per lui non ci fu nessun giudizio investigativo. Dunque non è vero che questo giudizio investigativo riguarda tutti coloro che si sono addormentati nel Signore da Adamo in avanti, perché Mosè ne sarebbe escluso [3]. Voglio che notiate come la White è stata resa confusa da Dio perché ha voluto far dire alla Scrittura ciò che ha voluto. Per sostenere che l’uomo non ha un’anima immortale ella ha dovuto ricorrere alla menzogna della risurrezione di Mosè, menzogna però che le si è rivolta contro perché annulla la dottrina del giudizio investigativo da lei tenacemente insegnata, infatti Mosè sarebbe risorto senza aver subìto il giudizio investigativo, dato che questo cominciò solo il 22 ottobre 1844 e terminerà poco prima del ritorno di Cristo. La si tenga ben presente questa contraddizione e la si faccia presente agli Avventisti per persuaderli che essi sono nel torto. Proseguiamo; Giovanni dice: "E quando ebbe aperto il quinto suggello, io vidi sotto l’altare le anime (psuchas) di quelli ch’erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che aveano resa..." (Ap. 6:9); non è anche questa una conferma dell’esistenza dell’anima nell’uomo e che quando una persona muore la sua anima si distacca dal corpo e continua a vivere nel mondo invisibile? non è forse questa una conferma delle parole di Gesù: "Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l’anima" (Matt. 10:28)? Come potete vedere da voi stessi la parola greca tradotta ‘anima’ in questo caso non indica la persona nel suo intero essere ma solo una parte della persona, cioè quella parte razionale e immortale presente in essa. E che dire poi di queste altre parole di Giovanni: "E vidi le anime (psuchas) di quelli che erano stati decollati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non aveano adorata la bestia né la sua immagine, e non aveano preso il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano; ed essi tornarono in vita, e regnarono con Cristo mille anni" (Ap. 20:4)? Non confermano anch’esse che l’anima è qualcosa di differente dal corpo che si distacca dal corpo e continua a vivere quando questo muore? Notate che c’è scritto che Giovanni vide quelle anime tornare in vita, cioè tornare a vivere con un corpo. Il che conferma che tra la morte e la risurrezione il credente nel mondo ultraterreno continua ad esistere con l’anima. In attesa naturalmente di riprendere il corpo con il quale era morto, ma un corpo glorioso e immortale e non più debole e mortale.

Abbiamo così dimostrato mediante le Scritture dell’Antico e Nuovo Testamento - ricorrendo anche all’ebraico e al greco - la dottrina dell’esistenza dell’anima all’interno dell’uomo e della sua immortalità. Errano quindi grandemente gli Avventisti nel negare l’esistenza nell’uomo di un’anima razionale ed immortale. Tutti i loro sforzi fatti per dimostrare che nell’uomo non esiste un’anima razionale sono del tutto futili [4].

Con la morte gli uomini vanno o in paradiso se sono salvati o all’inferno se sono perduti

Per gli Avventisti gli uomini quando muoiono entrano in uno stato di incoscienza ma le cose non stanno affatto così come dicono loro perché la Scrittura insegna che dopo la morte la vita continua; per i giusti su nel cielo con il Signore, mentre per i peccatori nel soggiorno dei morti, o Ades dove c’è un fuoco non attizzato da mano d’uomo. Vogliamo parlare innanzi tutto del fatto che la morte in diversi passi della Scrittura è descritta come un addormentarsi; non c’è nulla di strano in ciò perché in effetti quando una persona muore dà l’impressione che si addormenta. Ci sono diverse Scritture che parlano della morte come di un addormentarsi: di Stefano quando fu lapidato è detto che "si addormentò" (Atti 7:60), Gesù disse di Lazzaro che era morto: "Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato.." (Giov. 11:11); "Davide s’addormentò coi suoi padri" (1 Re 2:10). I morti vengono definiti persone che dormono: Paolo dice ai Tessalonicesi: "Or, fratelli, non vogliamo che siate in ignoranza circa quelli che dormono..." (1 Tess. 4:13); Daniele dice che "molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno..." (Dan. 12:2), solo per citare alcune Scritture.

Ma questo non significa che la persona entra in uno stato di incoscienza perché - e lo ribadiamo con forza - molte altre Scritture attestano che la persona senza il corpo continua a vivere dopo la morte; in paradiso con Gesù se è salvato; all’inferno nel fuoco se è perduto. Abbiamo già innanzi dimostrato che i morti dopo la morte sono coscienti quando abbiamo parlato dell’apparizione di Mosè (che era morto) sul monte santo assieme ad Elia (che però non era morto), "i quali appariti in gloria, parlavano della dipartenza ch’egli stava per compiere in Gerusalemme" (Luca 9:31); ed anche quando abbiamo citato le parole di Giovanni nell’Apocalisse. A riguardo di quest’ultime vogliamo però soffermarci su che cosa Giovanni dice che facevano quelle anime presso l’altare: egli dice: "E gridarono con gran voce, dicendo: Fino a quando, o nostro Signore che sei santo e verace, non fai tu giudicio e non vendichi il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra? E a ciascun d’essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un pò di tempo, finché fosse completo il numero dei loro conservi e dei loro fratelli, che hanno ad essere uccisi come loro" (Ap. 6:10-11). Ma noi vogliamo domandare agli Avventisti: ‘Ma se i morti entrano in uno stato di incoscienza come facevano quelle anime di morti a gridare a Dio di vendicare il loro sangue? Come facevano a ricordarsi che qualcuno aveva sparso il loro sangue sulla terra? E come poterono vestirsi di una veste bianca ed ascoltare quello che gli venne detto? E poi ancora: ‘Ma se con la morte non inizia nessun periodo di vita nel cielo per il credente come mai Giovanni vide le anime di quei credenti proprio in paradiso presso l’altare di Dio?

Ma passiamo ad altri esempi che attestano che la vita continua nell’aldilà per l’uomo. La storia del ricco e del Lazzaro raccontata da Gesù, ci dice che quel ricco che morì e fu seppellito si ritrovò nell’Ades, e che da quel luogo di tormento vide da lontano Abrahamo che era morto e Lazzaro anche lui morto. E non solo, ci dice anche che il ricco poté riconoscere Abrahamo e Lazzaro, parlare, ragionare, chiedere aiuto, ricordarsi di avere lasciato cinque fratelli, ed infine che egli era tormentato nelle fiamme dell’Ades (cfr. Luca 16:19-31). Dove sono i disputatori? Si presentino con i loro vani ragionamenti che dicono che i morti una volta morti sono incoscienti e noi distruggeremo queste loro fortezze! E’ una parabola, dicono gli Avventisti nel loro Dizionario, e ‘la parabola va interpretata per quello che è, cioè un racconto allegorico con una morale’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 20), e in Questions on Doctrine si legge: ‘In questa parabola di Luca 16, l’hades è figurativamente rappresentato come un posto di vita, di memoria, e di dialogo. E i morti nell’hades sono immaginati vivi (...) E’ una storia interessante, ma per noi è chiaramente figurativa. Nella storia quelli attualmente morti sono fatti parlare e agire, il che è permesso in una parabola, perché in una parabola tutte le incongruità di tempo, spazio, distanza et cetera svaniscono. In questa allegoria, i riferimenti alla voragine, al fuoco fiammeggiante, e ai morti parlare sono tutti comprensibili, perché la storia è raccontata per trasmettere una verità morale’ (Questions on Doctrine, pag. 553). Ellen G. White si spinse ad affermare a riguardo: ‘In questa parabola Cristo affronta gli ascoltatori sul loro stesso terreno. Molti di loro credevano che tra la morte e la risurrezione intercorresse uno stato cosciente, e il Salvatore, conoscendo questa falsa concezione, l’applicò nella sua parabola per insegnare verità importanti. Fu come se collocasse dinanzi a loro uno specchio in cui si rifletteva il loro vero rapporto con Dio. Cristo partì dunque dall’idea corrente per mettere in rilievo una verità che voleva inculcare a tutti...’ (Ellen G. White, Parole di vita, Impruneta, Firenze 1990, pag. 176). In altre parole, per la profetessa degli Avventisti, Cristo raccontò quel che raccontò anche se non ci credeva nell’immortalità dell’anima, per lo scopo di ammaestrare i suoi ascoltatori! Ma tutto ciò non è vero perché quella è una storia vera accaduta veramente di cui Gesù aveva conoscenza e che volle raccontare in quell’occasione dopo aver ripreso i Farisei che amavano il denaro e si erano fatti beffe di lui nel sentirgli dire: "Voi non potete servire a Dio ed a Mammona" (Luca 16:13). E aggiungiamo che noi crediamo che tutti i minimi particolari presenti nella storia del ricco e del Lazzaro sono fatti veri e cose vere; ciò significa che è vero che il ricco nell’Ades chiese pietà ad Abramo dicendogli di mandare Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescargli la lingua in quella fiamma, che Abramo gli rispose che tra loro c’era una grande voragine che impediva il passaggio ad ambedue, e tutto il resto. Per quanto riguarda poi l’affermazione di Ellen G. White essa implicitamente significa che Gesù poteva anche usare la menzogna per insegnare la verità; e ciò non può essere perché per Gesù il fine non giustificava i mezzi come per molti ancora oggi. Diciamo anche questo: se si considera bene la storia che ha raccontato Gesù non emerge affatto che Gesù abbia in qualche maniera voluto con essa dimostrare ai Farisei che erravano nell’insegnare che dopo la morte sia i giusti che gli ingiusti continuavano ad esistere, i primi in un luogo di conforto e gli altri in un luogo di tormento. Anzi, dato che sappiamo che i Farisei credevano che dopo la morte l’uomo continuava a vivere, emerge proprio il contrario, e cioè che Gesù abbia voluto raccontare questa storia per avvertirli che essi avrebbero fatto la stessa fine del ricco che amava il denaro. E’ vero che ‘Cristo voleva far capire alla folla che dopo la morte non c’è più possibilità di salvezza’ (E. G. White, op. cit., pag. 176), come dice Ellen G. White, ma è altresì vero che Gesù con questa storia - e non parabola - ha voluto confermare in maniera eloquente ai suoi ascoltatori che cosa li aspettava dopo la morte se non ascoltavano Mosè e i profeti, ossia che sarebbero andati a raggiungere il ricco nell’Ades, in quel luogo di tormento. Gesù credeva nell’immortalità dell’anima; non avrebbe mai raccontato quella storia se non ci avesse creduto. Certo è che gli Avventisti per negare la verità insegnata da Cristo sul dopo la morte si sono abbandonati a vani ragionamenti. Ecco dunque dove vanno gli empi alla loro morte, col loro corpo nella tomba e con la loro anima nell’Ades dove sono tormentati dalle fiamme! Fiamme di fuoco sì, dove le loro anime sono tormentate. Certo noi non possiamo comprendere come sia possibile che l’anima che è qualcosa di spirituale possa del continuo essere tormentata nel fuoco dell’Ades senza consumarsi; ma questo non ci impedisce di credere che le cose stiano realmente così. Quante cose non comprendiamo ma crediamo! Perché dunque non credere in questa storia del ricco e del Lazzaro? La cosa è chiara come la luce; ma gli Avventisti come abbiamo visto l’hanno offuscata. Peggio per loro!

Ma non ci fermiamo qui nella nostra confutazione; vogliamo pure citare le parole di Gesù al ladrone pentito: "Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso" (Luca 23:43). Esse confermano che dopo la morte quel ladrone andò in paradiso. Ma gli Avventisti dicono che inizialmente non c’era la punteggiatura nei testi originali; e ‘basta mettere il punto dopo oggi e la frase acquista il senso di una promessa a tempo indeterminato; d’altronde Gesù stesso, la domenica della risurrezione dice a Maria che non è ancora stato in Paradiso’ (Dizionario di dottrine bibliche, pag. 21). Ma noi facciamo notare agli Avventisti che quantunque inizialmente non c’era punteggiatura nel testo originale, Gesù non disse che egli non era ancora stato in Paradiso ma che egli non era ancora salito all’Iddio e Padre suo, il che è un’altra cosa. E inoltre facciamo notare che prima della risurrezione di Cristo il paradiso era costituito dal seno di Abramo che non si trovava in cielo ma nel cuore della terra ad una grande distanza dall’Ades. Era là che andavano i giusti che morivano in attesa di essere poi portati in cielo alla risurrezione di Cristo. Quindi quando Gesù promise a quell’uomo morente che in quel giorno sarebbe stato assieme a lui in paradiso intese dire che sarebbe stato con lui in quel luogo di conforto non celeste. Se così non fosse Gesù sarebbe caduto in contraddizione. E poi ricordiamo agli Avventisti, che tirano in questione il fatto che negli originali non c’era la punteggiatura, che quando Gesù faceva a qualcuno una promessa dicendo: "In verità in verità io ti dico...", non gli diceva anche ‘oggi’, se quella promessa non si adempiva quel giorno stesso. Un esempio che mostra ciò sono le parole che Gesù rivolse a Simon Pietro la notte in cui fu tradito: "In verità ti dico che questa stessa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte" (Matt. 26:34). Notate che Gesù non gli disse: ‘In verità io ti dico questa notte che prima che il gallo canti tu mi rinnegherai tre volte’, perché era scontato che Gesù quelle parole gliele diceva in quella notte, ma gli disse che in quella stessa notte lui lo avrebbe rinnegato tre volte. Dunque il fatto che Gesù abbia detto al ladrone "oggi" significa non che la promessa gliela faceva quel giorno - perché questo era scontato - ma che quella promessa per il ladrone si sarebbe adempiuta quel giorno stesso. Strani e fallaci ragionamenti davvero quelli degli Avventisti! Ma d’altronde che cosa ci si può aspettare da persone che negano che quando un credente muore va subito in paradiso in attesa della risurrezione? Solo vani ragionamenti. E l’esempio appena citato lo dimostra.

Ma a confermare che la vita dopo la morte continua c’è anche l’esempio di Samuele che dopo morto, quantunque tramite una evocatrice di spiriti, con il permesso di Dio salì dal soggiorno dei morti dov’era e apparve prima alla evocatrice di En-Dor e poi parlò a Saul (cfr. 1 Sam. 28: 6-20). In questo caso gli Avventisti affrontano l’insormontabile ostacolo dicendo che quello non era Samuele ma uno spirito maligno [5]. Ma noi diciamo loro: ‘Non è così, quantunque noi rigettiamo lo spiritismo, perché in quel caso la Scrittura stessa chiama quello spirito Samuele per diverse volte, essa dice che Saul riconobbe che quello era Samuele e poi bisogna dire che quello che Samuele disse a Saul si adempì’. Ma non sono queste prove sufficienti a dimostrare che quello spirito era veramente Samuele? Passiamo ora ad alcune parole degli apostoli che confermano che la morte di un credente rappresenta una dipartenza verso il paradiso di Dio dove è cosa di gran lunga migliore stare.

Paolo dice ai Filippesi: "Poiché per me il vivere è Cristo, e il morire guadagno… Io sono stretto dai due lati: ho il desiderio di partire e d’esser con Cristo, perché è cosa di gran lunga migliore; ma il mio rimanere nella carne è più necessario per voi" (Fil. 1:21,23-24). Gli Avventisti dicono in questo caso: ‘Certamente sarà meglio essere con Cristo, ma perché, ci si deve domandare, dovremmo concludere da questa osservazione che l’apostolo si aspetta, immediatamente dopo la morte, di andare subito nella presenza di Cristo? La Bibbia non dice questo. Essa semplicemente attesta il suo desiderio di dipartirsi ed essere con Cristo (...) In questo particolare passaggio Paolo non ci dice quando egli sarà con il Signore...’ (Questions on Doctrine, pag. 527). Ora, gli Avventisti domandano il perché noi dovremmo concludere dalle parole di Paolo che egli si aspettava dopo la morte di andare subito alla presenza di Cristo; e noi gli rispondiamo. Ma dov’era Cristo quando Paolo diceva quelle cose? Non era forse su nel cielo alla destra di Dio? Quindi Paolo quando diceva che desiderava partire dal corpo per essere con Cristo voleva dire che lui credeva che quando sarebbe morto avrebbe lasciato il suo corpo mortale per andare con la sua anima ad abitare con Gesù Cristo su nel cielo. E tutto ciò conferma queste parole di Gesù: "Là dove son io, quivi sarà anche il mio servitore" (Giov. 12:26), ed anche quest’altre: "Chi crede in me, anche se muoia, vivrà.." (Giov. 11:25). Ma riflettete: che cosa è un guadagno? Non è forse un vantaggio? Quindi se Paolo chiamava il suo morire un guadagno vuole dire che lui dalla sua morte avrebbe ricavato un vantaggio. E quale vantaggio se non quello di andare ad abitare subito col Signore su nel cielo, dove non ci sono dolori, tribolazioni e persecuzioni da subire? E’ chiaro quindi che se per Paolo con la morte sarebbe iniziato un periodo di incoscienza in attesa della risurrezione egli non avrebbe definito la morte un guadagno. Perché cosa avrebbe guadagnato nell’immediato futuro che non poteva godere sulla terra? Niente. Ma andando subito con Cristo là nella gloria, avrebbe potuto contemplare il suo viso, la sua gloria, avrebbe smesso di camminare per fede perché avrebbe visto faccia a faccia colui che lo aveva salvato. E poi si sarebbe finalmente riposato da tutte le sue fatiche compiute per amore degli eletti. Quindi Paolo con le sue parole ai Filippesi espresse la sua ferma fiducia che quando sarebbe morto avrebbe lasciato il suo corpo per andare subito ad abitare in cielo con Cristo, e non che si sarebbe addormentato e sarebbe rimasto in uno stato di incoscienza fino alla risurrezione perché solo allora sarebbe andato con Cristo come invece affermano gli Avventisti in Questions on Doctrine dicendo: ‘C’è un tempo quando Paolo poteva andare ad essere con il suo Signore (...) Questo sarà al tempo della Sua seconda gloriosa apparizione per i Suoi santi’ (Questions on Doctrine, pag. 528).

Paolo disse ai Corinzi: "Abbiamo molto più caro di partire dal corpo e d’abitare col Signore" (2 Cor. 5:8). Quanta chiarezza ancora una volta in Paolo a riguardo della sua fiducia di essere subito con il Signore alla sua dipartenza dal corpo! Ma gli Avventisti dicono a riguardo di queste parole di Paolo: ‘Non c’è nulla in questo testo che giustifica il nostro venire alla conclusione che l’essere "presente con il Signore" si verificherà immediatamente dopo essere ‘assenti dal corpo’ (...) Il testo non indica quando queste esperienze avranno luogo (...) l’intero passaggio, quando attentamente considerato, rende chiaro che cosa l’apostolo ha in mente. Egli sta pensando non alla morte ma al giorno della risurrezione quando questo mortale deve rivestire immortalità’ (Questions on Doctrine, 528-529, 530). Spieghiamo dunque anche queste parole di Paolo per fare comprendere come Paolo credeva di avere un’anima immortale nel suo corpo che sarebbe andata con il Signore alla morte. Perché egli parla di partire dal corpo? Perché in quel momento lui abitava ancora nel corpo. Ma cosa c’era allora nel suo corpo che lui avrebbe desiderato partire da esso? La sua anima. E dove sarebbe andato dopo la sua dipartenza? Ad abitare col Signore. Ciò significa che lui quando scrisse queste parole ai Corinzi ancora non abitava col Signore; non può essere altrimenti perché noi sappiamo che il Signore abita nel cielo con il suo corpo risorto. Gesù parlò della casa celeste del Padre suo quando disse: "Nella casa del Padre mio ci son molte dimore..." (Giov. 14:2), e là andò ad abitare quando fu assunto in cielo dopo essere risorto. Quindi? Quindi Paolo desiderava lasciare il suo corpo per andare ad abitare col Signore Gesù nella casa del Padre suo in cielo. Notate che l’apostolo espresse questo desiderio ai Corinzi dopo avere detto: "Sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore" (2 Cor. 5:6); ora che significa essere assenti da una persona se non che non si è alla sua presenza? Che cosa significa essere assenti da un posto se non che non si è ancora in quel luogo? Quindi Paolo diceva che aveva molto più caro di partire dal suo corpo mortale perché sapeva che mentre abitava ancora nel corpo, cioè fino a che viveva fisicamente, non era col Signore in cielo. Voleva insomma partire dalla sua tenda terrena ed andarsene nella casa costruita in cielo da Dio infatti diceva sempre ai Corinzi: "Noi sappiamo infatti che se questa tenda ch’è la nostra dimora terrena viene disfatta, noi abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d’uomo, eterna, nei cieli" (2 Cor. 5:1). E non morire, per poi aspettare in uno stato di incoscienza il giorno della risurrezione. Se Paolo infatti non avesse avuto la certezza che quando sarebbe morto sarebbe andato subito ad abitare con il Signore (quindi con la sua anima) non avrebbe detto che lui preferiva partire dal corpo anziché restare in esso. Alla luce di tutto ciò quindi, è errato vedere in quelle parole di Paolo la speranza di essere con il Signore alla risurrezione. Anche perché Paolo parla di partire dal corpo e d’abitare col Signore, e alla risurrezione non si potrà dire di essere partiti dal corpo, ossia non si potrà dire di essere partiti dal corpo perché si abiterà ancora nel corpo (quello celeste però). Alla risurrezione ci si troverà di certo alla presenza del Signore, ma con il nostro corpo che in quel giorno sarà trasformato dalla potenza di Dio in un corpo glorioso. Questo è un punto che gli Avventisti ignorano o fanno finta di ignorare.

La testimonianza di una donna morta in Cristo e tornata in vita

Lura Johnson Grubb, all’età di diciassette anni, mentre si trovava inferma sul letto, ebbe in estasi una visione del Paradiso celeste. Ecco cosa ella disse: ‘Vidi un grande fascio di luce, più brillante del sole di mezzogiorno, che scendeva verso di me direttamente dal cielo. Un alone luminoso, molto largo in diametro circoscriveva quel raggio di gloria che aveva come meta il mio capezzale. Il letto sembrava infuocato dal suo chiarore. (...) Mi sentii sollevare dal raggio luminoso e trasportare in una città a me sconosciuta. Mi ritrovai alle porte di perla. Esse abbagliavano di splendore nella luce trasparente del cielo. Un altro passo ancora ed entrai nella città di Dio e mi trovai sulle strade d’oro simili a vetro trasparente. Tutto splendore intorno a me, ma quello splendore non era il riverbero di nessun sole. Non c’era bisogno del sole per illuminare durante il giorno, né della luna di notte: l’eternità celeste è costantemente illuminata dalla presenza continua della luce di Gloria. Mentre attonita contemplavo la magnificenza che mi circondava, pensai: ma certamente questo è il cielo’. Il cielo era il luogo più meraviglioso di cui avessi mai udito parlare o letto sulla terra. ‘Sicuramente questo dev’essere il cielo’; e se lo è, allora Gesù deve essere qui’, conclusi in me stessa. Gesù era là. La luce sfolgorante che irradiava dal Trono di Dio mi accecò. Vidi il Padre come un fuoco consumante, può darsi come Mosè lo descrisse, e alla Sua Mano destra vidi Gesù. Il mio Signore. In un primo tempo lo vidi molto impercettibile: la vista mi si era velata ed offuscata a causa del chiarore eccezionale. Desideravo ardentemente vedere Gesù; lo volevo vedere chiaramente ed essere certa, senza tema di sbagliare, che era il mio Signore. Così, alzai le mani sul volto e stropicciai gli occhi. (...) Dopo di ciò potei vedere senza impedimento. Era Gesù! Era il mio Salvatore, ed Egli mi guardava. I suoi occhi erano fissi nei miei stanchi ed affaticati dalle pene. Il suo sguardo amorevole era così pieno di compassione, di comprensione, di simpatia che il mio cuore si commosse dentro di me. Quello sguardo mi affascinò, e con tutta l’anima esaltai la Sua maestà. (...) Mentre ero così assorta nell’adorazione del mio Signore, udii concerti di musica fluttuanti sulle onde luminose del cielo. Era una musica perfetta: non si udivano note discordanti, ma era così armoniosa che volli conoscerne la provenienza. Sebbene a malincuore, distolsi gli occhi e mi volsi a guardare da quella parte. A distanza vidi la schiera dei santi che in vestimenti bianchi marciavano ordinatamente e pieni di adorazione verso il Trono di Dio. Erano numerosi e simili alla moltitudine di cui Giovanni il rivelatore scrisse: ‘di migliaia di migliaia, di decine di migliaia di decine di migliaia’. Essi mi passarono così vicino che avrei potuto stendere la mano e toccarli facilmente. Con mia gioiosa sorpresa, vidi alcuni dei miei cari: Iddio li aveva posti nella prima fila. Una mia cugina che si era affiliata alla Chiesa Battista, la stessa mattina in cui io mi ero affiliata, veniva col volto radioso verso di me. Soltanto un anno prima ella era caduta molto ammalata ed era rapidamente passata da questa valle di lacrime, che è la terra, alla vetta della felicità di Dio. Ella mi passò vicino e mi sorrise, come per dire; ‘sono lieta che tu sia qui’. (...) I santi marciavano in schiera saltellando come piume sugli scalini attorno al Trono e fluttuando con delicatezza divina, in armonia con l’inno marziale, discendevano dal lato opposto, per scomparire nella distanza luccicante, mentre altri continuavano ad apparire, ad appressarsi al Trono. Essi marciavano fila dopo fila, numerosi, quanti i miei occhi potevano abbracciarne abbastanza. Oh! come risplendevano di gloria i loro abiti! Erano più bianchi della neve, ed abbagliavano letteralmente la vista. (...) Volevo stare nel cielo, volevo unirmi a quell’esercito Celeste e lodare il Signore per sempre. Volevo ascoltare quella musica meravigliosa, vedere la gloria e godere la beatitudine. Ma improvvisamente la scena cambiò e i miei occhi fisici si riapersero al mondo naturale’ (Lura Johnson Grubb, Vivere per parlare di morte, s.l., s.d, pag. 34-35,38-39). Poco dopo la stessa sorella racconta la sua morte e la sua dipartenza. Ecco le sue parole: ‘I cari che si erano radunati nella mia casa, pieni di compassione, stavano facendo tutto ciò che era nelle loro possibilità di fare per mantenermi in vita. L’ultimo tentativo lo fece mio zio. Pensando che forse la circolazione del sangue era divenuta troppo povera per riscaldare il mio corpo, chiese alle donne di applicarmi sui piedi e sulle gambe degli asciugamani riscaldati col vapore. Nel momento stesso in cui essi toccarono la mia carne fredda di morte, il corpo si irrigidì ed i piedi si sollevarono di diversi centimetri dal letto. Non si trattava di una insufficiente circolazione, ma della morte che stava prendendo possesso del mio corpo. Sapevo che stavo morendo. Improvvisamente, mi sembrò come se il tetto della nostra casa si sollevasse. Mentre il sole irradiava con i primi rosei raggi dell’alba il cielo della campagna del Mississippi, vidi i cieli ripieni di miriadi di oggetti simili ad uccelli. La volta celeste era oscurata da quella moltitudine. Essi stavano scendendo giù sempre più in basso fino a raggiungere un’altezza abbastanza vicina perché io potessi riconoscerli: era l’esercito del cielo che avevo appena conosciuto poche ore prima. Mentre mi ero trovata alla presenza del Signore, all’improvviso uno di loro si separò e discese fino all’angolo della mia stanza, qui si arrestò un istante e esitante, vedendo che i miei famigliari si stavano accomiatando da me. Mia madre era stata tutto il tempo a fianco al mio letto, continuando a pregare il Signore di lasciarmi in vita. Nel vedere il coro celeste scendente, gridai con debole voce: ‘Stanno venendo a prendermi; non li vedete, vengono! vengono per me!’ Oh! pensavo che tutti coloro che si trovavano nella stanza li vedessero! Io li vedevo chiaramente, ed ero certa che essi venivano per me. I parenti e gli amici silenziosamente si alternavano vicino al mio capezzale per deporre l’ultimo bacio sulle mie labbra violacee e mentre si chinavano su di me qualche calda lagrima di dolore, veniva a cadere sulle mie gote ghiacce. Le mie sorelle ruppero in singhiozzi nel salutarmi per l’ultima volta; il mio fratellino mi baciò con tenerezza, ma era troppo piccolo per rendersi conto di ciò che stava avvenendo e del dolore degli adulti i quali ben conoscevano il significato della morte e le torture di una separazione per sempre. In ultimo mia madre si chinò su di me, mi attirò sul suo seno e pianse. Le dissi: ‘Mamma non piangere per favore! non piangere! sto Lassù, ci incontreremo nuovamente’. Molto riluttante e con un sentimento di sconfitta, di fronte alla sgradita ombra nera che era venuta a guastare la felicità nel suo piccolo nido, la mamma si raddrizzò e rimase vicino al mio letto. Esalai un ultimo e profondo respiro, e dolcemente, senza resistenza mi dipartii dal corpo per unirmi alla scorta celeste che avevano atteso nell’angolo della stanza e che per ultimo mia madre si fosse accomiatata da me. Mi unii alla guida Angelica che mi attendeva in un angolo della stanza ed insieme iniziammo il viaggio verso l’alto. Prima però, nel sollevarmi dal letto mi volsi a guardare per l’ultima volta il luogo da cui stavo per partire, come la farfalla agile e variopinta si diparte dal bozzolo per entrare nella fragile atmosfera della primavera Celeste. Vidi la mamma accasciarsi al suolo, e la udii singhiozzare in maniera che temetti che il suo cuore dovesse scoppiare. Quello fu l’unico evento che guastò la perfetta felicità della mia dipartenza. Soffrii nel vedere la mamma così addolorata. (....) Una volta raggiunto il suo compagno l’angelo che aveva disteso il drappo mortuario nella mia casa, la scena della stanza scomparve completamente nell’oblio. Ero grandemente entusiasta al pensiero di tornare nel luogo meraviglioso dell’eternità senza lagrima, di camminare sulle strade pavimentate d’oro e marciare insieme alla schiera dei santi, vestiti di bianco, di ascoltare la dolce melodia del ‘canto dei redenti’. Ero tanto impaziente, guardavo fisso in alto, aspettando di vedere ad ogni istante apparire sull’orizzonte degli spazi, il primo raggio di gloria che si annunciasse la città di Dio. (...) Continuammo a fluttuare verso l’alto, sempre più in alto, attraverso gli spazi, per un certo tempo. Improvvisamente il silenzio fu rotto; il mio compagno parlò e disse: ‘Tu non puoi andare ancora lassù!’ Ripetei fra me: ‘non posso ancora andare lassù, e perché mai? Credevo invece che fossimo quasi arrivati’! Ma prima ancora che potessi dire qualche cosa egli proseguì: ‘Il Signore ha del lavoro per te’. Lavoro per me?’ continuai a chiedermi. L’Angelo spiegò: ‘Il Signore vuole mandarti sulla terra nuovamente, per avvisare la gente che Gesù torna presto! (...) Guardandomi attorno, mi ritrovai tutta sola: la mia guida angelica era scomparsa ed il Signore non era visibile in nessuna parte. Lentamente cominciai a discendere giù, sempre più in basso, fino a che non avvistai in lontananza il profilo della piccola casa in cui giaceva il mio corpo fisico privo di vita. Durante i quarantacinque minuti in cui ero stata assente ed il mio corpo era rimasto privo di respirazione e circolazione il Signore aveva operato nel cuore di mia madre. Quando avevo esalato l’ultimo respiro e lo zio aveva detto: ‘è morta’ la mamma, dopo aver qualche istante dato sfogo al dolore, era corsa nell’attigua stanza da letto, si era prostrata in ginocchio e, sepolto il volto fra le coltri del letto, aveva gridato al Signore: ‘Signore, per tre anni ti ho chiesto di guarire la mia figliuola, a Te l’ho chiesto come meglio ho potuto; in questi sei ultimi giorni, ho digiunato e pregato, Signore, ho fatto tutto ciò che ho saputo fare! ed ora, malgrado la sua vita sia spenta; Tu sei potente di ridarmi la mia figliuola. Ridammi la mia figliuola Signore, caro, ridammela! Il Signore ascoltò il suo grido, e le parlò in maniera udibile: ‘tu hai chiesto la guarigione della tua figliuola; ma sei disposta a consacrarla a me? La mamma non aveva mai pensato a ciò; aveva pregato per la mia guarigione perché mi voleva per sé. In quel momento ella comprese e disse: ‘Sì Signore, Te la consacrerò!’ Se tu le ridai la vita, ella poi potrà andare dove Tu vorrai, ed io non alzerò un dito per impedirglielo. (...) Figurativamente parlando, proprio come il padre Abrahamo depose Isacco sull’altare, così mia madre mi depose sull’altare del servizio di Dio. Ella acconsentì alla richiesta del Signore. Il Signore le disse: ‘asciugati gli occhi, ho ascoltato la tua preghiera, vai e vedi ciò che Io, il Signore, ho fatto’. In fede ed ubbidienza alla voce divina ella si alzò dal suo Monte Moria e fiduciosa entrò nella mia stanza. Si diresse subito verso il mio letto, sul quale giaceva un corpo senza vita, non vi era respiro, non vi era battito. Aveva il Signore veramente parlato? Avrebbe Egli risposto alla preghiera? Si era forse sbagliata? Ella era certa che Iddio aveva parlato! Egli avrebbe risposto! Non si era sbagliata! avrebbe perciò atteso fiduciosamente! Gli amici, i vicini, pensavano che quella assenza di quarantacinque minuti dalla stanza, le fosse servita per farla ritornare in sé. Vedendola così serena, non si opposero a che ella si avvicinasse di nuovo al letto della sua figliuola e che vi rimanesse tutto il tempo che avesse desiderato. Non sarebbe passato molto tempo che quelle amate spoglie sarebbero state poste per sempre nel profondo seno della terra. La osservavano tutti attentamente, pronti ad intervenire in suo aiuto, in caso ce ne fosse bisogno. Nel frattempo mia madre ed io eravamo assenti dalla stanza, i famigliari avevano incominciato a disporre ogni cosa per il funerale che si sarebbe dovuto tenere nelle primissime ore di quel pomeriggio, in maniera che si sarebbe potuto trasportare la salma a Water Vallej, a circa sessanta Km di distanza dalla nostra abitazione, per darle sepoltura nella nostra tomba di famiglia, dove anche il babbo era stato sepolto. (....) I nostri amici vicini si presentarono a dare una mano di aiuto per organizzare il funerale, mentre la mamma si intratteneva nella stanza attigua per far a Dio una consacrazione completa e permanente in cambio della mia resurrezione. Ora però la mamma si trovava in piedi, a fianco al mio capezzale, aspettando la risposta promessa dal Signore; Egli non era mai venuto meno verso di lei, e non lo sarebbe venuto neppure ora. Era immobile come una statua, con gli occhi sul mio volto cereo e sulle mie labbra livide che, come gli altri pensavano, sarebbero dovute rimanere serrate fino al giorno in cui, al suono della tromba di Dio, i morti in Cristo risusciteranno. Ma inaspettatamente, la salma si mise a sedere sul letto! Il miracolo era avvenuto! Iddio era stato fedele verso mia madre’ (Lura Johnson Grubb, op. cit., pag. 41-49).

La testimonianza di un uomo morto nei suoi falli e tornato in vita per la misericordia di Dio

Kenneth Hagin racconta: ‘Nel tardo pomeriggio, il mio cuore cessò di battere e l’uomo spirituale che viveva nel mio corpo mi abbandonò’. Quando la morte si impadronì di me, la nonna, mio fratello minore e mia madre accorsero in casa ed ebbi solo il tempo di dire loro ‘addio’ che l’uomo interiore scivolò via, lasciando il mio corpo esanime, gli occhi fissi e la carne gelida. Scesi giù, giù, giù al punto che vidi le luci sulla terra dissolversi. Non è esatto dire che svenni, neppure che fossi in coma; posso provare che clinicamente ero morto. Gli occhi erano fissi, il cuore aveva cessato di battere e il polso era fermo. Le Scritture parlano del ‘servo disutile gettato fuori nelle tenebre, dove c’è il pianto, e lo stridor dei denti’ (Matteo 25:30). Più scendevo e più si faceva buio, finché fui nell’oscurità più assoluta: non avrei scorto la mia mano ad un palmo dagli occhi. Più andavo giù e più sentivo il caldo intorno a me, l’atmosfera si faceva soffocante. Finalmente sotto di me scorsi delle luci guizzanti, riflesse sulle pareti delle caverne dov’erano i dannati, causate dal fuoco infernale. L’immensa sfera fiammeggiante, dai bianchi contorni, mi trascinava e mi attraeva come la calamita attira il metallo. NON VOLEVO ANDARE! Non camminavo, era il mio spirito che si comportava come il metallo in presenza di una calamita. Non potevo staccare gli occhi dalla sfera, sentivo il calore sul viso. Sono passati molti anni, ma riesco a rivedere la scena con la stessa nitidezza di allora. Il ricordo è così limpido, che tutto ciò mi sembra che sia accaduto la notte scorsa. Ora voi mi direte: ‘Come sono queste porte dell’inferno?’ Non potrei descriverle, poiché per farlo, dovrei avere un termine di paragone, come qualcuno che, non avendo visto un albero, non può descrivere come è fatto, perché non ha niente a cui paragonarlo. Mi fermai sulla soglia, ma fu una sosta momentanea: non volevo entrare! Capivo che un altro passo, ancora pochi metri e sarei finito per sempre, non sarei più potuto uscire da quell’orribile posto. Quando fui sul punto di raggiungere il fondo dell’abisso, un altro spirito mi affiancò: non mi voltai a guardarlo, perché non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle fiamme dell’inferno. Quella creatura infernale aveva posato intanto una mano sul mio braccio, per accompagnarmi dentro: in quel preciso istante sentii una voce che sovrastava le tenebre, la terra e i cieli: era la voce di Dio. Non Lo vidi e non so cosa disse perché non parlò in inglese, ma in un’altra lingua e quando lo fece, la parte dov’erano i dannati fu attraversata da una forte luce e fu scossa come una foglia al vento. Tale bagliore obbligò quello spirito che mi era vicino ad allentare la stretta sul mio braccio. Non fui preso nel vortice, ma una forza invisibile mi tirò fuori dal fuoco, lontano dal calore, e ripercorsi le ombre della densa oscurità al contrario. Cominciai l’ascesa fino all’uscita del baratro ed infine vidi le luci terrestri. Ritornai nella mia camera, come se ne fossi uscito solo per un attimo attraverso la porta, con la sola differenza che il mio spirito non aveva bisogno di porte. Scivolai nel mio corpo come uno che s’infila i pantaloni al mattino, attraverso la bocca, nello stesso modo in cui poco prima ero uscito. Cominciai a parlare con la nonna, la quale esclamò: ‘Figliuolo, pensavo che tu fossi morto!’ Il mio bisnonno era medico e lei lo aiutava. Più tardi mi disse: ‘Ho vestito molti cadaveri ai miei tempi, ho avuto parecchie esperienze con casi analoghi, ma ho imparato molto di più avendo a che fare con te, di quanto abbia appreso prima: tu eri morto per arresto cardiaco e avevi gli occhi fissi’. ‘Nonna’, risposi, ‘non era ancora giunto il momento, ma stavolta sento che è davvero la fine: sto morendo! Dov’è la mamma?. ‘Tua madre è fuori nella veranda’, replicò, ed infatti la sentivo che pregava camminando su e giù’. Dov’è mio fratello?’ domandai. ‘E’ andato a chiamare il medico alla porta accanto’. ‘Nonna, vorrei salutare la mamma, ma non voglio che tu mi lasci solo, le spiegherai tu’ dissi, e le lasciai un messaggio per mia madre. Poi continuai: ‘Nonna, ti stimo molto; quando la salute della mamma venne meno, tu fosti per me come una seconda madre. Ora me ne vado e non tornerò più indietro questa volta’. Sapevo che stavo morendo e non ero ancora pronto per incontrare Dio. Il mio cuore si fermò nuovamente nel torace e, per la seconda volta, il mio spirito lasciò il corpo ricominciando la discesa nel buio, finché le luci terrestri furono completamente svanite. Arrivato in fondo, mi toccò la stessa esperienza: Dio parlò dal cielo ed ancora il mio spirito uscì dal quel luogo, tornò nella stanza e scivolò nel letto dove il mio corpo giaceva esanime. Ripresi a parlare con la nonna ed ancora le dissi: ‘Non tornerò stavolta, nonna!’ Ed aggiunsi alcune parole da riferire ai familiari e, per la terza volta uscii dal mio corpo e cominciai a scendere. Vorrei avere parole appropriate per descrivere gli orrori dell’inferno e far comprendere a quegli uomini così soddisfatti di se stessi ed incuranti di come conducono la propria esistenza senza preoccuparsi del dopo, che c’è una vita futura ultra terrena; me lo insegnano la Parola di Dio e la mia esperienza personale. So cosa significhi perdere i sensi: ti sembra tutto scuro, tutto buio, ma non c’è oscurità che possa essere paragonata alla notte interiore. Quando cominciai a discendere per la terza volta, il mio spirito esclamò con un urlo: ‘Dio, io appartengo alla chiesa, sono anche battezzato in acqua’. Aspettai da Lui una risposta, che non arrivò’. Udii soltanto la mia stessa voce che ritornava a risuonare fortemente, quasi a prendermi in giro. Occorrerà molto più che la semplice appartenenza ad una chiesa e un battesimo nell’acqua per evitare le pene dell’inferno e guadagnarsi il cielo! Gesù disse: "...Bisogna che voi siate generati di nuovo" (Giov. 3:7). Io credo certamente al battesimo in acqua, ma soltanto dopo che un individuo sia stato generato di nuovo. Certo, io credo nella comunità ecclesiastica, nei gruppi di cristiani uniti per lavorare nel nome di Dio. Ma se sarete soltanto uniti alla Chiesa e sarete soltanto stati battezzati senza però essere realmente nati una seconda volta, andrete all’inferno. Come uscii una terza volta dal baratro e rientrai nel mio corpo, il mio spirito iniziò a pregare; mi ritrovai che continuavo la preghiera a voce così alta che mi udì tutto il vicinato. La gente accorreva in casa per veder cosa fosse successo; guardai l’orologio e vidi che erano precisamente le 19.40: era l’ora della mia rinascita grazie alla provvidenza divina, per l’intercessione di mia madre. La mia preghiera non era legata al fatto che io fossi battezzato o che appartenessi alla chiesa, ma, implorando Dio, gli domandavo di aver pietà di me peccatore, di perdonarmi per i miei peccati, di purificarmi da ogni iniquità; Lo accettavo, Lo riconoscevo quale mio personale Salvatore. Mi sentii così bene, come se un pesante fardello fosse scivolato via dalle spalle’ (Kenneth E. Hagin, Io credo nelle visioni, Aversa 1987, pag. 3-6) [6].

Tutto questo avvenne ad Hagin nell’aprile del 1933, all’età di circa sedici anni, nella città di Mackinney, nel Texas (U.S.A).

Spiegazione di alcuni passi presi dagli Avventisti per negare l’esistenza e l’immortalità dell’anima

Ÿ Nei Salmi è scritto: "Ancora un poco e l’empio non sarà più.." (Sal. 37:10). Questo passo non conferma affatto che l’uomo quando muore non continua a vivere nel mondo invisibile con la sua anima, ma attesta che arriva il giorno in cui l’empio che si innalza contro Dio e perseguita il giusto cesserà di esistere o vivere sulla terra, e perciò cesserà anche di tormentare i giusti. Che Davide parli della sparizione fisica dell’empio dalla faccia della terra lo si deduce da queste parole dette dopo: "Tu osserverai il suo luogo, ed egli non vi sarà più" (Sal. 37:10).

Ÿ "Non sono i morti che lodano l’Eterno, né alcuno di quelli che scendono nel luogo del silenzio" (Sal. 115:17). Queste parole non confermano che coloro che muoiono fisicamente cessano di lodare Iddio perché smettono di esistere dato che non esiste vita ultraterrena. Ma esse attestano solo che i cadaveri dei credenti non possono più lodare Iddio. I credenti quando muoiono smettono di lodare Iddio sulla terra, ma continuano a lodarlo in cielo con la loro anima. Questo è confermato da quello che dice Giovanni nell’Apocalisse quando dice che vide presso il trono di Dio in cielo quella grande folla che nessun uomo poteva noverare che "gridavano con gran voce dicendo: La salvezza appartiene all’Iddio nostro il quale siede sul trono, ed all’Agnello" (Ap. 7:10). Come avrebbero potuto gridare quelle parole in cielo se essi avessero cessato di esistere del tutto?

Ÿ "I morti non sanno nulla" (Eccl. 9:5). Queste parole di Salomone sono veraci infatti le persone che muoiono non sanno più nulla di quello che avviene sulla terra. Queste Scritture lo attestano chiaramente: "Così tu distruggi la speranza dell’uomo. Tu lo sopraffai una volta per sempre, ed egli se ne va; gli muti il sembiante, e lo mandi via. Se i suoi figliuoli salgono in onore, egli lo ignora; se vengono in dispregio, ei non lo vede..." (Giob. 14:19-21); quindi l’uomo una volta scomparso dalla terra non sa più quello che succede ai suoi figli. In Isaia il popolo dice a Dio: "Abrahamo non sa chi siamo, e Israele non ci riconosce.." (Is. 63:16); Abrahamo e Giacobbe dunque non sanno chi sono gli Israeliti.

Ÿ "Poiché Davide non è salito in cielo: anzi egli stesso dice: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io abbia posto i tuoi nemici per sgabello de’ tuoi piedi" (Atti 2:34-35). Questo passo lo prendono anche i Testimoni di Geova per sostenere che i credenti quando muoiono non vanno subito in cielo. Ma se si leggono bene le parole di Pietro e si conoscono altre Scritture si comprenderà il perché Pietro parlò così. Pietro stava dicendo ai Giudei che Dio aveva risuscitato Gesù Cristo, del quale Davide aveva predetto la sua risurrezione dicendo: "Tu non lascerai l’anima mia nell’Ades e non permetterai che il tuo Santo vegga la corruzione" (Atti 2:27). E’ chiaro che Davide con quelle parole non parlò di sé stesso perché noi sappiamo che egli se ne andò nel soggiorno dei morti e vide la corruzione, ma parlò del Cristo che dopo essere sceso nel soggiorno dei morti fu fatto risalire da Dio e la sua carne non vide la corruzione. Subito dopo, Pietro dice che Dio ha esaltato Gesù con la sua destra infatti dice: "Essendo stato esaltato dalla destra di Dio.." (Atti 2:33), e spiega questo citando di nuovo delle parole di Davide. Ed anche qui egli fa presente che Davide non si riferiva a lui con quelle parole ma bensì al Cristo e questo perché Davide non fu fatto salire alla destra di Dio. In sostanza Davide parlò sia della risurrezione che della assunzione in cielo del Cristo. Ecco dunque la ragione per cui Pietro dice che Davide non è salito in cielo. Va poi tenuto presente che prima che Gesù risuscitasse coloro che morivano nella fede non andavano in cielo ma se ne andavano in un luogo di conforto chiamato seno d’Abramo, che si trovava sopra l’Ades da cui si poteva vedere (questo emerge chiaramente dalla storia del ricco e del Lazzaro), e quindi è chiaro che dato che questo luogo non si trovava in cielo Davide quando morì non poté andare in cielo. Ma Cristo, salito in alto, "ha menato in cattività un gran numero di prigioni" (Ef. 4:8) e tra costoro c’era pure Davide che perciò fu portato in cielo con l’anima quando Egli risuscitò.

Ÿ Paolo dice ai Romani che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: "vita eterna a quelli che con la perseveranza nel bene oprare cercano gloria e onore e immortalità" (Rom. 2:7). Gli Avventisti dicono che Dio "solo possiede l’immortalità" (1 Tim. 6:16) e che l’uomo invece deve cercarla. Se dunque le cose stanno così è chiaro che l’uomo non è immortale perché lo diventerà alla risurrezione quando il suo corpo mortale sarà rivestito di immortalità. A tale riguardo va detto che il ragionamento loro è giusto entro certi limiti: ossia è giusto se per immortalità dell’uomo intendiamo l’immortalità corporale. In questo caso bisogna dire infatti che l’uomo non possiede ancora l’immortalità perché la otterrà alla risurrezione. Ma non è giusto se questo ragionamento lo si estende anche all’anima dell’uomo perché noi sappiamo che essa è immortale non essendo il corpo. Gesù lo ha detto chiaramente che l’anima è immortale (anche se non ha usato il termine immortale) quando disse: "Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l’anima" (Matt. 10:28). Ora, domandiamo noi, ma se il corpo può essere ucciso e l’anima no, non è logico dedurre che il corpo è mortale ma l’anima no, e che perciò il corpo e l’anima sono due cose ben distinte? Certo che lo è. E questa deduzione logica è confermata da Giovanni nell’Apocalisse il quale dice di aver visto sotto l’altare le anime di coloro che erano stati uccisi per la Parola.

Ÿ Il figlio della vedova di Sarepta di Sidon, il figlio della Shunamita, il figlio della vedova di Nain, la figlia di Iairo, Tabita, Eutico e Lazzaro, quantunque furono risuscitati non ci hanno detto nulla sul dopo la morte. ‘Avevano qualcosa da dirci?’ (Questions on Doctrine, pag. 524) Domandano gli Avventisti. La risposta è sì, essi avevano molte cose da dire e certamente le riferirono ai loro contemporanei, solo che non sono state messe per iscritto. D’altronde anche Lazzaro che giaceva alla porta di quel ricco se fosse risuscitato col permesso di Dio avrebbe raccontato di avere continuato a vivere in un luogo di conforto con Abrahamo e che da là aveva visto il ricco in un luogo di tormento. Ma egli non fu risuscitato da Dio ma vi rimase in quel luogo di conforto (e quindi non poté riferire ai vivi la sua esperienza nell’aldilà). Come anche il ricco non fu risuscitato da Dio ma rimase in quel luogo di tormento per cui non poté raccontare ai suoi contemporanei la sua esperienza nell’aldilà; ma pure Dio tramite il suo Figliuolo ci ha raccontato questa storia e l’ha fatta pure mettere per iscritto da Luca [7]. Ma voi non ci credete. Quindi anche se risuscitasse un morto e voi lo sentiste parlare non ci credereste che dopo morto ha continuato a vivere perché non credete che quel ricco e quel povero dopo morti continuarono a vivere, il primo nell’Ades e il secondo nel seno d’Abrahamo. Sono solo pretesti quelli che cercate per sostenere che gli uomini dopo morti cessano di esistere. In effetti sembrate come i Testimoni di Geova quando negano la Trinità: essi dicono, ma Gesù non l’ha insegnata, e neppure gli apostoli. Il termine trinità non c’è nella Bibbia ecc. E voi invece per negare la vita subito dopo la morte ricorrete a frasi come: Ma nella Bibbia non c’è scritto immortalità dell’anima; non c’è scritto che i morti risuscitati riferirono le cose viste e udite nell’aldilà ecc. Ma rientrate in voi stessi, ma non vi rendete conto che come il concetto di un Dio trino è nella Bibbia quantunque la parola Trinità non c’è scritta, anche il concetto dell’immortalità dell’anima c’è quantunque non c’è scritto immortalità dell’anima e non ci sono scritte le parole che riferirono quei morti risuscitati?

Ma voglio dirvi qualcosa d’altro. Voi, dicendo che Gesù Cristo era vero Dio e vero uomo e dicendo che Dio solo possiede l’immortalità ma l’uomo no perché non ha un’anima immortale al suo interno, nella sostanza è come se affermaste che Gesù quando morì non avendo un’anima cessò di esistere. Se infatti egli era un uomo esattamente come noi, il suo corpo era la sua anima, e quando egli fu ucciso fu uccisa la sua anima e quindi egli smise di esistere perché non aveva un’anima. Ora ponetevi questa domanda: E’ possibile che Dio Figliuolo per il lasso di tempo intercorso tra la sua morte e la sua risurrezione abbia smesso nella sostanza di esistere perché non aveva un’anima immortale al suo interno? Ma ditemi: Se così fosse allora la Divinità sarebbe rimasta priva della sua seconda persona per tre giorni [8]. E come si può accettare una simile cosa? Quindi, quantunque non volete riconoscere che l’uomo è immortale dovete riconoscere che almeno il Figlio di Dio spiritualmente doveva essere per forza di cose immortale altrimenti Gesù sarebbe stato solo vero uomo, come dite voi, e non anche vero Dio!

Sappiate dunque che non è la dottrina dell’immortalità dell’anima che Satana ha introdotto ma bensì la vostra che nega l’esistenza di un’anima immortale all’interno del corpo umano. Perché mentre la prima è confermata ampiamente dalla Scrittura la seconda è smentita. Ma poi noi diciamo: Ma che fastidio vi dà sentir dire che i credenti quando muoiono vanno subito in cielo, mentre i peccatori se ne vanno nel fuoco dell’Ades? Vi dispiacerebbe forse andarvene subito in cielo con il Signore alla vostra morte? O forse vi dispiacerebbe che i peccatori alla loro morte se ne andassero in un luogo di tormento come meritano? Qual’è il problema, se il problema esiste? Noi non ci facciamo problemi a riguardo. Dobbiamo riconoscere piuttosto che il problema ci sarebbe se fosse come dite voi, perché sarebbe veramente un’ingiustizia da parte di Dio non portare subito i santi in un luogo di riposo e non mandare i peccatori subito all’inferno, perché i santi non sarebbero consolati in mezzo alle loro afflizioni e tribolazioni che patiscono a motivo di Cristo sulla terra, e i peccatori non sarebbero presi da nessun spavento nel sapere che quando moriranno non se ne andranno a soffrire.

Voi dite assieme a Samuele Bacchiocchi: ‘Se alla morte l’anima del credente va direttamente al Signore e, quindi, è in grado di gioire perfetta beatitudine, comunione con Dio, pace e riposo, difficilmente vi potrà essere un reale senso di attesa per la venuta del Signore che deve venire a risuscitare i santi che dormono. (…) La prima preoccupazione di coloro che credono nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte è di raggiungere immediatamente il paradiso, anche con un’anima disincarnata! Questa premura lascia scarso tempo o interesse alla venuta del Signore e alla risurrezione del corpo’ (Samuele Bacchiocchi, La speranza dell’avvento, pag. 193,194). Come dire insomma: la dottrina dell’immortalità dell’anima è falsa perché fa dimenticare al cristiano che lui deve aspettare la venuta del Signore e la resurrezione! Ma è proprio così, cioè è proprio vero che la credenza biblica dell’immortalità dell’anima e della sua dipartenza per il paradiso di Dio in cielo impedisce al cristiano di avere un reale senso della venuta di Cristo e della risurrezione? Affatto, e per rendersi conto di quanto ciò sia falso basta leggere le epistole di Paolo che credeva che alla morte sarebbe andato ad abitare col Signore in cielo. Difatti nei suoi scritti ci sono più riferimenti che concernono la venuta del Signore e la risurrezione corporale dei santi di quanti concernano l’immortalità dell’anima. Basta l’esempio dell’apostolo Paolo dunque per dimostrarvi di quanto siano falsi questi vostri ragionamenti. Il credente che crede che alla morte andrà con il Signore non può perdere di vista la venuta del Signore e la risurrezione dei santi per questi motivi. Perché egli potrebbe essere uno di quei credenti che non morrà ma che sarà mutato alla venuta del Signore; ecco perché il credente che vive quando parla della venuta del Signore deve dire assieme a Paolo: "Poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insiem con loro rapiti sulle nuvole" (1 Tess. 4:17). Perché egli sa che se morirà andrà ad abitare con il Signore senza il suo corpo, ossia solo con la sua anima; in altre parole che solo una parte del suo essere andrebbe con il Signore, per cui questo andare con il Signore farebbe ancora ‘difetto’ perché il suo corpo rimarrebbe sulla terra a decomporsi in attesa della resurrezione, quando, secondo la promessa di Dio, Cristo lo farà uscire dal sepolcro trasformandolo in un corpo immortale, glorioso, potente e incorruttibile. Stando dunque così le cose, il credente sarà sempre spinto ad aspettare la discesa del Signore dal cielo e la risurrezione sia che si troverà sulla terra e sia che si troverà in cielo con la sua anima. Se ancora vivo aspetterà di essere mutato, se morto lo stesso; perché Paolo ha detto: "Non tutti morremo, ma tutti saremo mutati" (1 Cor. 15:52). In attesa di questo mutamento glorioso, in questa tenda terrena gemiamo perché bramiamo che "ciò che è mortale sia assorbito dalla vita" (2 Cor. 5:4), e nel caso ci dipartiremo da essa continueremo a bramare che il nostro corpo rimasto sulla terra sia rivestito di immortalità. In altre parole continueremo ad aspettare la redenzione del nostro corpo.

 

  

NOTE

 

[1] La White disse che ‘la teoria dell’immortalità naturale dell’anima è una di quelle dottrine che Roma attingendola dal paganesimo, ha incorporato nella religione cristiana’ (Il gran conflitto, pag. 401). [ç ]

 

[2] Facciamo notare che dato che gli Avventisti negano l’esistenza di un anima all’interno del corpo umano definire questa loro dottrina sonno dell’anima è improprio perché in effetti non si può dire che per loro l’anima dell’uomo dorme ma si deve dire che l’uomo cessa di esistere fino alla risurrezione perché l’anima - che per loro è l’essere umano – muore. [ç ]

 

[3] E non solo Mosè, perché secondo la White, come vedremo meglio più avanti, i santi che risuscitarono quando Gesù morì risuscitarono a vita immortale, dunque anche loro non hanno subito il giudizio investigativo. [ç ]

 

[4] Gli Avventisti mostrano grande zelo nel cercare di confutare la dottrina dell’immortalità dell’anima (un po’ come i Testimoni di Geova). Un esempio eloquente lo si ha nei due volumi dell’opera di LeRoy Edwin Froom intitolata The Conditionalist Faith of our Fathers (La Fede Condizionalista dei nostri Padri); volumi che messi assieme superano le 2300 pagine.

Nell’avere constatato personalmente quanto zelanti siano gli Avventisti contro questa parte del consiglio di Dio, devo dire che molti credenti a favore di questa parte del consiglio di Dio mostrano invece uno zelo che impallidisce dinanzi a quello avventista. A dimostrazione questo purtroppo che molti di coloro che hanno conosciuto la verità spesso non apprezzano quello che Dio gli ha fatto conoscere e non sono riconoscenti verso Dio. Molti credenti non si rendono neppure conto quanto importante sia opporsi a questo sforzo avventista contro la verità. Essi non si rendono conto che se gli Avventisti non possono fare nulla contro la dottrina che insegna che una parte dell’essere umano sopravvive alla morte fisica, loro a favore di questa dottrina possono fare molto. [ç ]

 

[5] Ellen White ebbe ad affermare: ‘In realtà non era il santo profeta di Dio ad apparire e parlare attraverso l’incantesimo; Samuele non era tra gli spiriti maligni. Quella apparizione sovrannaturale era prodotta unicamente dalla potenza di Satana, che poteva facilmente assumere le sembianze di Samuele. (…) Lo spirito maligno che impersonificava il profeta aveva per prima cosa avvertito in segreto la donna malvagia dell’inganno che le veniva fatto’ (Ellen G. White, Conquistatori di pace, pag. 538). [ç ]

 

[6] Ho ritenuto di trascrivere la testimonianza di Hagin, quantunque il fratello Hagin si sia messo in seguito, dopo diversi anni di ministerio, a predicare anche lui il messaggio della prosperità e a fare affermazioni che non sono in armonia con l’insegnamento della Scrittura, cosa che naturalmente non ha ridondato a suo onore e neppure alla gloria di Dio. Ritengo infatti che le sue esperienze da morto sopra citate non siano state minimamente invalidate, perché sono esperienze reali da lui vissute e confermate ampiamente dalla Scrittura. [ç ]

 

[7] Per cercare di confutare la dottrina dell’immortalità dell’anima gli Avventisti non solo citano dei passi o dei fatti trascritti nella Bibbia e gli danno delle spiegazioni sbagliate, ma fanno anche notare che essi non sono più soli a sostenere che l’uomo quando muore non va né in paradiso e né all’inferno, perché hanno dalla loro parte anche eminenti teologi del ventesimo secolo sia protestanti che cattolici. Citano per esempio, tra i teologi protestanti, Oscar Culmann, Karl Barth e Emile Brunner; e tra i teologi cattolici Hans Kung e Yves Congar (cfr. Rolando Rizzo, L’identità avventista, pag. 49-52). [ç ]

 

[8] In un articolo sul Messaggero Avventista viene detto a riguardo della morte che ‘non è una completa e definitiva distruzione dell’essere, ma uno stato di sonno incosciente e inattivo (…) una sospensione della vita sotto forma di sonno’ (G. L. Lippolis ‘Predicazione di Cristo ai morti?’ in Il Messaggero Avventista, Agosto 1967, pag. 9). Come potete vedere anche se la morte viene definita un sonno, questo sonno non è come il sonno che noi sperimentiamo quando dormiamo durante la notte, perché è una sospensione della vita. Dunque anche Gesù smise di vivere sotto ogni forma quando morì; per cui la Divinità – guardando le cose dal punto di vista avventista – rimase per tre giorni priva della sua seconda persona, cioè il Figliuolo. [ç]

 

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